sabato 10 gennaio 2026

Bandiera rossa, la fame, la politica... grazie, Giuliana

Renato Guttuso: L'occupazione delle terre incolte
(continua da qui)

 «Ogni tre giorni andavo e venivo a piedi dalla masseria al paese, per ogni lezione, tra andata e ritorno, 24 Km.  
     Recuperavo rapidamente, il nuovo maestro mi prese in simpatia, mi metteva alla prova, mi dettava in siciliano e io dovevo scrivere in italiano. Da allora non perdetti più il contatto con la scuola. (…)
     Poi venne la guerra, andai sotto le armi e incontrai dei comunisti, operai e braccianti come me. Non sapevo niente di politica. Non mi era mai giunta all’orecchio una sola parola sulla tradizione socialista, che pure esisteva nel mio paese e nella provincia di Agrigento, né una sola parola sull’antifascismo. (…)
     Al mio paese c’era stata una specie di sommossa, nel 1935, che i fascisti avevano domato distribuendo pacchi di pasta da 5 chili. Non avevo mai collegato la fame con la politica, solo quando in guerra parlai con molti operai comunisti cominciai a capire qualcosa. Tornai nel ’44 e fondai la sezione giovanile.
    Ripresi a lavorare come bracciante in contrada Piana. Zappavamo e cantavamo Bandiera rossa. Il proprietario, un buon uomo, mi chiama: “Benedetto Dio, lo capisci che qua non puoi cantare Bandiera rossa? Lo capisci che mi chiedono se qua c’è la cellula comunista?” Gli chiesi: “Ma lei è soddisfatto del mio lavoro?” “Sì.” “Ma o canto o me ne vado”. “ E allora canta, canta…”.
   La sera tornavamo in paese a cavallo dei muli, quaranta o cinquanta contadini tutti in fila, e ogni sera sul mulo facevo comizio. Fui il primo contadino che parlò in piazza nel mio paese, a Ribera. Aravo e ripassavo il discorso.
    Mio padre lo seppe ed era terrorizzato. Alcuni mafiosi erano già andati da lui, gli avevano detto a più riprese: “Dicci a tuo figlio: chi glielo fa fare?” (…) Mio padre la sera prima del comizio mi affrontò: “Torni dalla guerra vivo per essere ammazzato qua? Tu non parli”. “Io parlo”.
   Mia madre intervenne: “Mio figlio parla” e mio padre le diede uno schiaffone. Allora lo afferrai per le braccia gridando: “Non ti bastono perché ti rispetto, ma ho ventidue anni e ho diritto pure io al rispetto. Non voglio vivere tutta la vita come te, come un pecorone, fatti i fatti tuoi”.
    Per tutto il giorno, mentre zappavamo, non mi rivolse la parola, poi la sera all’ora del comizio se ne andò dal barbiere. Io andai in sezione. Avevano parlato sempre gli intellettuali, quella sera invece fu un discorso da contadino a contadini, e alla fine mi portarono a spalle in giro per il paese. Presi coraggio, andai a parlare anche in piccoli centri vicini, come Calamonaci o Villafranca. Poco a poco mio padre, che non si era mai interessato di politica, diventò la mia ombra, si iscrisse al partito, mi seguiva nelle riunioni e dappertutto.
    Mia madre, una donna molto intelligente e coraggiosa, mi ripeteva sempre: “Vai avanti, figlio, cammina. Fai la tua strada, hai ragione, non si può vivere come abbiamo vissuto noi, ti do la mia benedizione” e continuò a benedirmi anche quando il papa nel 1958 scomunicò socialisti e comunisti.
Diventai un dirigente della Federterra, giravo per tutta la provincia, e lei mi aspettava la notte a qualunque ora, fino alle 2 o alle 3, sempre leggendo i reali di Francia, poi leggendo e rileggendo i miei articoli».

(Giuliana fa parlare Girolamo Scaturro, poi deputato regionale del PCI in Sicilia)

Giuliana Saladino Terra di rapina Sellerio Palermo 2001, pp.65-67

(Domani, a Palermo, alla Casa dell'Equità e della Bellezza, in via Garzilli 43/a, dalle 11,30 esatte alle 13 ricorderemo Giuliana Saladino, a 100 anni dalla nascita)

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