venerdì 21 novembre 2014

Cara Maria Giovanna


Maria Giovanna Abramo 
sono stata davvero fortunata con i miei insegnanti. 
Sin dalle elementari: quando la maestra Gaetana, oltre a insegnarmi a leggere e a scrivere, mi invitava a mettere i talenti a servizio delle mie compagne: - Mentre io rispiego la divisione a Concetta,  tu controlla i verbi scritti da Giulia. E tu, Maria, ripeti la poesia con Francesca - . 
Alla prof.ssa Dina Di Vita – te la ricordi, al ginnasio? - sono debitrice di quel po’ di latino e di greco che mastico, ma anche di una certa curiosità intellettuale, di una felice iniziazione alle arti figurative  e persino dell’approccio ironico verso la vita. Dina era una “single” felice, capace di contagiare le sue passioni: quella per il teatro, ad esempio. E di inframmezzare la traduzione della versione di latino con la trama de “L’Ispettore” di Gogol o dell’ultima tragedia greca che aveva visto a Siracusa. Amava la letteratura russa e la poesia. Sapeva anche scriverle, le poesie. «Nella tela d’affetto che ho tramato»: si concludeva così quella condivisa l’ultimo giorno del ginnasio, nella grande aula del “Maria Adelaide”. 
“Leggi per il gusto di leggere, ti presto tutti i libri che vuoi” mi raccomandò una volta, anticipando Pennac, mentre, a casa sua, guardavo ammirata la sua biblioteca. E così, cominciai a leggere Graham Green, Steinbeck, e Piasecki. M’innamorai perdutamente della Pearl’s Book. E poi di Ernst Hemingway e di Yasunari Kawabata.  Senza trascurare Fenoglio, Cassola, Pratolini, Buzzati, Moravia… 
Ma prima, alla scuola media, ci sei stata tu, cara Maria Giovanna, mia ineguagliabile insegnante di Lettere. In quel lontano 1970/71, al “Maria Adelaide”, la mia prima era una classe quasi “differenziale”: c’erano compagne con gravi problemi di apprendimento, altre con vissuti familiari difficilissimi, una o due con ritardo cognitivo, Teresa e Rosalba  con tre anni più delle altre… 
Tu, allora, mi hai insegnato la cosa più importante: non esistono ragazzi irrecuperabili, per quanto 
possa sembrare che non capiscano e che ce l’abbiano con tutti. Da te ho imparato la didattica per i ragazzi svantaggiati e cosa significa avere veramente cura degli altri: osservavo attenta e incuriosita tutto quello che organizzavi per le alunne che avevano difficoltà a imparare. 
Intanto i libri di testo erano solo uno dei tanti supporti che utilizzavi per insegnare: i contenuti da 
studiare erano sempre riscritti, rimodulati, rivisti: soprattutto per le meno brave. Poi c’erano le ricerche, i giornali, le passeggiate, i film, il lavoro di gruppo. 
Ti preoccupavi che di ogni brano letto, di ogni lavoro svolto, di ogni esperienza maturata, noi alunne 
capissimo ogni parola e il significato profondo. Ciascuna di noi sapeva di potere contare su di te per esprimere le proprie esigenze, i sogni, le emozioni, i sentimenti. Valorizzavi tutte ed ognuna. Grazie alla tua pazienza, ogni alunna riusciva ad esprimere le sue potenzialità e le capacità espressive più nascoste. Che esistessero le “intelligenze multiple”, ovvero che ogni individuo avesse una personale attitudine, che lo portava ad eccellere in campo matematico, nelle capacità relazionali, in ambito musicale, nella scrittura, nella danza o nello sport; che, nel contempo, ogni alunno avesse una sua particolare modalità di apprendimento, un suo specifico “stile cognitivo… Tutto questo tu lo sapevi già quarant’anni fa, molto prima che io leggessi Gardner e de La Garanderie. 
Oltre alle normali attività, organizzavi persino danze e attività teatrali: tutto quello che ci permettesse di far brillare il diamante che ciascuna di noi nascondeva dentro di sè. 
Ti ricordi quando ci hai fatto danzare ascoltando i valzer di Strauss? Che luce si accese nei nostri occhi di ragazzine! Ballavi con naturalezza anche tu insieme a noi, nonostante i tuoi anni e la tua mole imponente! 
E le recite nel teatro della scuola? In primo piano, sempre le ragazze difficili, quelle con problemi di linguaggio, quelle aggressive, quelle che altri avrebbero bocciato. Che tu rendevi protagoniste, incoraggiavi di continuo, aiutandole a sconfiggere i loro fantasmi interiori. 
Sapevi che ce la potevano fare. 
Così si realizzava il miracolo: l’emergere delle abilità nascoste, la crescita dell’autostima e del rispetto di sé, la maturazione umana e culturale. 
Devo però confessarti che, inizialmente, ero un po’ stizzita per tutto il tempo e le cure che dedicavi alle più“scarse”… Ma ben presto ho capito che non avresti mai trascurato noi “brave”. Inoltre ci coinvolgevi in ogni modo nell’aiuto a chi era in difficoltà. Così, quando mi sono occupata di apprendimento cooperativo, ho ritrovato quello che facevo in classe con Elvira, Teresa, Anna: lavorando in gruppo, ognuna di noi, con i suoi mezzi e le sue possibilità, aggiungeva un tassello utile per svolgere quella ricerca sulla Preistoria che tu ci avevi assegnato. Tu valorizzavi ogni sforzo, ogni pennellata di colore, ogni parola scritta a fatica. 
Ci invitavi a commentare i libri in modo del tutto personale. E poi la Storia e la Geografia: 
non doveva esserci nulla, in quelle discipline, che fosse asettico, libresco o incomprensibile. Ogni giorno ci aprivi una finestra sul mondo, dedicando uno spazio a quello che accadeva nel mondo. 
Hai acceso una luce nella mia mente quando hai spiegato le ragioni del colpo di stato che diede il potere ad Ali Bhutto in Pakistan, nel 1970: parlavi di problemi economici, di tensioni sociali, 
di conflitti legati a interessi di potere. Ero solo  in prima media: ma allora ho capito che la storia non era affatto la barbosa e sterile ripetizione di date, di guerre, di avvenimenti senza senso, ma il risultato delle passioni, degli interessi e dei bisogni degli esseri umani. 

E poi non ti concedevi mai vacanze al ruolo di insegnante. 
Fuori dalla scuola, la tua opera di educatrice proseguiva a casa, con bambini in difficoltà che ti erano stati affidati dai servizi sociali. Bambini per i quali eri semplicemente “la madrina”: questo l’appellativo discreto e affettuoso con cui ti chiamavano. 
Bambini a cui restituivi a poco a poco l’uso consapevole della parola, la dignità umana, la gioia di vivere. Bambini a cui regalavi l’opportunità di avere un posto nel mondo. Che ne sarebbe stato di Paolo, Ugo e Giovanni, se non fossero stati annaffiati dalla tua infinita, intelligente capacità di amare? E di Stella, Gemma e Bruna, se tu non le avessi accolte ed amate? 
Alla fine,  anche se stavi davvero male, ti informavi con genuino interesse del progetto contro la 
dispersione scolastica proposto, alla fine degli anni ’80, dallo psicologo dott.Gentile: - Mi pare la 
strada giusta per aiutare i ragazzi in difficoltà - . 
Che splendida psicopedagogista saresti stata! Mi manca tanto la tua lucida capacità di operare, di coniugare e incarnare felicemente teoria e azione pedagogica. Avresti rifiutato la visione riduttiva e aziendalista che impera oggi a scuola. Avresti detto la tua contro le prove ministeriali uniche per ragazzi così diversi. Avresti lottato molto più di me contro i tagli forsennati e per una scuola di qualità davvero aperta a tutti. Perché a scuola a nessuno sia impedito, come dici nella chiusa del tuo libro-diario, di realizzare “le mille possibilità di espansione dell’intelligenza umana”. 

(Maria Giovanna Abramo (1922-1991). Assistente sociale prima e poi Docente di Lettere a Palermo presso l’Istituto “Maria Adelaide”. Dalla sua autobiografia Nel segno della speranza, Stampatori Associati, Palermo, 1988, è tratta la foto posta all'inizio della lettera).

5 commenti:

  1. Il dono che Maria Giovanna ti ha lasciato, lo stesso che tu oggi offri in custodia ai tuoi alunni, è preziosissimo: l'unica "pozione magica" in grado di renderci immortali. Tributo degno e commovente, grazie per la condivisione. Un abbraccio.

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  2. La lettera che ogni insegnante vorrebbe leggere. Che bello avere avuto una professoressa così!

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  3. ti invidio questa meravigliosa insegnante, la mia esperienza e stata l'opposto, le brave e chi aveva le mamme presenti ogni mattina a salutare e ad ossequiare la maestra sempre coinvolte con cura, libri in omaggio, tutti i banchi attaccati alla cattedra dell'insegnante. Le alunne di mezzo fra le quali c'ero anch'io si arrangiavano perchè l'intelligenza e l'ambizione personale e famigliare supplivano e gratificavano. Le altre le più sfortunate usate come cameriere personali dell'insegnante. Marilena porgeva le ciabatte e riponeva con cura le scarpe che erano servite per venire da Venezia. Marinella ogni mattina andava al negozio a comprare un panino imbottito di prosciutto e formaggio e lo conservava con molta cura fino alle 11,00 ora dell'intervallo. Questo alle elementari e mi rendo conto cose dimenticate, tornate alla mente leggendo il tuo bel post.Ciao

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  4. ....sono completamente d'accordo con quanto dice Doc...aggiungo che il seme gettato da Maria Giovanna si è moltiplcato in te nella tua anima e nella tua funzione di "cittadina"e psicopedagogista....

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  5. @DOC: l'unica magia è guardare i ragazzi/alunni con affetto. Maria Giovanna aveva questo sguardo amorevole e si dedicava loro completamente, con grande competenza. Grazie a te dell'avvicinamento al "mio" mondo scolastico. Ti abbraccio. Buon fine settimana.
    @Vele Ivy: è stata un'esperienza unica averla come docente. Forse è anche per merito suo se ho scelto di fare l'insegnante anziché la bancaria. Un abbraccio a te e a Irenuccia. Buon fine settimana.
    @Aliza: cara Alice mi dispiace davvero della tua esperienza negativa. Sicuramente te la porti dentro con tristezza. Spero comunque che ci siano state persone significative in altri ambiti della tua vita. Un abbraccio. Buon fine settimana.
    @mdfex: sono contenta che tu e Doc siate d'accordo ... Comunque, i buoni semi nella mia anima non li ha gettati solo Maria Giovanna, ma anche, ad esempio, una Preside che mi ha sostenuto e guidato per 14 anni. Un abbraccio. Buon fine settimana.

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