lunedì 31 agosto 2026

30 agosto 1916 - 30 agosto 2026 (più uno): l'indomito Shackleton

       Nostra signora aveva in mente altri post per chiudere questo mese di agosto, terribile e indomito.
Ieri, un flash: ecco cosa le ricordava il 30 agosto... 
    Esattamente 110 anni fa, il 30 agosto 1916, come cantava divinamente Francuzzo Battiato in Gommalacca “Una catastrofe psico-cosmica mi sbatte contro le mura del tempo. Sentinella, che vedi? (…) Durante la grande guerra nel gennaio del 1915, un forte vento spingeva grandi blocchi di ghiaccio galleggianti imprigionando per sempre la nave dell'audace capitano Shackleton”.
La storia: Il 9 agosto 1914 Ernest Shackleton salpò da Plymouth per la sua terza missione con la nave Endurance. Il 10 gennaio 1915 l’Endurance raggiunse il mare di Weddell; ma il 19 rimase incastrata nella banchisa, andando alla deriva, finché il 27 ottobre, dieci mesi dopo, dovette essere abbandonata: il 21 novembre la nave fu completamente distrutta dalla pressione del ghiaccio. Shackleton e l’equipaggio si trasferirono sulla banchisa, in un accampamento d'emergenza chiamato "Ocean Camp", dove rimasero fino al 29 dicembre, quando furono costretti a spostarsi, con tre scialuppe di salvataggio, su un altro lastrone di banchisa battezzato “Patience Camp”. Vi rimasero fino all'8 aprile 1916 ma, quando il lastrone incominciò a sciogliersi, nonostante le terribili condizioni avverse,  navigarono a bordo dello loro scialuppe e raggiunsero così l'isola Elephant. Poiché le probabilità che qualcuno li soccorresse nell’isola erano nulle, per cercare aiuto Shackleton decise quindi di raggiungere la Georgia del Sud (distante circa 1.600 km), utilizzando la scialuppa migliore, insieme a cinque uomini. I sei salparono il 24 aprile 1916 e riuscirono ad attraccare nella parte meridionale dell'isola, dopo 15 giorni di navigazione in condizioni meteorologiche pessime. 
    Da qui Shackleton, con due compagni, in sole 36 ore fu capace di attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud per raggiungere il 20 maggio la stazione baleniera di Stromness, sulla costa settentrionale. Da lì organizzò il soccorso degli uomini rimasti sull'isola di Elephant che furono tratti in salvo, al quarto tentativo, il 30 agosto 1916, col rimorchiatore cileno Yelcho.
   L’incredibile impresa viene cantata così da Battiato: “Su un piccolo battello, con due soli compagni, navigò fino a raggiungere la Georgia Australe; mentre i 22 superstiti dell'isola Elefante sopportavano un tremendo inverno. (…) Ma il 30 agosto 1916, il leggendario capitano, compariva a salvarli con un'altra nave.”

Quando ci lamentiamo per difficoltà e problemi insorgenti, andiamo col pensiero all’indomito Shackleton: se è stato capace di salvare sé stesso e i compagni, in quel lembo tremendo di terra, forse qualcosa di buono e di salvifico possiamo farlo anche noi…



domenica 30 agosto 2026

Nella "gioiosa" Sestola le Vacanze Filosofiche

           Sestola (Modena) – Che cosa è la gioia? Un’emozione, un sentimento, uno stato d’animo? È qualcosa di effimero o può perdurare nel tempo? In cosa differisce dal piacere e dalla felicità? 
Si può essere gioiosi anche in momenti di sofferenza e dolore? 
Si può provare una ‘gioia malvagia’? Come, ad esempio quella dei ‘cecchini del week-end’, cittadini europei, anche italiani, estranei alla guerra allora in corso nell’ex Jugoslavia, che a Sarajevo, tra il 1992 e il 1995, facevano il tiro a bersaglio su uomini, donne e bambini la cui sola ‘colpa’ era uscire fuori di casa e attraversare uno spazio aperto, per procurarsi del pane o prendere un po’ di aria…
C’è una modulazione specifica della gioia nelle diverse culture e nei vari contesti antropologici?
Come hanno spiegato e declinato la gioia pensatori del calibro di Spinoza e Nietzsche?
Cosa è la gioia, secondo il punto di vista delle neuroscienze, e quali sono i suoi ‘mediatori chimici’?
   E ancora: come è considerata la gioia dalla mistica cristiana, dal taoismo e dalla filosofia indiana? 
Infine: è possibile oggi liberarsi da visioni mitiche negative e paralizzanti per ‘aprire qualche varco alla gioia’?
A Sestola, ridente località emiliana in provincia di Modena, a 1.020 metri di altitudine (secondo Comune per altezza di tutta la regione) il tema ha avuto la capacità di attrarre e far ‘gioiosamente’ convivere – cosa non affatto scontata - una quarantina di partecipanti, provenienti da ogni parte d’Italia: da Varese a Palermo, da Trento a Castellammare del Golfo, da Roma a un piccolo borgo toscano al confine con l’Umbria, da Milano alle Marche…
Sugli interrogativi posti dalla gioia, sui suoi presupposti e le sue declinazioni personali, culturali e antropologiche, si sono cimentati i cinque relatori: il dottore Mario Mulè, i professori Gianfranco Bertagni, Francesco Azzarello, Augusto Cavadi e Salvo Fricano, le cui relazioni sono state caratterizzate da un eccellente spessore culturale, dalla massima chiarezza espositiva e da un tangibile coinvolgimento esistenziale… Ciascuno di loro ha davvero incarnato la sostanza del ‘filosofo di strada’, che si propone di essere capito da tutti e manifesta un atteggiamento di ascolto autentico e dialogante verso gli interlocutori. 
Il loro stile espositivo è stato così intrigante e coinvolgente da indurre qualche persona esterna soggiornante nella stessa struttura alberghiera a partecipare last minute alle conferenze e a offrire anche il proprio contributo di riflessione.
Lago della Ninfa
        Perché, come è stato sottolineato durante precedenti vacanze filosofiche (ad esempio, a Roccaraso, nel 2020, e ad Agnone nel 2025) le due relazioni giornaliere, una mattutina e l’altra nel pomeriggio, sono sempre seguite da interventi dei partecipanti, in un clima di ascolto rispettoso, sereno e ‘plurale’, in cui ciascuno, seppure non specialista e non filosofo, esprime con libertà il proprio punto di vista. 
    A bilancio della XXIX settimana di Vacanze filosofiche per non filosofi, ad avviso della scrivente, la ricetta vincente di tale ‘vacanza pensante’ è dovuta principalmente a tre ingredienti: la competenza illuminata dei relatori, priva di posture sterilmente erudite, il buon clima relazionale che si istaura tra i partecipanti, la bellezza suggestiva della località ospitante.

Castello di Sestola
     Sestola si è rivelata cittadina ospitale, ricca di suggestive bellezze naturali: tra una sessione e l’altra qualcuno si è avventurato persino nei pressi della cima di monte Cimone, con i suoi 2.165 metri la più alta dell’Appennino settentrionale; altri si sono ‘accontentati’ di arrivare in funivia vicino al monte Cervarola (1.623 metri); altri ancora hanno ammirato le cascate del Doccione, in una frazione del vicino comune di Fanano. 
    Quasi d’obbligo per tutti la gita al suggestivo laghetto della Ninfa, a 1.500 metri, circondato da faggete e boschi di conifere, e la visita del castello di Sestola, presso le cui sale ha sede il Museo della civiltà montanara e contadina, che raccoglie materiali ed attrezzi riguardanti le tradizioni lavorative e di vita locali, e il Museo degli strumenti musicali meccanici. Quest’ultimo, inaugurato nel 1995, espone esemplari soprattutto dell'Ottocento e contiene circa 120 pezzi della collezione Eduard Thoenes (tra cui organetti, pianole, pianoforti a cilindro, carillon).
Nell’ultima serata comunitaria, il professore Fricano ha proposto, nella magistrale direzione di Herbert von Karajan, l’ascolto del quarto movimento (finale) della sinfonia n.9 di Beethoven, che 20 anni prima della sua composizione, già sordo, aveva pensato al suicidio. 
Proposito, per nostra fortuna, (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 30 agosto 2026, il Punto Quotidiano

domenica 23 agosto 2026

Torre Salsa, autentico paradiso delle dune

         Palermo – Se si è disposti a percorrere qualche tratto di strada sterrata e a rinunciare a lettini, sdraio, bar e ombrelloni per godere di alcuni chilometri di costa preservata dalla cementificazione, la riserva naturale orientata di Torre Salsa, situata nel comune di Siculiana, vicino Agrigento, offre un litorale con acqua cristallina, sabbia finissima e con una vegetazione unica.
     Istituita nel 2000 dalla Regione siciliana, e affidata in gestione al WWF Italia, la riserva è stata così presentata a fine giugno scorso dal dottore Alessandro Salemi, direttore dell’area protetta, al microfono della giornalista Agnese Licata del TG regionale siciliano: “Qui siamo proprio nel cuore di un sistema dunale tipico degli ambienti costieri, ormai limitato nei tratti di costa dell’agrigentino, ma prima diffuso nell’intera Sicilia. Dopo i primi dieci, quindici metri dalla costa, l’ambiente inizia a essere colonizzato dalle prime piante: sono delle piante succulente, per lo più piante annuali. Spostandoci poi anche quaranta, cinquanta metri verso l’interno, si iniziano a formare le prime gobbe di sabbia, le dune, colonizzate soprattutto dall'ammophila littoralis, che edifica le dune”.
La riserva di Torre Salsa è infatti uno dei pochi esempi integri di ambiente dunale sopravvissuto nell’isola: grazie all’integrità dell’area protetta (circa sette km di litorale, da Siculiana a Eraclea Minoa, con un’estensione interna di 761 ettari circa) la vegetazione ha creato una ‘barriera’ che salvaguardia le spiagge dall’erosione e offre consolidamento al suolo sabbioso.
     Come ha ricordato il direttore della riserva, a ridosso della linea costiera attecchiscono piante pioniere, specie a ciclo vegetativo breve, come il ravastrello marittimo e la salsola, che si sono adattate a vivere in habitat con condizioni estreme. Vicino alle prime formazioni dunali crescono poi la gramigna delle spiagge, la santolina delle spiagge, l'erba medica marina, che resistono all’ambiente ostile attraverso particolari adattamenti (rizomi striscianti sotto la sabbia, foglie coriacee o ricche di pelosità per proteggere la pianta da un'eccessiva traspirazione); accanto alle dune mobili si trovano lo sparto pungente (l’Ammophila littoralis, appunto), la pannocchina dei lidi, la cosiddetta carota spinosa e il giglio marino.
Oltre le dune, troviamo infine altri tipi di vegetazione: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 23 agosto 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 21 agosto 2026

La gioia di esser-ci

Joaquin Sorolla (1904)
         Da bambina a nostra signora era stato detto di recitare al mattino questa preghiera: “Ti adoro mio Dio, ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creata, fatta cristiana, conservata in questo giorno. Ti offro le azioni della giornata: fa’ che siano tutte secondo la tua santa volontà... Preservami dal peccato e da ogni male. La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. Amen”.
         Purtroppo ormai a nostra signora veniva difficile adorare un Dio, di cui non era più certa, anche se rimaneva innamorata di Gesù di Nazareth ed era poi affascinata dagli insegnamenti del Buddha… 
     Comunque al risveglio, aperti gli occhi alla luce del giorno,  magari con parole e accenti diversi, continuava a ripetere l’antica preghiera. 
     Perché nonostante i disastri del mondo, nonostante il dolore e il senso indecifrabile dell’esistenza, lei la mattina si svegliava lieta di esserci. E diceva grazie alla vita.

domenica 16 agosto 2026

Gelo di melone, contro la torrida estate

       Palermo – Il nome con cui viene di solito indicato è inesatto: in Sicilia infatti viene chiamato gelo di melone (o mellone, perché nell’isola si tende a raddoppiare molte consonanti) un delizioso dolce estivo, che si gusta per tradizione a Ferragosto, dessert che però non è un gelato e non ha a che fare con un melone.
      Il perché dell’inesattezza linguistica si spiega così: viene chiamato gelo anziché dessert perché in ogni caso va consumato freddo; viene detto di melone anziché di anguria perché nel dialetto siciliano l’anguria è impropriamente appellata ‘muluni’.
           Portato in Sicilia da popolazioni albanesi che, si stabilirono nell'entroterra palermitano, il gelo di melone è una gelatina che si ricava dalla polpa dell’anguria, con un procedimento così semplice che si può fare anche a casa: si tratta infatti di trasformare in succo l’anguria, dopo averne ovviamente tolto la buccia e i semi. La polpa va quindi frullata e, se si ambisce alla perfezione, va anche filtrata con un colino per eliminare ogni residuo di fibra. 
       Il succo così ottenuto va versato in un tegame a cui si aggiunge dell’amido e dello zucchero, avendo cura di mescolare bene i tre ingredienti per ottenere un composto omogeneo e ben amalgamato. Per ogni litro di succo, gli esperti suggeriscono di aggiungere 100 grammi di zucchero e 80 grammi di amido, che può essere di frumento o, meglio, di mais (la cosiddetta maizena) se il dolce dessert deve essere mangiato anche da persone con celiachia. Dal momento in cui si mettono gli ingredienti sul fuoco fino a quando il composto bolle e comincia ad addensare, il gelo di melone (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 16 agosto 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 13 agosto 2026

Adriana Saieva recensisce 'Lettere a un bambino poi nato'

         In Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro prende vita una narrazione che può risuonare a vario titolo nel vissuto di una lettrice: da figlia in bilico sul baratro della paura di perdere la propria madre, con il carico di domande che una perdita così immensa comporta; da moglie (o compagna) che si interroga sulla perdita di connessione emotiva col marito e avverte la solitudine in un momento in cui ha più bisogno di un abbraccio; da amica che sente il dolore e l’angoscia di una persona cara che vive le atrocità di una guerra; da madre che rischia di perdere il figlio e che si mette nei panni di un’altra madre meno fortunata di lei…
     Ognuna di queste situazioni è vissuta attraverso domande di grande intensità che non hanno una risposta definitiva e spalancano lo sguardo sul senso della vita o sulla sua totale mancanza. 
Domande che riecheggiano anche il libro di Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, edito proprio mezzo secolo fa, nel 1975, e di cui questo della D’Asaro è - in qualche modo, sin dal titolo - un contraltare.
    Che domande suscita questo racconto – in una sorta di rispecchiamento al contrario – in una donna che non ha vissuto l’esperienza della maternità? 
Direi che ha il dono di aiutare a fare chiarezza nella complessità di emozioni che una situazione esistenziale del genere comporta. Il mondo di una donna che, per una qualsiasi ragione, non ha sperimentato la maternità è come diviso tra due poli: da una parte chi, alla notizia che l’interlocutrice non ha avuto figli, dimostra imbarazzo o sincero dispiacere (nel migliore dei casi), malcelata commiserazione (in altri);  sull’altro versante donne, spesso amiche, che si precipitano ad  assicurare che -  in un modo “alternativo” o “speciale” o “straordinario” o “normale”… - madre comunque lo è: dei suoi alunni, delle persone di cui si prende cura per volontariato, in certi casi per di minori in affidamento o in adozione.
      Secondo la mia esperienza personale, questi due poli, in realtà, non sciolgono i nodi delle emozioni e in alcuni casi peggiorano la situazione. Viene difficile digerire l’aria di commiserazione di chi vedrebbe la donna realizzata solo attraverso la maternità e non si riescono ad accettare parole di consolazione che comunque profumano di rimedio e conforto da nessuno richiesti. Entrambi gli atteggiamenti  sono apparentati dal minimo comun denominatore del presupposto che il tema della maternità  costituisca un campo minato.  
    Perché Lettere a un bambino poi nato non replica la sgradevolezza di questo presupposto? Perché l’autrice non rivendica esclusività: racconta  racconta il vissuto biologico della gravidanza, le emozioni che da questa prendono vita, e rende partecipe di una fisicità che una donna come me non conosce, non ha vissuto e di cui prende atto con affettuosa distanza… É vero: è un mondo che non appartiene a chi non è stata madre così come non le appartengono molti altri mondi.
        Ma, dopo la nascita, arrivano altre domande, altre esperienze; nel momento in cui si palesa al mondo la relazione a due, accade la magia di un essere altro da te che si affida in completa fiducia, stabilisce un legame che ti eleva allo stato di colei che – bene o male/ più o meno/ abilmente o goffamente- si prenderà cura, si sintonizzerà con ciascuna espressione del viso, acuirà l’udito fino a sentire i non-detti e lo sguardo fino a vedere le ombre del cuore.  E’ questa la magia della maternità universale: se questi  “poteri” dipendessero dall’esperienza del parto materiale a molte donne e a tutti gli uomini sarebbe negata ogni forma di empatia.
     Maria D’Asaro, evitando ogni assolutizzazione paradigmatica della maternità biologica e tratteggiando ciò che caratterizza la relazione materna dalla nascita in poi, mi ha evocato la concezione africana della maternità. In molte culture di quel continente  è madre chiunque si prenda cura di un bimbo:  il villaggio intero è madre. Da alcuni anni con mio marito abbiamo accolto in casa una ragazza del Mali arrivata in Italia senza parenti ed è ogni volta con commozione che, al telefono, sua madre si dichiara felice che la figlia abbia anche una “mamma italiana”.
     L’autrice pone al suo figlioletto domande – “Starai bene? Chi si prenderà cura di te quando non ci sarò? Quale futuro ti aspetta? Sarai risparmiato dal male di questo mondo?” – che anch’io ho imparato a formulare. Sono domande che costituiscono un ponte fra il suo vissuto e il mio. E di questo le sono  grata.

domenica 9 agosto 2026

“Gibellina Photoroad”, primo festival open air

         Palermo – A Gibellina, capitale italiana dell’arte contemporanea per il 2026, è iniziato il 4 luglio e si concluderà il 6 settembre prossimo il festival Gibellina Photoroad, il primo e sinora unico festival italiano ‘open air’, interamente dedicato alla fotografia contemporanea e alle arti visive, e uno dei pochi esistenti al mondo. 
    La manifestazione, organizzata dall’associazione On Image, realizzata per la prima volta dieci anni fa e dal 2016 sempre curata da Arianna Catania, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, con mostre, interventi e installazioni che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano. Gibellina Photoroad, in questo decennio, ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine: le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca e partecipazione. 
      L’edizione 2026 del Gibellina Photoroad riunisce progetti legati alla memoria, all’identità, al paesaggio e alle trasformazioni sociali e ambientali contemporanee. 
    Tra le varie installazioni, il festival ospita l’inedita ‘Ruins of Renewal’ dell’artista olandese Erik Kessels, uno degli esponenti più influenti della fotografia contemporanea internazionale: realizzata con il sostegno dell’Ambasciata e del Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi e Mondriaan Fonds, l’installazione ha raccolto le fotografie degli album di famiglie degli abitanti di Gibellina, tirandole fuori da cassetti, memorie private e archivi civici e trasformandole in una costellazione visiva. 
Le foto raccontano la ricostruzione della cittadina dopo il terremoto del 1968 e la sua rinascita attraverso l’arte con il lavoro e le speranze di abitanti e lavoratori artigiani, a fianco di artisti e architetti impegnati a dare nuova linfa vitale al tessuto urbano. Concepita come una ‘nuova piazza’, l’installazione di Kessels si trasforma in uno spazio di incontro, in mezzo alle immagini della ricostruzione della città tra gli anni Settanta e Novanta. Kessels trasforma la memoria privata in esperienza collettiva, restituendo alla fotografia una funzione sociale e civile.
    Suggestive anche le altre installazioni: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 9 agosto 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 6 agosto 2026

Francesco Guccini: musica, parole, racconti e utopia

                                                                                                       


 Qui un articolo per i suoi 80 anni.



martedì 4 agosto 2026

Spes contra spem

J.Sorolla: La hora del baño
         In certi giorni nostra signora era più stanca e sfiduciata del solito. Magari era il caldo, ma a volte le mancava il respiro. Le pareva che tutto andasse irrimediabilmente a ramengo: vicende personali, la sua città, il suo paese, il mondo intero. Tutto inghiottito in un vortice di cieco egoismo, di scelte insensate e sciagurate… tutto proteso verso un finale di morte fisica, spirituale, planetaria. 
     Eppure sapeva che, finché avesse avuto un grammo di salute e di energia, non si sarebbe arresa. Glielo impediva il suo essere madre, il sentimento di compassione verso chiunque. E  s’illuminava leggendo una recensione nel suo giornale: “Perché ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte e di tutti. Perché l’incontro fra esseri umani (seppur così diversi e lontani) ha la capacità di scardinare la solitudine e di far rinascere la speranza: «Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore».

domenica 2 agosto 2026

Paleo-plastica: ecco i fossili del futuro

        Palermo – Quando scaveranno nei sedimenti della nostra epoca, i paleontologi del futuro non troveranno solo resti di animali e di conchiglie, ma soprattutto plastica di ogni tipo e dimensione. 
       Ha preso spunto da questo dato di fatto ‘Paleo-Plastica – I Fossili del Futuro’, la mostra inaugurata il 21 marzo scorso e aperta sino a dicembre prossimo, realizzata a Scandicci, comune confinante con Firenze, dove, tra i cinque e i due milioni e mezzo di anni fa, c’era ancora il mare. 
La mostra, che utilizza il linguaggio della paleontologia per raccontare la crisi ambientale dell'Antropocene, è visitabile gratuitamente e ha avuto il supporto fondamentale di istituzioni internazionali e di tante associazioni ambientaliste che hanno riconosciuto al progetto grande rilevanza etica e ambientale, un significativo valore scientifico e culturale e una forte valenza innovativa nell’ambito della ricerca e della sensibilizzazione.
      L’esposizione è stata organizzata in sinergia tra il GAMPS (Gruppo AVIS Mineralogia e Paleontologia Scandicci, associazione costituita nel 1984 per la ricerca, il recupero, il restauro e la musealizzazione dei reperti fossili toscani), il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, l’Istituto di Fisica Applicata ‘Nello Carrara’ del CNR (CNR-IFAC) di Firenze e l’Istituto di Istruzione Superiore Tecnica e Liceale ‘Russell-Newton’ di Scandicci. 
     Il percorso museale, che si estende su una superficie di circa 300 metri quadri, integra i ‘reperti/rifiuti’ plastici di oggi con i fossili originali di milioni di anni fa e si rivolge a tutti, scolaresche e cittadini. La mostra nasce infatti con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sul problema dell’inquinamento da plastica e sul suo errato smaltimento e si propone come momento di riflessione critica sull’odierno nefasto impatto antropico-consumista del suolo: mentre i sedimenti incontaminati del Pliocene toscano ci hanno restituito reperti di straordinaria bellezza, i sedimenti del futuro, invece, restituiranno i rifiuti della nostra era. 
     L’esposizione museale trasforma infatti i residui plastici raccolti sulle coste toscane in inquietanti ‘reperti storici’, simboli di pratiche di consumo che stanno diventando parte integrante della storia geologica della Terra e si configurano come una minaccia ambientale globale.
Simone Casati, presidente GAMPS
    “Abbiamo trovato il contenitore di una bibita del 1994, con ancora una cannuccia dentro. Ma la cosa che mi sconforta più di tutte non è trovare reperti che hanno anche 60 anni, ma trovare anche la confezione di plastica del 2026…” – ha dichiarato al TG scientifico Leonardo il paleontologo Simone Casati, presidente del GAMPS e principale ideatore della mostra.
“Questa è una scarpa che è rimasta seppellita all’interno di uno strato sabbioso in una spiaggia della Toscana. Sopra di essa misuriamo circa 30, 40 cm di sabbia. La plastica va ad interagire con tutti i processi in profondità: la falda acquifera, le trasformazioni proprie della roccia…” ha sottolineato poi il geologo Andrea Di Cencio, responsabile scientifico GAMPS, ad Alessia Mari, giornalista di Leonardo.  
     "Paleo-Plastica non è solo una mostra, ma un grido d'allarme scientifico" – ha affermato il professor Andrea Barucci, coordinatore del progetto e ricercatore del CNR-IFAC.  Infatti, anche se non è direttamente visibile come rifiuto: “La plastica si frantuma in microplastiche ed entra nella catena alimentare… Sono state trovate in tutti gli animali marini e in quasi tutti i terrestri, e nell'uomo”.  
     E il professor Barucci ha infine affermato: "Vogliamo dimostrare che la scienza, quando unisce ricerca accademica e partecipazione dei cittadini, può offrire soluzioni concrete e una nuova consapevolezza etica… Secondo noi, luoghi come questo aiutano perché, mettendo assieme i fossili del passato e i fossili del futuro, forniscono forse una visione, uno sguardo che può aiutare a capire… uno sguardo che forse accende la scintilla per provare a preservare questo pianeta”.

Maria D'Asaro, 2 agosto 2026, il Punto Quotidiano