In Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro prende vita una narrazione che può risuonare a vario titolo nel vissuto di una lettrice: da figlia in bilico sul baratro della paura di perdere la propria madre, con il carico di domande che una perdita così immensa comporta; da moglie (o compagna) che si interroga sulla perdita di connessione emotiva col marito e avverte la solitudine in un momento in cui ha più bisogno di un abbraccio; da amica che sente il dolore e l’angoscia di una persona cara che vive le atrocità di una guerra; da madre che rischia di perdere il figlio e che si mette nei panni di un’altra madre meno fortunata di lei…
Ognuna di queste situazioni è vissuta attraverso domande di grande intensità che non hanno una risposta definitiva e spalancano lo sguardo sul senso della vita o sulla sua totale mancanza.
Domande che riecheggiano anche il libro di Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, edito proprio mezzo secolo fa, nel 1975, e di cui questo della D’Asaro è - in qualche modo, sin dal titolo - un contraltare.
Che domande suscita questo racconto – in una sorta di rispecchiamento al contrario – in una donna che non ha vissuto l’esperienza della maternità?
Direi che ha il dono di aiutare a fare chiarezza nella complessità di emozioni che una situazione esistenziale del genere comporta. Il mondo di una donna che, per una qualsiasi ragione, non ha sperimentato la maternità è come diviso tra due poli: da una parte chi, alla notizia che l’interlocutrice non ha avuto figli, dimostra imbarazzo o sincero dispiacere (nel migliore dei casi), malcelata commiserazione (in altri); sull’altro versante donne, spesso amiche, che si precipitano ad assicurare che - in un modo “alternativo” o “speciale” o “straordinario” o “normale”… - madre comunque lo è: dei suoi alunni, delle persone di cui si prende cura per volontariato, in certi casi per di minori in affidamento o in adozione.
Secondo la mia esperienza personale, questi due poli, in realtà, non sciolgono i nodi delle emozioni e in alcuni casi peggiorano la situazione. Viene difficile digerire l’aria di commiserazione di chi vedrebbe la donna realizzata solo attraverso la maternità e non si riescono ad accettare parole di consolazione che comunque profumano di rimedio e conforto da nessuno richiesti. Entrambi gli atteggiamenti sono apparentati dal minimo comun denominatore del presupposto che il tema della maternità costituisca un campo minato.
Perché Lettere a un bambino poi nato non replica la sgradevolezza di questo presupposto? Perché l’autrice non rivendica esclusività: racconta (continua qui)

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