sabato 25 aprile 2026

Liberazione e nonviolenza...

            (Riflessioni preziose, le seguenti del professore Andrea Cozzo, che offrono una feconda e 'profetica' chiave di lettura sulla Resistenza, sulla richiesta di ‘pacificazione’, sulla compassione per i morti… Riflessioni espresse alla luce della stella polare della nonviolenza, che invita a distinguere persona che opprime, che compie un’azione malvagia’ dall’azione oppressiva e malvagia in sé; che invita ad avere compassione sempre di tutte le vittime e dei morti; che invita  a trovare reazioni e soluzioni creative, non armate e nonviolente per lottare per la giustizia e contro i tiranni, perché le armi sono sempre una sconfitta per l’umanità).

La Costituzione italiana nasce dall’antifascismo e dalla liberazione dal nazi-fascismo, l’uno e l’altra valori indiscutibili. Ciò va scolpito a lettere di fuoco. Tuttavia, ogni 25 aprile, ecco aprirsi la polemica, perché alcuni lo gridano con rabbia contro altri, quasi fosse una celebrazione di ‘ripicca mnemonica’ verso quelli che, per nostalgia o per non digerito senso di sconfitta, hanno difficoltà ad accettarla, mentre, al contempo, questi ultimi, in nome della «pacificazione», mettono sullo stesso piano fascisti e antifascisti in quanto entrambi erano convinti di combattere per la patria. Serve una via d’uscita che sia accettabile per tutti.

Ogni anno, anche in quello attuale, le voci antifasciste citano come «definitiva» (che evidentemente però definitiva non è mai risultata) la risposta data da Vittorio Foa, che durante il fascismo era stato incarcerato, al missino Giorgio Pisanò quando invocava la necessità della pacificazione: «se si parla di morti, va bene; i morti sono morti; rispettiamoli tutti».
Dunque, per i morti, per tutti i morti, a qualsiasi fronte appartenessero, esprimiamo rispetto. E, aggiungo, compassione; e, per i morti della Resistenza, in più, immensa gratitudine e riconoscenza.

«Ma, se si parla di quando erano vivi», continuava Foa, «erano diversi: se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione; siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore».... (continua qui)








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