giovedì 1 ottobre 2026

Naza: danni collaterali

      "Sono andato a vedere Naza, “Danni collaterali”. Non mi sorprende stia costando caro ai suoi registi.
    È una denuncia potente, argomentata, angosciante, non di un singolo “errore”, di una “mela marcia”, ma di tutto un sistema di controllo e sterminio. Per questo è l’opera che più può fare male a Israele e ai suoi sponsor occidentali.
    Quando si sono accese le luci in sala c’era freddo e silenzio. Dicono sia accaduto ovunque. Pochi gli occhi lucidi, molte le facce annichilite. Credo che questo restituisca più di mille parole il valore dell’opera.
Naza non cerca di commuovere, di conquistare lo spettatore con l’oscenità dei massacri. E nemmeno vuole farti empatizzare con i soldati che trovano il coraggio di denunciare. Non insiste sul valore del loro pentimento. Anzi, viene da dubitare che ci sia, il pentimento. Non ti dà il poliziotto buono che riscatta il cattivo.
Perché Naza fa saltare le categorie morali con cui giudichiamo la politica: buono, cattivo, colpa, redenzione.
      Naza fa vedere come funziona una macchina. In una macchina nessuno sembra colpevole. Nessuno prende davvero le decisioni. O meglio: sono spezzettate in una catena così lunga che nessuno è “il” cattivo. L’operatore ha solo messo a disposizione i telefoni di Gaza. Il programmatore informatico ha solo costruito un algoritmo per riconoscere l’obiettivo. Un altro ha solo stabilito qual è il margine di errore tollerabile. Un comandante ha solo individuato il tempo e il luogo della sua applicazione. Tutti stanno “solo” eseguendo ordini a cui non si possono sottrarre. Anche perché sarebbe vano: in una macchina un ingranaggio si può sostituire.
“È giusto?”, chiede un soldato al suo superiore dopo aver appena causato la morte di donne e bambini. “Devi fidarti del sistema”, gli viene risposto.   
      Naza non ti prende alla pancia ma alla gola. Cioè in quella cosa che è tra la pancia e la testa e spesso reagisce prima delle due. Da qui il gelo e il silenzio della sala. Perché contro una macchina non puoi urlare. Con una macchina non hai un linguaggio comune. Con una macchina c’è solo da smontarla. Ma per farlo devi prima staccare la spina, togliere l’alimentazione. E Naza dimostra che l’alimentazione è la stessa società israeliana, dove si parla degli arabi come bestie, di radere al suolo Gaza, di annientarli. La macchina in fondo svolge l’input che le si dà.
     Per questo Naza è implacabile: chi genera la morte prevista di donne e bambini non è un mostro, non è un estremista. È uno di Tel Aviv, “la città più moderna al mondo”, aperta e multiculturale, di “sinistra”. Non è sul fronte, non annusa il sangue, non perde la testa: è in un ufficio con aria condizionata e finito il turno va a fare aperitivo. Ammette di divertirsi, come in un videogame.
Come hanno detto molti, è la “banalità del male” di cui parlava Arendt, tradotta sullo schermo. Naza fa i conti con un classico della sua cultura e lo applica con rigore. Ma in gioco non ci sono più Eichmann, il nazismo, la società tedesca. Ci siamo “noi”.
      «Il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali… Questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica che questo nuovo tipo di criminale commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male», scriveva Arendt.
      Naza suggerisce che non esiste un Israele innocente. Anzi, come ricordano alcune scene, che non è mai esistito, perché la stessa Tel Aviv, la punta più avanzata, si è sviluppata distruggendo gli storici villaggi palestinesi. Quanto più comodo sarebbe dare la colpa a Netanyahu, pensare che, rimosso lui, possa tornare la “normalità”!
     Per questa via Naza finisce per misurarsi con la sorgente che legittima sempre di nuovo l’esistenza di Israele, ovvero la Shoah. Siamo stati autorizzati a occupare quella terra perché abbiamo subito il torto più grande della storia. Perché non accadesse “mai più”. Ma che succede se a farlo riaccadere siamo noi? Per questo una delle questioni che più turbano gli israeliani è la comparazione tra nazismo e sionismo. Naza a suo modo la suggerisce, sin dal titolo, che suona così simile a “nazi”. Le autorità israeliane lo hanno capito e reagiscono.
     Eppure per me non è questa la cosa più minacciosa dell’opera. Il vero punto è un altro, e sta nella presenza ossessiva, e quanto più ossessiva quanto meno ovvia, dei palestinesi. Questo è forse il capolavoro della regia. Farci vedere i palestinesi attraverso gli israeliani.
Mentre i soldati parlano sui tetti di Tel Aviv, raccontando di come spiavano la vita delle famiglie palestinesi, la camera si sposta, invade l’interno delle abitazioni, i piccoli gesti, una televisione accesa, qualcuno sul divano, una cena preparata. La camera ci mostra quello che l’esercito fa, puntare obiettivi senza volto, strapparli all’intimità. D’altronde Gaza è come Tel Aviv, spiega un soldato. Ha i grattacieli. È sulla stessa costa. A sessanta chilometri. Lo dice mentre sulla loro testa l’aria è rotta dal rumore degli aerei, e la luce salta proprio come a Gaza. 
     Si produce una straniante identificazione. C’è un riconoscimento possibile tra israeliani e palestinesi che non è quello vuoto, umanitario, dei buoni sentimenti. E nemmeno quello del diritto internazionale con le sue impossibili ripartizioni. C’è un riconoscimento che muove dalla vita quotidiana, dai gesti comuni, dall’intreccio.
     Forse è di questo che Israele, ma anche tutti i governi occidentali, hanno più paura. Che gli israeliani vedano nelle loro case e nella loro vita la filigrana dei palestinesi. Che l’Occidente si riveda in quei grattacieli e senta, anche solo per un momento, l’angoscia di essere bombardati mentre si stanno lavando i piatti o mettendo i figli a letto. Che la macchina si possa inceppare.  Alla fine Naza mostra, dentro la barbarie dilagante, un’irruzione di umanità. È a questo che è appesa la terra di Palestina. Ma, a ben vedere, anche noi. 

    PS: Andate a vedere Naza. Difendiamo i registi. Riempiamo le sale. Proiettiamolo in ogni scuola di ordine e grado, in ogni spazio sociale. Facciamo diventare le sue dimostrazioni senso comune. E stacchiamo la spina".  

Salvatore Prinzi, da qui

(Salvatore Prinzi, nato nel 1982, è dottore di ricerca in filosofia contemporanea alla Sorbona e successivamente in filosofia politica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, lavora presso l’Università di Napoli Federico II. Si è occupato di Machiavelli, Gramsci, Castoriadis, di marxismo e di fenomenologia, di Gabriel Tarde, di cui ha tradotto e curato diverse opere. Fra le sue pubblicazioni, un’introduzione al pensiero di Merleau-Ponty (Una filosofia della percezione, del corpo, del senso, 2016, e la traduzione de L’unione dell’anima e del corpo in Malebranche, Biran e Bergson di Merleau-Ponty, 2017, informazioni ricavate dal sito della casa editrice Mimesis)

Se si vuole conoscere meglio la storia del film documentario, consultare wikipedia-Naza: 

Naza è un film documentario del 2026 diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, che ne ha curato anche la fotografia e il montaggio.
L'opera ricostruisce i sistemi di pianificazione degli attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza a partire dal 7 ottobre 2023, basandosi sulle inchieste giornalistiche pubblicate tra il 2023 e il 2025 da The Guardian, +972 Magazine e Local Call.
Presentato in concorso per il Leone d'oro alla 83ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, unico titolo documentario tra quelli in gara, il film si è aggiudicato il Premio speciale della giuria. L'opera è stata selezionata per il Festival internazionale del cinema di San Sebastián e per la sezione principale della 64ª edizione del New York Film Festival.
Il film è stato pesantemente attaccato dal governo israeliano: i registi sono stati oggetto di minacce e il governo ha chiesto la revoca della loro cittadinanza.
Trama
Attraverso testimonianze rese anonime con l'alterazione di volti e voci, il film raccoglie le dichiarazioni di ventiquattro tra ufficiali dell'intelligence militare e soldati israeliani coinvolti nelle operazioni a Gaza. Le interviste, ambientate di notte sui tetti di Tel Aviv, si alternano a immagini della quotidianità cittadina, creando un contrasto tra la vita ordinaria in Israele e gli effetti dei bombardamenti. titolo Naza richiama un acronimo militare utilizzato dall'intelligence, derivato dalle parole Nezek Agavi (in ebraico: נז"א, acronimo di נזק אגבי), tradotto come «danno collaterale», che indica il margine di vittime civili considerato tollerabile in un singolo attacco. (continua su Wikipedia)