Palermo – Anche se all’Università abbiamo collezionato vari trenta, l’esame che ricordiamo di più è quello che abbiamo dato due volte. Ci tornano poi alla mente con maggiore insistenza il rebus che non siamo riusciti a risolvere, le note della canzone non identificata e le parole che non siamo riusciti a dire a una persona cara…
Il meccanismo della nostra mente che tende a ricordare con più facilità i compiti interrotti e ciò che lasciamo a metà è noto in psicologia come effetto Zeigárnik.
Si deve infatti a Bluma Zeigárnik, psicologa e psichiatra russo-lituana (nata a Prienai, in Lituania, nel 1900, morta a Mosca nel 1988) l’intuizione di questo particolare modo di ‘procedere’ della nostra mente e la sua sistematizzazione teorica.
La studiosa, all’inizio degli anni ’20, in un ristorante affollato osservò che un cameriere ricordava tutte le ordinazioni eseguite solo in parte, mentre dimenticava subito le ordinazioni già portate a termine. Decise allora di realizzare uno studio sperimentale affidando a diversi soggetti una serie di 18-22 esercizi da completare (enigmi, giochi, problemi aritmetici) e chiedendo poi quali esercizi ricordassero meglio. L'esperimento confermò che i volontari ricordavano due volte di più gli esercizi non conclusi rispetto a quelli risolti.
Nel 1927, avvalendosi anche delle osservazioni di Kurt Lewin, psicologo della Gestalt e professore all’Università di Berlino dove la studiosa completò la sua formazione, Bluma Zeigárnik pubblicò lo studio su tale ‘costante’ della mente, da allora conosciuta appunto come effetto Zeigárnik. La ricercatrice fu poi cofondatrice del dipartimento di Psicologia dell'università di Mosca e, dopo il 1945, nell'Unione Sovietica, anche grazie ai suoi studi, la psicopatologia sperimentale divenne disciplina autonoma.
Oggi l'effetto Zeigárnik viene molto sfruttato nella narrativa e, soprattutto, nel cinema: in particolare, nelle serie televisive spesso gli episodi si interrompono utilizzando l’espediente noto come cliffhanger (letteralmente: chi rimane sospeso a un precipizio) o finale sospeso, che consiste nel mostrare una scena che crea molta tensione e curiosità e lasciarla irrisolta: così lo spettatore sarà indotto a seguire gli episodi successivi.
L'effetto Zeigárnik attesta quindi come la mente umana abbia più facilità a ricordare e proseguire un'azione già cominciata, anziché una da iniziare. Infatti, quando si incomincia qualcosa, si attiva una motivazione per ultimarla e tale spinta rimane insoddisfatta se l'attività viene interrotta.
Sotto l'effetto di questa ‘molla motivazionale’, un compito incompiuto rimane nella memoria di più e più profondamente di un'attività completata, come se nella nostra mente si creasse uno stato mentale di tensione, una sorta di meccanismo ansiogeno che impedisce, tra l’altro, di concentrarsi su altri compiti o processi.
Quali le conseguenze per il comportamento e per il nostro equilibrio psichico?
Innanzitutto che per archiviare davvero un’attività, è indispensabile “concluderla”: la chiusura è essenziale per la nostra salute mentale. Lasciare qualcosa in sospeso non è solo un problema pratico, ma rischia di diventare un peso emotivo significativo.
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Fritz Perls |
Chi ha teorizzato il malessere emotivo delle ‘parentesi lasciate aperte’, le cosiddette Gestalten incompiute, è stato Fritz Perls, uno dei padri della psicoterapia della Gestalt. La psicologia della Gestalt ci aveva già segnalato che il nostro sistema percettivo e la nostra mente tendono a preferire le configurazioni e le situazioni compiute, complete.
Se nella nostra vita le situazioni di incompiutezza e sospensione sono numerose e significative, allora il nostro organismo, corpo e mente, può essere sopraffatto da un senso di malessere che può esprimersi attraverso ansia, tensione fisica, stanchezza, umore depresso o irritabile, mancanza di concentrazione.
Fondamentale allora valutare quante gestalt incompiute, sia pratiche che emozionali – situazioni irrisolte, progetti non realizzati, cose non dette, conflitti non chiariti – ci siano nella nostra esistenza e cercare di chiuderle: gli addii a metà, le decisioni mai prese e le parole non dette possono trasformarsi in un peso che impedisce di scrivere pagine nuove nella nostra vita.
Tutti gli psicoterapeuti ci sollecitano alle ‘chiusure’. E ci suggeriscono alcune modalità per liberarci dall’incompiuto: creare dei rituali di chiusura, come scrivere una lettera o una mail (anche senza inviarla) per chiarire o chiudere una relazione; praticare il perdono (verso gli altri e anche verso sé stessi) per lasciare andare il passato; per le faccende più pratiche, concludere gradualmente e affrontare un passo alla volta le situazioni e gli impegni che vanno risolti e conclusi.
Infatti, solo se ci liberiamo il più possibile delle gestalt aperte, riusciremo a dare alla nostra vita la direzione desiderata. Ed essere noi stessi, qui e ora, con integrità e pienezza.
Maria D'Asaro, 20 luglio 2025, il Punto Quotidiano
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