domenica 8 marzo 2026

Svetlana Aleksievič: raccontare la Storia con voce di donna

        Palermo - "Per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo": questa la motivazione con cui nell’ottobre del 2015 Svetlana Aleksievič, giornalista e scrittrice bielorussa, ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura. Oggi 8 marzo, festa della donna, ecco un profilo di quest’autrice e delle sue opere.

Svetlana Aleksievič, nata in Ucraina il 31 maggio 1948, si è presentata così nel discorso pronunciato durante la consegna del Nobel: «Ho tre case: la mia terra bielorussa, che è la patria di mio padre e dove ho vissuto tutta la vita; l’Ucraina, che è la patria di mia madre e dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco a immaginarmi. Ho care tutte e tre. Ma è difficile parlare d’amore, di questi tempi». A Minsk, capitale della Bielorussia si è laureata in giornalismo e successivamente ha collaborato, come responsabile della sezione critica e saggistica, con una rivista politico-letteraria. Dalla Bielorussia è stata costretta a fuggire nel 1994 a seguito delle minacce subite dal regime di Lukašenko. Tornata nel 2013 nel suo paese, lo ha abbandonato definitivamente nel 2020 perché rischiava l’arresto come oppositrice del governo e si è trasferita in Germania.

    Nel saggio curato dalla professoressa Maria Concetta Sala, nel testo Corpi e parole di donne per la pace (Navarra, Palermo, 2024), viene sottolineato che la scrittrice e giornalista bielorussa ci ha restituito “un racconto corale, unico e veritiero, della civiltà sovietica di cui si sente parte” attraverso “un ciclo di opere che offre uno spaccato della storia della Russia sovietica e post-sovietica”. 

     Questi i suoi libri principali: il primo, La guerra non ha un volto di donna, in cui si trascrivono le voci di donne sovietiche che parteciparono alla II guerra mondiale, testo per il quale Svetlana Aleksievič fu accusata di non aver usato toni sufficientemente patriottici nel presentare le ‘ragazze combattenti’; poi Ragazzi di zinco, sulla guerra in Afghanistan, libro che le valse addirittura l’accusa di avere infangato l’onore dell’Armata rossa; ancora Preghiera per Cernobyl (del 1997), dove la scrittrice raccoglie le storie dolenti e piene di paura di tanti abitanti della zona contaminata; in Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (del 2013) “riunisce le voci delle piccole persone – donne e uomini contadini, operai, studenti, militanti e funzionari, granelli di sabbia nella narrazione della Storia con la s maiuscola – dalle quali emergono sia le difficoltà materiali e morali di quanti avevano creduto alla perestrojka, fra i quali la stessa autrice, sia l’insorgere di vecchi miti riaccesi dall’uomo forte, Putin”. 

La professoressa Sala evidenzia: “La scrittrice sostiene di aver cercato un metodo letterario tale da permetterle di accostarsi quanto più possibile alla vita reale, perché da questa si sente attratta come un magnete; la scrittura è nel suo caso «un atto di protesta interiore», dettato dalla volontà e dal desiderio di restare un essere umano e di non arrendersi all’enormità del male di cui dà testimonianza. A suo giudizio il lavoro dell’intellettuale non deve infatti addentrarsi nel magazzino degli orrori per restituirceli, bensì «trasformare in arte, in parola, ciò che nella vita reale può farci svenire».

Significativo quanto dichiarato dalla scrittrice, in un articolo del ‘Corriere della Sera’ del 9/10/2015: «Per scrivere un libro non basta raccogliere i fatti e parlare anche con mille persone. Per sentire cose nuove, bisogna porre domande nuove. Per farlo bisogna crearsi una propria visione delle cose. Solo allora si può trarre un qualche senso dai fatti, perché a questo punto si ha un centro che lo attiva. Là fuori ci sono centinaia di romanzi che aspettano di essere scritti, ma per riuscire a scriverli bisogna che le voci di cui si compongono coincidano con qualcosa che è dentro di noi. (…) Quando scrivo i miei libri vedo l’essere umano su due piani: l’essere sociale, vale a dire l’individuo del suo tempo, ed è la sfera del giornalismo puro; e poi la persona nuda sulla nuda terra, e qui, nell’interrogarsi sulla natura umana, inizia la letteratura».

Come riesce allora a scandagliare l’anima della gente, Svetlana Aleksievič?

     Ascoltando con attenzione le voci delle persone comuni, quasi documenti viventi, che pronunciano parole di verità intrise di sentimenti e di dettagli esperienziali: “la scrittrice si definisce una donna-orecchio e predilige quella parte della vita umana che si esprime attraverso parole, frasi ed esclamazioni che si colgono per strada” – continua Maria Concetta Sala - “Allora Svetlana Aleksievič ha percorso in lungo e in largo quell’enorme paese un tempo chiamato Unione Sovietica, ha registrato nastri e nastri per raccogliere le briciole della storia del socialismo ‘domestico’, ‘interiore’, e il modo in cui esso prendeva parte e aveva dimora nel piccolo spazio del cuore della gente, perché è proprio lì che tutto accade. Il suo interesse è volto a cogliere il granello d’oro racchiuso nel piccolo essere umano, giacché la sua piccola storia racconta anche quella grande”. 
   Sulla sua prima grande opera-inchiesta La guerra non ha un volto di donna, la scrittrice-giornalista scrive: «Quando cominciai a lavorare su quel libro, avevo notato che le donne volevano fare un racconto maschile… Esisteva solo il canone maschile della narrazione bellica. Io le ho indotto a raccontare invece la loro guerra. Qual è la differenza? Il maschio è educato per diventare soldato, per difendere, per combattere. Per il maschio, specie nell’ex URSS, ma anche in Russia oggi, la cultura della guerra è normale. La Storia è una storia delle guerre maschili. Le donne invece non erano preparate alla guerra. Per cui avevano reazioni pure, ingenue. Certo, erano donne soldato, andavano a difendere la patria e combattevano. Ma le donne hanno sempre saputo che la guerra significa uccidere esseri umani. (…) A scuola mi insegnavano a odiare i tedeschi. Mia nonna ucraina invece mi raccontava quanto le facessero pietà questi ragazzi, quasi bambini, costretti a fare i soldati e a morire. E quando una volta vide un soldatino che stava piangendo, allora gli ha dato due uova per consolarlo. La donna sa il valore della vita perché è la donna a dare la vita».
E ancora: «Io cerco di ridurre la grande Storia alle dimensioni della persona, per vedere di capirci qualcosa. Per trovare parole adatte. Ma su questo terreno… tutto risulta meno comprensibile, meno prevedibile che nella Storia. Perché davanti a me ci sono lacrime e sentimenti vivi. Il volto di una persona reale, percorso durante la conversazione dalle ombre del dolore e della paura».
Non vuole sapere cos’era per me la felicità? – chiede a Svetlana l’ex infermiera al fronte Anna Ivanovna Beljaj – Glielo dico: trovare all’improvviso tra i morti una persona viva…
“Nei libri di Svetlana Aleksievič, come lei stessa sostiene, c’è molto Male, ma la sinfonia delle voci che li compongono è sempre dalla parte del Bene - afferma infine la professoressa Sala - Lei si è spesso definita «scrittrice delle catastrofi», ma in verità la sua attenzione è volta al rinvenimento di «parole d’amore», perché lei sente e sa che non sarà l’odio a salvare l’umano e l’umanità, sarà solo l’amore”.

Maria D'Asaro, 8 marzo 2026, il Punto Quotidiano




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