mercoledì 29 luglio 2026

Elisir di giovinezza

J.Sorolla: Buscando mariscos, playa de Valencia
       Capitava a nostra signora, nel suo girovagare nel quartiere, di incontrare dopo molto tempo un conoscente: il padre di un compagno di un suo figlio, il genero della signora del I piano, il tizio un po’ matto che stazionava vicino ai negozi. 
      Succedeva allora che lo sguardo implacabile di nostra signora decretasse che il conoscente in questione, qualunque fosse l’età, avesse iniziato a percorrere la china irreversibile della vecchiaia. Cosa facesse scattare in lei quell’inappellabile giudizio di ‘vecchiaia incipiente’ non era definibile. Non si trattava dell’ingrigirsi del crine, o di qualche ruga di troppo. Era qualcosa di impalpabile: uno sguardo ormai spento, un atteggiamento incurvato, una rassegnazione senza nome.
             Di contro, c’era qualche eccezione: M., che lei aveva conosciuto ventenne e ora, dopo tre decenni, ne mostrava sì e no quasi trenta. Quale il suo segreto? Forse la vecchiaia ha bisogno di un consenso interiore, che M. rifiuta di tributarle. 

lunedì 27 luglio 2026

Palermo, in mostra la Pop-art di Warhol, Arman e Rotella

       Palermo – Andy Warhol, icona della Pop-art americana, è noto anche ai non esperti di arte contemporanea. La scrivente ignorava invece il talento del francese Arman e dell’italiano Mimmo Rotella, artisti che la mostra La forma consumata. Arman, Rotella, Warhol le ha permesso di conoscere e apprezzare.
    Realizzata dal Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea e allestita a Palermo nella storica struttura settecentesca dell’ex Albergo delle Povere (dove è stato da poco completato un intervento di restauro di alcuni spazi adibiti a percorso museale) la mostra comprende 81 opere provenienti da collezioni private e realizzate tra il 1954 e il 2004: trentacinque lavori di Andy Warhol, tra acrilici e serigrafie su carta e tela, diciotto opere e sculture di Arman, ventisette opere di Rotella. L’81° opera è Rejected Flowers, accumulazione di serigrafia su carta realizzata a quattro mani da Arman e Warhol nel 1970.
      “La forma consumata è il titolo che abbiamo voluto dare alla mostra per legare insieme il percorso di tre grandi artisti internazionali come Mimmo Rotella, Arman e Andy Warhol” – ha detto al TG regionale siciliano Evelina De Castro, dirigente del Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Visitabile sino al 27 dicembre prossimo, l’esposizione offre al pubblico una prospettiva inedita di grande valore artistico che fa dialogare Pop-Art americana e Nouveau Réalisme europeo ed evidenzia la capacità di contaminazione tra i linguaggi espressivi contemporanei che, attraverso sperimentazioni originali, hanno legato oggetti, icone, pubblicità, serialità e comunicazione di massa.
      Il curatore Alberto Fiz ha sottolineato che la mostra ha privilegiato (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 26 luglio 2026, il Punto Quotidiano

sabato 25 luglio 2026

Caro Vito, ti scriv-iam-o...

         Qui due articoli, scritti rispettivamente  da Giovanni Scarafile e Massimo Borghesi su 'Avvenire', che offrono riflessioni altre rispetto a quanto scritto da Vito Mancuso su 'La Stampa':

      "Il dibattito che da mesi accompagna il tema della guerra sembra essersi irrigidito attorno a un’alternativa insufficiente. Da una parte si collocano coloro che ritengono il ricorso alle armi un male talvolta inevitabile; dall’altra quanti pensano che la pace possa essere perseguita soltanto uscendo dalla logica della deterrenza e del riarmo. In questo quadro, l’intervento di Vito Mancuso su La Stampa di mercoledì scorso rappresenta un contributo prezioso, perché riporta la discussione sul terreno della filosofia morale, sottraendola alla contrapposizione tra schieramenti. Il suo punto di partenza è difficilmente contestabile. L’etica non può essere costruita contro la realtà, come se bastasse proclamare un ideale perché trovi posto nella storia. Ogni riflessione morale è chiamata a confrontarsi con il mondo così com’è. È da questa premessa che Mancuso ricava la convinzione secondo cui la guerra, essendo una condizione permanente della vicenda umana, induce a riconoscere che la forza continui a far parte degli strumenti attraverso i quali la pace cerca di difendersi. È qui che si apre una questione ulteriore.   
        Riemerge, infatti, uno dei problemi classici della filosofia pratica: il rapporto tra realtà e norma, tra ciò che accade e ciò che riconosciamo come giusto. Che l’etica debba prendere sul serio la realtà è ovvio; meno ovvio è il modo in cui la realtà entra nella costruzione del giudizio morale. Essa rappresenta certamente il contesto entro cui ogni decisione deve misurarsi, ma può diventare anche il criterio da cui ricavare ciò che deve essere?
      Molte conquiste morali sono nate dal rifiuto di attribuire valore normativo a fenomeni resi consueti e apparentemente naturali. Ciò che era stato tollerato ha potuto essere messo in discussione non perché qualcuno negasse la realtà, ma perché quella realtà ha cessato di essere considerata l’orizzonte invalicabile del pensiero morale. L’etica prende sul serio il mondo quando rifiuta di assumerlo come ultima parola sul futuro. Nessuno può ignorare che la guerra continui a esistere, né attribuire a Mancuso l’intento di giustificarla: vuole evitare che l’aspirazione alla pace diventi rinuncia alla responsabilità.   
       Ma altra cosa è riconoscere la presenza della guerra, altra è attribuirle il valore di una condizione permanente entro cui il pensiero politico debba collocarsi. In questo secondo caso il rischio non consiste tanto nell’accettare la realtà, quanto nel restringere l’immaginazione politica entro i confini di ciò che la storia ci ha consegnato.
        È forse qui che il dibattito mostra il proprio limite maggiore. Si discute quasi esclusivamente della forza, e delle condizioni del suo impiego, mentre rimane sullo sfondo una domanda diversa: in che modo la storia cambia realmente? È soltanto l’equilibrio delle forze a modificare gli assetti politici, oppure esistono eventi capaci di introdurre possibilità che, fino a poco prima, apparivano inesistenti?
      È questo, credo, il significato più profondo del dialogo. Non una pratica retorica, non un ingenuo appello alla buona volontà e neppure soltanto una tecnica diplomatica. Nella sua forma più alta il dialogo possiede una natura generativa: non si limita a gestire una realtà già data, ma interviene sulle condizioni stesse del possibile. Quando Anwar al-Sadat decise di recarsi a Gerusalemme nel novembre del 1977, non cambiò soltanto una trattativa; modificò il perimetro dell’immaginabile. Prima di quel gesto, quella pace non apparteneva neppure al catalogo delle possibilità politiche; dopo quel gesto divenne qualcosa che poteva essere pensato e dunque perseguito. 
     La storia non è fatta soltanto di permanenze, ma di eventi; e ogni evento autentico produce uno scarto rispetto a ciò che sembrava inevitabile. Se così non fosse, nessuna trasformazione sarebbe possibile e l’etica finirebbe per limitarsi a registrare ciò che il mondo è già.
       Per questa ragione il contributo di Mancuso merita di essere accolto e, forse, spinto ancora un passo oltre. Ha ragione nel ricordarci che la pace non può nascere dall’ignoranza della realtà. Ma la realtà racconta anche che, talvolta, accade qualcosa che interrompe la continuità della storia, rende praticabile ciò che appariva impossibile e costringe perfino il realismo a ridefinire i propri confini. È in questa capacità di generare possibilità inedite che il dialogo mostra la sua forza più autentica: non quella di opporsi ingenuamente alla realtà, ma quella, più difficile, di contribuire a trasformarla.




   
  "Il nodo è sempre quello: la pace. Dall’opposizione di Giovanni Paolo II, nel 2003, alla guerra americana- europea contro l’Iraq, sino alle critiche presenti di Papa Leone sulla guerra, il punto che divide i Papi dall'Occidente è il medesimo. Lo ha ribadito recentemente J.D. Vance: «Come si può dire che Dio non sia mai dalla parte di chi impugna la spada? Dio era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti? Dio era dalla parte degli americani che liberarono i campi dell’Olocausto e salvarono quelle persone innocenti da coloro che avevano perpetrato l’Olocausto? Io penso decisamente di sì. Credo che sia molto importante che il Papa faccia attenzione quando parla di questioni teologiche». Il vicepresidente americano non è l'unico che, di questi tempi, si propone come teologo “correttore del Papa”. Vito Mancuso ha pensato, anche lui, di dare il suo contributo alla “teologia atlantica”, oggi imperante.
      Nel suo articolo sulla Stampa del 22 luglio, dal titolo Perché serve anche la forza per salvare la pace nel mondo reale, Mancuso offre la sua lezione al Papa, accusato di non essere realista, di navigare sui sentieri del sogno e dell’utopia. L’oggetto polemico è la raccolta degli interventi di Leone XIV sulla pace, usciti per la Libreria Editrice Vaticana in un’edizione curata da Alessandro Banfi con il titolo Disarmata e disarmante. La pace è un dono. Un titolo che, per Mancuso, risulta oggi fuori luogo. Il Papa pecca di idealismo non ha i piedi per terra. «Il disarmo compiuto unilateralmente», scrive Mancuso, «conduce a essere sbranati. Per amore della pace qualcuno può anche mettere in conto questa fine per sé, come hanno fatto i molti testimoni ricordati dal Papa. Ma non è ammissibile che lo Stato faccia correre ai cittadini il rischio di essere “sbranati”, il suo primo dovere è esattamente l’opposto». La pace si preserva solo preparandosi alla guerra.
     A questa litania, accolta acriticamente da gran parte dei media nazionali, si aggiunge ora anche la voce di Mancuso. Peccato, per lui innanzitutto, dal momento che ha perso l’occasione per una riflessione seria, oggi drammaticamente assente. Nella sua piccola lezione al Papa, sulla differenza tra il piano dei valori e quello della realtà, il noto saggista non prende in considerazione che proprio la posizione papale possa essere la più realista.
       Perché di questo si tratta: il riarmo da solo, senza un’azione diplomatica seria, conduce alla pace o accelera il processo verso un inevitabile conflitto? In tal caso, la terza guerra mondiale di cui parlava Papa Francesco sarebbe alle porte. È la domanda contenuta nel titolo dell’ultimo numero di Limes: Vogliamo la guerra totale? È quanto scrive “L’Espresso” il 17 luglio: Chi vuole davvero che la guerra diventi ineluttabile.
    Qui Massimiliano Panarari registra una «sorta di ideologia bellicista e di atmosfera ormai permanente di guerra… che satura il discorso pubblico di ogni giorno. Un’idea di ineluttabilità del conflitto armato quale ricomposizione finale del puzzle della “guerra mondiale a pezzi”, di cui aveva parlato Papa Francesco. Come se la diplomazia non avesse più senso, e la sola modalità di risoluzione delle controversie internazionali passasse per il fragore delle armi». È la medesima considerazione del cardinal Pierbattista Pizzaballa: «La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». “Limes”, “L’Espresso”, Pizzaballa esprimono oggi il vero realismo, quello che lotta affinché l’ideale possa imporsi in un quadro storico drammatico. Lo pseudo-realismo di Mancuso indica, al contrario, una resa. Non è più idealismo, è solo cinismo.

giovedì 23 luglio 2026

Il Cantico della terra: ripartiamo da Francesco

         “In un’epoca come la nostra, fatta di inutilissime liste e di classifiche ancor più vane, la lista di Francesco appare come un faro che da secoli illumina i fondamentali elementi da cui dipende il fenomeno più raro dell’universo: la vita. 
       Da messer lo frate sole a sora nostra morte corporale passando per la luce, l’acqua, la terra e il fuoco, il Cantico racconta la storia della vita; dell’unica eccezione al vuoto dell’universo: quella piccola differenza da cui dipendono enormi conseguenze.
Francesco che pone l’uomo allo stesso livello di ogni altra creatura, che rifiuta il concetto stesso di proprietà, Francesco dell’uso povero delle risorse, che in nome dell’amore per il creato ci indica con lucidità e incrollabile fede la direzione da prendere per garantire che la vita continui a prosperare… Francesco ci accompagnerà in questa lettura del Cantico.
       A ottocento anni dalla composizione di questo pilastro della civiltà occidentale e alla luce di un futuro che si preannuncia instabile – nel senso fisico, ossia non prevedibile – ho pensato che ripartire dal Cantico potesse essere una buona idea per raccontare come frate sole, frate vento, sora acqua e madre terra guidino e proteggano i destini della terra. E come solo l’amore, per loro come per tutti gli altri fratelli e sorelle, tutti gli esseri viventi con i quali condividiamo la casa comune, ci permetterà di affrontare, con ragionevoli speranze di successo, il nostro viaggio nel futuro”.

Stefano Mancuso Il Cantico della terra (Laterza, 2025) prologo pp.10,11 

lunedì 20 luglio 2026

Laghetti di Marinello, la Natura fa miracoli

        Palermo – L’ecosistema dei laghetti di Marinello, che si trova all’interno del comune di Patti, in provincia di Messina, è una formazione geologica assai rara, posta alla base di una costa rocciosa a picco sul mare: una lunga striscia di sabbia e di ghiaia, che si è depositata a poco a poco da una frana originata da un terremoto di venti secoli fa. 
     “Ci sono voluti circa duemila anni perché si venisse a formare quello che ammiriamo oggi, l’emersione di questa lingua di sabbia che, venuta alla luce circa 200 anni fa, ha avuto origine però nel primo secolo dopo Cristo” – ha spiegato il geologo Francesco Gregorio al TG regionale siciliano, nello scorso mese di giugno.
Il trasporto sulla costa di sabbia e ghiaia è dovuto ai movimenti del fondale marino, soggetto all'azione e alle correnti del Mar Tirreno. Sulle pareti prospicienti sono presenti diverse grotte.
Il riconoscimento geologico ‘ufficiale’ della striscia di terra sabbiosa via via emersa è avvenuto nel 1877, quando la particolare area marina è stata tenuta a battesimo dall’Istituto Idrografico della Marina, che ha riconosciuto la ‘novità’ della formazione geo-morfologica che negli anni aveva preso consistenza.
   Situata sotto il promontorio del Santuario di Tindari, l'area lagunare di Marinello continua tuttora  a subire variazioni morfologiche che modificano la costa, movimenti che, su questa particolare lingua sabbiosa, hanno dato origine  a dei laghetti salmastri.
      La giornalista Antonella Gurrieri, nel corso del citato TG regionale, ha precisato che sino a qualche anno fa i laghetti erano sette e che sono le maree e le correnti del Tirreno ad alimentarli o svuotarli fondendosi con la battigia, ridefinendo ambiente ed ecosistema. Oggi, incastonati nel territorio in modo suggestivo, sono rimasti solo quattro laghetti salmastri, che fanno parte della Riserva naturale orientata Laghetti di Marinello, un'area naturale protetta istituita nel 1998 e vasta oltre 400 ettari. 
Si tratta di un ecosistema assai raro, che presenta una flora tipica comprendente caprifoglio mediterraneo, cavolo biancastro, garofano delle rupi, elicriso, fieno di mare.
     Per quanto concerne l'ittiofauna segnalata nella riserva, si menzionano il ghiozzetto macrocefalo, un piccolo ghiozzo che vive a modeste profondità sui fondali fangosi del laghetto "Verde", l'anguilla, il latterino capoccione, il cefalo bosega, il ghiozzo nero, il ghiozzetto minuto, la bavosa pavone e il pesce ago. Negli ambienti con più pronunciata  salinità marina si possono trovare  il grongo, la spigola e la mormora. 
Per i potenziali visitatori, la riserva naturale con i laghetti di Marinello non è difficile da raggiungere: sia in treno, in quanto la stazione ferroviaria di Oliveri/Tindari è posta a soli settecento metri dalla riserva, lungo la ferrovia Messina-Palermo; oppure in auto, percorrendo l’autostrada A20 Messina-Palermo, uscendo al casello autostradale per ‘Falcone’ e seguendo poi le indicazioni per Oliveri. Arrivati ad Oliveri, bisogna immettersi nella SP 106.
   “È un ecosistema complesso, un’integrazione di ambiente diversi, che coesistono e si integrano perfettamente – ha affermato la dottoressa Maria Maisano, biologa marina – Con la rupe del costone roccioso, su cui si erge il santuario di Tindari, coesiste tutta la parte lagunare, salmastra e poi la parte sabbiosa e marina”. Alla giornalista Antonella Gurrieri che le chiedeva quanti di questi ecosistemi esistano nel mondo, la biologa ha risposto che sicuramente nella terra ce ne sono degli altri, ma che in Italia i laghetti di Marinello sono unici nel loro genere.

Maria D'Asaro, 19 luglio 2026, il Punto Quotidiano

sabato 18 luglio 2026

Il pianeta brucia? E noi continuiamo con le bombe e il riarmo...


       Il compianto Edgar Morin lo ha sottolineato chiaramente, decenni fa (nel testo Il paradigma perduto): la nostra specie non è sapiens, ma sapiens/demens.

       Fare le guerre per risolvere le controversie internazionali è davvero da dementi, mentre l’unica lotta  comune bisognerebbe farla per arginare il cambiamento del clima...

    Venerdì 24 luglio, dalle ore 18 alle 20, il Presidio delle donne manifesterà a piazza Massimo a Palermo per ribadire Fuori la guerra dalla storia


giovedì 16 luglio 2026

La vecchia e la cipolla

        Chissà perché in questi giorni a nostra signora è tornata in mente una lettura del suo libriccino  di lettura di I elementare Aiuole in fiore, che aveva in copertina una bimba dagli occhi sgranati intenta ad annaffiare dei fiori.       Tutti i testi, a pensarci, erano impregnati da un messaggio morale e didascalico, che comunque alla nostra bimbetta non risultava particolarmente indigesto.
     C’era la storia di una vecchia malvagia, egoista ed avara, che aveva vissuto accumulando solo denaro e cattiveria. Alla sua morte, era quindi precipitata nelle fiamme dell’inferno. Ma il suo angelo custode si prese la briga di esaminare con attenzione tutti i fotogrammi della sua vita e vide che un giorno la vecchia aveva preso una cipolla e l’aveva data a un povero mendicante. L’angelo allora, col permesso di Dio, le porse quella cipolla perchè, attaccata al suo esile stelo, venisse fuori dall’Inferno.
La bimbetta era contenta di quel lieto fine… E oggi spererebbe che  un vecchio o una vecchia cattivissimi possano, attraverso un gesto apparentemente insignificante, salvarsi… 
E salvare questo mondo in malora. 

(Però poi la nostra ex bimbetta ha fatto un controllo: pare che questa storia  addirittura sia stata narrata da  Dostoevskij, ne I fratelli Karamazov, con un finale diverso e disperato: 

C'era una volta una donna cattiva cattiva che morì, senza lasciarsi dietro nemmeno un'azione virtuosa. I diavoli l'afferrarono e la gettarono in un lago di fuoco. Ma il suo angelo custode era là e pensava: di quale suo azione virtuosa mi posso ricordare per dirla a Dio? Se ne ricordò una e disse a Dio: - Ha sradicato una cipolla nell'orto e l'ha data a una mendicante. E Dio gli rispose: - Prendi dunque quella stessa cipolla, tendila a lei nel lago, che vi si aggrappi e la tenga stretta, e se tu la tirerai fuori del lago, vada in paradiso; se invece la cipolla si strapperà, la donna rimanga dov'è ora. L'angelo corse della donna, le tese la cipolla: - Su, donna, le disse, attaccati e tieni. E si mise a tirarla cautamente, e l'aveva già quasi tirata fuori, ma gli altri peccatori che erano nel lago, quando videro che la traevano fuori, cominciarono ad aggrapparsi tutti a lei, per essere anch'essi tirati fuori. Ma la donna era cattiva cattiva e si mise a sparar calci contro di loro, dicendo: "E' me che si tira e non voi, la cipolla è mia e non vostra. Appena ebbe detto questo, la cipolla si strappò. E la donna cadde nel lago e brucia ancora. E l'angelo si mise a piangere e si allontanò".

Se ha pianto quell’angelo, figuratevi  il disincanto di nostra signora…

lunedì 13 luglio 2026

Caldo, il condizionatore non è la soluzione

         Palermo - Gli scienziati non hanno più dubbi: ormai c’è un cambiamento climatico causato dalle emissioni di combustibili fossili e dalle attività umane. Sentinel-3 è un satellite del Programma Copernicus dell’Agenzia spaziale europea con lo scopo, tra gli altri, di misurare con accuratezza la temperatura della superficie terrestre: nella tarda mattinata del 23 giugno ha registrato 48° a Madrid, 44° a Roma, 46° a Poitiers, certificando l’ondata di calore più estesa e più intensa mai osservata nell’Europa occidentale.
Il gran caldo provoca nelle persone uno stress termico, a cui generalmente in casa, nei negozi, negli ambienti chiusi, si reagisce accendendo i condizionatori. 
        Un rimedio peggiore del male, secondo il dottor Ferdinando Laghi, vice presidente di ISDE-Italia (International Society of Doctors for Environment), Medici per l’Ambiente: “Il paradosso del condizionatore è che serve a noi per stare più freschi, ma contribuisce in maniera sensibile al riscaldamento del pianeta  - ha affermato il dottor Laghi al TG scientifico Leonardo il 26 giugno scorso – Si calcola che per l’energia elettrica necessaria da fonti fossili ci sia una percentuale di CO2 del 3,4%, che è enorme… In più, nelle città queste centinaia, migliaia di condizionatori contribuiscono pesantemente a creare quell’isola di calore urbana che è un pericolo aggiuntivo soprattutto per le fasce più deboli della popolazione”.
La giornalista Claudia Pregno ha poi sottolineato che, comunque, tenere all’interno delle case le temperature più fresche, soprattutto diminuire l’umidità, è utile per chi ha problemi di salute e serve per chi lavora a essere più attivo e produttivo.
    Ma, in tutti i casi, l’aria condizionata va utilizzata con consapevolezza: per prima cosa, bisogna pulire i filtri a inizio stagione e poi ogni quindici giorni, per evitare la formazione di muffe, acari e funghi assai dannosi, che potremmo inalare. 
    Inoltre, non bisognerebbe mai mettersi nella linea di emissione diretta dell’aria fredda per evitare mialgie, torcicollo, colpo della strega. Inoltre, deumidificare troppo può causare secchezza e infiammazioni oculari. Infine, la temperatura andrebbe tenuta più bassa di soli 5, 6 gradi rispetto a quella esterna, non di più.
    “Se infatti la temperatura di un ambiente interno è inferiore di più di cinque, sei gradi rispetto a quella esterna, il nostro organismo ha difficoltà soprattutto a termoregolare passando da un ambiente all’altro. Se poi la differenza è anche maggiore, si può avere un vero e proprio shock termico. 
    E un’altra cosa molto importante e poco conosciuta è il fatto che i condizionatori tengono in sospensione più a lungo le polveri sottili, le micro e nano-polveri che altrimenti si depositerebbero. Ne favoriscono invece l’inalazione, che può provocare allergie o altri tipi di problemi” – ha aggiunto ancora il vice presidente di Medici per l’Ambiente.
    Allora, essere consapevoli degli ‘effetti collaterali negativi’ dell’utilizzo dei condizionatori su di noi, ma soprattutto sull’ambiente, dovrebbe indurci a farne un uso più parsimonioso e mirato. Purtroppo non si usa abbastanza la razionalità e, soprattutto, non si ha abbastanza a cuore il futuro di figli e nipoti…

Maria D'Asaro, 12 luglio 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 10 luglio 2026

Plastic free

       Nostra signora ne è consapevole: ormai è diventato un impulso irrefrenabile. 
      Magari dall’esterno può apparire solo un’innocua mania, ma lei lo sa: il suo gesto rasenta forse l’ossessione patologica. Infatti, quando cammina nel suo quartiere o passeggia lungo la costa est di Palermo, con un apposito guanto si china a raccogliere i rifiuti di plastica:  bottiglie,  sacchetti vuoti, confezioni di merendine o qualsiasi cosa raccattabile. Se vicina alla battigia, prende più rifiuti che può e poi li deposita in un contenitore, meglio se deputato alla raccolta di plastica. 
       Sa  bene che il suo è un gesto vano, quasi inutile e molto patetico: la quantità di polimeri a inquinare e deturpare spiagge, marciapiedi e giardini, ovviamente rimane  invariata. 

       Eppure, mentre i potenti del mondo con le guerre orrende e il riarmo ci condannano all’inferno umano e ambientale, nostra signora per un istante è  lieta contemplando un pezzettino di terra plastic free


martedì 7 luglio 2026

Onorevole Presidente del Consiglio...

       Le esprimo innanzitutto la mia piena solidarietà umana per la sofferenza che le hanno arrecato gli attacchi pubblici verso la sua persona e il suo ruolo da parte del presidente degli USA. Attacchi ignominiosi, volgari e, a mio sommesso avviso, anche sessisti.
    Non ho votato per lo schieramento che lei rappresenta, ho opinioni politiche, sociali e culturali diverse dalle sue. Ma una cosa ci accomuna: siamo entrambe donne.
Le propongo di riflettere sulla natura profonda degli attacchi che le sono stati rivolti dal presidente degli USA attraverso il pensiero di Carla Lonzi, una studiosa femminista che sto leggendo.
     Non sono una femminista (in genere detesto tutti gli ‘ismi’ in quanto a volte forieri di unilateralità e persino di fanatismo), tuttavia ritengo che proprio oggi il pensiero femminista ‘della differenza’ possa aprire squarci fecondi di riflessione pratica e creativa. Ecco cosa scriveva Carla Lonzi:
“La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli”.
“Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza”.
“La donna come soggetto non rifiuta l’uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario”.
“Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perché attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico) hanno costretto l’umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente.”
“Dietro ogni ideologia noi intravediamo la gerarchia dei sessi”.
“Non riconoscendoci nella cultura maschile, la donna le toglie l’illusione dell’universalità”.
“L’uomo ha sempre parlato a nome del genere umano, ma metà della popolazione terrestre lo accusa ora di aver sublimato una mutilazione”.
“Per uguaglianza della donna si intende il suo diritto a partecipare alla gestione del potere nella società mediante il riconoscimento che ella possiede capacità uguali a quelle dell’uomo. Ma il chiarimento che l’esperienza femminile più genuina di questi anni ha portato sta in un processo di svalutazione globale del mondo maschile. Ci siamo accorte che, sul piano della gestione del potere, non occorrono molte capacità, ma una particolare forma di alienazione molto efficace. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere. È per sventare questo possibile attentato della donna che oggi ci viene riconosciuto l’inserimento a titolo di uguaglianza”.
“La donna non è in rapporto dialettico con il mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antinomia, ma un muoversi su un altro piano. Questo è il punto su cui più difficilmente arriveremo a essere capite, ma è essenziale che non manchiamo di insistervi”.

Allora, noi donne dovremmo forse tentare di pensare e organizzare una società ‘altra’, che non contempli violenza, guerra e lotte di potere. Che c’entriamo noi con le guerre (uccisioni istituzionalizzate), con lo scempio dell’ambiente, con il dilapidare risorse preziose per fabbricare strumenti di morte, con l’interpretare la vita per avere più dominio e potere?
     
                                     Ci pensi, Giorgia. Un abbraccio.

(citazioni da: Carla Lonzi Sputiamo su Hegel e altri scritti
a cura di Annarosa Buttarelli. p.13, 14, 16, 19, 22, 54)

domenica 5 luglio 2026

Ustica, piccola isola ricca di biodiversità

         Palermo – Al tempo dei Borboni e anche dopo l’unità d’Italia, a Ustica, isola nel mar Tirreno a circa 67 km. nord-ovest di Palermo, c’era un carcere per prigionieri politici. Durante il regime fascista vi furono imprigionati antifascisti illustri come Giuseppe Romita, Amadeo Bordiga, Nello Rosselli, Carlo Rosselli, Ferruccio Parri e Antonio Gramsci. La prigione fu smantellata all’inizio degli anni ’60; ma il 27 giugno 1980 Ustica divenne poi tristemente nota per il disastro aereo del volo Itavia 870, precipitato in mare a una certa distanza dall’isola, perché abbattuto da un missile (forse ‘amico’) rimasto misterioso. 
Però ormai da quaranta anni le sue acque rispecchiano tutta un’altra storia: una storia di bellezza e di tutela ambientale, poiché nel novembre del 1986 proprio a Ustica è stata istituita la prima area marina protetta italiana. 
I faraglioni
       I suoi fondali sono stati poi riconosciuti sito di interesse comunitario dalla Rete Natura 2000, creata dall’Unione europea per la protezione e la conservazione degli habitat e delle specie animali e vegetali.
‘Palinuro’, nave-scuola della Marina, è tornata a giugno nel mare di Ustica a festeggiare l’importante compleanno dell’area marina, in quanto proprio a bordo della ‘Palinuro’ ne fu sancita quarant’anni fa la sua istituzione. 
    Ha festeggiato l’evento Gianluca Montella, comandante di fregata della ‘Palinuro’: “La nostra nave è un po’ l’esempio di come il mare debba essere curato e rispettato. Infatti buona parte della nostra navigazione è ancora a vela… molto spesso abbiamo accanto balene e delfini che fanno piccole navigazioni con noi…” – ha dichiarato il comandante al TG regionale siciliano, intervistato da Agnese Licata.
    “Questi quarant’anni sono stati caratterizzati da luci e ombre… Ma nell’ultimo periodo siamo riusciti a risalire la china – ha detto poi Davide Bruno, direttore dell’area marina protetta di Ustica – Grazie al coinvolgimento della comunità scientifica siamo riusciti a monitorare e ad avere consapevolezza dello stato di benessere delle nostre acque. I monitoraggi ambientali vengono fatti quotidianamente, anche grazie alla presenza di ISPRA, ARPA, di Stazione zoologica. E possiamo affermare davvero che lo stato di salute del mare di Ustica è davvero ottimale”.
Ustica: Scoglio del medico
    L’area marina protetta di Ustica – complessivamente 15.951 ettari in mare e 14,45 km di costa - è uno dei luoghi più amati dai sub, grazie alla preziosa ricchezza che offrono i suoi fondali marini. È suddivisa in tre aree: la zona A, di riserva integrale, che comprende il tratto di mare antistante Cala Sidoti, delimitato da cinque boe gialle luminose. Nella zona A è vietata la pesca, la navigazione, l'ormeggio e la sosta di ogni tipo di imbarcazione. Sono consentiti balneazione e il nuoto in superficie utilizzando la maschera subacquea e l'aeratore, con l'unico scopo di osservare fauna e fondali marini.
   C’è poi la zona B, di riserva generale, che comprende il versante nord-occidentale dell'isola, da Punta Cavazzi a Punta Omo Morto. In questa area è vietato prendere qualsiasi forma di vita vegetale o animale, ma sono consentite la navigazione da diporto, la pesca sportiva con lenza da fermo e da traino e le attività subacquee, ad esclusione della pesca.
     C’è infine la zona C, di riserva parziale, che comprende il versante sud-orientale. In questa zona sono consentite la navigazione e l'attracco, mentre la pesca è permessa solo ai pescatori locali autorizzati.
Punta Spalmatore
   Nei fondali marini di Ustica vivono numerose specie di pesci (cernia bruna, cernia da fondale, tonni, alalunga, ricciola, triglie, dentici, orate, totani, calamari, astici, aragosta mediterranea).
La posizione dell’isola è poi strategica perché, sia durante la migrazione primaverile che in quella autunnale, consente agli uccelli di fare una sosta per recuperare energie prima di raggiungere le coste europee o africane. A Ustica sono state censite oltre 230 specie, tra cui 18 specie di rapaci, la grande maggioranza delle quali sono migratorie primaverili e/o autunnali e solamente 18 sono nidificanti.
    A completare la bellezza dell’isola la presenza di numerose grotte che si aprono lungo le coste alte e scoscese, così come numerosi scogli e secche tutt'intorno all'isola: degne di segnalazione la grotta Verde, grotta Azzurra, grotta della Pastizza, la grotta dell'Oro, quella delle Colonne e gli scogli del Medico e della Colombara.
Nel Mediterraneo colpito da inquinamento e cambiamenti climatici, Ustica rimane un’isola di biodiversità da preservare. Da Palermo, soprattutto d’estate, è facile da raggiungere in quanto servita sia da una nave che da un servizio di traghetti, con moderni catamarani e aliscafi. 

Maria D'Asaro, 5 luglio 2026, il Punto Quotidiano

                                                                 Grotta verde


                                                                  Fondale di Ustica

venerdì 3 luglio 2026

Ciao Alex, profeta verde, costruttore di ponti, viaggiatore 'leggero'...

         “Una vita straordinaria ed inimitabile, quella di Alex: ricca di cultura e di esperienze, di impegno e di riflessione, di militanza e di contemplazione, di laicità e anche di intensa religiosità, di studio e di feconda operatività, di profezia e di realismo, di politica rigorosa ma anche di irriducibile “impoliticità”. Parlare di lui come di un ecologista, di un ambientalista, di un pacifista, corrisponde al vero, ma è anche troppo riduttivo. Alex era molto di più e di diverso di tutto questo: era una sorta di testimone e di profeta del nostro tempo. E, come tutti i profeti, ha indicato la direzione verso il futuro, lo ha addirittura anticipato in molte sue idee e in molte sue scelte, ma ha “dovuto” (e voluto, ahimé) fermarsi sulla sua soglia: senza poter vedere e raggiungere la “terra promessa” (o, per chi crede, l’ha effettivamente raggiunta in un’altra dimensione)”. 

Così scriveva l’amico Marco Boato nel 2005, in un libriccino Le parole del commiato, 10 anni dopo che Alex si era tolto la vita impiccandosi il 3 luglio 1995 a un albero di albicocco.

Alex aveva lasciato 3 biglietti, uno con queste parole: «I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa mia dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto»

In partenza per Gerusalemme, il 5 dicembre 1992, , Alex aveva scritto in tedesco questi versi suggestivi e, ahimè, quasi anticipatori  (qui proposti nella traduzione di Antonio Saluzzi):



Partendo verso la Terra Promessa egli si chiese:
“Con quale vestito? con quale bagaglio?
e a quale scopo? 
per quanto tempo davanti al Muro del pianto?
intanto, abbandonati a se stessi i topi cosa mangeranno?
e chi li afferrerà
quando se la svigneranno alla festa del patrono?
chi andrà a vedere se tutto è in ordine?”
Tormentato da tali pensieri
e chiudendo a fatica il suo zaino ha dato l’addio a tutti. 
E ora viaggia come si deve....
                                                                                                                                           


Purtroppo amici, amiche, moglie, compagni non sono riusciti a cogliere i semi di disperazione che Alex aveva fatto intravedere tante volte, come quando, nel 1992, al funerale di Petra Kelly e Gert Bastian, disse: 
Forse è troppo arduo essere individualmente degli ‘Hoffnungsträger’, portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere.”

Caro Alex, oggi  però vogliamo ricordarti vivo… perché, come ha scritto Giuliana Martirani:

Non muori nel nostro cuore, Alex,
col tuo dolce sorriso sempre accennato,
col tuo protenderti all’altro, anche fisicamente, 
ad ascoltarlo innanzitutto e poi incoraggiarlo
e poi a progettare insieme per far più giusto il mondo.

Non muori neI nostro cuore, Alex,
finché non vivrà anche solo l’ultimo Indio in Amazzonia,
finché non ci sarà più guerra a Sarajevo,
e nelle piccole scuolette del Kossovo, divise da muri di cemento etnico. 

Non muori nel nostro cuore, Alex.
Finché non ci sarà pace tra le etnie, 
o nei campi di grano e nei frutteti non ci saranno più veleni,
finché i lupi economici che divorano il mondo
non saranno diventati agnelli mansueti
che amano la Terra ed ogni sua creatura. 

Non muori nel nostro cuore, Alex. 
finché non ci sarà quel mondo bello
per cui continuamente tu lottasti.
più lento più dolce e più profondo,
il mondo tranquillo dei grandi ideali realizzati,
il mondo che sa amar teneramente. 
come tranquillo e tenero eri tu,
uomo dagli ideali troppo grandi 
nel tuo corpo smilzo e nella nostra Storia così fragile.



Non muori nel nostro cuore, Alex. 
tu che hai portato su di te il peso del mondo.
Altri prima di te morirono sotto quel peso uccisi da quei pesi, 
o dai mille poteri che creano quei pesi.
Anche morendo, però,
teneramente hai amato tutti... ed il futuro,
raccomandandolo a noi, tuoi compagni di speranza, 
e non buttando su nessun altro i pesi, 
anzi chiedendo scusa, con la tua ultima carezza a noi,
come facevi tu, con accorato sussiego,
timoroso di addolorare troppo con questa tua morte assurda,
tu che hai amato tanto la Vita
fino a morirne...                  

                                         
                                        Giuliana Martirani La tua ultima carezza (in Azione nonviolenta 8/9,1995)

(Ad Alex ho scritto una lettera postuma, qui)



mercoledì 1 luglio 2026

Che c’entra Lucio Dalla con Futuro Nazionale?

        Ecco le ottime considerazioni della professoressa Ornella Giambalvo, ordinaria di Statistica sociale all’Università di Palermo, pubblicate oggi su “La Sicilia” nell' articolo titolato: Le parole di Dalla per contrastare Vannacci.

 “La soverchieria indica l'abuso della propria superiorità, forza o autorità per prevaricare e offendere i diritti altrui. Si manifesta spesso come un atto di violenza commesso contro chi non ha la possibilità di difendersi”. È quanto fatto dall’uso, ancorché regolarmente pagato, della musica e del testo della canzone “Futura” di Lucio Dalla durante la convention di Futuro Nazionale. 
Ma, seppur pagato, ha senso “usare” Futura come sottofondo di un evento che promuove un partito? Un partito come Futuro Nazionale? 
Lucio Dalla non ha certamente bisogno di difese. È vero, non ha più una voce e non può intervenire, ma ci ha lasciato un patrimonio di valori, idee, profezie. Basterebbe leggere le sue parole musicate e cantate con passione per vedere trasparire la sua visione della vita, dell’umanità e della storia (il miscuglio, come amava dire, di passato e futuro) per capire che Lucio Dalla e Futuro Nazionale sono due rette parallele destinate a non incontrarsi mai. 
Le sue canzoni sono una dichiarazione d’amore nei confronti dell’umanità, libera, senza distinzione di sesso, religione, appartenenza politica, portafoglio. Un’umanità luminosa come la sua “Stella di mare” che parla di uguaglianza con il suo Tu come me… Altro che remigrazione! Altro che ricette a buon mercato a favore di taluni contro altri! 
E così mi sono immaginata delle puntualizzazioni di Lucio, facendo esprimere i suoi testi. 
Contro il metodo di Futuro Nazionale, lontano da negoziazioni, dialogo, compromesso, Lucio dice Che una sola verità non c'è è già una verità (…) Abbiam paura di stare insieme, abbiam paura di restare soli (La strada e la stella). Ma, nonostante la paura Lucio canta un’umanità ultima, varia, sofferente: 
canto l'uomo che è morto, non il Dio che è risorto. Canto l'uomo infangato, non il Dio che è lavato. Canto l'uomo impazzito, non il Dio rinsavito. Canto l'uomo ficcato dentro il chiodo ed il legno, un uomo che è tutta una croce, un uomo senza più voce, un uomo intirizzito, l'uomo nudo, straziato, l'uomo seppellito. Canto la rabbia e l'amore dell'uomo che è stato vinto, canto l'uomo respinto, non l'uomo vincitore. Canto l'uomo perduto, l'uomo che chiede aiuto (…) canto l'uomo salvato, non l'uomo sacrificato. (Comunista). 
anta un uomo che esprime il suo disagio avendo la lucidità della soluzione: Io me ne vado via, dove chiudendo gli occhi, sento i cani abbaiare. (...) Dove puoi trovare un Dio nelle mani di un uomo che lavora e puoi rinunciare a una gioia, per una sottile tenerezza (…) E correre insieme agli altri ad incontrare il tuo futuro che oggi è proprio tuo e non andar più via” (E non andar più via). 
Gli altri, sono la sua chiave di lettura per l’umanità. Non esiste solo l’IO ma il NOI, la gente, gli altri… i loro bisogni, le loro richieste. Il mondo. Un mondo dove… c'è gente con gli stessi tuoi problemi, per poi fondare un circolo serale, per pazzi sprasolati e un poco scemi (Quale Allegria).
E se non puoi andare via allora Vieni, angelo benedetto (…) Ecco il mistero: sotto un cielo di ferro e di gesso, l'uomo riesce a amare lo stesso. E ama davvero, senza nessuna certezza che commozione che tenerezza (Balla balla ballerino). 
Se tutto ciò ancora non bastasse per capire la lontananza del mondo di Lucio da Vannacci e la sua compagine, analizziamo le due parole chiave del suo partito: Futuro e Nazione. Cosa sono il futuro e la nazione per Lucio Dalla? 
        Il futuro è visto come tempo che passa: Anche se il tempo passa, noi la vita la annusiamo in tutti i posti (…) tu non sei mai la stessa (vita), la voglia che ho di te non l’ho mai persa e se ogni istante ci cambia se ogni cosa è diversa c’è amore e resterà nella mia testa (…), vivrò per tutto il tempo che resta anche un ultimo sguardo, il tempo di una carezza (…) per provare a stare ancora insieme per volersi ancora bene (Anche se il tempo passa). Un futuro che si avvicina! Con un salto siamo nel duemila, alle porte dell'universo. L'importante è non arrivarci in fila, ma tutti quanti in modo diverso. Ognuno con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi (Telefonami tra vent’anni).
       Un futuro legato al presente che non dimentica il passato: Il passato è un ragazzo che diventa uomo; il presente è un aratro che scava dentro al cuore in fretta (…) Il presente vola e nessuno può dire se è migliore o peggiore come molti credono, perché la libertà è difficile e fa soffrire. (Passato e presente). 
Un futuro impastato dalla speranza dell’Amore che fa immaginare una scena: Sopra il prato è passata mezzanotte: Karl e Jesus han finito di mangiare. Di mangiare pane e vino e han finito di parlare. (…) Tutti e due coi blue jeans e un giacchettone dicono che nessuno ha più ragione. Concludono che religione e ideologia saranno mescolate nei problemi (il 2000, un gatto e il re). 
Un futuro che, a proposito di confini e di difesa del territorio, è un frammento di profezia e spazio universale. Lucio canta: si va a vivere o a dormire da Las Vegas a Piacenza (Emilia), dove Milano vicino l’Europa, (…) a portata di mano ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano (Milano). E a proposito di Siciliano … sono siciliano, mezzo africano, un po' norvegese, un po' americano (…) e tra un greco, un normanno, un bizantino (…) Carmelo è biondo (…) si sente già europeo, europeo palermitano (…) Sono siciliano, un po' saraceno, un po' finlandese, ma più catanese (Siciliano). 
Il mondo, un’unica nazione, dove tutti insieme cercando anche noi, come voi, qualche piccolo motivo, in fondo, qualche piccolo trucco per un mondo, per un mondo, che a noi, come a voi, piace sempre di meno. Un mondo che piove senza nuvole, che piove anche quando è sereno (Noi come voi). 
Il mondo che vorrebbe 'Futuro Nazionale' è quello che a Lucio e a noi piace sempre di meno. Se dovesse realizzarsi allora realmente possiamo urlare… chissà, chissà domani su che cosa metteremo le mani. (Futura)". 
                                                                                                                         Ornella Giambalvo
Ordinaria di Statistica sociale all’Università di Palermo



Qui due pezzi che ci danno l’idea di quanto la professoressa Giambalvo sia competente riguardo alla musica e al pensiero dell’immenso Lucio Dalla: