martedì 6 ottobre 2009

Cara Giuliana



Cara Giuliana,
Giuliana Saladino
 
Non so di che colore fossero i tuoi occhi.
Li immagino nocciola, scuri e intensi. Mi piace però pensare che, a una manifestazione antimafia, oppure durante uno dei tanti, troppi funerali di stato degli anni ’80 e ’90, o alla presentazione di un numero di Segno, il nostro sguardo si sia per un istante incontrato. E che, come in uno strano film di Inarritu, siamo state, a nostra insaputa, vicine.
In realtà, per una mia imperdonabile ‘distrazione’, ti ho conosciuta veramente solo quando avevi lasciato per sempre via Maqueda.  - Il tuo scritto agli alunni del corso serale mi ricorda qualche pagina della Saladino... Ti perdi qualcosa di prezioso se non leggi Romanzo civile e Terra di rapina – mi aveva affettuosamente suggerito l’amica Teresa.
Prima, di te sapevo ben poco. Che eri una prestigiosa giornalista siciliana. Che, per pochissimo tempo, eri stata assessore alla cultura della giunta Orlando, dopo la vittoria ‘bulgara’ del ’93. Che scrivevi su Segno.
Della segnalazione di Teresa mi sono fidata. Qualche giorno dopo i tuoi libri erano sulla mia scrivania. Sono stati avidamente letti, amati, segnati, riletti e ancora riamati. Ci si può “innamorare” di una persona soltanto leggendo i suoi scritti? Si può provare la stessa stretta al cuore, quell’acuto e inguaribile sentimento di nostalgia che si prova per i propri cari andati, per una giornalista/scrittrice scomparsa, mai conosciuta? Sì, se si tratta di te, cara Giuliana.
Da allora per me non sei solamente un’intellettuale di grande valore: sei una donna acuta e intelligente, tenera e sensibile, vitale e dolente, ironica e appassionata, una siciliana della quale sono fiera e che mi cruccio di non avere personalmente incontrato.
Per età, potevi essere mia madre. Tu del ’25, io del ‘58: trentatrè anni di differenza. Nonostante la distanza anagrafica, ti ho subito sentita amica e “compagna”, vicinissima per sensibilità umana, civile e politica. L’aggettivo “compagna”, lo so, è da maneggiare con cura, attenzione e rispetto. Infatti “compagna”, militante comunista, lo sei stata davvero: è stata quella che chiami “la tua seconda reincarnazione”. Quando, dopo lo sbarco degli americani nel ’43, a 18 anni rimanevi folgorata dalle frasi impresse sulle amlire, le banconote americane circolanti in Italia: “libertà di pensiero e di parola”, “libertà dal bisogno e dalla paura” e ti ritrovavi – tu, di famiglia benestante, educata a Dio, Patria e Famiglia – in un’assemblea della sezione comunista Gramsci di via Castro “con tutti gli umiliati e offesi in carne e ossa e cenci... e alla fine un canto… Bandiera rossa(1).

La sottomissione, la paura, le mani legate

E con Marcello, sposato nel 1947 dopo aver pianto assieme i morti di Portella della Ginestra, con Rocchi e tanti altri amici, confluivi generosamente nel “grande e glorioso” Partito comunista: “pochi operai e tanti contadini all’assalto dei loro diritti, e noi con loro, convinti di cambiare tutto per cambiare tutto, di scuotere dalle fondamenta, fino ad abbatterle, strutture economiche e sociali, di svellere radici ...” (2)Con Marcello/Mars, segretario della federazione comunista provinciale, ad Agrigento, “deprimente cittaduzza col più fulgido dei panorami”, iniziavi la tua azione di militante, in un vortice di “marce comizi delegazioni dibattiti assemblee”, “in paesi col grano e le mandorle o l’uva, con la vecchia mafia e le clientele democristiane a mollo in una sorta di ben riuscita coltura batterica”(3).
Lì ti scontravi con una realtà sociale difficilissima da decifrare.
In un mondo contadino arcaico, povero, diffidente, impaurito, in balìa dei poteri forti di allora: i latifondisti spalleggiati dai soprastanti mafiosi, appoggiati, talvolta, dai carabinieri. A ogni rilettura di Terra di rapina, provo una stretta al cuore.
 "Entrare nell’aia era come entrare dentro una trincea per un corpo a corpo. Sull’aia arriva il barone con un grande avvocato che è un pezzo di mafioso [...] Il barone ci chiamava a uno a uno e chiedeva: - Tu come dividi?-  Dividere secondo la legge Gullo significava che per l’altra annata o lo sfrattava o gli dava la terra tutta pietre, scoscesa, dove il sudore poteva colare con le lacrime di tutta la famiglia. E allora a bassa voce, per non farsi sentire da noi più decisi, perché si vergognavano, rispondevano pianissimo - Come vuole voscenza -"(4).
Non solo per la tristissima vicenda di Giuseppe Di Maria, figlio disgraziato di una Sicilia senza speranza, per il quale l’unica salvezza, forse, sarebbe stata andarsene in Inghilterra come tre dei suoi tanti fratelli o iscriversi in una qualche sezione di partito, “áncora nel vuoto”… Ma soprattutto per le condizioni di vita disumane dei contadini e per tutto quello che hanno sofferto nel tentativo di rialzare la testa da ataviche schiavitù.
Mio nonno materno era un capomastro. Lavorava anche nei feudi del barone Inglese, vicino Bisacquino. Gli si rivolgeva con voscenza benedica e baciamo le mani. I suoi figli non sopportavano questa sudditanza verbale, spia di pesanti sudditanze sociali ed economiche. Un figlio, zio Bernardo, che si rifiutava di rivolgersi al barone con quegli appellativi da servo, è emigrato per sempre a Chicago, ed è morto lì, col rimpianto degli affetti e del sole siciliano lasciati per sempre. Un altro è andato a lavorare per qualche anno in Francia, come il ciancianese diventato comunista e poi emigrato perché “quando dicevamo ai preti che c’era troppa mafia troppa miseria e troppa emigrazione loro ci cullavano con le parole”(5).
Anni fa, mi sono fatta raccontare da mia madre e da mia zia chi fossero e che facessero i mafiosi a Chiusa Sclafani (25 km da Corleone ) negli anni ’30 e ‘40. Mentre prendevo appunti dai loro ricordi, mi guardavano terrorizzate e mi scongiuravano di non scrivere nulla. Avevano ancora paura di mafiosi ormai morti e seppelliti!

L’autocritica su quegli anni

Sono nata a Giuliana – sì, in un paesino sperduto che porta il tuo nome, al confine tra la provincia di Palermo e quella di Agrigento, che tu così bene hai conosciuto – e fremo leggendo quello che succedeva, negli anni ’50, nei feudi di Sambuca, di Campofiorito, di Corleone ... Ed ecco le sconsolate conclusioni di un comunista sambuchese: “Abbiamo avuto una vita dura e tutto il nostro sbaglio è stato che pensavamo che questa società si capovolgeva(6).
Dov’è Rizzotto?” – gridava Di Vittorio a Palermo. “Il bracciante Placido Rizzotto, socialista, segretario della Camera del lavoro di Corleone, aveva solo ventisei anni quando i mafiosi, Luciano Liggio in testa, lo acchiapparono la sera del 10 marzo 1948 ...”.
Sono stati i “compagni” e le “compagne” come te, come voi, a riscattare il suo sacrificio e quello di centinaia di altri martiri coraggiosi ammazzati dalla mafia e dai padroni solo perché volevano riconosciute libertà e giustizia sociale: “libertà dal bisogno e dalla paura”, come c’era scritto nelle amlire... Eppure la tua autocritica su quelle lotte, su quegli anni della tua “incarnazione comunista” è stata dura e impietosa.

Sul massimalismo astratto del partito:

"Non per quello che avevo fatto [...] Non per le cose dette [...] piuttosto per il modo arrogante e sbrigativo con cui affrontavamo realtà complesse [...] un modo spacca tutto, calpestando e inserendoci da rinoceronti nel gioco cauto sotterraneo (…) delle gerarchie segrete, delle faide secolari, dei tabù sociali, dei clan e dell’ethnos proprio di ogni paese, specie se contadino[...]"(7).

Sul rapporto mancato con le donne, sulla scarsa attenzione ai loro veri bisogni:

"Come era possibile piombare, noi attiviste, tra quaranta donne riunite in una stanza senza mai badare alla corda umana [...] senza mai guardare [...] uno dei loro cento bambini presenti, andare subito al sodo: vogliamo l’acqua, no per ora bisogna rifiutare il Patto Atlantico, vogliamo magari solo una fontanella [...] no, per ora “giù le mani dalla Corea” [...] le consideravamo come noi stesse eravamo, supporto e seguito, corollario e complemento, oggetto e non soggetto della politica vera (8).
Come fu che non capimmo mai... per quale maledetta sfortuna la migliore compagna comunista del paese... dopo un poco la perdevamo... [dopo] silenzi, mezze frasi, cenni, reticenze, finalmente arrivavamo a comprendere che non l’avremmo più rivista, che era diventata una puttana, perché separata dal marito, quindi fuggita dal paese, quindi messa al bando dalla sezione comunista. Dovevano passare gli anni a decine prima di capire che una parola nuova detta a una donna viva veniva intesa soprattutto come spinta irrefrenabile alla liberazione personale, sessuale, dal dispotismo di mariti padri fratelli" (9).

Sull’insufficienza antropologica e sociologica dell’intervento comunista:

"Solo ora mi pare di sapere che cosa è un contadino, e intuisco meglio cosa era allora, che grumo di paura e di aggressività repressa, di prudenza e di diffidenza ... Risento quel vuoto di rumore che era fiato sospeso di settanta-ottanta contadini riuniti in sezione ... risento il silenzio carico di panico che subentrava alla fine di una relazione in cui si proponeva e disponeva, baldanzosi e autoritari, come e dove e a che percentuale spartire e ammassare il grano, lacrime e sangue, e risento obiezioni dalle perifrasi indecifrabili, un avanzare del discorso per apodittiche proposizioni o proverbi sentenziosi che celavano resistenze tenaci e interrogativi enormi, legati alla vita e alla morte: come camperò? come affronterò il campiere?"(10).

Sui limiti della visione comunista della realtà siciliana:

"Non riconoscemmo il 18 aprile, le lettere dall’America che trovavamo in ogni casa di operai e contadini, la truculenza dei preti ... Non riconoscemmo la riforma agraria e tutto quel che doveva seguirne... a lume di naso i contadini la giudicarono tale da farsi le valigie e scomparire. Non riconoscemmo la farsa dell’industrializzazione, né l’emigrazion e... Non riconoscemmo l’Urss e gli orrori del socialismo "(11).

Cara Giuliana, non sono mai stata comunista in senso stretto. Anche perché vissuta in tempi diversi dai tuoi: avevo 20 anni nel ’78, quando impazzavano i movimenti di sinistra e le Brigate rosse ammazzavano Aldo Moro e gli uomini della scorta. Allora molte mie compagne di scuola si professavano marxiste e si facevano chiamare compagne. Ma io sentivo che non funzionava, che non sarebbe durato. Avevo il deterrente della mia formazione cattolica e nonviolenta. Mi aveva colpito un certo Lanza del Vasto, ribattezzato da Gandhi, del quale era stato amico Shantidas/Servo della Pace. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo nel 1976, nel liceo che frequentavo. Lanza del Vasto mi aveva subito affascinato con la sua visione nonviolenta della vita: ”Al di là delle strutture, ogni uomo è impastato di bene e di male” e accompagnava il suo dire tracciando una linea verticale che lo attraversava a metà dal capo ai piedi ... Sentivo che Shantidas aveva ragione: prima che in strutture esterne, bene e male sono dentro di noi.
Eppure, come sosteneva con ardore Rocchi, le analisi storico-economiche del caro vecchio Carlo Marx non sono  da buttare. Bene e male prendono forza e si incarnano nelle istituzioni, nelle strutture e nei sistemi sociali: in ogni momento storico si formano strutture nefaste, di dominio, di sfruttamento. È compito degli uomini e delle donne di buona volontà denunciarle e combatterle. Senza farsi troppe illusioni: domani il male si manifesterà in altre istituzioni, in altre strutture.
Cara Giuliana, ti confesso che oggi che non è di moda, con il cinismo rampante, la voglia di far soldi e la pesante cappa di destra che c’è nell’aria, sento di essere molto più a sinistra di tanti che ostentano tessere e appartenenza.

Una madre, la scuola, la politica

Ma allora, negli anni ’50, se non ci foste stati voi comunisti (e qualche democristiano idealista e onesto come mio padre, qualche prete lungimirante come don Gerlando Re a Cianciana e qualche martire “bianco” come Pasquale Almerico a Camporeale), chissà quanto sarebbero durate ancora le situazioni di miseria e di sfruttamento ... No, cara Giuliana “non evitavate solo il peggio”. Aveva ragione Marcello, ogni cosa ha il suo tempo, il suo peso, tutto conta: e' stato anche merito tuo, di Mars e di Rocchi se Girolamo Scaturro, anziché fare per tutta la vita il mezzadro, e lavorare come una bestia dall’alba al tramonto per sei giorni alla settimana, è diventato deputato regionale.
Come racconti in Terra di rapina, sono state sua madre, la scuola e la politica del grande e glorioso PCI a fargli vivere un’esistenza umana degna e piena.
Sua madre: aveva fatto solo la terza elementare, ma non voleva disimparare a leggere, e leggeva e rileggeva, “e lesse per tutta la vita, un volume sui reali di Francia”. Sua madre: che si prese uno schiaffo perché intervenne in difesa del figlio davanti al marito che voleva impedirgli di fare un comizio in piazza a Ribera, nel suo paese. Sua madre: che lo aspettava fino alle due o tre di notte, leggendo prima i reali di Francia e poi leggendo e rileggendo i suoi articoli. Sua madre: che lo incitava: “Vai avanti, figlio, cammina. Fai la tua strada, hai ragione, non si può vivere come abbiamo vissuto noi, ti do la mia benedizione” (12). E continuò a benedirlo anche quando il papa nel 1948 scomunicò socialisti e comunisti. Una madre tenace e resiliente. Forse una madre così avrebbe impedito a Giuseppe Di Maria di diventare un bandito.
La scuola: Girolamo era bravo a scuola. Faceva in un attimo temi e problemi che i figli dei signori faticavano a svolgere. Il maestro lo guardava, scuoteva la testa e diceva: “Tu dovresti studiare e vai a lavorare, questi dovrebbero lavorare e invece continueranno a studiare”(13). Ma fu costretto a lasciare la scuola per il bisogno: “Tenermi a scuola era uno spreco, tutti i parenti e i vicini disapprovavano mio padre: 4 lire al giorno ti può tirare il picciotto, e tu lo tieni a scuola” (14). Dopo anni di fatica oscura e bruta in un feudo, a sedici anni, incoraggiato anche dal maestro, Girolamo riprese lo studio. E “fu come riscoprire un tesoro”.
La politica: “Non avevo mai collegato la fame con la politica, solo quando in guerra parlai con molti operai comunisti cominciai a capire qualcosa. Tornai nel ’44 e fondai la sezione giovanile. Ripresi a lavorare come bracciante ... Zappavamo e cantavamo Bandiera rossa [...] La sera tornavamo in paese a cavallo dei muli ... e ogni sera sul mulo facevo comizio [...](15). Diventai dirigente della Federterra [e poi] deputato [regionale]... Il mio paese si pose alla testa delle lotte dell’agrigentino. Oggi è uno dei pochi in Sicilia ... dove si possa parlare di un reale successo contadino, di una reale trasformazione dell’agricoltura, di una indicazione su come questa terra avrebbe potuto rinascere e trovare una nuova strada” (16).
Tu, Giuliana, allora avevi 23 anni, eri militante comunista ad Agrigento: con tutte le ingenuità e gli errori commessi, senza la tua onesta e generosa battaglia, senza le lotte di Mars, di Rocchi, di Giuseppina, di Simona, la Sicilia sarebbe stata più triste e disperata, ancora più povera di dignità e di giustizia. E Scaturro forse sarebbe stato per sempre un mezzadro senza speranza e avrebbe continuato sterilmente a sfogare la sua fame, la sua rabbia, la sua frustrazione sputando nella ricotta che era costretto ogni mattina a portare alla moglie del padrone.

La terza reincarnazione: Cronaca palermitana

Tornata a Palermo a metà degli anni ’50, continuavi, per conto del “grande e glorioso”, a lavorare all’Associazione delle Donne Palermitane. Avvertivi però che le lotte delle donne “messe su senza risparmio di forze umane e di corde vocali(17), erano destinate a dissolversi, risolvendosi, in ultima analisi, solo in un mucchietto di voti alla scadenza elettorale. Palermo era piena di “una massa scarmigliata abituata a mendicare diritti anziché lottare per conquistarli” (18).
"La Palermo degli anni ’50 era un mostro con dentro, in gestazione, il mostro peggiore che sarebbe in seguito diventata. Se era stato difficile avere a che fare con i contadini, adesso era difficilissimo avere a che fare con un sottoproletariato ringhioso e subdolo, politicamente depravato, del mondo migliore se ne fotteva, tanto la memoria genetica gli diceva che non esisteva … (19).
Giuliana comunista: un tributo ai tempi dettato da una profonda necessità etica e civile. Ma “all’indomani del milazzismo, gennaio ’60, non me l’ero sentita di rifare... la tessera – non indignata, non polemica, solo confusa; ora si inaugurava la stagione della lunga fedeltà, fuori e pro anziché dentro e contro” (2o).
Era il momento della tua terza reincarnazione: diventavi giornalista.
Con l’understatement che ti ha sempre caratterizzata, agli antipodi di tanta boria palermitana, supponente e arrogante, dichiari che il tuo mestiere, in fondo, era confezionare “pesanti sacchetti neri pieni di parole, inchieste articoli servizi corsivi”, consegnandoli “con sollievo alla spazzatura cittadina” (21).
E no, cara Giuliana, non ci sto, ora stai veramente esagerando ... Se posso essere d’accordo con te nel riconoscere alcuni errori strategici e di prospettiva compiuti in buona fede nel seno del “grande e glorioso”, non posso farti passare la sottovalutazione del tuo mestiere e del tuo ruolo di giornalista. Sai, sono una lettrice onnivora e esigente: lavoro e figli permettendo, assaggio qualsiasi quotidiano libro rivista sito web mi capiti sotto gli occhi. Se mi sono innamorata di te, leggendo i tuoi libri e i tuoi articoli, una ragione ci deve essere. Semplice: scrivi bene. Col cuore, con somma intelligenza, con l’anima.
Metti De Mauro, una cronaca palermitana: il libro che ripercorre accadimenti e umori dei dodici mesi trascorsi a partire da quella sera del 16 settembre 1970, quando, mentre “lo scirocco correva a 65 all’ora e Palermo, affranta da una lunga estate... frastornata dal caldo e dal chiasso, aspetta frescura e silenzio”, nel buio di via delle Magnolie scompare il giornalista Mauro De Mauro.
Nella cronaca di quell’anno, annusi, percepisci, analizzi, comprendi ed esprimi perfettamente gli umori, i disastri, le assurdità, le paure, le attese che si respiravano allora in città. Chi ti legge sente, avverte quasi fisicamente, l’atmosfera di quell’anno. Quando De Mauro scompariva per sempre – ma allora non lo sapevamo: quanto, in quanti abbiamo sperato che ci fosse restituito – tu avevi 45 anni, io appena 12: seconda media al “Maria Adelaide”. Nell’ora di Applicazione Tecniche, tra un lavoro all’uncinetto e l’altro, la mia professoressa (volto duro e cavallino, spessissime lenti da miope, polpastrelli ingialliti dalla nicotina, voce arrochita dal mestiere e dalle troppe sigarette fumate) si lasciava andare a un chiacchiericcio vacuo, inconsistente, tritatutto sulla sorte del giornalista scomparso. Pressoché identico a quello che riporti nelle pagine della tua cronaca: mafia droga intrighi sapeva troppo colluso ricattato era furbo chissà chi c’è in mezzo una donna sicuro che c’entra una donna ... Chiacchiericcio che la prof. concludeva, con un agghiacciante ribaltamento di ruoli, dicendo che in qualche modo De Mauro se l’era cercata.

Non il giudice, ma la mafia
Lo so, cara Giuliana, a Palermo si eccelle nello sconcio paradosso di ribaltare la realtà, trasformando le vittime in colpevoli. Per anni sono stata insegnante di Lettere in un corso serale. Avrei dovuto invitarti ... Studiavamo l'italiano leggendo i quotidiani. Ci capitò di leggere che alcune madri di bimbetti di asilo protestavano perché un giudice-papà accompagnava la figlioletta a scuola con scorta e sirene spiegate. Così, sostenevano le madri, metteva a repentaglio la sicurezza dei loro pargoli. La prima reazione dei miei alunni era “Si nni stassi ‘casa ‘u magistratu’, picchì havi a disturbari ddri picciriddi?”. Solo a fatica, dopo pazienti e travagliate riflessioni, nasceva in alcuni la considerazione che impedire a quel giudice di accompagnare a scuola la figlia, significava ancora una volta rassegnarsi allo strapotere mafioso. Era la mafia infatti, e non il giudice, la responsabile del clima di paura che si viveva in città. Erano superficialità, pressappochismo e sottocultura mafiosa a offuscare la capacità di giudizio dei miei corsisti e di tanti altri palermitani, per i quali, a primo acchito, un giudice-papà, costretto a vivere una vita blindata solo perché svolgeva il suo lavoro a tutela della cittadinanza e a difesa delle istituzioni, era considerato non vittima ma colpevole.
In un’altra città, in una città normale quest’equivoco non sarebbe accaduto. Ma Palermo non è una città normale, malgrado i proclami, non si sa se più ridicoli che patetici, dei nostri sindaci.
Lo sappiamo benissimo, cara Giuliana. Ci ricordi che non lo era nel 1970, quando il Consiglio comunale, dopo quattro mesi di trattative, eleggeva a sindaco della città Vito Ciancimino, con tre procedimenti penali pendenti a suo carico. Non lo è stata quando un Presidente della Regione è stato costretto a dimettersi perché condannato in primo grado per favoreggiamento.
Col tuo sguardo attento e scrupoloso e con il tuo stile semplice e diretto, hai denunciato e descritto una Palermo incapace di reagire ai nefasti equilibri politico-mafiosi, una città in cui, trent’anni fa come adesso, la mafia ha operato un soffocante restringimento degli spazi di libertà, un occhiuto controllo del territorio. Una Palermo, scrivevi nel 1988,
"sistematicamente decapitata… dal presidente della regione, al capo dell’opposizione, dal procuratore della repubblica ai magistrati che indagano, ai commissari di polizia, al medico legale, ai due capitani dei carabinieri e al generale dei carabinieri, moglie compresa, scorte comprese, mentre attorno continuano stragi o macelli di bande rivali. Per trovare qualcosa di simile in Europa bisogna slittare indietro nei secoli" (22).

Ma ti interrogavi anche con spietata sincerità sul ventre molle della città, sulla "larga fascia inerte silenziosa che tira la carretta (…) allenata da sempre ad incassare annovera la speranza tra i peccati capitali, considera lo stupore o l’indignazione debolezze da ingenui, coltiva ed esercita la furbizia per difesa, e con furbizia ormai congenita rilancia la sfiducia dandole dimensione globale e cosmica per cui “sono tutti gli stessi” “Ciancimino o un altro per me cosa cambia?" (23).
Bisognava indagare sul consenso serio e profondo, sull’affinità elettiva stabilitasi tra governati e governanti, ma nessuno ne era capace: "Colpa del potere, d’accordo. Della mafia, d’accordo. Ma possibile che noi siamo sempre vittime innocenti? Le nostre personali carenze e strafottenze andavano rimosse? A Como a Varese o a Belluno il cittadino non butta per strada i rifiuti o l’impiegato allo sportello non è villano solo perché lì non c’è la mafia? Qualcosa non quadrava "(24).

Quella Palermo che tu e L’Ora di Vittorio Nisticò avreste voluto cambiare, era solo epidermicamente scalfita dalle vostre denunce, inchieste, servizi: la maggioranza silenziosa dei palermitani si rispecchiava nel qualunquismo dell’altro quotidiano cittadino, impegnato allora a intervistare Luciano Liggio, perché pittore di talento. In una città normale questo non sarebbe successo.

La quarta reincarnazione: la “fabbrica” in movimento
Ti vedo, simile a me, eternamente in pantaloni, scarpe basse, una sobria maglietta d’estate o un comodo maglione d’inverno. Non credo che tu abbia tinto i capelli quando sono diventati argentati. Vedessi che rossi imperversano oggi nelle teste di tante nostre concittadine … per compensare, chissà, il grigiore piatto dell’anima. Ti immagino nervosa e asciutta, con una sigaretta tra le dita. Sigaretta, che è l’unico elemento che ti contesterei seriamente.
Anch’io come te sono astemia. Come te, mangio e faccio mangiare con parsimonia. Anche a casa mia, con i figli piccoli, il pasto serale era costituito spesso da pane e latte e “la carne solo dai nonni”.
Ti sento vicina per l’uso intimo, arguto e sapiente della nostra madre lingua siciliana: “Ma come gli spercia?” dicevi di Rocchi, che col cancro addosso, scriveva una lettera esilarante a Maria Pia; “Vieni vieni che atturriamo”, dicevi a Rocchi quando in pochi giorni si accumulavano tante cose da dire, quando un assassinio inaudito scatenava una tempesta di interrogativi. Atturrare è “porre le cose al fuoco sì che si secchino e non ardano e non cuociano” e nel senso traslato e comune del dialetto è il rimestare e ripestare, magari fastidiosamente, un argomento?"(26); definivi “fradicio” qualcuno che, in mala fede, la sa lunga; denominavi “largasia” l’agiatezza economica che Rocchi voleva procurarvi con la donazione della barca a vela. E tutte queste le scrivevi “a lassa e pigghia”, lascia e piglia, interrotta centinaia di volte dal tuo sfaccendare di donna, di madre, di nonna.
Ti immagino bussare a Dome, amico e fratello insieme, per chiedergli conto di una porta di casa che un bel giorno non vuole più saperne di chiudersi o della persiana alta tre metri e quaranta che a un certo momento rifiuta di girare sui cardini. Vedo te e Gabbi che lo seguite ansiose nelle sue ispezioni e Dome che, dopo aver osservato in silenzio, afferma grave “La fabbrica ha fatto movimento” (27).
La fabbrica che aveva fatto movimento, la casa scricchiolante era il mitico grande palazzo di via Maqueda 110 “ingresso reso solenne da due colonne con capitello di stile corinzio”, la roccaforte laica dove, dopo il congedo non indolore da L’Ora avvenuto alla fine degli anni ’70, ti apprestavi a vivere ormai la tua “quarta reincarnazione”. Secondo te, la migliore.
"Trabocco di bei sentimenti e mi godo la vita, scialacquando in beni senza prezzo sul mercato: un bagno di mare alle otto di sera, uno Strawinskij fino all’ossessione, ibiscus rosa grandi come stelle coltivati in terrazza, leggere di geografia con Emanuele, passeggiate con Mars su stradelle erbose, profumi della campagna, piaceri dei sensi, chiusura a riccio. Mi sento molto siciliana" (28).

Come ti capisco, cara Giuliana... “quannu ‘u pedi camina u cori sciala” diresti nella nostra lingua madre. A via Maqueda affiancavi, d’estate, la casetta in campagna, dove convivevano felicemente quattro generazioni, dal pronipote Emanuele alla bisnonna Milady, che chiamava armaluzzo la nipotina non battezzata, e che gli atei comunque accompagnavano prontissimi in macchina a qualsiasi messa feriale o festiva la bisnonna richiedesse. “Il sangue non è acqua” diceva Rocchi. Gli ospiti erano stupiti e inebriati dal contatto con una vera famiglia patriarcale “Che registrava ancora guizzi vitali e profondi” (29). Che brillava di luce propria e spandeva intelligenza allegria arguzia affabilità. E faceva sì che, agli ospiti tedeschi, tua figlia Giuditta servisse su “un piatto di terracotta melenzane in tutte le salse gli usi e i travestimenti, e su un piatto d’argento ‘i grandi temi’ da dibattere” (30). E che una coppia irlandese, dopo aver goduto della compagnia della tua famiglia, affermasse di avere finalmente capito che cos’era il Paradiso!
Ma non c’erano solo gli ibiscus, la campagna e Strawinskij. Cominciavi ad avvertire nel tuo corpo e in quello degli amici più cari il lento, ma inarrestabile scricchiolio, provocato dal tempo e applicavi argutamente alle falle del corpo la frase di Dome: “La fabbrica ha fatto movimento!”. E poi, alla fine degli anni ’70 sentivi ormai: "una certa stanchezza individuale e collettiva, i postumi del ’68, l’inarrestabile deterioramento della vita pubblica, il sequestro le lettere e l’uccisione di Moro (... ) il compromesso storico su cui ci azzannavamo e tutto in giro quell’aria da guerra perduta" (31)
Lo scricchiolio non era solo dei corpi: era di una idea politica irrimediabilmente sconfitta che ti faceva sentire uno spettatore “di prima fila, senza più nessuna possibilità di modificare il copione, esponente di una mancata classe dirigente"(32).  In una città che sentivi sempre più inerte, confusa, imbarbarita.
Una città, aggiungo io, in cui il malessere è sempre destinato a essere doppio: al proprio personale dolore, alla propria personale tristezza si somma, implacabile, il male che ti reca la consapevolezza di vivere in un luogo – sono tre tuoi calzanti aggettivi – incattivito, meschino, infelice, con un’assoluta mancanza di senso civico. “Ma questa non è una città – diceva Rocchi – è un insediamento.”
Ci credi, Giuliana, da un po’ provo una sofferenza quasi fisica nel guardare i volti volgari e arroganti dei miei vicini che, posteggiati in doppia o tripla fila, circondano incuranti la mia auto, costringendomi ad aspettare che giochino la loro bolletta al centro scommesse. E in me, come in te, sale il disgusto per il quartiere, per la città irredimibile. In cui ti senti un’aliena perché non getti neppure una cartina per strada, paghi il biglietto sul tram, plaudi ad “Addiopizzo” e sostieni i negozi che non pagano, e, se ti rubano il ciclomotore, vai dai carabinieri a sporgere denuncia e non da “chiddu ‘ntisu” che in cambio di 200 euro te lo farebbe ritrovare.
Vivi però un’incolmabile alterità, una solitudine profonda. Chi sono i tuoi amici, i tuoi vicini, i tuoi referenti? Sempre più difficili da trovare, da frequentare... E l’opposizione, l’altra Palermo, l’altra storia? Divisa, miope, litigiosa, confusa. Allora come ora. Sorge potente anche oggi la tentazione che, come negli anni ’50 e ’60, sia necessario emigrare, fuggire per salvarsi, magari incoraggiando e seguendo i figli che vogliono andare fuori a studiare e lavorare, a Bologna, a Trieste o addirittura in Finlandia, chissà.

La morte di Rocchi
Ma la ferita più lacerante, durante la tua quarta incarnazione, fu il dolore tutto privato per l’uscita di scena dell’amatissimo Rocchi, Calogero Roxas, il “nisseno pazzo”, a cui la tua vita e quella di Mars era, da decenni, legata dal filo indistruttibile di un’amicizia totale, che era passione politica condivisa, affetto tenerissimo e profondo, condivisione piena di un’acuta sensibilità umana e sociale, “gusto della battuta feroce, della polemica su uomini e fatti ... speculazione attenta”, condita con vino risate discussioni a non finire litigi e pace il giorno dopo."
Su Rocchi, sulla sua contagiosa, lucida e irriverente vitalità e intelligenza hai scritto pagine memorabili. Eri proprio egoista, cara Giuliana, a non volerle farle circolare in più ampia cerchia. Benefiche ed esilaranti quelle che ci mostrano Rocchi arguto, spassoso, geniaccio insuperabile del motto di spirito. Che aveva come oggetto tutto e tutti. Te compresa, eternamente presa in giro per le tue abitudini alimentari parsimoniose che, a detta di Rocchi, avrebbero richiesto l’intervento di un giudice tutelare a garanzia delle tue figliolette! Preziose, strazianti per l’altissimo grado di coinvolgimento emotivo, le pagine nelle quali di Rocchi ci descrivi la malattia e la morte. Che è poi una morte anticipata. Eutanasia, verrebbe definita oggi con grande sconquasso di chiacchiere.
Com’è che non insorgo, che non mi scandalizzo, io cattolica, per la scelta di Rocchi? Scelta che appare comprensibile, coraggiosa, persino luminosa, non solo per le luci accese della stanza al momento del suo commiato ... Cosa oppone la dottrina cattolica alla morte seria, composta, dignitosa, senza disperazione di Roxas? Che, sino all’ultimo, “Qualcuno” può fare il miracolo. Che, con le nostre sofferenze, completiamo le sofferenze di Cristo. Non mi nascondo dietro un dito: lo spartiacque è avere una fede profonda in un mondo spirituale, in una permanenza dell’anima, che accolga, giustifichi e dia un senso al dolore. Mia sorella e mio cognato, morti di cancro, avevano questa fede. Rocchi no. Dal suo punto di vista è stato lucido e coerente. Ecco cosa scriveva a un amico prete, qualche mese prima del silenzio: “Un laico muore solo. E per sempre. Non ha messe gregoriane né rintocchi di campane. Capisco perciò la bellezza e l’agiatezza di chi muore dentro un coro d’angeli”(33). Quando si è malati terminali, non servono dogmi, strumentalizzazioni, proclami. Solo compassione e silenzio.

Quel che serviva, quel che rimane è la tenerezza infinita del vostro rapporto:
Se era Mars a telefonargli, alla fine chiedeva invariabilmente: “Hai qualcosa da dire a Rocchi” e io invariabilmente: “Digli che l’amo tanto” e Mars “dice che ti ama tanto” e Rocchi: “io pure io pure io pure”un soffio di calore tra le griglie della ragione che non ci consentiva né commozione né disperazione” (34).
Rimane il tuo enorme rammarico per non avere saputo riconoscere l’ultima sera:
"Che non lo capisse la Ziamamà, che quella sera era con noi a scherzare sino alla fine, perché lei lo chiamava “Uccio” fin dalla più tenera età […] Che non capisse la Ziamamà, cui Rocchi aveva detto del suo male solo da due o tre giorni... era legittimo. Ma io e Mars? Io e Mars con i quali non c’erano né inganni né veli, io e Mars che sapevamo di cosa parlava con Giorgio, che sapevamo da mesi la sua determinazione e che a differenza dell’Ariete non l’avevamo mai messa in dubbio...? L’attenuante è che Rocchi l’ultima sera spese e scialò il meglio di sé per non farcelo capire (…) perché doveva aver concluso che l’ultimo gesto di amicizia fosse quello di non farci capire nulla, e noi nulla capimmo" (35).


Il comitato dei lenzuoli: il dolore pubblico e privato

Della tua quinta – e ultima – reincarnazione, quanto mai dolorosa e solitaria, senza Mars, unico, prezioso, insostituibile compagno di vita, perduto per sempre in un tristissimo giorno di novembre, accennano pudicamente Giuditta e Marta, nella postilla a Romanzo civile. Ormai, su un foglio di carta stropicciato, portavi sempre con te dei versi di Borges che rappresentavano compiutamente il tuo stato d’animo:

(…) Sere che furono nicchia della tua immagine/musiche in cui sempre mi attendevi/parole di quel tempo/io dovrò frantumarle con le mie mani./In quale profondità nasconderò la mia anima/perché non veda la tua assenza/che come un sole terribile, senza occaso,/brilla definitiva e spietata? (…)(36).
Il senso di solitudine, di vuoto incolmabile, deve essere stato terribile. Sai, anch’io sono terrorizzata dall’idea di perdere il mio compagno. Mi sento già persa quando lo sento distante, quando non troviamo un filo comune. Pensa perderlo per sempre.
Eppure, anche durante l’ultima reincarnazione, hai avuto un sussulto di orgoglio civile e hai trovato la forza di rivolgerti agli altri, ai palermitani non collusi con la mafia, colpiti al cuore per le stragi di Capaci e via D’Amelio.
Sono certa che c’è il tuo soffio vitale nella reazione, femminile e nonviolenta, familiare e di grande impatto pubblico insieme, che fu quella, semplicissima e dirompente, di esporre un lenzuolo bianco per comunicare il proprio lutto, il proprio dolore, ma anche la propria ribellione.
“Ora basta”. “Palermo chiede giustizia”. Due lenzuoli con queste scritte esposti in via Maqueda 110.
"Il comitato dei lenzuoli nasce dalle lacrime irrefrenabili di una tredicenne che ritorna a casa dopo i funerali delle cinque vittime (…) Tocca alla madre della tredicenne impegnarsi a fondo e giurarle che “da qui si riparte”, “qui rinasce qualcosa” (37).

La tredicenne è tua nipote. Sua madre è tua figlia Marta. E il comitato dei lenzuoli, nato "da 14 persone, diverse per formazione, professione, interessi, unite da un tenace collante: Per non dimenticare (…), nel vuoto generale di istituzioni, di opposizione, di attenzione, viene scambiato ora per un potente partito di massa (…)(38) . Nel gran vuoto politico che si è creato a sinistra, nell’assenza di azioni o anche solo di parole che non ricalchino… liturgie divenute insopportabili, un’inezia diventa qualcosa, un semplice spunto prende spessore "(39).

Che ci facciamo qui? e Ognuno fa la sua parte, piccola o grande che sia erano i titoli significativi dei tuoi articoli su Segno, dopo le due orrende e ravvicinatissime stragi. Scrivevi:
"Le stragi dell’estate hanno provocato questa ribellione profonda e diffusa (…)c’è altro in corso di lenta espansione nelle coscienze palermitane. Che in definitiva è quel ‘fare la sua parte, piccola o grande che sia, per contribuire a creare in questa Palermo condizioni di vita più umane’, come ha detto Falcone (…)(40) Sembrano aperti spiragli di un’etica della responsabilità finora ignorata (…) Anche dando per scontato che non ne verremo mai a capo e che non esiste nessuna realistica speranza di cancellare la mafia, ciò non ci esime dal combatterla (41).

E continui, tu che, da antica militante comunista, purtroppo di cause perse eri esperta:
"Capita di avere la sfortuna di battersi per cause perse (…) ma le stragi hanno segnato un passaggio non solo quantitativo, ma anche qualitativo: la mafia come problema di coscienza, interiore, individuale, di invivibilità con essa" (42).
Anche nel ’91, avevi trovato le parole giuste per analizzare e stigmatizzare quell’assurdo politico-militare che fu la prima guerra americana in Iraq:
"Qualunque cosa emergerà dalle rovine di Baghdad (…) non sarà certo un nuovo ordine mondiale”(43); “La notte tra il 16 e 17 gennaio ’91 ha cambiato molte cose intorno a noi e dentro di noi (…) Dentro: una tremante confusa disperazione, un non sapere che fare, che dire, che credere, un assurdo rimpianto dell’89, di un mondo idilliaco mai esistito, tutto inventato da noi, milioni di cretini, che vedevamo cadere il muro di Berlino senza uno sparo, senza un graffio (…) (44).

La tua assenza ti ha “sparagnato” la tristissima e sanguinosa seconda guerra del Golfo che, iniziata nel 2003 nonostante le migliaia di bandiere della pace esposte ai nostri balconi, è continuata all’infinito, dopo aver trascinato nel caos il popolo iracheno. E, con George W. Bush presidente, sembrava finito per sempre il mito dell’America:
"America. Una parola carica di segno positivo, specie in Sicilia, dove ‘Trovasti l’America?’ vuol dire trovasti ricchezza, abbondanza, benessere. La mia generazione, di chi aveva 20 anni nel ’45, ama l’America. E non solo per i ricordi fisici e profondi come il profumo delle prime Camel, il primo pane bianco, le prime notti senza bombardamenti, ma per quell’orizzonte che ci si squarciò e di cui non sapevamo niente o ben poco, libertà di associazione, di stampa, di parola, Faulkner, il cinema, il jazz, insomma tutti i crismi di un grande amore che ha resistito al tempo e alle delusioni (…) Ma ora stiamo diventando tutti antiamericani "(45). Si sono spese parole pensieri e opere per allevare ragazzini rispettosi della natura, degli animali, delle piante, dei diversi, dei deboli. L’handicappato, la balena, l’albero di Natale, per carità che sia finto e non sia un vero albero, gli esperimenti sui topi, guai, sono esserini anch’essi (…) Tutta una cultura, ma che fosse solo una moda lo temevamo, spazzata da tonnellate di fosforo lanciate dagli aerei americani sul terreno, da tonnellate di greggio disperse in mare, dalla visione dell’uomo che si esercita a sventrare il sacco" (46).
Avresti apprezzato molto, sai, Nella valle di Elah, un film che filtra l’immane tragedia della guerra in Iraq attraverso gli occhi prima increduli e stupiti, poi sconvolti ed esterrefatti di un padre americano che, attraverso il dramma privato della scomparsa del figlio, scopre gli orrori che la guerra produce, nei corpi e negli animi di soldati e civili, americani e iracheni insieme.

Non so se, infine, resistere qualche mese in più come assessore della Giunta Orlando, avrebbe cambiato qualcosa nel tuo – inesistente prima – rapporto con il potere. Credo proprio di no. Ci sono, a mio avviso, solo due antidoti contro l’arroganza del potere: la sequela autentica del Cristo, per cui il potere si converte subito in servizio, nel dono di sé; o una innata nobiltà d’animo che, paga e contenta di se stessa, non ricerca il potere sugli altri. Ecco, credo che tu appartenessi a questa rara categoria, a questa alta e laica aristocrazia dello spirito.
Mi piace pensare che la tua ultima reincarnazione sia stata addolcita dall’affettuosa presenza delle tue figlie, dei tuoi nipoti e degli amici più cari ancora presenti. Lontana da sterili presenzialismi e da una scena sociale e politica sempre più vuota e priva di senso, avrai tratto conforto dalle pacate visioni degli stoici e dall'esortazione di Epicuro “Vivi nascosto”. E, purtroppo, a soli 74 anni, qualche mese prima dell’inizio dello strombazzato nuovo millennio, dopo un’esistenza lucidamente vissuta con “una sensazione panica, altamente civile, una disponibilità senza riserve, un ventre da grande madre, il cervello traboccante, una mente sovrana”(47), concludevi per sempre il tuo magnifico, pubblico e privato, romanzo civile.
                                                                                                 Maria D’Asaro


NOTE

1 G. Saladino, Romanzo civile, Sellerio, Palermo 2001, p. 53.

2 Ibidem, p. 53.

3 Ibidem, p. 68.

4 G. Saladino Terra di rapina, Sellerio, Palermo, 2001, p. 45.

5 Ibidem, p. 97.

6 Ibidem, p. 40.

7 G. Saladino, Romanzo civile, cit., pp. 72-73.

8 Ibidem, p. 74-75.

9 Ibidem, p. 74.

10 Ibidem, pp. 73-74.

11 Ibidem, p. 77.

12 G. Saladino, Terra di rapina, cit., p. 67.

13 Ibidem, p. 62.

14 Ibidem, p.62.

15 Ibidem, p. 66.

16 Ibidem, p. 67-68.

17 G. Saladino, Romanzo civile, cit., p. 83.

18 Ibidem, p. 81.

19 Ibidem, p. 81.

20 Ibidem, p. 87.

21 Ibidem, p. 123.

22 G. Saladino, Emerge un’ansia nuova:riconoscersi in qualcosa di pulito, in Segno, n.93 del 4/1988, p. 10.

23 G. Saladino, De Mauro. Una cronaca palermitana, Feltrinelli, Milano, 1972, p. 62-63.

24 G. Saladino, Romanzo civile, cit., p. 134.

25 Ibidem, p.135.

26 Ibidem, p.135.

27 Ibidem, p. 96.

28 Ibidem, p.123.

29 Ibidem, p. 104.

30 Ibidem, p. 105.

31 Ibidem, p. 106-107.

32 Ibidem, p. 141.

33 Ibidem, p. 148.

34 Ibidem, p. 152.

35 Ibidem, p. 158-159.

36 Ibidem, p. 173.

37 Giuliana Saladino, Che ci facciamo qui, in Segno, n.136/137 del 6/7/8/1992, p. 10.

38 Ibidem, p. 10.

39 Ibidem, p. 11.

40 G. Saladino, Ognuno fa la sua parte, piccola o grande che sia, in Segno, n..140 del 12/1992, pp. 41.

41 Ibidem, p. 42.

42 Ibidem, p. 42.

43 G. Saladino, Disperazione per una guerra evitabile, in Segno, n.121/122 dell’1/2/1991, pp. 8.

44 Ibidem, p. 9.

45 Ibidem, p. 11.

46 Ibidem, p. 10.

47 G. Saladino, Romanzo civile, cit., p. 167.

3 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina
  2. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina
  3. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina