lunedì 30 marzo 2009

Caro Alex


                                                        Palermo, 12 luglio 2007
Caro Alex,
forse tu potresti capire perché non aziono il pulsante del semaforo pedonale e aspetto pazientemente, per attraversare la strada, che non ci siano automobili vicine. Quella che agli occhi di un passante può apparire una condotta civica poco adeguata è solo, da parte mia, il disperato tentativo di non aumentare i livelli di anidride carbonica nell’aria con la fuoriuscita dei gas di scarico della dozzina di macchine che, per qualche decina di secondi, si sarebbero dovute fermare per consentirmi di attraversare con sicurezza la via Oreto.
Ormai è quasi un’ossessione.
A Natale, mi rovina la festa il pensiero che la montagna infinita di panettoni, il tripudio di luminarie per tutta la città, la corsa ai regali infiocchettati non facciano che accrescere colpevolmente il logoramento del pianeta…Gli scaffali dei negozi, traboccanti di merci e cianfrusaglie, mi danno sconcerto e disgusto. Di ogni oggetto, più che il valore d’uso o quello di scambio, considero il peso dell’impatto ambientale. E soffro per la nostra Madre terra depredata, ferita, inquinata.
Ci manchi da 12 estati. Se fossi qui, avresti 61 anni. Saresti un poco più curvo, con i capelli grigi e qualche ruga in più sulla fronte. Sono certa che avresti sempre il tuo sorriso “da coniglio intelligente e affettuoso”e quell’aria ironica, buona, curiosa da eterno ragazzo, “quell’aria eternamente trafelata e provvisoria, i sandali francescani d’estate e il maglione norvegese d’inverno”.
Non saresti invecchiato: lo avrebbero impedito la tua coerenza, la tua pulizia, la tua capacità di guardare alle cose con occhi sempre nuovi. Per te, la fanciullezza non era un dato anagrafico, ma una condizione dell’anima.
All’alba del 3 luglio di dodici anni fa ci voleva una mano che ti sfiorasse, qualcuno che ti accarezzasse il ciuffo, che sapesse abbracciarti interamente. Che ti “tenesse” per intero, nella mente e nel cuore.
Due anni prima, avevi confessato “Vivo in un tale incrocio di dolori che non riesco né a dare né a ricevere quel che vorrei, e ho deciso di usare e rispettare più di prima le corazze difensive del caso”.
Bisognava abbattere quella corazza.
C’era una volta un bravo ragazzo: sveglio e curioso, con un’ intelligenza lucida e critica.
Era nato il 22 febbraio 1946, a Sterzing-Vipiteno, in SüdTirol-Alto Adige, una bellissima terra di confine. Che, austriaca sino al 1918, ospitava una maggioranza di lingua tedesca – tra cui la sua famiglia, il papà nato a Vienna - e una minoranza italiana.
Questo ragazzo per strada giocava a indovinare chi parlava tedesco e chi italiano, verificando col saluto. Non sbagliava quasi mai.
E a quindici anni pubblicava un giornalino “Offenes Wort/Parola aperta”, in cui scriveva: “Vorremmo esistere per tutti, essere di aiuto ed entrare in contatto con tutti. (…) Venite a noi, e vi aiuteremo con tutte le nostre forze. Ci spinge a farlo l’amore per il prossimo. Dobbiamo prendere sul serio la tanto declamata carità cristiana, senza mezze misure. (…)”
E, un anno dopo, organizzava con alcuni compagni di liceo una contromanifestazione per il 4 novembre “anniversario della Vittoria con fanfare nazionaliste” e sembrava “un grillo che saltava di qua e di là, parlando in tutte le lingue, citando tutte le letterature e tutte le teologie”.
Caro Alex, perché il “miles” della fede cristiana di allora è diventato l’Alex disperato di Pian dei Giullari? Quando la tua anima unitaria si è lacerata e smarrita?
Non avresti dovuto rimproverarti proprio nulla: da ragazzo e sino all’ultimo, hai pensato e compiuto tutto quello che un essere umano poteva fare per rendere questo mondo un po’ migliore di come lo avevi trovato.
Non c’è aspetto e dimensione della tua vita che io non abbia condiviso e ammirato:
L’Alex insegnante. L’Alex cosmopolita, “anima nomade e viaggiatore leggero”. Alex giornalista e scrittore. Alex ecologista. L’Alex “cristiano”: ecumenico e impegnato. Alex costruttore di ponti e operatore di pace. L’Alex politico: che ha donato, al servizio del bene comune, la sua anima intera.
Una tua ex allieva dice che “rispondevi agli sguardi di ragazze col primo rimmel con idee e ideali. Che impressionavi tutti con la tua preparazione. Che lentamente facevi fermentare nei tuoi alunni qualcosa di profondo: un bisogno di capire che cosa era vero”.
Don Milani è stato uno dei tuoi maestri. Sei andato a trovarlo a Barbiana. Non hai abbandonato l’Università, come il priore ti consigliava di fare, ma hai fatto il doposcuola prima per i ragazzi poveri della tua terra e poi a Vintone, vicino Scandicci, per i figli degli immigrati meridionali.
Sei stato tu a tradurre in tedesco la “Lettera a una professoressa”, in collaborazione con Marianne Andre, l’anziana maestra boema che aveva conosciuto tuo padre.
Da don Lorenzo avevi capito che per parlare ai poveri si doveva dare loro la parola. Fare scuola, era per te rendere i tuoi alunni autonomi, capaci di pensare e di scegliere. Pazienza se poi i presidi e i genitori se ne scandalizzavano…Non ti sono mai mancati l’affetto, il rispetto e la stima dei tuoi allievi.
Anche per me don Milani è stato un riferimento importante. Colpita e affascinata dalla sua scuola, dalla forza del suo “I care”, ho abbandonato il mio comodo e redditizio lavoro di bancaria per andare a insegnare.

Oltre al tedesco e all’italiano, hai imparato inglese, francese e un po’ di ladino.
Il tuo amico Enrico Deaglio afferma che europeo, cosmopolita, passatore di confini lo eri naturalmente, non solo per le lingue che conoscevi. Enrico ricorda che “avevi un piacere naturale a passare i confini - fisici, etnici, culturali – per vedere che cosa c’era dall’altra parte. Per portare una lettera, un messaggio e per riportare indietro un segno di colloquio. Avevi la vocazione del messaggero, dell’ambasciatore, dell’uomo saggio”.
Dicevi che “parlare più lingue è una condizione pratica e metaforica di questa possibilità di essere qui e altrove. Si è tante volte uomini e donne quante lingue si conoscono”.
Hai lasciato tutti basiti, quando nel 1978, eletto consigliere provinciale a Bolzano-Bozen nella lista interetnica “Neue Linke/Nuova sinistra”, hai fatto il tuo primo discorso metà in italiano e metà in tedesco, “un vero scandalo agli occhi della Volkspartei, per la quale l’identificazione fra lingua ed etnia era un fatto scontato e indiscutibile”. E quando, durante la campagna elettorale del 1983, rivolgesti il tuo appello alla TV locale per un terzo in tedesco, un terzo in italiano e un terzo in ladino “Non si poteva non esserne affascinati, come per gli auguri papali a Pasqua!”
“Nessuna delle bandiere che spesso svettano davanti a ostelli o campeggi è la mia. Non ne sento la mancanza. In compenso riesco, con il tedesco e l’italiano, a parlare e a capire nell’arco che va dalla Danimarca alla Sicilia”. Non so se sei mai venuto in Sicilia. So che hai dato la tua adesione e il tuo contributo economico per la riconversione a usi civili della base missilistica di Comiso. Io nella tua terra sono stata un po’ di volte, persino nella tua bellissima Sterzing. Sono innamorata delle tue montagne. Del bilinguismo. E’ stupendo per me leggere tutto in due lingue. Espressioni bilingue (italiano/tedesco, italiano/arabo, italiano/spagnolo….) dovrebbero essere obbligatorie dovunque. Anche a Palermo. Espanderebbero e arricchirebbero la nostra anima.

Avevi una scrittura tutta sostanza, che andava al cuore dei fatti. Che sapeva parlare all’intelligenza e alle emozioni. Sintetica, lucida, essenziale. Credo di essermi innamorata di te leggendo per caso, sul sito della Fondazione a te dedicato, la tua autobiografia. Quanti tuoi ‘lead’ affascinanti e sapienti… “A un viaggiatore di passaggio, questo 3 ottobre a Bolzano, in mezzo alle Dolomiti, deve sembrare solo una bellissima giornata di questo incredibile e splendido autunno. Ma per chi ci vive, può essere una data fatidica: oggi infatti è l’ultimo giorno utile per “pentirsi” concesso a coloro che, nel 1981, si sono sottratti alla schedatura etnica…”. Cosi inizi un articolo contro l’imposizione delle “gabbie etniche” in SüdTirol. E per protestare contro le celebrazioni dei 500 anni dalla scoperta del continente americano, tutte occidentali e con retrogusto di cattiva coscienza colonialista, scrivi: “Sarebbe concepibile nella Parigi del 2312 una celebrazione dei 500 anni della conquista ed unificazione napoleonica dell’Europa?…” Bellissima la tua “Lettera a san Cristoforo”: leggerla mi commuove ed emoziona profondamente ogni volta.
Significativi i nomi delle tante riviste che hai fondato e con le quali hai collaborato: da Offenes Wort/Parola aperta, a Die brucke /Il ponte a Tandem, “I giornali, non certo più prestigiosi, ai quali sono più affezionato”. Azione non violenta, Nuova Ecologia, Testimonianze, Mosaico di pace, Senza Confine….
Scrivo molto, forse troppo (…). Non so dire di no a chi me lo chiede.
Mi piacciono molto i tuoi resoconti di viaggio. In particolare quello sull’Albania, ricco di accenti umani e di acute riflessioni politiche.
Ma eri anche era uno scrittore di cartoline, dove “compensavi la sbrigatività del messaggio, con una cura puntigliosa nella scelta delle parole, dell’immagine scelta, perfino, quando era possibile, nell’adattarle i francobolli”, ci dice Adriano Sofri. Che continua: “Quanto alla scrittura calma e disinteressata, rinviava, come per l’altra vita che prometteva a sé e ai suoi più cari “.“Non arrivo mai a scrivere un libro: quello che mi premerebbe tanto, sarebbe un buon libro per capire il SüdTirol, in versione italiana e tedesca. (…). Il progetto giornalistico al quale terrei maggiormente: un buon giornale bilingue, per il SüdTirol”.

Se ci fosse stata ancora tua madre, andata via troppo presto, non credo saresti fuggito.
Doveva essere una bella persona, tua madre.
Sapeva affascinarti con i suoi racconti, come la storia di san Cristoforo che “né chissà quale esperta di santi, né devota” ti ha saputo narrare.
Sapeva cogliere l’essenziale: quando, da ragazzino, quasi ti scandalizzavi perché tuo padre non andava in chiesa, lei ti diceva che non conta tanto ciò in cui si dice di credere, ma come si vive. E’ stata lei a introdurti alla complessità del reale, a una precoce visione nonviolenta della storia e degli uomini, che non traccia separazioni nette tra bene e male: “Né tutti i tedeschi, né tutti gli italiani sono buoni o cattivi, bisogna distinguere”.
Lei e tuo padre ti hanno permesso di girare il mondo, di attraversare a nuoto, a soli 16 anni, con tuo fratello Martin, il lago di Garda. E chissà se la voglia di partecipazione politica non te l’abbia trasmessa proprio lei, negli anni ‘50 consigliere comunale indipendente nella tua Vipiteno. Anche tua madre, come te, ha rifiutato la “schedatura etnica”: l’obbligatoria dichiarazione di appartenenza a un unico gruppo linguistico.
Tua madre: la prima donna dottore in chimica, in Italia.
Forse da lei hai appreso la capacità di catalizzare uomini, progetti e idee; di sciogliere e scomporre per trovare nuove unità e dare risposte adeguate a più urgenti bisogni e a più alti orizzonti.
Al PCI in fibrillazione dopo la caduta del Muro, suggerivi: “Per coagulare sul serio percorsi ed ispirazioni diverse in uno sforzo comune, bisogna che prima di tutto le rigidità e gli spiriti di bandiera si attenuino e magari si dissolvano. ‘Solve et coagula’, sciogliere e coagulare, dicevano gli alchimisti rinascimentali”.
Straordinariamente attuale quello che scrivevi nel 1994, sempre a proposito del travaglio del PCI alla ricerca di nuova identità. Lo scriveresti oggi, a battesimo del Partito democratico: “Ci vuole un forte progetto etico, politico e culturale, senza integralismi ed egemonie, con la costruzione di un programma e di una leadership a partire dal territorio e dai cittadini impegnati, non dai salotti televisivi o dalle stanze dei partiti.”.
E dopo le politiche del 1987, quando i Verdi entrano per la prima volta in Parlamento, fiutato il pericolo di una certa autoreferenzialità in un movimento politico che rischiava di “avere a cuore la salute della corte, più che quella del regno”, ne proponi lo scioglimento, provocando i mugugni dei tanti che non volevano mettersi in discussione o abbandonare le piccole rendite di potere già conquistate.
Già, l’impegno verde, ecologista: insieme a quello per la pace, l’ideale per il quale hai speso la tua vita. Da quando, l’8 dicembre 1984, hai tenuto la relazione introduttiva alla prima assemblea, dei Verdi sei stato fondatore, coordinatore, ispiratore. Un vero profeta verde. Che univa alle campagne per la salvaguardia della biosfera l’impegno minuto: ad esempio, perché gli alberghi evitassero le confezioni monodose di burro e marmellata e offrissero semplici ciotole riempite alla bisogna. Che viaggiava in treno e utilizzava la macchina solo quando l’urgenza o l’incalzare degli impegni glielo imponevano.
Non c’era campagna di solidarietà internazionale o di sensibilizzazione ecologica che non ti vedesse coinvolto: in modo attivo, concreto, con grande spirito di dedizione.
Convinta da un’amica a prendere la tessera, sono andata, alla vigilia delle ultime elezioni comunali, a una assemblea dei verdi siciliani. Che senso di vuoto, che mancanza di pathos e di prospettive ideali… Se ci fossi stato tu sarebbe stato diverso.
Tu sì che volavi alto.
Scrivevi: ”Il movimento ecologico tenta di essere perpendicolare rispetto al dominio della crescita e del primato dell’economia. Perché afferma e cerca di praticare una compatibilità completamente diversa. Dice che certe cose non si possono fare perché sono incompatibili con la vita e con la capacità di sopportazione del pianeta. (…) Non è possibile che per ragioni economiche distruggiamo qualcosa che non è più rigenerabile e viene irreversibilmente perduto. (…) Il movimento ecologico sta scoprendo un criterio di incompatibilità con la civiltà dominante molto profondo e molto forte. Nel nostro rapporto con la terra sta succedendo quel che avviene ad una persona quando è ammalata: improvvisamente tutte le priorità tradizionali (successo, carriera, etc.) diventano secondarie perché la salvaguardia della salute, il ripristino del benessere fisico diventano l’unico criterio che conta davvero.
Passare dalla logica del più alla logica del meno: noi siamo abituati a considerare gli indici di crescita e di progresso come segnali di miglioramento del benessere. (…) La cruna dell’ago rispetto alla quale si devono oggi misurare i movimenti che si propongono come loro fondamento ideale la ricerca della pace con gli uomini e con la natura, è ribaltare quella impostazione, riconoscendo che l’obiettivo è l’autolimitazione. (…) Cioè un atteggiamento meno predatorio, meno vorace verso la biosfera. (…) Un buon bilancio pubblico oggi dovrebbe essere giudicato non tanto sulla base dei soldi in più che riesce a investire, ma sui danni in meno che concretamente riesce a provocare”.
Ma perché compiere questo passo? Non per paura, ma per “scelta etica ed estetica. Per vivere meglio con meno”. Sapevi comunque che il limite, la conversione ecologica, il pentimento dal consumismo e dalla sazietà non possono essere imposti, ma vanno resi socialmente desiderabili. Sapevi che la gente si sarebbe convinta a usare di meno l’automobile se avesse capito di avere un guadagno utilizzando il treno o l’autobus. “La politica deve creare le condizioni perchè il guadagno risulti evidente”. Sostenevi, a Manaus, in Brasile che “l’ecologia non deve essere un lusso dei ricchi, ma una necessità dei poveri”

Caro Alex, oggi ho 49 anni. I tuoi anni quando hai deciso di andartene.
Come te, ho tanta paura di quei 50 all’orizzonte. Ho paura di invecchiare. Ho paura del futuro che questa politica e questa economia ci stanno preparando.
In Sicilia la triste novità è la costruzione di quattro megainceneritori (per nobilitarli li chiamano “termovalorizzatori”), con la benedizione del governo nazionale, che ha come Ministro dell’Ambiente l’attuale segretario dei Verdi!
Molti di noi sono apatici e poco informati. Non sappiamo che la quantità di sostanze nocive immesse nell’aria sarà di gran lunga maggiore dei presunti benefici. E che il problema dei rifiuti non si risolve bruciandoli: bisogna ridurre, riciclare, riparare, riutilizzare. Non gettare tutto in discarica. Per non vivere in città disperate come Leonia, di calviniana memoria.
Secondo Adriano Sofri, due elementi ti hanno reso profondamente sensibile alla difesa della natura: “La prima viene dal paesaggio stesso della tua terra di origine, dalla bellezza piccola del suo paese e da quella imponente dei monti e dei boschi che ti circondano (…). La seconda sta nella tua religiosità, nella tua compassione del mondo, forte com’è solo in certi poeti e in certi santi. Nel modo bruciante in cui hai provato il desiderio cruciale di ogni vera religiosità: il desiderio della conversione, della metanoia, del cambiamento di vita. Come e più di chi ha amato la rivoluzione, gli ecologisti, quando non sono solo dei funzionari o degli esperti, conoscono il richiamo della conversione. (…)
Chissà se amavi il cinema… Sicuramente non avevi il tempo di andarci. Avresti apprezzato “Il grande silenzio”, film/documentario sulla vita dei monaci certosini a Grenoble. Il tuo “Lentius, suavius, profundius”, chi più di loro lo ha messo in pratica?.
Ancora Adriano sostiene che, alla domanda evangelica “Chi è il mio prossimo?”, avevi cercato di dare la risposta più larga, desiderando un amore che non fosse divisibile, che non diminuisse per il fatto di essere donato, salvo forse esserne consumato tu stesso."La tua era una fede esigente. Non a caso, il sudtirolese Josef Mayr-Nusser, morto per la sua disobbedienza al nazismo, era uno dei tuoi modelli.
Un operaio friulano ha raccontato ad Adriano di quando, al tempo del terremoto in Friuli, un paesino esasperato aveva cacciato tutti i maldestri soccorritori. Tu avevi deciso di andarci, benché sconsigliato. Nel giro di pochi giorni eri amatissimo in tutto il paese e si sentiva chiedere a ogni angolo: “Il todesco, dov’è il todesco?”. C’è una foto emblematica che ti ritrae, all’inizio del 1977, a soccorrere, da solo, un poliziotto ferito a Roma, davanti all’Università.
“Leggo, rifletto, prego, m’impegno. Cerco di lavorare in senso ecumenico…E’ bello sentirsi parte di una comunità universale in cui non si distingue né giudeo né greco”.
Una profonda ispirazione cristiana percorre i tuoi scritti. Ricchi di citazioni, immagini e metafore bibliche: il figliol prodigo; il rapporto tra la sinistra e i movimenti ecologisti paragonato al rapporto tra Antico e Nuovo Testamento; la similitudine tra il biblico Giuseppe gettato nel pozzo dai suoi fratelli e te, Alex, espulso da candidato sindaco a Bolzano-Bozen nell’aprile ‘95, reo di non aver compilato la dichiarazione etnica nel censimento del 1991; i Verdi - oscillanti tra invocazioni decorative e richiami demagogici - paragonati “alle vergini stolte del Vangelo che hanno consumato l’olio delle loro lampade prima dell’arrivo dello sposo.
Il tuo caro Reinhold Messner (che ti ha seguito convintamente nella tua lotta contro “le gabbie etniche”) ha detto che comprendevi gli altri perché nel più profondo del cuore eri un grande umanista. Che avevi il senso forte della politica come servizio, come vocazione, non come potere".
Secondo Eva Pattis, la tua ex alunna, “Eri un uomo religioso senza Dio e senza Chiesa. Un eroe moderno” perché “dello spirito cristiano tu avevi interiorizzato i doveri e non il conforto: sentivi sulle tue spalle il peso del mondo e della sua sofferenza. Ma non sentivi la voce di Gesù bambino come san Cristoforo, quando stavi sprofondando”.
A un certo punto, infatti, quella tua speciale comunione con Cristo e la sua Chiesa si è interrotta, e non è mai stata sostituita da altrettanto intense comunioni…
E hai cominciato a farti domande da far tremare chiunque:
Cosa ci può realmente motivare? A chi ci si può affidare? Esiste un’ascesi che uno aiuta e uno forgia? Tu che ormai fai il “militante” da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra italiana, del ’68, dell’estremismo degli anni ’70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l’America latina (…), del terzomondismo, dell’ecologia – da dove prendi le energie per fare ancora?”
So che avevi una straordinaria memoria: di volti, di nomi, di paesaggi, di relazioni. Avevi gli affetti, avevi 10.000 indirizzi…Di ognuno conoscevi e ricordavi qualcosa di particolare, di personale, di intimo. In questo, sai, ti somiglio.
Ma ti mancava, forse, una comunità di appartenenza. …Forse dovevi andare a Bose, a Cassino chissà… Fare il tentativo di una - pur fragile, provvisoria, imperfetta - vita comunitaria…
Aveva ragione Reinhold a dolersi per non averti portato con lui in montagna, a respirare aria pura e contemplare il cielo. Forse la natura avrebbe potuto darti aiuto, conforto, ristoro. Chissà se conoscevi le specie e i nomi degli alberi….La mia vita è cambiata da quando li riconosco e li saluto col nome: ciao bagolaro, ciao sterculia, ciao platano, ciao jacaranda….
I segnali della tua stanchezza c’erano tutti, da tempo. il tuo amico Edi li conosceva. Ma tu lo hai ‘fregato’. Dopo un po’ di chiacchierate sulle tue fragilità, “chiudevi il capitolo fragilità e iniziavi il capitolo lavoro”. Avevi indossato di nuovo la corazza.
Già nel ’91, in una lettera avevi scritto: “Il mio carosello gira più veloce del solito. La lezione di qualche tempo fa, quando più volte mi è mancato il respiro, non mi ha ancora guarito dalla mia malattia principale, quella di voler salvare il mondo e non saper dire di no”. Poi, nel ’92 la tragica morte di Gert Bastian e Petra Kelly, leaders dei Verdi/Grünen in Germania: “Forse è troppo arduo essere individualmente degli ‘Hoffnungsträger’, portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere.” Nell’autunno ’92, avevi confidato “E’ da tanto tempo, ormai che mi sento e sono in fuga. (…) Credo che rinuncerò al mandato parlamentare che nelle attuali condizioni non so svolgere bene.
Anche nella voglia di dimissioni un po’ ci somigliamo. Certo la tua stanchezza era infinitamente più grande della mia: io mi stanco solo per il peso del mio lavoro, per qualche alunno disastrato che non vuole studiare, per i tre figli da seguire, i piatti da lavare…
Nell’estate del ’93, avevi scritto: “Io sono in grande e profonda crisi. Ho davvero seminato troppe promesse ed acceso troppe speranze: non riesco a mantenere, sento l’angoscia per l’inadempienza ormai invincibile.”.
Finchè, a settembre del ‘93 - “Settembre è il mese del ripensamento, sugli anni e sull’età. Dopo l’estate porta il dono usato della perplessità…” canta Guccini – hai preparato con Edi quella benedetta lettera di dimissioni, purtroppo rimasta sempre nel cassetto.
Dicevi, ed è vero, che bisogna avere un mestiere di riserva. Ma a te occorreva un’intera vita di riserva. Ti eri fatto carico di troppe cose, come se su di te gravasse tutto il dolore del mondo. Eppure, don Lorenzo ti aveva messo in guardia: aveva capito che non si possono amare concretamente più di 300/400 persone. Lui ha scelto i ragazzi di campagna senza futuro. Si è messo dalla loro parte, ha condiviso il loro mondo. Punto.
E’ astuzia del demonio eccitare le anime buone a fare di più di quello che possono affinché esse non possano più fare nulla”. Chissà se conoscevi questa riflessione di San Vincenzo de’ Paoli. Forse avrebbe potuto fermarti.
Dice Goffredo Fofi che “cercavi in ogni cosa un massimo di chiarezza e portavi in ogni cosa un massimo di dedizione. (…) Appartenevi a quel tipo di “militanti” (o “persuasi”, come preferirebbe Capitini) che investono tutta la propria vita in una presenza attiva e pubblica, che si congiunge strettissimamente a ogni scelta personale e privata”.
Vivevi sempre sul filo, ricorda con dolore Edi Rabini. E che, “mentre sino a un certo punto l’osmosi tra il personale e il pubblico ti aveva dato forza, quando in te si è intrufolata l’angoscia, la stanchezza, l’incapacità di scegliere e di tagliare via dolorosamente dei pezzi di sé, tutto è diventato difficile”.
Avevi ormai una stanchezza infinita. Ich derpacks einfach nimmer – non ce la faccio più. Anche il richiamo consolatore di Cristo “Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi”, ti è parso ormai debole e lontano. Ci voleva qualcuno, la mattina del 3 luglio ’95, che prestasse mani, cuore, palpito vivo alla sua promessa di consolazione.
“E’ molto utile per un ragazzo avere tasche voluminose, perché così può portare con sé molte cose necessarie: (…) un’agenda, una penna a sfera, dei fiammiferi, un bel rotolo di corda (…) Alle volte però mi dispiace che le mie tasche siano così piccole, perché quando voglio intascare qualcosa d’altro non trovo più posto.
A Pian dei Giullari avevi quasi le stesse cose dei tuoi 13 anni. Certo la penna era sicuramente diversa. Solo che la corda che ti serviva era ormai troppo corta e ne hai acquistata dell’altra in un negozio.
Favorevole alla schedatura etnica individuale, Silvius Magnago, nell’81 aveva dichiarato in un’intervista: “Sa che differenza c’è fra Langer e i fascisti? (…) Che i fascisti ci vorrebbero impiccare (a livello politico) mentre Langer vorrebbe che gli stessi sudtirolesi si costruissero il cappio con il quale impiccarsi”. Che tristezza leggere oggi queste parole, terribili e ingiuste. Evocatrici ignare dell’estrema violenza che hai fatto a te stesso.

Confesso di non averti pianto troppo, quando hai deciso di andartene.
Certo, ti conoscevo. Leggevo del tuo impegno nei Verdi. Credo di averti anche votato. Ma allora la mia coscienza ambientalista era embrionale.E poi, qui a Palermo, gli anni ’80 e ’90 erano gli anni ruggenti della mafia e dell’antimafia, delle stragi di Capaci e di via d’Amelio. Si andava ai cortei, urlando “Palermo è nostra, e non di Cosa nostra”.
Devo dirti anche che, in quel luglio ’95, ero in un particolare stato di grazia: ero incinta del mio terzo figlio.
Lidia Menapace dice che riuscivi a nasconderti sotto un sorriso preciso, forte, ironico.
E si domandava: “Si può reggere a lungo una solitudine politica aspra in momenti volgari, sciocchi, vani e pericolosissimi? Si può se si ha un contesto di amicizie ed affetti, incombenze quotidiane, se si bada a cose impellenti ed oneste nella loro modestia, come preparare pranzi, raccontare storie a bambini e bambine.(…) La vita quotidiana delle donne può sopportare la viltà dell’ora”. 
Sono proprio d’accordo con lei: per noi donne è così.
Anche se a volte la mancanza di senso, la malinconia e la tristezza mi attanagliano, c’è sempre l’urgenza di un figlio a cui far fare i compiti, una cena da preparare, le magliette da lavare, mutande e calzini da rammendare. (E sì, caro Alex, anche se i miei figli gridano allo scandalo e vogliono che al primo piccolissimo buco siano gettati, i calzini mi ostino a rattopparli…). So che non salverò il mondo, ma spesso metto nel cucire, nel cucinare, nel rammendare, la stessa cura che vorrei i politici avessero per la nostra Madre terra. E, per un istante, mi illudo che vada bene così.
Forse solo un figlio ti avrebbe tenuto attaccato alla terra.
Un figlio: la carnalità lieve e profonda che avrebbe forse impedito ai tuoi piedi nudi di staccarsi da terra.
Le tue lucide e coraggiose parole contro la banalizzazione dell’aborto ti sono costate incomprensioni e lacerazioni, solitudine e sofferenza: “Troverei ipocrita ogni rimozione della grave questione dell’aborto da parte dei verdi (….) Non avevamo scelto l’impegno di ridurre il peso della violenza in tutte le sue forme?(…) Se l’obiettivo dei Verdi è quello di promuovere condizioni ‘biofile’, più amiche e favorevoli alla vita, e di disinquinare la società dalle tante forme di violenza, non potremo non riconoscere anche nella questione dell’aborto una delle molte e rilevanti ‘emergenze vita’. (…) Senza disconoscere la fondamentale signoria delle donne sulla vita umana e senza rivedere la legislazione pubblica in senso antiabortista,(….) la cultura verde non può rinunciare a far sua la difesa anche della vita umana concepita e di prevenzione etica dell’aborto”.

Caro Alex, tu mauerspringer/saltatore di muri: tedesco da noi, italiano a Frankfurt, tu passatore di confini, chissà se conoscevi questa massima di Ugo da San Vittore, che mi piace dedicarti: “Chi trova dolce la propria patria è solo un tenero dilettante. Chi trova dolci tutte le patrie si è già avviato sulla strada giusta. Ma solo è perfetto chi si sente straniero in ogni luogo”. Dicevi “Ho sempre cercato una linea che mi consentisse di restare solidale con la mia comunità (o anche solo di non esserne rigettato) e, insieme, di non essere nemico dell’altra. Di non esaurirmi nell’identificazione con una fazione, una situazione, di essere anche “altrove".
Nel 1994 ti affannavi ad abbozzare un “Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica”. L’ideale per cui non hai smesso un attimo di studiare e agire era quello di una società globale tollerante, capace di una convivialità delle differenze, attraverso il dialogo, la diplomazia autentica, la nonviolenza.
Sicuramente sei stato, come riconosce Enzo Colotti “Uno dei pochi europei veri che abbia prodotto il nostro paese, sostenitore ardente e intransigente dei diritti delle minoranze(…)
Mancavano 57 giorni al commiato: il 6 maggio 1995 scrivevi “Non c’è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra le maggiori e più pericolose sfide del nostro tempo”. Eri sconvolto dal mattatoio scatenato nella ex Jugoslavia. Sulla tragedia dell’ex Jugoslavia, ci ricorda Adriano, “Eri stato preveggente come nessun altro. Tutta la tua vita ti preparava a capire e temere ciò che covava lì. In quella terra martoriata hai tentato di tutto per favorire la pace. (…)Eri consapevole che non si potesse accettare moralmente, dunque politicamente, nessuna opinione che non potesse essere decorosamente sostenuta e argomentata davanti alle vittime. (…) Pensavi che qualunque posizione si sostenga sulla Bosnia, "bisognerebbe immaginare di spiegarla in una riunione di Tuzla o in uno scantinato di Sarajevo”.
Te lo confesso, Alex. Allora ero – ottusamente, ideologicamente – contraria all’intervento militare. Avevo capito ben poco. Non avevo i tuoi occhi.

L’anno scorso sono andata sino a Telves-Telfes. Ero emozionata come se stessi incontrandoti veramente…Ma dov’eri, a Telves-Telfes di sopra o di sotto?Finalmente ti ho trovato: in un angolo del cimitero accanto alla Pieve più in basso. C’erano delle piantine grasse sulla tua tomba.
Hai avuto ben 3 funerali religiosi. Niente male per un suicida! A Telves, p.Gottfried Gruber ha detto che il figlio di suo fratello era morto, come te, impiccato a un albero. Allora il padre con una mano ne ha cinto il corpo, con l’altra tagliava la corda. E padre Gruber ha aggiunto una cosa bellissima “Così farà, con il nostro Alex, il Padre nei Cieli”
So che amavi le canzoni di Angelo Branduardi. Chissà se ti piaceva cantare. Forse ti è mancata una canzone. Un motivo da fischiettare. Se sono malinconica e triste, a me, a volte, basta la memoria di alcune note a consolarmi.
Non ho fratelli o sorelle. Anche per questo ti ho eletto a mio fratello adottivo, presente e palpitante nella mente e nel cuore. Ciao, Alex, compagno di viaggio. Mio, nostro Angelo custode segreto.



NOTE

1 Le liste verdi prima del calcio di rigore, dialogo con Adriano Sofri, apparso su “Fine secolo”, 4.5.1983, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, a cura di Edi Rabini, Sellerio, Palermo, 2005, pag.105
2 Gad Lerner “Alex Langer straniero nei palazzi del potere”, da l”Adige”, 6 luglio 1995
3 Umberta Biasioli “La nonviolenza di Alexander Langer”, da “Azione nonviolenta”, gen.febbr. 1996
4 Dal mensile in lingua tedesca “Offenes Wort” (Parola aperta), ripubblicato in “Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.17
5 Manuela Cartosio, articolo apparso sul quotidiano “Il manifesto”, 3 luglio 2005
6 Eva Pattis “Langer, un eroe moderno”, da “Alto Adige”, 19 luglio 1995
7 Enrico Deaglio “I molti addii ad Alexander Langer”, da “Bella ciao”, Feltrinelli, 1996
8 Le liste verdi prima del calcio di rigore, dialogo con Adriano Sofri, apparso su “Fine secolo”, 4.5.1983, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.106
9 Fabio Levi “ In viaggio con Alex”, Feltrinelli, Milano, 2007
10 Le liste verdi prima del calcio di rigore, dialogo con Adriano Sofri, apparso su “Fine secolo”, 4.5.1983, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.107
11 Alex Langer “Minima Personalia”, in “Belfagor”, marzo 1986
12 Alex Langer “Glockenkahrkopf vuol dire Vetta d’Italia?” , in “Reporter”, ottobre 1985 ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.105
13 Alex Langer, Intervento introduttivo alla sessione speciale della “Campagna Nord-Sud biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito”, Genova, 3 novembre 1991, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.178
14 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
15 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
16 Adriano Sofri “Commemorazione al Parlamento europeo”, in “Una città”, luglio 1995
17 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
18 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
19 Alex Langer “PCI , solve et coagula”, da “L’Unità”, 19 novembre 1989, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.204
20 Alex Langer , Lettera aperta su “Cuore”, del 23 giugno 1994, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.216
21 Conversazione di Alex Langer al corso “Le città invisibili”, svolto alla Casa per la Nonviolenza di Verona il 10 febbraio 1989, pubblicato postumo in “Azione nonviolenta” luglio/agosto 1996
22 Intervento di Alex Langer al Convegno di Verona “Sviluppo?Basta! A tutto c’è un limite,”, del 27 ottobre ’90, pubblicato postumo in “Azione nonviolenta” luglio/agosto 1996
23 Ibidem
24 Adriano Sofri “Commemorazione al Parlamento europeo”, cit.
25 Ibidem
26 Ibidem
27 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
28 Reinhold Messner: “Alex Langer, sudtirolese e cittadino del mondo”, 7 luglio 1995, Archivio Langer, dal sito della Fondazione Alexander Langer Stiftung, http://www.alexanderlanger.org/
29 Eva Pattis “Langer, un eroe moderno”, cit.
30 Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.319 e 320
31 Edi Rabini: “Le estreme dimissioni”, intervista del 10 ottobre 1995, in “Una città”, n.43/95
32 Fabio Levi “In viaggio con Alex”, cit., pag.172
33 Ivi, pag.179
34 Ivi, pag. 192
35 Goffredo Fofi “Chiarezza e dedizione”, da “La terra vista dalla luna”, n.7 del settembre 1995
36 Edi Rabini: “Le estreme dimissioni”, cit.
37 Fabio Levi “In viaggio con Alex”, cit., pag.20
38 Fabio Levi “In viaggio con Alex”, cit., pag.87
39 Lidia Menapace “Un albicocco per risvegliarsi”, da “Il Manifesto” del 6 luglio 1995
40 Alex Langer “Fare la pace”, scritti su “Azione nonviolenta”, cit. pagg.157-163
41 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
42 Enzo Colotti “Il vulcano Langer”, 30 novembre 1995, estratto da “Belfagor”, Firenze, dal sito della Fondazione Alexander Langer Stiftung, cit.
43 Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.267
44 Adriano Sofri “Commemorazione al Parlamento europeo”, cit.
45 Manuela Cartosio, in ricordo di Alexander Langer, da il “Manifesto” del 3 luglio 2005. La definizione di “Angelo custode segreto”, ivi riportata, è di Edi Rabini.
("Segno" Sett/Ott. 2007, n.289)

2 commenti:

  1. il tuo è più che amore, ogni tanto appaiono delle persone eccezionali che al momento non si riconoscono e l'assenza li rende più presenti di prima.

    lo dice bene Italo Calvino, quello che occorre fare:"cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non e’ inferno e farlo durare e dargli spazio"

    con questa tua lettera, quello che fai con Alex Langer è farlo durare e dargli spazio.

    (vorrei mettere la tua lettera nel mio blog, le prime righe, poi chi è curioso si affaccia qui, mi dai il permesso?) - ciao f.

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  2. @Franz: che bello, il tuo richiamo a Calvino ...
    In effetti, il mio desiderio con questa lettera (troppo lunga, lo riconosco) è di conservare Alex in vita, almeno dentro di noi.
    Puoi senz'altro inserire l'inizio della lettera nel tuo blog. Ciao.

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