domenica 12 aprile 2026

“L’albatro”, il Gattopardo visto da Simona Lo Iacono

       Palermo – A volte sono i libri a cercarci... La scrivente ignorava l’esistenza de L’albatro di Simona Lo Iacono (Neri Pozza, Vicenza, 2020) avuto per caso tra le mani prima di un eventuale inserimento nella biblioteca di un istituto carcerario della sua città… Forse ad attirarla sono state le frasi della quarta di copertina: «C’è una risposta alla morte, ed è la poesia. C’è un rimedio al tempo, ed è la scrittura.» Mentre l’autrice era definita «Una scrittrice di incantesimi e malie». 
Un’amica, che con la sottoscritta stava controllando i testi, deve aver colto il suo lampo di interesse: “Se vuoi, puoi leggerlo prima di portarlo in carcere … Ne abbiamo così tanti da inserire!”
Così le 222 pagine de L’albatro sono state rapidamente divorate… 
    Di cosa si tratta lo scrive chiaramente l’autrice nella nota finale del libro: “Il presente romanzo, pur essendo un’opera di fantasia, prende spunto dalle vicende reali del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa (autore de Il Gattopardo), ricostruite attraverso una rigorosa ricerca. Sono dunque inventati tutti i dialoghi, le riflessioni del principe e la figura di Antonno. Mentre le date, gli episodi della storia personale del principe e il contesto storico corrispondono alla realtà”.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa
      Nel romanzo, scritto in prima persona con la voce narrante attribuita a Giuseppe Tomasi, Simona Lo Iacono percorre felicemente due sentieri espressivi paralleli: nel primo, riconoscibile attraverso il carattere corsivo dei capitoletti, l’autore de Il Gattopardo scrive delle pagine di diario attraverso cui ripercorre la sua vita, diario che nel libro si fa iniziare alla fine di maggio del 1957, quando da Palermo lo scrittore viene ricoverato in una clinica romana per l’aggravarsi del suo male ai polmoni. Le ‘memorie al crepuscolo’ si chiudono il 18 luglio successivo, il giorno in cui, pochi giorni prima della sua morte, Giuseppe Tomasi riceve il rifiuto ufficiale della casa editrice Einaudi alla pubblicazione de Il Gattopardo
Il secondo percorso narrativo è costituito dalle pagine in cui il principe Tomasi condivide momenti della sua infanzia vissuti attraverso il rapporto, intenso, fecondo e straniante con Antonno, un bambino della sua età, che ci viene mostrato con una consistenza magica e carnale insieme: un compagnetto sui generis che il piccolo Giuseppe osserva, stupito e incantato, mentre intaglia ‘lupiceddi’ con la lama di un coltellino a serramanico.
     Giuseppe e Antonno ci portano per mano all’interno delle stanze e dei segreti dei due palazzi nobiliari, uno a Palermo, alla Kalsa, vicino alla Marina, dove il principino era nato il 23 dicembre 1896, l’altro quello di Santa Margherita Belice, nel trapanese, feudo materno dove la famiglia trascorreva i mesi estivi per sfuggire all’afa della capitale: “Mia madre era l’anima del viaggio. Sorridente, accaldata, con una mano batteva il ventaglio sul petto e con l’altra mi tratteneva dal polso… La madre si agitava per tutto, ricapitolava cose prese e cose dimenticate, parlava in francese arrotolando la lingua sulle vocali. Il siciliano era infatti la lingua delle arraggiature, dei conti che non tornavano, delle liti ereditarie. Il francese, invece, era la lingua della gioia.
     Il romanzo presenta squarci della Sicilia di inizio ‘900, osservata con gli occhi del rampollo di una casata nobiliare: un ‘fanciullino’ che ha già la sensibilità di un futuro scrittore e ci offre l’anima nascosta e segreta delle persone e delle cose, evidenziandone limiti, grandezze, pieghe e oscurità, punti di forza e di debolezza. 
    Il romanzo ci fa intuire il carattere onirico e curioso dell’autore, per alcuni aspetti vicino alla figura storica a cui si è ispirato per creare il personaggio del principe Fabrizio Salina, protagonista de Il Gattopardo: il suo bisnonno Giulio Fabrizio Maria Tomasi di Lampedusa (1813-1885), aristocratico con una cultura e una curiosità intellettuale superiori alla media, creatore di un proprio osservatorio astronomico ed egli stesso astronomo dilettante, tanto da ottenere "sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private", come scrisse nel romanzo il pronipote. 
      A poco a poco capiamo che Antonno è l’anima incantata, la faccia nascosta, ‘a rovescio’ del protagonista: “È stato Antonno a insegnarmi il valore delle ferite. Quando sfioravo con il dito le sue cicatrici e gli chiedevo: «Fanno male? Rispondeva sempre: «No, fanno bene». Era un sostenitore dell’imperfezione, delle sedie sghembe, degli oggetti rotti. A Palermo non era attratto dalla ricchezza ma dalla povertà… Dei palazzi nobiliari non amava il fasto, i candelabri a otto braccia, le tonachine che rivelavano affreschi di creature vendicative e scene pastorali. Ma le cucine, dove le pentole ammaccate esalavano un vapore fitto di erbe e sterpi; le stalle con i recinti per il baio; le stanze della servitù”.
In tutto il romanzo aleggia poi il senso della precarietà, della fine di una famiglia e di un’epoca, espresso ne Il Gattopardo con le celebri parole del principe Fabrizio Salina: «Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a sentirci il sale della terra». 
        Del romanzo la scrivente ha molto apprezzato la cifra espressiva: limpida, curata, esatta. Ogni parola è quella giusta, ogni capitolo ha la musicalità tranquilla di un fiume che scorre senza piene e senza intoppi. Così si propone di leggere qualcos’altro dell’autrice conterranea che, nata a Siracusa nel 1970, ha pubblicato nel 2008 il suo primo romanzo Tu non dici parole a cui ne sono seguiti parecchi altri, tra i quali Il mistero di Anna, La tigre di Noto, Virdimura…  Chissà se questi libri non le faranno presto compagnia e le confermeranno una sua convinzione: che la prosa ‘al femminile’ abbia un suo stile e una sua peculiare grazia espressiva …

Maria D’Asaro, 12 aprile 2026, il Punto Quotidiano


Simona Lo Iacono


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