sabato 30 dicembre 2017

Differenze

Quadro di Anders Zorn, pittore svedese
Le donne spolverano finché le mensole sono immacolate.
Gli uomini fanno esplodere bombe che impolverano l’aria e le stanze vicine.
Alcune donne invocano Dio perché il loro bambino stia bene.
Alcuni uomini, in nome di Dio, uccidono i loro nemici.
Alle donne piace far brillare i cucchiaini d’argento, le lampade, le cornici delle foto.
Gli uomini talvolta fanno brillare le mine.
Le donne amano ripetere milioni di volte lo stesso punto per ricamare copertine e merletti.
Gli uomini amano ripetere milioni di volte la stessa corsa per mandare una palla in rete.
Ma le donne non sono migliori degli uomini: sono solo  diverse per imprinting, ormoni e potere. Insieme, uomini e donne,  spesso fanno cose bellissime: si amano, trovano il vaccino antipolio, vanno sulla Luna.
Anziché utilizzare il loro piccolissimo potere per imporre shopping e stanze ordinate  o scimmiottare i comportamenti dei maschi, non sarebbe ora che le donne di buona volontà aprissero un tavolo di trattative con gli uomini e cominciassero a ragionare di cose serie?
Magari, dopo aver posto una mozione di principio: che senso ha partorire un bambino se in questo sperduto, azzurro pianeta non siamo capaci di promuovere insieme vita, pace, misericordia, condivisione, solidarietà e giustizia?

(Buon 2018, e seguenti, a tutte/i)

mercoledì 27 dicembre 2017

Auguri dal web


Buone Feste a tutte le Anime Gentili. 
Passate bei momenti, possibilmente lontano dalla ressa e dalla cagnara. Dedicatevi a cose piacevoli e gustatele a fondo, lentamente. Contemplate la bellezza, e createla dove non c’è. Coccolatevi e coccolate. Regalate dolcezza e tenerezza. Buttate via l’orologio e la sveglia. 
Imparate a sognare una rivoluzione soffice e intima. 
Riappropriatevi delle vostre vite.  (…)
Zio Scriba (alias Nicola Pezzoli)  da qui




Natale è ormai spartiacque, momento dialettico di verità. 
Da una parte è il tempo divenuto maschera e moderna versione della medievale festa dei folli (festum fatuorum, festum baculi, asinaria…), anticamera del Carnevale che lo segue a ruota.
Dall’altra è il tempo che smaschera i falsari  e ci invita a sane  inquietudini  esistenziali.
🌟Per il credente  cristiano è il tempo dell’attesa, non passiva, di un piccolo evento di Betlemme che ha cambiato la storia del mondo.
Che ravviva di continuo la speranza.
🌟Per tutti è il  tempo della riscoperta del dono: modalità relazionale, oblativa di chi nulla chiede in cambio, anzi poi scompare, come i re magi. Dono dell’amore, misericordia, amicizia, gratuità, fiducia, ospitalità, responsabilità, del prendersi cura dell’altro. Tutte esperienze, complesse e paradossali, che non sono cose dell’altro mondo, ma  appartengono al nostro mondo, anzi ne  costituiscono il  lato critico e alternativo.
🌟Tempo di Natale offuscato impoverito dal “contesto oscuro” di indifferenza, disinteresse, dolore  ed anche disperazione”, dall’ “abisso di disuguaglianze”  dei  poveri, dei migranti, delle vittime di ogni violenza, della terra ferita, dei viventi umiliati, delle future generazioni a rischio, per le nostre irresponsabilità.
🌟Tempo di Natale come avvio di una vera fraternità, in cui il dono è nel donare se stessi. (...)

E, dal suo blog, una riflessione di Augusto Cavadi:

         I biblisti sono ormai unanimi: natale non è il centro dei quattro vangeli. Questi testi sono stati costruiti intorno a ciò che i primi cristiani ritenevano il fulcro della propria fede: la resurrezione di Gesù (e non è un caso che della nascita del Redentore parlano solo Matteo e Luca, redatti successivamente a Marco che ne tace). Eppure…Eppure natale è la festa più emozionalmente avvertita dai cristiani e, per molti versi, dagli abitanti del pianeta. Come mai?
La chiesa dei primi secoli è stata strategicamente geniale nell’adottare come ricorrenza della nascita di Cristo non la sua data cronologica  (per altro impossibile da determinare per mancanza di registri anagrafici all’epoca), ma la festa del dio Sole: un modo semplice, immediato, ma efficace di esprimere la convinzione che il  Maestro fosse la nuova Luce apparsa sulla terra per diradare il buio di quei tempi (e non solo di quelli!).
La rilevanza del natale è sottolineata dal cammino che lo precede e dalle tappe che lo seguono. Lo precedono, infatti, quattro settimane di preparazione interiore e comunitaria: l’Avvento. Sono i giorni di attesa dell’Arrivo (Ad-venire) del Messia. Ma in che senso se ne può parlare? Con i Padri della chiesa, e oltre loro, si potrebbe rispondere: in quattro sensi.
Il Verbo di Dio è venuto una prima volta nella persona storica di Gesù; viene ogni giorno nel cuore di ogni uomo e di ogni donna che si aprano con sincera disponibilità alla Luce; viene ogni giorno nella carne dei deprivati (in questi anni sbarcando fisicamente, sulle nostre spiagge, da barconi stracarichi di disperati); verrà per l’ultima volta alla fine dei tempi – o, per lo meno – alla fine del tempo mortale della nostra mortale umanità.
Se le cose stanno così – almeno nella fede tradizionale dei cristiani – essi fanno molto bene a festeggiare la prima venuta del Salvatore a Betlemme ( o a Nazareth o dovunque sia effettivamente avvenuta); ma non fanno altrettanto bene a dimenticare di celebrare le altre due venute (nella propria interiorità e nei propri fratelli più sfruttati dai meccanismi del capitalismo internazionale) e a prepararsi alla fine (prossima o lontana, comunque certa) di questo pianetino sperduto nell’universo.
      Il vangelo di Cristo è un patrimonio etnico limitato all’Occidente, che lo ha gelosamente impacchettato in trattati teologici, dizionari e catechismi , o non piuttosto un evento a cui ogni civiltà ha diritto di attingere liberamente, se necessario traducendo nella propria lingua (nelle proprie categorie culturali) un messaggio comunicato in aramaico venti secoli fa?
      La risposta più chiara l’hanno data, da mille anni, le chiese autocefale dell’Oriente cristiano-ortodosso (greche, slave, russe): esse celebrano il natale il 6 gennaio. Non quando il bimbo viene partorito nel guscio di una famigliola mononucleare, ma quando viene esposto al pubblico e offerto ad estranei vicini e lontani. Vicini come i pastori, gente semplice che non ha bisogno di molte spiegazioni: corre in soccorso di chi ha bisogno, a dare latte e paglia a chi soffre fame e freddo. E lontani come i magi che come personaggi storici non hanno le carte in regola, ma come figure simboliche sono insostituibili: la loro presenza attesta, fin dai primordi, che il vangelo non è un affare provinciale ma una proposta potenzialmente universale, destinata non a soppiantare le sapienze già fiorenti (di cui i magi sono, appunto, esponenti) bensì a integrarsi con esse in tensione verso sintesi inedite  da aggiornare in continuazione.  La poesia dell’Epifania (o Manifestazione) va fruita in tutta la sua ricchezza, senza ridurla a quadretti bucolici da presepe. Essa, infatti, veicola una novità talmente dirompente che oggi, dopo venti secoli, sta davanti a noi come un traguardo utopico più che indietro come un residuo archeologico: la novità proclamata dall’ebreo-romano Paolo di Tarso a proposito di un popolo, vasto quanto l’umanità, in cui sarebbero diventate irrilevanti le differenze fra ebrei e pagani, uomini e donne, nobili e proletari.

venerdì 22 dicembre 2017

Il popolo del bene

     Pino Manzella, pittore talentuoso e impegnato, ha condiviso in Facebook una bellissima foto, scattata a metà degli anni ’60 durante una marcia per la pace e per il diritto all’acqua e al lavoro. Nella foto ci sono Danilo Dolci e, vicini, Carlo Levi, Ernesto Treccani, Lorenzo Barbera, Pompeo Colaianni, Antonino Uccello. Dietro una donna, con il cartello "Pace al Vietnam, Lavoro ai siciliani" c’è anche il giovanissimo Peppino Impastato che su quella manifestazione scriverà un articolo. Questa foto richiama l’appellativo di “popolo del bene” coniato dal prof. Orlando Franceschelli per “l’immensa, silenziosa (…) folla spesso anonima, dispersa sulla Terra, costituita da persone (…) accomunate dalla convinzione che la felicità altrui è il metro della propria gioia di vivere” (Augusto Cavadi,  dal libro “Gente bella”).  Buon Natale, allora, al popolo del bene: auguri di pace e letizia a tutti gli uomini e le donne di buona volontà e di buon cuore.
                                                                                                                               Maria D’Asaro


mercoledì 20 dicembre 2017

La signora dello zoo di Varsavia

          Non si può negare che sia un film buonista, con alcune scene “eccessive” quando la regista, Niki Caro, sembra spingere sull’acceleratore del sentimento facile e della suspense per ingraziarsi gli spettatori. Non a caso, su La Stampa  Alessandra Levantesi Kezich scrive che il film non è esente da manierismo. Ma La signora dello zoo di Varsavia (titolo originario The Zookeeper’s Wife) è un film da vedere perché appassiona, è realistico (tratto da una storia vera, raccolta da Diane Ackerman), è ben recitato, ha un incalzante ritmo narrativo e, soprattutto, comunica cose belle: anche nella realtà più disperata, se riesci a distinguere il bene dal male, se hai un buon alleato, se sei creativo e capace di lottare, puoi fare qualcosa di buono e di importante.
La storia narrata è quella di una signora, Antonina Zabinski, col marito Jan proprietaria dello zoo di Varsavia. Siamo nel 1939 e la città passa dalla tranquillità della vita quotidiana alla barbarie dell’occupazione nazista. A farne le spese sono i più deboli: gli animali, che vengono uccisi, e gli ebrei, deportati nel ghetto, prima di essere condotti alla soluzione finale dei campi di concentramento. Antonina  e il marito sono capaci di “guardare” la sofferenza di animali e umani, e se ne prendono cura, riuscendo a salvare circa trecento ebrei, ospitati di nascosto nelle gabbie sotterranee dello zoo.
Lo spettatore esce dalla sala cinematografica con la consapevolezza triste dell’assurdità della guerra e della violenza, ma rinfrancato dal fatto che, se in alcune persone rimangono vive compassione ed empatia, forse per la specie umana, spesso così stupida e brutale, c’è ancora qualche speranza di salvezza.


domenica 17 dicembre 2017

Buon compleanno, Francesco!

        Buon compleanno a papa Francesco che oggi compie 81 e al quale auguriamo di cuore buon cammino.
         Carlo Maria Martini, gesuita come Francesco, affermava che la vera differenza tra gli esseri umani non è tra credenti e non credenti in Dio, ma tra pensanti e non pensanti. E - se volano alto nei percorsi di pace, di giustizia, di condivisione, di misericordia, di solidarietà - le persone di buona volontà camminano insieme, quale sia (o non sia) il credo religioso, l’orientamento sessuale, il colore della pelle.
Ecco, dalla lettera di Paolo ai Tessalonicesi (5, 16-22), proposta oggi dalla Chiesa cattolica nella terza domenica di Avvento, delle esortazioni che forse farebbero bene a tutti:
State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.

Il papa, scegliendo Francesco come suo nuovo nome il 13 marzo 2013, ha voluto sottolineare il valore della povertà, dell’essenzialità, della salvaguardia delle creature e della natura, della semplicità, del circolo di amore che ci tiene assieme, al di là di ogni assurdo e pericoloso delirio di onnipotenza.



venerdì 15 dicembre 2017

La legge e i kapò

      In una palestra palermitana, con mossa imperiosa e furtiva, un signore sottrae l’ultimo materassino a una signora, che ripiega su un telo alla buona. Che sciocchezza, direte. E’ vero, è una sciocchezza; ma siccome la signora ha letto Primo Levi, talvolta ripensa ai lager di Auschwitz e le viene la paura di possibili lager futuri; e su come una guerra, una calamità o leggi crudeli e ingiuste manderebbero in rovina i rapporti sociali.  Levi ricorda infatti che, in ogni uomo, il confine tra la persona perbene e l’omicida per fame o necessità è davvero sottile. Ci rammenta poi Foscolo, nei “Sepolcri” che solo: «Nozze, Tribunali ed Are diero (permisero) alla umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui.» Non stanchiamoci, allora, di mantenere la pace, di promuovere la giustizia sociale, di controllare la qualità delle leggi. Perché nessuno si trasformi dall’innocuo vicino della porta accanto in uno spietato kapò.
                                                                                                                                     Maria D'Asaro

(150 parole da Palermo,  con l'auspicio che "100NOVE" possa riprendere le pubblicazioni)

La foto ritrae alcuni internati omosessuali, riconoscibili dal triangolo rosa, nel lager di Sachsenhausen, nei pressi di Berlino, nel 1938. Nei campi nazisti, oltre agli ebrei, furono uccisi omosessuali, prigionieri politici, rom, disabili e testimoni di Geova. Anthony Potter Collection/Getty Images.

Ringrazio Rossana Rolando che mi ha segnalato quest'ottimo video: Hanna Arendt ci fa riflettere sulla "banalità del male" e sull'importanza che ogni essere umano non abdichi al pensiero e allo sforzo di discernere il bene dal male:

mercoledì 13 dicembre 2017

Il cuore è una porta

Cantico dei Cantici - Marc Chagall
Dal testo della dott.ssa Silvia Di Luzio Il cuore è una porta, Amrita, Torino, 2011, €13.

"Annie Marquir, in un suo test il cui titolo originale è “Il maestro del cuore” ipotizza che se abbiamo un campo elettromagnetico del cuore coerente, generato da emozioni elevate, tutto il nostro organismo entra in uno stato di risonanza sincrona, producendo uno stato di coerenza biologica perfetta, che dovrebbe allora ottimizzare il nostro funzionamento umano ad ogni livello.
Aprendo la porta del cuore ad emozioni quali la gratitudine, l’amore, il senso di comunione, la fratellanza, ecco che il “Maestro del cuore” può entrare in azione con tutte le incredibili conseguenze su di noi a livello fisico, emozionale, economico, intellettivo, relazionale e spirituale.  (Pagg. 91,92)

Ecco allora i principi guida per un nuovo orizzonte terapeutico: (pagg.94/103)

Considerate la malattia come un’opportunità, anche se molto dolorosa e faticosa: il caos è necessario perché avvenga un salto quantico, e non è detto che comporti sconfitta.
Concentratevi sul fatto che siete formati da cinquanta trilioni di cellule e che solo una piccola parte in questo momento ha perso la sua connessione col tutto: siete più in salute di quello che pensate!
Accettate lo stato delle cose così come è, lasciando andare la rabbia o lo sconforto: per farlo è consigliabile evitare di fare il paragone col passato “in cui tutto andava bene”: concentratevi solo sul presente, senza pensare a quello che è stato o che potrà essere.
Cercate di rimanere collegati ai sentimenti più elevati: la fiducia in primo luogo, e la gratitudine profonda per tutto ciò che di bello vi circonda (…)
Provate a vedere il mondo e la vostra vita in modo nuovo: ora che siete in cerca del vostro equilibrio potete permettervi qualsiasi cosa, avere tutto il tempo che volete per fare solo le cose che amate, quindi via libera a passeggiate nella natura, all’ascolto della musica preferita o a qualunque altra cosa bella sia di vostro gradimento.
Cercate di ridere il più possibile (…)
Prendetevi cura del vostro corpo (…)
Prendetevi cura di voi sul piano mentale (…)
Prendetevi cura di voi sul piano spirituale (…)  Tanta gratitudine, tanto amore riesci a provare anche in una situazione drammatica, tanto più te ne torna indietro, ma devi essere in grado di lasciare andare, non devi essere attaccato al risultato o provare rabbia se non ottieni quello che ritieni giusto; devi cioè cercare di diventare un “superconduttore”, limitando quanto possibile ogni sentimento di “resistenza” alla vita. (…) Ripetete un mantra basato su quattro semplici frasi: Mi dispiace, ti prego perdonami, ti amo, ti ringrazio. Queste semplici espressioni connettono il cuore all’energia universale, che benevolmente risponde."






lunedì 11 dicembre 2017

Grace Paley, quando la poesia è donna

Nel giorno della sua nascita – 11 dicembre 1922 – un tributo a una poetessa americana, Grace Paley, morta il 22.8.2007.
Paolo Cognetti ne fa uno splendido ritratto:

"L’ultimo libro di Grace Paley fu composto tra il 2000 e il 2007, mentre l’America eleggeva il suo presidente più fanatico e bellicoso – non c’era ancora Trump (nota della scrivente) , reagiva furente al trauma dell’11 settembre, invadeva l’Afghanistan e l’Iraq precipitando in un’epoca buia. Triste finale per una poetessa di ottant’anni, tutti spesi in una lotta appassionata contro le guerre, l’uso del petrolio e dell’energia nucleare, la violenza sulle donne e sul mondo. Ma non è che da vecchia si fosse ammorbidita, e le sue poesie lo testimoniano. Una volta, durante una festa del Ringraziamento, viene invitata a tenere un discorso ed esordisce in questo modo: Chiunque abbia raggiunto / gli ottant’anni rende grazie / all’Unico di turno e poi immediatamente comincia a protestare. Un’altra volta si celebra l’anniversario di una certa istituzione del Vermont, e lei ne approfitta per ricordare ai poeti (anche i più gentili) che vivono in un paese impegnato in una guerra ingiusta, e il loro ruolo è quello di salire sui carri e gridarlo forte. Quando un editore le propone di pubblicare i suoi diari, taccuini pieni di me, la risposta suona più o meno così: e come la mettiamo con le mine antiuomo?
Personale e politico si intrecciano nei suoi discorsi, nella sua poesia e nella sua vita.  (…)
«Scrivere di donne è un atto politico», disse. Ma il suo femminismo è impastato d’amore e di rabbia, è un viscerale stare dalla parte delle amiche. Come Catherine, morta di cancro ai polmoni perché il marito aveva fumato a letto per anni. O la donna incontrata sull’aereo per Chicago, allontanata dalla sua famiglia perché non riusciva a dimenticare una bambina appena nata e subito morta. O le amiche ormai scomparse e citate per nome, artiste, lavoratrici, attiviste politiche. We have one another: abbiamo solo noi stesse, ci prendiamo cura una dell’altra. Scrivere di donne è un atto politico perché significa prendersi cura di loro.
Personalmente, mi sono ritrovata a pensare da scrittrice perché avevo cominciato a vivere in mezzo alle donne. E la cosa sensazionale è che non le conoscevo, non sapevo chi fossero. Mentre avrei dovuto, con tutte le zie che avevo, giusto? Eppure non le conoscevo, e questa, secondo me, è l’origine di tanta letteratura. La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere.

Nella guerra non c’è nessuna ironia. Nemmeno nella morte, se è per questo. Lei le conosceva bene entrambe: aveva passato anni a fare avanti e indietro dalle basi militari, mentre il suo primo marito era soldato. Incontrò giovani mogli che presto sarebbero diventate vedove. Era convinta che la guerra fosse un gioco tra maschi, che ne soffrivano terribilmente ma non riuscivano a smettere di farla.

Nonostante fosse entrata nella storia della letteratura americana come scrittrice di racconti (studiati nelle università, inseriti in mille antologie, impossibili da copiare), la poesia era il suo primo amore, e alla fine decise di tornarci. Era un’urgenza di verità. Dopo tanto tempo dedicato alla narrativa, forse sentiva il bisogno di gettare le armi della finzione, spogliarsi dei personaggi-maschera e mostrarsi a viso scoperto. Qui non c’è più Faith, c’è Grace. La lingua si concentra, la frase si riduce a parola. Ma anche il lavoro di togliere, distillare, mettere a fuoco, può essere molto faticoso. Richiede pazienza e concentrazione. Ecco perché per tradurre una poesia / dal pensiero / all’inglese / serve tutta la notte. Di giorno è meglio andarsene nel bosco, portandosi una penna e un taccuino, e un pettine di emergenza nel caso che si alzi il vento.                      (qui, in Minima et moralia, l'articolo completo)

Ecco una delle sue poesie che, come dice bene Paolo Cognetti, “andrebbe messa all’inizio di tutti i suoi libri, come un manifesto”:
Responsabilità

È responsabilità del mondo lasciare che il poeta sia poeta
È responsabilità del poeta essere donna
È responsabilità del poeta stare agli angoli delle strade
a distribuire poesie e volantini scritti
meravigliosamente
e anche volantini che non si possono guardare
per la loro retorica altisonante
È responsabilità del poeta essere pigro perdere tempo
e fare profezie
È responsabilità del poeta non pagare le tasse di guerra
È responsabilità del poeta entrare e uscire da torri d’avorio
bilocali su Avenue C
campi di grano saraceno e basi militari
È responsabilità del poeta uomo essere donna
È responsabilità del poeta donna essere donna
È responsabilità del poeta dire la verità al potente come
affermano i Quaccheri
È responsabilità del poeta imparare la verità da chi non
ha potere
È responsabilità del poeta ripetere sempre: non esiste
libertà senza giustizia cioè giustizia economica e
giustizia in amore
È responsabilità del poeta cantarlo su melodie originali e
su quelle tradizionali degli inni e dei poemi
È responsabilità del poeta ascoltare ogni diceria e
riportarla come i narratori diffondono la storia della vita
Non esiste libertà senza paura e senza coraggio non
esiste libertà a meno che terra e aria e acqua sopravvivano
e con loro sopravvivano i bambini
È responsabilità del poeta essere donna tenere d’occhio
il mondo e gridare come Cassandra, ma per essere
ascoltato questa volta.


Ecco ancora le imperdibili pennellate esistenziali offerte da Anna Bertini, nel blog: La stanza di Virginia

Altre interessanti notazioni su Grace Paley narratrice (i cui racconti possono essere letti in italiano nella raccolta Piccoli contrattempi del vivere, Einaudi, 2002)  qui:

Infine, altre sue poesie:

Avevo bisogno di parlare con mia sorella

Avevo bisogno di parlare con mia sorella
parlarle al telefono intendo
come facevo ogni mattina
e anche la sera quando i
nipotini dicevano qualcosa che
ci stringeva il cuore

Ho chiamato il suo telefono ha squillato quattro volte
potete immaginarmi trattenere il respiro poi
c'è stato un terribile rumore telefonico
una voce ha detto questo numero non è
più attivo che meraviglia ho
pensato posso
ancora chiamare non hanno assegnato
il suo numero a un'altra persona malgrado
due anni di assenza per morte.                                

Alternativa episodica del poeta

Stavo per scrivere una poesia
invece ho fatto una torta ci è voluto
più o meno lo stesso tempo
chiaro la torta era una stesura
definitiva una poesia avrebbe avuto
un po' di strada da fare giorni e settimane e
parecchi fogli stropicciati

la torta aveva già una sua piccola
platea ciarlante che ruzzolava tra
camioncini e un'autopompa sul
pavimento della cucina

questa torta piacerà a tutti
avrà dentro mele e mirtilli rossi
albicocche secche tanti amici
diranno ma perchè diavolo
ne hai fatta una sola

questo non succede con le poesie

a causa di una inesprimibile
tristezza ho deciso di
dedicare la mattinata a un pubblico
ricettivo non voglio
aspettare una settimana un anno una
generazione che si presenti il
consumatore giusto


ALLORA
.
quando lei venne a prenderlo al traghetto
lui disse    sei così pallida   sciupata  così
gracile   issandosi sulle punte dei piedi
per arrivare al suo orecchio   lei sussurrò
sono una donna anziana    oh da allora
lui fu sempre gentile




(Alcune poesie  sono state tratte da qui e qui
Le foto sono state copiate dai siti e blog citati, che ringrazio).

sabato 9 dicembre 2017

Azzurro all'orizzonte





“Papa Francesco difende i froci … chi l’avrebbe mai detto …”
“Carne, carne bisogna mangiare, questo è onorare la Madonna,  il pranzo in famiglia con la carne: mi dia dodici fette di costata, settecento grammi di tritato, due chili di capretto … certo, anche un chilo abbondante di salsiccia!”
“Le donne oggi sono tutte pigre: vogliono sempre uscire e non vogliono più cucinare … così i matrimoni si sfasciano. Quanto durano: un mese un anno? Hanno la testa bacata le donne…”
“Con la scusa che ti aspetta il padrone, hai sempre fretta … sei bastardo …”

Queste frasi sono state ascoltate dalla scrivente nel suo quartiere: in uno studio oculistico, in una carnezzeria, in una salumeria, in un negozio di frutta. L’ultima, pronunciata da una donna verso un lavoratore extracomunitario. Colta da una crisi di rigetto verso i vicini, la sottoscritta ieri ha mollato tutto ed è andata a guardare il mare, anche lui per fortuna vicino di casa.

“Il paesaggio ha il potere di nutrire e soddisfare la nostra anima (...) rendendola più grande di come è nella routine quotidiana. E l’anima, resa più grande, esaltata, è resa più se stessa perché la sua condizione naturale è l’apertura, per non dire l’immensità; e quando è chiusa in un orizzonte ristretto soffre non incontrando, quel profondo, quell’ampio, quel poetico per il quale ha struggente nostalgia. E che soffre se ne accorge dal senso di gioia, di pienezza di liberazione che prova non appena l’orizzonte si apre. Il paesaggio è uno di quegli oggetti, o meglio di quei non oggetti, che, per la loro natura e grandezza, possono rivelare l’anima a se stessa”.
                         Luigi Lombardi Vallauri, Meditare in Occidente, Corso di Mistica laica. Le Lettere, Firenze, 2015, p.13




(Foro Italico, Palermo, 8.12.2017, foto Marid@solcare)

venerdì 8 dicembre 2017

Salva





Toccasti
Una volta
Il mio cuore
Con ineguagliabile, indimenticata dolcezza.
Salva.

 


                                 


giovedì 7 dicembre 2017

Prosciutto crudo o mortadella?

         Ilaria, perchè scrivi con la matita? – Non voglio sciupare la penna, professoressa. – La motivazione potrebbe apparire ridicola: ma Ilaria tenta in ogni modo di risparmiare, visto che in famiglia sono in sette tra genitori e figli, e papà ha perso il lavoro. 
   Palermo è piena di poveri; quella con cui spesso si viene oggi a contatto è una povertà nascosta e dignitosa, a volte persino eroica. In una società il cui imperativo è essere belli, ricchi e vincenti, talvolta la nuova povertà ha pudore o paura a mostrarsi, quasi fosse una colpa, una lebbra di cui vergognarsi. E allora sono le sfumature a mostrarcela: ad esempio, uno sguardo goloso al panino con prosciutto crudo perché se ne sconosce il sapore, abituato solo alla mortadella; o la disperazione in farmacia perché un farmaco importante non è prescrivibile. 
     Cosa aspettano politica ed economia a trovare un rimedio per quest’ennesima dolorosa pandemia sociale?

                                                                                                                                Maria D’Asaro 
                                                     (sperando che "100NOVE" possa presto riprendere le pubblicazioni)

lunedì 4 dicembre 2017

Se una sera, d'inverno, la speranza …

A Santa, dal cui blog quale ho copiato alcune poesie, e a GianMaria, da cui ho preso la Ballata della Speranza di p.Turoldo,  intanto le mie scuse, perché mi sono permessa di  “assemblare” parte dei loro splendidi post. E un grazie sentito per l'autentica spiritualità che pervade i loro scritti. 

           Ci sono giorni in cui ogni cosa che vedo mi sembra carica di significati: messaggi che mi sarebbe difficile comunicare ad altri, definire, tradurre in parole, ma che appunto perciò mi si presentano come decisivi. Sono annunci o presagi che riguardano me e il mondo insieme: e di me non gli avvenimenti esteriori dell'esistenza ma ciò che accade dentro, nel fondo; e del mondo non qualche fatto particolare ma il modo d'essere generale di tutto. Comprenderete dunque la mia difficoltà a parlarne, se non per accenni.                        
                                                Italo Calvino,
            Se una notte d'inverno un viaggiatore

                                                                             Inverno

Respirano lievi gli altissimi abeti
racchiusi nel manto di neve.
Più morbido e folto quel bianco splendore
avvolge ogni ramo, via via.
Le candide strade si fanno più zitte:
le stanze raccolte, più intente.

Rintoccano l'ore. Ne vibra
percosso ogni bimbo, tremando.
Di sovra gli alari, lo schianto d’un ciocco
che in lampi e faville rovina.
In niveo brillar di lustrini,
il candido giorno là fuori s’accresce.
Divien sempiterno Infinito.

                   Rainer Maria Rilke, Liriche Trad. V. Errante

Fiori di neve
erba ghiacciata
l’inverno è un’estate
pietrificata.

                 Vivian Lamarque, Poesie di ghiaccio


Fili neri di pioppi
fili neri di nubi
sul cielo rosso
e questa prima erba
libera dalla neve
chiara
che fa pensare alla primavera
e guardare
se ad una svolta
nascono le primule.
Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri
la nebbia addormenta i fossati
un lento pallore devasta
i dolori del cielo.
Scende la notte -
nessun fiore è nato -
è inverno - anima -
è inverno.

                  Antonia Pozzi, Parole. Tutte le poesie


"Tempo del primo avvento -  tempo del secondo avvento - sempre tempo di avvento: -  esistenza, condizione  - d’esilio e di rimpianto. -  Anche il grano attende - anche l’albero attende  - attendono le pietre - tutta la creazione attende.  - Tempo del concepimento  - di un Dio che ha sempre da nascere.  - Questo è il vero lungo inverno del mondo:  - Avvento, tempo del desideri - tempo di nostalgia e ricordi  - (paradiso lontano e impossibile!).  - Avvento, tempo di solitudine  - e tenerezza e speranza.  - Oh se sperassimo tutti insieme  - tutti la stessa speranza -  e intensamente -  ferocemente sperassimo sperassimo  - con le pietre  - e gli alberi e il grano sotto la neve -  e gridassimo con la carne e il sangue -  con gli occhi e le mani e il sangue;  - sperassimo con tutte le viscere  - con tutta la mente e il cuore - Lui solo sperassimo;  - oh se sperassimo tutti insieme  - con tutte le cose -  sperassimo Lui solamente  - desiderio dell’intera creazione -  e sperassimo con tutti i disperati  - con tutti i carcerati  - come i minatori quando escono  - dalle viscere della terra, -  sperassimo con la forza cieca -  del morente che non vuol morire, - come l’innocente dopo il processo - in attesa della sentenza,  - oppure con il condannato  - avanti il plotone di esecuzione - sicuro che i fucili non spareranno;  - se sperassimo come l’amante -  che ha l’amore lontano -  e tutti insieme sperassimo,  - a un punto solo  - tutta la terra uomini  -  e ogni essere vivente  - sperasse con noi  - e foreste e fiumi e oceani,  - la terra fosse un solo -  oceano di speranza -  e la speranza avesse una voce sola”.

sabato 2 dicembre 2017

Noi, creatori di inferno e paradiso

Caravaggio: Le 7 opere di misericordia corporale
(particolare)
        (…) Il giudizio di Dio non è come spesso noi ce lo immaginiamo, o anche come tante volte è stato raffigurato. Veniamo subito al dunque: l’inferno c’è – e si vede – tutte le volte che noi lasciamo morire le persone o le facciamo perdere. Questo è l’inferno, non dobbiamo aspettarne un altro, Dio non ce lo minaccia perché ce lo ha preparato come condanna … Dio non ha motivo di avere questi brutti pensieri, di inventare l’inferno.
    L’inferno è un’invenzione nostra, lo abbiamo inventato noi: perché tutte le volte che c’è una persona che muore di fame, che è disperata, che da straniero muore nel mare, che viene abbandonata, che viene lasciata perdere, questo è l’inferno che Dio ci vorrebbe evitare e dove vorrebbe che nessuno finisse. Neppure noi che lo provochiamo, noi che a un certo punto entriamo in questo circuito di morte o perché l’abbiamo direttamente provocato perché diventiamo conniventi involontari (…).
   Dio non vuole l’inferno, perché l’inferno è un’invenzione nostra ed è, ed è già stata anche provocata dalla Chiesa tante volte quando ha equivocato la regalità di Gesù e l’ha intesa come Sacro Romano Impero, potere temporale (...).E nel nome della dottrina – e qui c’è l’altra profonda ambiguità – ci siamo permessi di perseguitare, bruciare, far morire delle persone. L’ateismo se esiste non è quello legato alla fede, la vera professione di fede cristiana non è dire di credere o non credere al Signore, a Dio. Il vero ateismo è non accogliere Dio là dove Egli vuole essere riconosciuto. Accogliere Dio nella sua grandezza, bellezza - non so come ce lo immaginiamo ognuno di noi - è anche una cosa bella, comoda, qualche volta ci può risultare anche consolante; ma l’ateismo attiene all’ambito dell’amore: si nega Dio negando che Lui possa amare attraverso di noi. La vera negazione di Dio è questa.
      Quindi si può essere credenti perfettamente atei, perché non amiamo. Qualcuno può dire: Io credo in Dio. Ma a noi interessa quello che è accaduto duemila anni fa solo perché ha fondato quello che noi oggi dobbiamo vivere: che l’Amore è da Dio, l’amore Gesù ce lo ha incarnato, l’amore Gesù ce lo vuole far gustare prendendoci cura della nostra umanità. 
     Qualcuno dice: sarebbe bello vedere Gesù … Ma se Gesù dice: Mi vuoi vedere? Mi vuoi abbracciare? Mi vuoi sorridere? Guardati intorno: dove c’è un bisogno, ma dove c’è anche una gioia, perché la vita non deve essere vissuta solo sul fronte del prendersi carico della sofferenza altrui, è anche bello e liberante sapere gioire con gli altri  (…). 
        Aiutare gli altri, quelli che soffrono ci risulta talvolta più gratificante, perché il retro pensiero è: Io sono buono, aiuto gli altri. In questo Nietzsche era molto sottile: se la prendeva con gli atteggiamenti cosiddetti caritatevoli dei cristiani, che in maniera subdola si vogliono sentire bene loro, vogliono mettere al posto la loro coscienza. Non si tratta di questo, si tratta di vedere gioire gli altri, alla fine. Quindi se c’è una sofferenza, dovremmo chiederci: come fare sorridere chi soffre? E gioire con lui.
      Per cui la carità di cui parliamo è Dio che ci rende capaci di amare. Allora, la carità ha diverse forme: la carità personale, quella che dobbiamo vivere nei nostri rapporti quotidiani, e ognuno sa come deve esprimerla; quella di gruppo, quando si decide di lavorare a un progetto di sostegno, a persone o a gruppi che sono in difficoltà; la carità politica, che vuole affrontare i problemi nelle loro cause, per cercare di risolverli.
      Realizzare la carità politica è difficile, perché la carità personale prende la persona e ci si fa carico del problema solo della persona, la carità politica lavora per rimuovere le condizioni che provocano il disagio, la sofferenza, la morte. Assieme alla carità politica, c’è poi la carità internazionale, quella dei grandi progetti, che vanno elaborati con lucidità profetica … (…)

(la sintesi del testo, pronunciato da don Cosimo Scordato il 26 novembre 2017 nella chiesa di san Francesco Saverio a Palermo, non è stata rivista dall’autore: eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D’Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)