Palermo – Ci sono testi che ogni cittadino dovrebbe leggere per capire davvero la storia italiana recente, testi che un docente competente e illuminato dovrebbe proporre come lettura obbligatoria per i propri alunni di scuola superiore.
Ad avviso della scrivente, Terra di rapina, reportage sulle lotte contadine in Sicilia dopo il 1945, opera della giornalista e scrittrice palermitana Giuliana Saladino, è uno di questi.
Il testo, pubblicato da Einaudi nel 1977 e riedito da Sellerio nel 2001, racconta il fallimento della riforma agraria in Sicilia e lo spiega con le parole dei contadini che avevano combattuto per la divisione dei latifondi, lottando contro mafiosi, gabellotti e un sistema sociale che li condannava a una vita di stenti, indegna di questo nome. Come sottolinea Antonio Calabrò nella nota iniziale, Terra di rapina è molto più di un reportage storico: è un racconto corale e commovente di un’umanità dolente e quasi sempre sconfitta, un suggestivo e intenso romanzo civile.
Punto di partenza del libro è la cronaca di una tragedia avvenuta il 22 febbraio 1972 a Carmagnola, a 24 chilometri da Torino, teatro di una rapina finita malissimo, con feriti tra la gente e le Forze dell’ordine e persino un morto: un passante, Aldo Boccone, ucciso casualmente da una pallottola vagante. Uno dei banditi, salvato per miracolo dal linciaggio della folla, è un siciliano di 37 anni, Giuseppe Di Maria, nato a Cianciana, un minuscolo paesino di minatori e contadini, in provincia di Agrigento.
Con la sua scrittura limpida e potente, Giuliana Saladino fa un viaggio a ritroso e ricostruisce la storia del rapinatore e il contesto storico in cui è vissuto, elementi questi che spiegano (senza ovviamente giustificarlo) il suo tragico percorso: Giuseppe Di Maria “batte una strada familiare a tanti: quella della rivolta contro tutto e tutti, una rivolta arcaica perdente e molto contadina”.
E la giornalista si chiede: “Gli si presentò mai la magra quasi unica occasione di dirottare la sua vita? Nella solitudine siciliana ciascuno gioca la sua partita contro il resto del mondo: l’occasione che non viene bisogna andarsela a cercare. E per un contadino dove, se non tra uomini e idee? Una qualche sezione di partito, un circolo dell’azione cattolica, una lega, un gruppo, qualcosa che sia punto di riferimento e àncora nel vuoto”.
Tre dei sei fratelli di Giuseppe Di Maria emigrarono, all’inizio degli anni ’50, in Inghilterra e ‘si salvarono’. Perché a Cianciana non c’era futuro…Ecco cosa dice alla Saladino un suo abitante: “Avevo venti anni, aspiravo a una vita diversa, ma qui a Cianciana potevo solo passeggiare sul corso, su e giù, entravo e uscivo dal caffè, aspettavo un’occasione che non veniva mai. (…) Facevo parte dell’azione cattolica e quando dicevamo ai preti che c’era troppa mafia troppa miseria e troppa emigrazione loro ci cullavano con le parole”.
La giornalista fa un’analisi magistrale della situazione di depressione economica e sociale in cui versava Cianciana servendosi di dati e studi che si concludono così: “L’attuale situazione agricolo-economico-sociale della popolazione versa in uno stato di depressione allarmante”.
Scrive allora Giuliana “Questa Cianciana, questo vuoto aveva intorno a sé Giuseppe Di Maria, non ancora ventenne, tra poco bandito, negli anni in cui i contadini hanno perduto la battaglia e i minatori si apprestano a perderla. Coraggio paura e speranza non battono più le trazzere, è in atto una ennesima rapina, ora i contadini firmano cambiali e contratti, vendono muli e lenzuola, impegnano corredi, ipotecano poderi pur di comprare la terra conquistata perduta e messa in vendita a seguito della riforma agraria”.
Dalla vicenda di Giuseppe Di Maria, la giornalista passa ad allargare lo sguardo alle lotte di braccianti, contadini e minatori nel decennio subito dopo il 1945.
E ricorda che purtroppo la Riforma Agraria del 1950 in Sicilia, che avrebbe dovuto distribuire la terra espropriando i grandi feudi, fu un fallimento per i contadini: furono infatti divise le terre meno produttive, fu favorito il clientelismo politico con alcuni benefici solo dove furono costruite infrastrutture: “La terra nuda e cruda e poi? Il mastodontico carrozzone regionale – ERAS, Ente Riforma Agraria Siciliana – che presiede alla riforma agraria, a spinte a spintoni e a strappi non si riuscirà a metterlo in moto né in tre né in dieci anni né in venti anni, né coi democristiani né coi socialisti”.
“Su tutto questo, il movimento contadino che si sta spegnendo, sconfitto, lascia un sedimento immediato: nessuno è più disposto ad accettare qualunque condizione alla propria vita… nessuno è più disposto a trascinare all’infinito - nel finito della propria vita – una fatica senza compenso”.
Allora, come si legge in copertina: “Contadini e solfatari (…) dopo la sconfitta scelsero un'altra via di civiltà, dolorosa e vitale: il più grande processo migratorio della storia, mentre sulla loro sconfitta, e sul loro coraggio di esuli, le terre impoverite di intelligenze e di cultura civica, perversamente costruivano una loro modernità che è poi stata la nostra. Così, questo romanzo conduce alla scoperta della verità sul bandito di Cianciana: il bandito altro non è che lo sfogo di una terra bandita. Che il rapinatore è il figlio di una terra di rapina”.
La giornalista aggiunge poi un altro tassello di verità storica: “Già la mafia ha celebrato le sue nozze urbane col potere, lo strumentalizza e ne sarà strumentalizzata (…) Già nuove forze economiche si sono messe in campo per la rapina sul campo inglorioso e lucroso della speculazione edilizia. Cacciata dai feudi, la mafia accorre in città, lascia il cavallo e prende la patente…”
Terra di rapina: dunque un magistrale affresco storico senza speranza? No: l’autrice, quasi come contraltare alla storia disperata di Giuseppe Di Maria, racconta quella di riscatto di Girolamo Scaturro, un povero bracciante che, grazie alla sua buona volontà, allo studio, al legame col partito comunista e…alle benedizioni di sua madre, diventa dirigente della Federterra siciliana e deputato regionale.
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Una storia vera che vale la pena conoscere:
«I miei genitori erano quasi analfabeti... Erano fieri di me perché portavo a casa una pagella tutti nove e dieci, anzi ‘lodevole’ come si diceva a quell’epoca».
«Quindi finii le elementari e fu il momento di passare all’avviamento la preside fece chiamare mio padre e gli spiegò che con quei voti era assurdo che non continuassi a studiare».
«Non se ne fece niente e andai a lavorare. Avevo 11 anni, era il 1932, e il fatto che ancora a nove anni e a dieci anni, studiassi, destava scandalo tra i contadini».
«Chiusi quindi con la scuola…Andammo come mezzadri, mio padre e io, nei feudi Finocchio e Balata, sotto Bivona, non lontano da Cianciana…Andavamo il lunedì all’alba, prima che fosse giorno, e tornavamo in paese il sabato, quando era buio… Eravamo decine di contadini mezzadri, vivevamo isolati dal mondo sui due feudi, dormivamo nella stalla con le bestie: conquistare un posto nella mangiatoia era, che so, come conquistare una camera con bagno».
«A sedici anni stavo ancora lì, fuori dal mondo, sentivo che tornavo analfabeta, avevo abbandonato ogni proposito di studio, ogni tentativo di lettura, ogni pensiero. Mi sentivo inselvatichire e indurire».
«Poi si risvegliò qualcosa in me, sentii che dovevo trovare il modo di scappare da lì, e dopo qualche giorno parlai a mio padre: ho sedici anni, se continuo così dimenticherò quel poco che sapevo, almeno una o due volte alla settimana voglio andare in paese, voglio vedere che posso fare con la scuola. “Vacci”, disse mio padre, “ma qualunque cosa è a spese tue”.
Non mi disse altro e riallacciai con la scuola. C’era il maestro che si ricordava di me, mi incoraggiò…. Mi iscrissi al corso serale per rifare la quinta e la sesta, perché avevo dimenticato molto e perché non c’era altra scuola in paese. Poche settimane dopo fu come scoprire un tesoro, tutto mi tornava alla memoria, ridiventavo bravo. Ogni tre giorni andavo e venivo a piedi dalla masseria al paese, per ogni lezione, tra andata e ritorno, 24 Km».
«Poi venne la guerra, andai sotto le armi e incontrai dei comunisti, operai e braccianti come me. Non sapevo niente di politica. Non mi era mai giunta all’orecchio una sola parola sulla tradizione socialista, che pure esisteva nel mio paese e nella provincia di Agrigento, né una sola parola sull’antifascismo».
«Non avevo mai collegato la fame con la politica, solo quando in guerra parlai con molti operai comunisti cominciai a capire qualcosa. Tornai nel ’44 e fondai la sezione giovanile…Ripresi a lavorare come bracciante in contrada Piana. Zappavamo e cantavamo ‘Bandiera rossa’… La sera tornavamo in paese a cavallo dei muli, quaranta o cinquanta contadini tutti in fila, e ogni sera sul mulo facevo comizio. Fui il primo contadino che parlò in piazza nel mio paese, a Ribera. Aravo e ripassavo il discorso.
Mio padre lo seppe ed era terrorizzato. Alcuni mafiosi erano già andati da lui, gli avevano detto a più riprese: “Dicci a tuo figlio: chi glielo fa fare?” (…) Mio padre la sera prima del comizio mi affrontò: “Torni dalla guerra vivo per essere ammazzato qua? Tu non parli”. “Io parlo”.
Mia madre intervenne: “Mio figlio parla” e mio padre le diede uno schiaffone. Allora lo afferrai per le braccia gridando: “Non ti bastono perché ti rispetto, ma ho ventidue anni e ho diritto pure io al rispetto. Non voglio vivere tutta la vita come te, come un pecorone, fatti i fatti tuoi”. Per tutta il giorno, mentre zappavamo, non mi rivolse la parola, poi la sera all’ora del comizio se ne andò dal barbiere.
Io andai in sezione. Avevano parlato sempre gli intellettuali, quella sera invece fu un discorso da contadino a contadini, e alla fine mi portarono a spalle in giro per il paese. Presi coraggio, andai a parlare anche in piccoli centri vicini, come Calamonaci o Villafranca. Poco a poco mio padre, che non si era mai interessato di politica, diventò la mia ombra, si iscrisse al partito, mi seguiva nelle riunioni e dappertutto.
Mia madre, una donna molto intelligente e coraggiosa, mi ripeteva sempre: “Vai avanti, figlio, cammina. Fai la tua strada, hai ragione, non si può vivere come abbiamo vissuto noi, ti do la mia benedizione” e continuò a benedirmi anche quando il papa nel 1958 scomunicò socialisti e comunisti. Diventai un dirigente della Federterra, giravo per tutta la provincia, e lei mi aspettava la notte a qualunque ora, fino alle 2 o alle 3, sempre leggendo i reali di Francia, poi leggendo e rileggendo i miei articoli».
Con la sua scrittura (come è stato scritto qui, nel centenario dalla nascita) capace di galoppare “dalla collettività all’individuo, dal generale al particolare… dalla società alla persona, dalla cronaca alla storia” Giuliana Saladino, presentando sia Giuseppe Di Maria che Girolamo Scaturro, sembra voler dire che una postura diversa, una consapevolezza e una cultura maggiori possono comunque fare la differenza e cambiare il destino di un uomo.
E sembra volerci infine sussurrare tra le righe che, nonostante la violenza dei potenti, ciascuno può scrivere una pagina di Storia. O essere almeno, come scrive il poeta William Ernest Henley, capitano della propria anima…
Maria D’Asaro, 18.1.26, il Punto Quotidiano





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