mercoledì 8 febbraio 2023

Matteo Messina Denaro: ecco cosa scrivono Umberto Santino e Augusto Cavadi

Umberto Santino
         A distanza quasi di un mese dell’arresto di Matteo Messina Denaro,  le  considerazioni di Umberto Santino (presidente del Centro siciliano di documentazione Peppino Impastato e, a mio avviso, il massimo studioso italiano di mafia e antimafia) e di Augusto Cavadi, giornalista, filosofo consulente, autore di tanti utili saggi (tra cui Il Dio dei mafiosi, Quel maledetto 1992), fondatore della scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”.



Dopo Messina Denaro 

            Gli osanna che accompagnano l’arresto di Matteo Messina Denaro, dopo trent’anni di latitanza, sono comprensibili: è, o sarebbe, l’ultimo atto di una storia che ha visto l’assedio dei corleonesi, a cui Messina Denaro era strettamente legato, prima con la guerra interna e i delitti politico-mafiosi e poi con le stragi. Di questa storia Messina Denaro è stato, se non il regista, certamente il comprimario.
      Ma non va dimenticato che trent’anni di latitanza non possono spiegarsi se non con una rete di protezioni e connivenze ampia e ramificata, tale da assicurare una forma di mimetizzazione con l’ambiente. E le connivenze sono state a tutti i livelli: oltre alla rete parentale, ci sono state la borghesia mafiosa (termine coniato da chi scrive e ormai usato a proposito e a sproposito) le logge massoniche particolarmente attive nel trapanese, le relazioni con politici e istituzioni. 
       Lo sottolinea l’ex procuratrice aggiunta Teresa Principato, che per anni ha dato la caccia al latitante e ha vissuto contrasti e delusioni, in un Palazzo di giustizia in cui soggiornava qualche “talpa”. Si farà luce su questo groviglio di complicità o l’arresto servirà a metterle da parte? E anche in questo caso, si è fatto ricorso a qualche forma di trattativa?                  (continua qui)                  
                                                                                                               Umberto Santino


Pietà per Matteo Messina Denaro? Poca, troppa, nessuna?

            Intervistato all'improvviso, all'uscita da una chiesa della sua ex-diocesi di Mazara del Vallo, il vescovo emerito Domenico Mogavero, visibilmente commosso al ricordo – fra i tanti delitti di Matteo Messina Denaro – della feroce eliminazione del piccolo Di Matteo, ha dichiarato: “Non è uomo per cui possiamo provare troppa pietà. Ha ammazzato troppo”.
Come avviene in queste circostanze, la frase del prelato ha dato la stura a una girandola di commenti contrastanti, accomunati – forse unanimemente – da una caratteristica: l'assenza di qualsiasi tentativo di capire, di decifrare, prima di sputare la propria sentenza.
          Conosco don Mogavero da più di mezzo secolo, ma non così bene da potermi spacciare per suo interprete autorizzato. Perciò, lasciando a lui i chiarimenti su ciò che intendesse affermare, mi limito a commentare la sua asserzione.
Augusto Cavadi
     La parola-chiave mi pare “pietà” che, avendo smarrito il significato etimologico latino (devozione verso i genitori, gli antenati e gli dei), nell'italiano corrente oscilla fra varie accezioni semantiche.
     In un primo senso, il termine allude a un sentimento emotivo di commiserazione suscitato dalla vista di qualcuno che soffre manifestamente.        Questo moto psichico si traduce, talora, in piccoli gesti di solidarietà 'corta' come l'elemosina al barbone accucciato su un cartone all'angolo di una strada. Le immagini di un boss ormai non più giovane, in uno stato di salute fortemente compromesso, se non addirittura in fase terminale, potrebbero suscitare questo genere di “pietà”? 
    L'ex-vescovo di Mazara del Vallo non sembra escludere questa evenienza e, perciò, mette in guardia l'opinione pubblica dal rischio di un simile “buonismo” a poco prezzo. E' vero che , dopo decenni di sangue, si avverte una stanchezza intima cui si potrebbe reagire – forse anche inconsciamente – con il desiderio di chiudere la parentesi storica della mafia stragista. Però sarebbe un desiderio non solo cieco (nessuno può garantire che i mafiosi ancora liberi rinunzino alla violenza metodica, se necessario eclatante), ma anche immorale perché comporterebbe una sorta di riconciliazione, di riappacificazione, con nemici che non sono minimamente pentiti dei crimini consumati. Nessuno ha diritto di perdonare gli assassini se non le vittime, che però non sono più in grado di farlo – o, per lo meno, di comunicarcelo. 
         Ciò che il presule non aggiunge – a mio parere si tratta di omissioni comprensibili nella concitazione di chi risponde a un'intervista inaspettata – è che, esclusa la “pietà” superficiale da telenovela, esiste almeno una seconda accezione del vocabolo: che è la comprensione, razionale e sentimentale, dell'infelicità altrui con il conseguente desiderio che tale infelicità non si aggravi, ma anzi possa in qualche misura essere lenita.
     Per sperimentare questo stato d'animo occorre una notevole maturità interiore e una saggezza non proprio di tutti. Esso è infatti il corrispettivo – uguale e contrario – dell'odio, dell'ardente sete di vendetta. 
     Ebbene, in questo significato, può una persona – tanto più se si riconosce negli insegnamenti evangelici – provare “pietà” per Matteo Messina Denaro?
Augusto Cavadi

 (Continua qui, con il commento del prof. Andrea Cozzo)

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