martedì 31 maggio 2022

Piccoli annunci

V.Kandinsky: Il cavaliere azzurro (1903)
CHIUNQUE sappia dove sia finita
la compassione (immaginazione del cuore)
- si faccia avanti! Si faccia avanti!
Lo canti a voce spiegata
e danzi come un folle
gioendo sotto l’esile betulla,
sempre pronta al pianto.

INSEGNO il silenzio
in tutte le lingue
mediante l’osservazione 
del cielo stellato,
delle mandibole del Sinanthropus,
del salto della cavalletta,
delle unghie del neonato,
del plancton,
d’un fiocco di neve.

RIPRISTINO l’amore.
Attenzione! Offerta speciale!
Siete distesi sull’erba
del giugno scorso immersi nel sole
mentre il vento danza
(quello che in giugno
guidava il ballo dei vostri capelli).
Scrivere a: Sogno.

SI CERCA persona qualificata
per piangere
i vecchi che muoiono
negli ospizi. Si prega
di candidarsi senza certificati
e offerte scritte.
I documenti saranno stracciati
senza darne ricevuta.

DELLE PROMESSE del mio sposo,
che vi ha ingannato con i colori
del mondo popoloso, il suo brusio,
il canto alla finestra, il cane fuori:
che mai resterete soli
nel buio e nel silenzio tutt’intorno
- non posso rispondere io.
La Notte, vedova del Giorno.

Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere - Tutte le poesie (1945-2009),
Adelphi Edizioni, Milano 2009, pag. 55 (trad. Pietro Marchesani)

domenica 29 maggio 2022

Joaquin Sorolla, pennellate di luce gioiosa a Palazzo Reale

    Palermo – A Milano, nella splendida cornice di Palazzo Reale, oltre alla mostra di fotografie del siciliano Ferdinando Scianna e alla pregiata raccolta di ritratti femminili nel Cinquecento veneziano, opera di Tiziano e di altri importanti pittori, sino al 26 giugno, per la prima volta in Italia, è possibile ammirare un’esposizione monografica del pittore spagnolo Joaquin Sorolla.
    Tra fine Ottocento e inizio Novecento, Joaquín Sorolla y Bastida (Valencia 1863-Cercedilla 1923) è stato uno dei massimi rappresentanti della pittura spagnola moderna. Il pittore,  (continua su il Punto Quotidiano)








Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 29.5.22

sabato 28 maggio 2022

Un minuto di silenzio per Ludwika Wawrzyńska

Marc Chagall: Angelo blu
E tu dove vai,
là ormai non c’è che fumo e fiamme!
− Là ci sono quattro bambini d’altri,
vado a prenderli!

Ma come,
disabituarsi così d’improvviso
a se stessi?
al succedersi del giorno e della notte?
alle nevi dell’anno prossimo?
al rosso delle mele?
al rimpianto per l’amore,
che non basta mai?



Senza salutare, non salutata
in aiuto ai bambini corre, s’affanna,
guardate, li porta fuori tra le braccia,
nel fuoco quasi a metà sprofondata,
i capelli in un alone di fiamma.

E voleva comprare un biglietto,
andarsene via per un po’,
scrivere una lettera,
spalancare la finestra dopo la pioggia,
aprire un sentiero nel bosco,
stupirsi delle formiche,
guardare il lago
increspato dal vento.

Il minuto di silenzio per i morti
a volte dura fino a notte fonda.

Sono testimone oculare
del volo delle nubi e degli uccelli,
sento crescere l’erba
e so darle un nome,
ho decifrato milioni
di caratteri a stampa,
ho seguito con il telescopio
stelle bizzarre,
solo che nessuno finora
mi ha chiamato in aiuto
e se rimpiangessi
una foglia, un vestito, un verso −


Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto.


Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere - Tutte le poesie (1945-2009),
Adelphi Edizioni, Milano 2009, pag. 59(trad. Pietro Marchesani

Ludwika Wawrzyńska: insegnante polacca che, l’8 febbraio 1955 salvò a Varsavia quattro bambini da una casa in fiamme, morendo pochi giorni dopo per le gravi ustioni riportate

mercoledì 25 maggio 2022

Andata e ritorno

    Mossa da irresistibili richiami, nostra signora lascia ogni tanto la sua magnifica isola per volare in continente. Le capita così di intrecciare conversazioni fugaci con altre viandanti: in aereo, con una donna che da Partanna va a Genova per trovare sua figlia Francesca, docente di Inglese. 
    La signora conversa amabilmente, ma con un non so che di velata tristezza. Spiegata da un pianto improvviso: le è morto a 30 anni, per un linfoma, suo figlio Antonino,  bello, buono e bravo…
    Poi, a Malpensa, l’incontro con una donna indiana confusa, agitata, felice, che lavora in Italia da otto anni. Dopo la separazione forzata, sta per rivedere suo marito: - Signora, è nuovo per me quest'aeroporto di Malpensa: qual è il cancello otto?  Lì mi aspetta mio marito. -
    Care sorelle (s)conosciute, vi porto ancora nel cuore col vostro fardello di lutto, di fatica, di gioia. E vi auguro, per l’oggi, ogni bene. 

Maria D’Asaro










lunedì 23 maggio 2022

Palermo, 23 maggio 1992/2022: caro dottor Falcone...


       Palermo – Egregio dottor Falcone, ogni siciliano adulto ricorda bene dove era e cosa facesse sabato pomeriggio 23 maggio 1992: (continua su il Punto Quotidiano)














Maria D'Asaro, 22.5.2022, il Punto Quotidiano

sabato 21 maggio 2022

Shireen e Francisca, per non dimenticare

      "Si parla talmente poco della giornalista Shireen Abu Akleh colpita, a 51 anni, da un proiettile alla testa mentre l'11 maggio seguiva un’operazione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale;  e della sua collega Francisca Sandoval, morta a più di 13mila km di distanza, dopo un’agonia di 12 giorni. Francisca era una giornalista cilena  colpita anche lei da un proiettile al volto mentre seguiva i disordini avvenuti l’1 maggio scorso durante un corteo nel quartiere di Estación Central, a ovest di Santiago del Cile.

Due  donne, due giornaliste in cerca solo della verità. 
Ecco cosa scrive  Milton Fernández, direttore artistico del Festival della Letteratura di Milano:

"Tra i mestieri più pericolosi al mondo, in alcune parti del mondo, essere donna. Alla pari di quello dei giornalisti. 
Se il giornalista, poi, è una donna, la miscela diventa, spesso, micidiale. 
Giorni fa, nel campo profughi di Jenin - Cisgiordania settentrionale - la giornalista palestinese Shireen Abu Akleh fu centrata da un cecchino israeliano. 
Avrebbe potuto essere scambiata per un terrorista? No. 
Sul suo petto, a lettere cubitali, e sul caschetto, portava scritto il segno del suo mestiere e del perché si trovasse lì: Press. 
Semplicemente a qualcuno non andava che lei potesse raccontare quello che stava vedendo. 
Lo stesso giorno, dall’altra parte del mondo, in un ospedale di Santiago del Cile, moriva la giornalista Francisca Sandoval. Aveva 29 anni, e condivideva con Shireen la passione della verità.
Durante la manifestazione del primo maggio qualcuno le aveva sparato un colpo in pieno viso. Anche in questo caso il colpevole non ha un nome nè una faccia.
Francisca realizzava un servizio sulla marcia dei lavoratori per l’emittente Señal 3, quando una banda armata fece irruzione tra la folla, sparando e aggredendo giornalisti e partecipanti alla manifestazione. 
Succede spesso, da quando Gabriel Boric è salito al potere, qualche mese fa, ponendo fine allo strascico di violenza e sopraffazione lasciato dalla dittatura di una classe militare voluta e appoggiata da un grande fratello chiamato Stati Uniti. 
Succede anche questo nel “mondo libero”, un mondo in cui piano piano viene bandita la verità. 
Di questi casi se ne parla poco, quasi niente. Non c'è tempo. Ci sono altre priorità, che con quella verità non fanno rima. 
I “giornalisti” da salotto, che imperversano ogni giorno dalla televisione, continueranno a strafogarsi di parole sempre più vuote di significato. 
A tutti loro, un verso di Paco Urondo, dedicato col cuore: “Io non sono più di qui; a stento mi sento una memoria di passaggio. La mia fiducia si basa sul profondo disprezzo che provo per questo vostro mondo sciagurato. Darei la vita affinché nulla continui ad essere com'è.”

Santa Spanò, dalla sua pagina FB (grazie di cuore, cara Santa)

lunedì 16 maggio 2022

Più lentamente, più dolcemente, più in profondità: grazie Alex

 
       Nel dicembre del 1994, a un convegno ad Assisi, concludevi così il tuo intervento: «Sapete qual è il motto di De Coubertin riattivato per le moderne Olimpiadi: citius, altius, fortius: più veloce, più in alto, con più forza. (...) Oggi queste tre parole potrebbero essere assunte come quintessenza della nostra civiltà, basata sulla competizione: sforzatevi di essere più veloci, di arrivare più in alto e di essere più forti (…) 
    Io vi propongo proprio il contrario: lentius, profundius, suavius. Vi invito a capovolgere il motto olimpico in:  più lenti, invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto, e più dolcemente, più soavemente, anziché con più forza....
C’è oggi la domanda di una svolta, di un cambiamento di civiltà. Con questo nuovo motto magari non si vince nessuna battaglia frontale, ma forse si avrà il fiato più lungo».

Ci manchi immensamente, caro Alex.

domenica 15 maggio 2022

Ogni cane è unico, proprio come gli esseri umani

       Palermo - Si sa che dietro la stazza di un omone di cento chili si può nascondere un animo mite e gentile, mentre un individuo mingherlino può rivelarsi prepotente e manesco: gli esseri umani hanno imparato a non correlare l’aspetto fisico a presunte caratteristiche caratteriali. 
      Non è così per i cani: è opinione comune, infatti, che l’indole di un cane sia strettamente legata alla sua razza, per cui comunemente si ritiene, ad esempio, che un pitbull sia più aggressivo di un barboncino e un golden retriever più fedele di un beagle.
         Una ricerca condotta in alcune università anglosassoni e americane - coordinata dalla ‘Chan Medical School’ dell’Università del Massachusetts - confuta questa diffusa convinzione. 
    La ricerca si è basata sullo studio dei genomi di 2155 cani, le cui caratteristiche genomiche sono state associate e combinate con i dati contenuti in 18.385 questionari che hanno esplorato le caratteristiche comportamentali osservate dai loro proprietari (tra essi la socialità, il livello di attività e di controllo degli impulsi, la prontezza nel rispondere alle indicazioni). 
   Analizzando i dati ottenuti, è emerso che l’appartenenza a una razza spiega meno del 10% dei comportamenti di un cane. Un’eccezione sembrerebbe essere costituita dalla facilità all’obbedienza, che pare essere più determinata geneticamente: ad esempio, un pastore tedesco è più facilmente ‘educabile’ di un beagle.
   Si è dedotto di conseguenza che il carattere di un cane, proprio come quello di un umano, oltre a dipendere dall’azione combinata di tanti fattori genetici, è influenzato soprattutto dall’ambiente in cui vive. 
  Le comunità di Homo sapiens hanno iniziato ad allevare e selezionare i cani da millenni Alcuni ritrovamenti archeologici attestano la presenza di cani ‘moderni’ già circa 30.000 anni fa, sebbene solo da poche migliaia di anni le comunità umane hanno iniziato a scegliere alcuni esemplari di cani per compiti specifici, quali la caccia e la guardia, compiti che richiedevano il potenziamento di alcuni comportamenti. 
   Ma solo a metà del 1800 nell’allevamento dei cani ha cominciato a essere introdotta la ricerca di un ideale estetico ripetibile e di una sorta di purezza di discendenza. Le razze canine moderne, per come le intendiamo oggi, nascono meno di duecento anni fa. Solo da allora si è fatta strada l’ipotesi che le razze siano caratterizzate non solo da un certo aspetto fisico, ma anche da precisi comportamenti.
   Lo studio, riportato nella rivista “Science”, attesta con chiarezza che sono pochi i tratti genetici, peraltro antichissimi, che possono condizionare il modo di fare di un cane: nello specifico si sono scoperte, ad esempio, solo undici regioni del genoma legate a particolari comportamenti, una di esse è la tendenza ad abbaiare.
   Per il resto parrebbe che ogni cane è un individuo unico, con personalità, umore, bisogni e modi di essere irripetibili. Proprio come noi…

Maria D'Asaro, 15.5.22, il Punto Quotidiano

venerdì 13 maggio 2022

Karunã, praticare la compassione

Villa Malfitano, Palermo
     "La compassione va oltre le regole. Se non abbiamo la fortuna di esserlo da sempre, come si diventa compassionevoli? Stando con la propria crudeltà, con l’indifferenza, sentendola. Contemplandola e rinunciando ad agirla. 
   Non negare i cosiddetti sentimenti negativi, ma anzi percepire il peso, il sapore, il restringimento dello spazio della coscienza che portano con sé è il primo passo verso la compassione. (…)
    Chi crede di essere buono è pericoloso. Solo conoscere la propria capacità di nuocere e addestrarsi a non esercitarla può far accedere alla bontà fondamentale, o intelligenza del cuore.
Karunã, la compassione, significa letteralmente il trasalimento del cuore alla vista della sofferenza. La sofferenza degli altri, ma anche la propria. Quando soffriamo, pensiamo di aver sbagliato qualcosa, ci accaniamo a cercare le ragioni, ci sgridiamo (…).
     Non è possibile, trattandoci così, pensare di poter avere compassione per gli altri, perché prima o poi spunterà la stessa severità che abbiamo nei nostri confronti. Non c’è misurabilità della sofferenza, non c’è gerarchia, ma se non ci apriamo alla nostra, andremo costantemente in cerca di enormi sofferenze e scarteremo tutte quelle che ci sembrano piccole o ingrate o inconsistenti. (…).
     La pratica della compassione, di karunã, inizia portando al cuore, evocando, un essere (di nuovo, non necessariamente un essere umano) che sappiamo che sta soffrendo. Richiamiamo la sua immagine (…) lo sentiamo vicino. Quando c’è, quando è vicino, iniziamo a sentire la bellezza del legame, del filo invisibile, anche quando fa male.
E da quel mal di cuore partiamo per inviargli frasi di auguri: «Che tu sia libero dalla sofferenza, che tu possa aver cura di te, che tu possa trovare le giuste cure».
      Sentire il legame non significa precipitare nell’altro e restarne sommersi, non sarebbe più un legame, ma un’identificazione, una fusione che non fa bene a nessuno dei due. Sentiamo il leggero filo forte che ci lega, lo onoriamo e poi mandiamo le ampie frasi di auguri che non significano che pretendiamo di salvare, di fare magie, ma solo che trasaliamo e vibriamo per la sofferenza dell’altro.
        Il Buddha non era un salvatore, ma un uomo che al suo Risveglio si è trasformato in una strada e l’ha lasciato aperta a tutti, ha insegnato a percorrerla. Era una Via antica, più antica di lui, che conduce fuori dalla sofferenza.  (…) Uscire dalla sofferenza  significa riscrivere la relazione con la gioia e con il dolore, con noi stessi e con gli altri, attraversare, traghettare. Significa piena accoglienza di qualsiasi cosa ci capiti. Questa accoglienza prepara all’azione, è non agire in attesa dell’azione intonata".

Chandra Candiani: Questo immenso non sapere Einaudi, Torino, 2021, pag. 45,46,50, 51 

martedì 10 maggio 2022

Mettã: praticare la gentilezza amorevole

   Esistono nel buddismo pratiche che aiutano la scoperta dei territori del cuore, insegnano a entrarci, percorrerli, spazzarli e abitarli, e a sentire la mancanza quando siamo altrove. E a non confonderli con le nostre idee sentimentali e con le instabili emozioni.
  Si chiamano Brahma-vihãra, che significa «dimore divine», dette anche «gli incommensurabili». Esistono luoghi come l’universo, che non si possono misurare: il cuore è uno di questi luoghi.
Le dimore divine sono quattro: mettã, la gentilezza amorevole; karunã, la compassione, muditã; la gioia per la gioia dell’altro; upekkhã, l’equanimità. (…)
    Mettã (la gentilezza amorevole) va chiamata, e lei risponde. Desiderarsi gentile non significa essere sempre avvolti da un sorriso e dire di sì a tutti.  È un orientamento: ci volgiamo verso l’amorevolezza e ci lasciamo trasformare.
Mettã è benevolenza, coltivare la capacità di benedire, e benedire  tutto e tutti, chi ci piace e chi non ci piace, chi ci salva e chi ci opprime. Per questo, il suo esercizio ci invita ad allenarci inviando il bene a varie categorie di esseri, con frasi semplici e non manipolatorie, non volte ad ottenere alcunché ma solo ad ammorbidire il proprio cuore. Dico esseri e non persone, perché animali e alberi sono inclusi.
    Si porta per primo al cuore un benefattore, qualcuno che ci ha fatto del bene. E si inviano silenziosamente frasi ampie come «Che tu possa stare bene e essere contento, che tu possa vivere protetto, che tu possa vivere con facilità». Si tiene presente, vivo, l’altro essere e si manda la benedizione senza attaccamento al risultato, senza preoccuparsi di raggiungerlo: solo un invito, solo un dono. E ci si mette in ascolto di cosa succede al nostro cuore.
     Si passa poi ad inviare gli stessi auguri di bene a se stessi. E in questo caso, oltre a comprendere le frasi che si inviano, ci si ferma a riceverle. Cosa non da poco e non scontata, saper ricevere il bene da se stessi.
    Segue un essere che consideriamo amico o amica del cuore, qualcuno che ci fa nascere involontariamente un sorriso. Mandargli il bene è la prosecuzione di quel sorriso.
    Evochiamo poi un essere neutro, non ci piace né ci dispiace particolarmente, qualcuno che sta un po' sullo sfondo della nostra vita, una comparsa, un passante. Riconosciamo la sua vita, la benediciamo, inviamo le frasi di gentilezza amorevole per il semplice fatto che esiste.
   Si passa poi al cosiddetto «nemico», qualcuno che ci ha ferito. Cosa accade al cuore augurandogli il bene, senza cancellare il male, ma ospitandolo in nudità?
    Si conclude inviando il bene a tutti gli esseri in tutte le direzioni dello spazio.
Mettã ci porta così a una non ricercata, non insistita coralità. Pian piano viene da sé che il cerchio del canto si allarghi e raggiunga tutti gli esseri, senza distinzioni. 
   Un piccolo essere che canta benedicendo tutto quanto e tanti altri esseri che fanno lo stesso, un coro di benedizioni senza scopo e senza ricerca di prove, solo canto.
    Certo, ci vuole allenamento, all’inizio può venire a galla l’odio, la ribellione, il disgusto.  È perfetto: si nota, si sente e si inviano le frasi di auguri a se stessi. 
    Mettã non è immediata, ci vuole lavoro. Solleva le nebbie, il non sentito, il rancore, l’indifferenza. Va tutto bene, è il fango che si alza e viene a galla, per lasciar intravedere la limpidezza del cuore vuoto, il suo essere oltre la persona.
   È importante non reificare questa pratica incommensurabile, questo luogo dove il cuore può rinascere, non farne una magia di controllo dell’esistenza propria e degli altri, è solo un canto, un augurio di bene, nient’altro (…)
Chandra Candiani Questo immenso non sapere Einaudi, Torino, 2021, pag.28,33,34,35

domenica 8 maggio 2022

Caccioppoli, matematico geniale con un gallo al guinzaglio

    Palermo - Nel 1992 il regista Mario Martone gli ha dedicato il film Morte di un matematico napoletano; Luciano De Crescenzo, nel libro Storia della filosofia greca, lo cita come docente con cui diede un esame, al termine del quale ricevette un "21 di scoraggiamento”; a lui è stato intitolato l’asteroide n.9934, tra Marte e Giove, oltre che l’Istituto di Matematica dell’Università Federico II di Napoli: l’insigne matematico napoletano Renato Caccioppoli merita davvero di essere ricordato. 
      Nato nel 1904 a Napoli in una famiglia colta e vivace - suo padre Giuseppe era un noto chirurgo; sua madre, Sofia Bakunina, era figlia del rivoluzionario russo Michail Bakunin; sua zia Maria Bakunin (Marussia), era docente di chimica - la vita del professore, anche se conclusasi purtroppo con il suicidio l'8 maggio 1959, fu geniale e scientificamente feconda: nel 1931 Renato Caccioppoli vinse, a soli 27 anni, la cattedra di Analisi algebrica all'Università di Padova; nel 1934 tornò a Napoli per ricoprire la cattedra di Teoria dei gruppi; passò poi alla cattedra di Analisi superiore e, nel 1943, a quella di Analisi matematica. Nel 1938 divenne socio ordinario dell'Accademia di Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli e, nel 1958, socio dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Con la sua opera scientifica e la sua personalità esercitò un'influenza decisiva sullo sviluppo dell'analisi matematica in Italia. 
     I suoi studi più importanti riguardano l'analisi funzionale e il calcolo delle variazioni. A partire dal 1930, si dedicò allo studio delle equazioni differenziali, utilizzando per primo l'approccio topologico-funzionale. Nel 1931 estese il teorema del punto fisso di Brouwer. Nel 1932 introdusse il concetto generale dell'inversione della corrispondenza funzionale.  Tra il 1933 e il 1938 applicò i suoi risultati alle equazioni ellittiche, stabilendo i limiti maggioranti per le loro soluzioni. Contemporaneamente studiò gli insiemi di funzioni definiti in Cn, dimostrando nel 1933 il teorema fondamentale sulle famiglie normali di variabili complesse. Nel 1935 dimostrò l'analiticità per le soluzioni delle equazioni ellittiche di classe C2. Nel 1952 fu pubblicata la summa dei suoi lavori sull'area di una superficie e sulla teoria della misura. 
      Non meno interessante fu la sua vicenda umana: ateo dichiarato, il suo assistente più fidato, amico e collaboratore, fu un prete, don Savino Coronato. Caccioppoli fu uno strenuo oppositore del regime fascista. Il suo convinto antifascismo si espresse in atti di sarcastica irrisione della dittatura di Mussolini: nel maggio del 1938, insieme alla compagna Sara Mancuso, in occasione della visita di Hitler a Napoli, prima pagò un'orchestrina in un bar per far risuonare nel locale le note della “Marsigliese”, inno nazionale della democratica Francia, dopodiché cominciò a contestare in un acceso discorso le basi del fascismo e del nazismo. 
      Fu quindi arrestato; ma la zia, Maria Bakunin, allora docente di Chimica all'Università di Napoli, riuscì a farlo scarcerare convincendo le autorità dell'incapacità di intendere e di volere del nipote. Caccioppoli fu comunque internato, ma poté in qualche modo continuare a seguire gli studi di Matematica e a suonare il pianoforte. 
     Inoltre, poiché durante il fascismo, in nome di una presunta "salvaguardia della virilità", era vietato agli uomini passeggiare con cani di piccola taglia, il professore Caccioppoli, come forma irridente e geniale di contestazione alle ridicole prescrizioni della dittatura, era solito camminare per le principali strade di Napoli con un gallo al guinzaglio
      Ecco, infine, come lo ricorda nel suo blog un suo alunno, l’ingegnere Pietro Congedo: 
“Una volta, avvicinatomi alla porta, lo vidi avanzare lentamente nel corridoio, lungo il muro alla sua destra. Quando fu più vicino mi colpì per il suo viso rugoso e magro, coronato da capelli neri e lisci che formavano un ciuffo sulla fronte spaziosa, sotto la quale vigilavano due occhi saettanti. Fra le labbra sottili aveva una sigaretta, che fumava con la stessa lentezza del proprio incedere.
Nei riguardi del professore si riferivano aneddoti sulle strane abitudini di vita, sulla militanza politica e soprattutto sulla severità con cui usava punire gli studenti per quelle che a lui sembravano superficialità e approssimazioni. Ma si accennava anche alla sua genialità in campo matematico ed alla sua eccezionale competenza in musica e lingue straniere (parlava benissimo russo, tedesco, inglese e francese).
     Pur non prendendo mai la tessera del Partito comunista, Caccioppoli fu molto attivo in politica, specie come animatore dell’organizzazione unitaria “Partigiani per la Pace”, che si batteva per il disarmo. Invitato come tale a parlare in un teatro di Bari, si presentò nell’ora stabilita e salì sul palcoscenico. Avendovi trovato per puro caso un pianoforte, si mise subito alla tastiera ed eseguì brani di Strauss, Beethoven, Debussy ecc., dinanzi ad un’affollata platea. Questa andò in visibilio quando, a conclusione del “concerto”, egli disse che per esprimere il significato della pace non c’era mezzo migliore della musica."

Maria D'Asaro, 08.05.22, il Punto Quotidiano

(ripropongo oggi, a 63 anni esatti dalla morte, la splendida persona di Renato Caccioppoli, già presentata qui)

sabato 7 maggio 2022

Palermo, Palazzo sant'Elia















 

    Tra varie incombenze, una visita alle zie centenarie e un conferimento di lenticchie ai nipoti, a nostra signora avanzavano scampoli di tempo: guardava allora la sua bella città con gli occhi nuovi della turista, scattava foto e s’immaginava free-lance per chissà quale reportage. 
   Ora, da quando c’era la guerra in Europa, tutto quanto non fosse bombe, distruzione e morte, le dava un dolce sapore di vita. Nella sua dimenticata periferia, si sorprendeva ad ascoltare il cinguettio degli uccellini, ad ammirare il tripudio di fiori ed erbette che sorridevano in ogni spazio libero dal cemento. 
    Durante la I guerra mondiale, l’immenso Giuseppe Ungaretti scriveva: “Un’intera nottata/buttato vicino/a un compagno/ massacrato/con la sua bocca/digrignata/volta al plenilunio/con la congestione delle sue mani/penetrata nel mio silenzio/ho scritto lettere piene d’amore/Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita”. 
     Dobbiamo guardare in faccia la guerra e averne orrore per amare la pace e la vita?

Maria D’Asaro