Palermo – Che soggiornare in aree verdi o blu migliori sensibilmente la salute e riduca l’uso di farmaci per patologie quali la depressione, l’ansia, l’insonnia, l’asma e l’ipertensione lo si sapeva già: ne avevamo scritto già qui circa tre anni fa, riportando studi del Finnish Institute for Health and Welfare e del Max Planck Institute for Human Development di Berlino.
I giapponesi lo chiamano Shinrin yoku (che in italiano si traduce in ‘Bagno nella foresta’ e in inglese Forest Bathing) e lo conoscono e lo praticano già dagli anni ’80.
Nel paese del sol levante infatti la valenza terapeutica del ‘bagno nella foresta’ (ma vanno bene anche i parchi cittadini e comunque i luoghi con una grande concentrazione di alberi) è nota già da decenni: miglioramento del funzionamento del sistema immunitario e dell’umore, diminuzione della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, diminuzione dello stress e dell’infiammazione sono benefici accertati del camminare in parchi e boschi.
Un’ulteriore conferma della valenza terapeutica del camminare in aree verdi arriva ora da uno studio del NICO, l’Istituto di Neuroscienze ‘Cavalieri Ottolenghi’ dell’Università di Torino, realizzato con la Clinica Psichiatrica dell’Ospedale Molinette.
Quando una persona respira in un’area verde, inala un cocktail di sostanze bioattive che provengono dalle foglie di alberi, funghi, arbusti, muschi e persino felci. La ricerca analizza i meccanismi biologici attivati da tali sostanze rilasciate dalle piante, i cosiddetti ‘fitoncidi’, i terpeni’ del legno degli alberi e delle piante in genere: composti organici volatili, molecole aromatiche che, oltre a rilasciare speciali sostanze nell'aria per proteggersi dal marciume e dagli insetti, sembrerebbero anche portare salute agli esseri umani perché in grado di influenzare infiammazioni e risposta del sistema nervoso allo stress.
Ad alcuni pazienti è stato prescritto di trascorrere 45 minuti per due volte a settimana in aree verdi: analisi del sangue effettuate prima dell’esposizione al verde e dopo sei settimane dall’inizio delle passeggiate hanno mostrato cambiamenti in una popolazione specifica dei globuli bianchi: “Dopo l’inizio di questa ‘terapia’ – ha dichiarato in un’intervista al TG scientifico Leonardo la dottoressa Roberta Schellino, docente di Anatomia umana al NICO di Torino - abbiamo visto già in tempi brevi che i pazienti, o almeno questo tipo di cellule, mostrano una riduzione di alcuni marcatori dello stress e si iniziano anche a vedere alcuni cambiamenti a livello epigenetico: cambia l’espressione di alcune interleuchine, quindi di quelli che sono dei marcatori dell’infiammazione.”
I pazienti inseriti nella ricerca hanno testimoniato anche un miglioramento dei sintomi depressivi: si conferma che camminare in parchi e boschi risulta benefico anche per l’umore e può ridurre i fattori di rischio di patologie come depressione e disturbo bipolare.
Sarebbe bene quindi impegnarci a fare tutti un’oretta di immersione nel verde, anche a giorni alterni, gustando consapevolmente e senza fretta il ‘bagno’ nella natura, magari senza cellulare o, se ce l’abbiamo dietro, evitando di guardarlo compulsivamente e ignorando per tre quarti d’ora chat e notifiche.
Il problema è però che, in molte città italiane, gli spazi verdi sono esigui e spesso poco fruibili; e poi la maggior parte della gente, se ha un’ora libera, preferisce bivaccare in un megastore…
Allora uno dei ruoli fondamentali della comunicazione pubblica (leggasi Rai) e della formazione scolastica dovrebbe essere quella di comunicare questa grande, semplice verità: noi esseri umani facciamo parte della Natura e traiamo benefici fisici, e non solo, nello stare immersi al suo interno.
Utilizziamo bene quindi le nostre giornate e soprattutto le vacanze e le belle stagioni: pare che la concentrazione delle benefiche molecole organiche volatili, i terpeni, oltre ad aumentare considerevolmente dopo una pioggia abbondante, sia maggiore dove c’è più densità di vegetazione e tenda a crescere in estate.
E soprattutto non consideriamo la salute come un bene da recuperare quando è a rischio o compromesso, ma come una condizione da coltivare quotidianamente nella relazione con sé, con gli altri e con l’ambiente.
Maria D'Asaro, 10.1.26, il Punto Quotidiano

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