giovedì 25 maggio 2017

Melania? Ivanka? Meglio Antigone ...



    Durante la visita ufficiale a Roma di suo marito, il presidente degli USA Donald Trump, Melania Trump fa visita ai malati all’Ospedale Bambin Gesù e disegna con i bimbi nella ludoteca.

Intanto negli USA:

Trend dei trasferimenti internazionali di armi
19 aprile 2010 - Rossana De Simone - Fonte: Sipri - 19 aprile 2010
THE SIPRI TOP 100 ARMS-PRODUCING COMPANIES 2008 
Lista delle principali 100 aziende produttrici di armi.
Con le vendite di armi che raggiungono 32.4 miliardi di dollari nel 2008, BAE diviene la prima azienda produttrice di armi al mondo. Nel 2008 le più grandi aziende di produzione hanno raggiunto 385 miliardi di dollari, un aumento di 39 miliardi di dollari rispetto 2007. Tre volte in più dell'aiuto per lo sviluppo totale dei paesi dell'OCSE nel 2008 (120 miliardi di dollari). Le vendite dei sistemi BAE sono raddoppiate (da $7 miliardi - $12 miliardi) in gran parte dovute alle vendite al governo degli Stati Uniti (veicoli MRAP) per le guerre in Afghanistan e in Irak.
1 BAE Systems UK 
2 Lockheed Martin USA 
3 Boeing USA 
4 Northrop Grumman USA 
5 General Dynamics USA 
6 Raytheon USA 
7 EADS West Europe 
8 Finmeccanicaf Italy 
9 L-3 Communications USA 
10 Thales France  (http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1004.pdf)



(...) Gli USA rimangono il più grande esportatore del mondo di apparecchiature militari con il 30 per cento delle esportazioni di armi globali per il periodo 2005-2009. Durante questo periodo, il 39 per cento delle consegne degli Stati Uniti sono andate in Asia ed Oceania e il 36 per cento a Medio Oriente. Le consegne dei velivoli da combattimento durante il 2005-2009 hanno rappresentato il 39 per cento del volume di consegne degli Stati Uniti (fra le armi convenzionali importanti), e il 40 per cento delle consegne russe.
Prime cinque nazioni esportatrici e relative nazioni acquirenti
United States 30 South Korea (14%) Israel (11%) UAE (11%) 
Russia 23 China (35%) India (24%) Algeria (11%) 
Germany 11 Turkey (14%) Greece (13%) South Africa (12%) 
France 8 UAE (25%) Singapore (21%) Greece (12%) 
United Kingdom 4 United States (23%) India (15%) Saudi Arabia (10%). (da peacelink)

Tra gli altri, Donald Trump incontra Papa Francesco; il papa gli regala l'ulivo della pace e l'enciclica sull'ambiente
"Le emissioni di anidride carbonica? Non incidono sul cambiamento climatico".  Che Scott Pruitt, il nuovo capo della Environmental Protection Agency (Epa, l'agenzia federale per l'ambiente), fosse uno 'scettico' sulle tematiche ambientaliste era risaputo, Donald Trump lo aveva scelto proprio per questo. Nessuno si aspettava però una dichiarazione pubblica come quella fatta giovedì (su un canale della Nbc) che nega la convinzione praticamente unanime della comunità scientifica mondiale.  
  "Credo che misurare con precisione l'impatto dell'attività degli uomini sul clima sia qualcosa di molto difficile. Sul livello di questo impatto mi sembra che esista un immenso disaccordo, io direi che le emissioni di CO2 non incidono, non sono d'accordo che si tratti di un fattore primario nel riscaldamento globale". Scott Pruitt non è uno scienziato, è un avvocato di 48 anni che ha fatto carriera politica in Oklahoma (di cui è stato anche Attorney General) grazie alle sue battaglie contro l'aborto, i matrimoni gay, la riforma sanitaria di Obama e soprattutto contro le 'regole' ambientali ). (da: La Repubblica)



Le donne partoriscono, curano i bambini.
Gli uomini producono armi, si ammazzano tra di loro, se è il caso ammazzano anche i bambini  e avvelenano il pianeta. Alcuni uomini religiosi pregano altri uomini di non fare la guerra. Ma tanto le guerre si fanno lo stesso.
A che gioco giochiamo?
                                      Ivanka (figlia di TrumpI e Melania, in udienza dal papa

Care Melania e Ivanka, siete poco utili ai bambini e alla società. Servono donne come Antigone ...

                                                                                                             


martedì 23 maggio 2017

Palermo: libri e panelle


      Nello scorso mese di Aprile, a Palermo si sono svolte due iniziative - la prima gastronomica, la seconda culturale - in via Roma e via Vittorio Emanuele: in via Roma, lo “Street Food”, il Festival internazionale del cibo di strada; mentre via Vittorio Emanuele, asse viario più antico della città, conosciuta anche come “Il Cassaro” (dall’arabo, via fortificata) ha ospitato la seconda edizione de "La via dei librai”, con più di 70 eventi culturali, grazie alla sinergia di librai, editori, scuole, università, biblioteche e associazioni. Eccezionale presenza di visitatori per entrambe le iniziative: boom di assaggi durante lo “Street Food”, boom di presenze e di vendite di libri al Cassaro. Dedichiamo il successo delle manifestazioni a Giovanni Falcone, che ha dato la vita per una Palermo libera dalla nefasta violenza mafiosa. Impegniamoci, anche in sua memoria, per una città onesta, colta e gustosa, restituita alla gioia di abitanti e visitatori.
                                                                           Maria D’Asaro,  “100NOVE” n.20 del 18.5.2017

sabato 20 maggio 2017

Balenio





Balenio
Scintille fragili
Di mille volti
Lungo regalo di luce
Soli                                        

giovedì 18 maggio 2017

Noi, opere d'arte incompiute ...

don Cosimo Scordato - chiesa s.Francesco Saverio, Palermo
           C’è molta stringatezza in questa pagina del Vangelo di Giovanni, che ci viene incontro per dispiegarci il volto del Padre e farcelo scoprire molto più bello, più fascinoso (...). Ciascuno secondo la strada che percorre, secondo la ricerca che vive. E così Gesù ci mostra il volto del Padre, in un primo momento proprio come via: ognuno di noi è una via verso Dio, perché Dio ci attrae tutti a sé come il cuore di un Padre o di una madre, che non possono che desiderare di avere presso di sé le proprie creature. Non per imporsi, ma perché ne sentono in qualche modo il bisogno, per amore.
         Ogni persona umana vive con strade e modalità diverse quest'attrazione: chi cerca la bellezza, chi cerca la giustizia, chi cerca la bontà, chi la verità … Tutto in nome di Dio, dicevano gli antichi. E quindi tutte strade percorribili verso Dio. Le strade che portano a Dio non sono soltanto cinque, ma sono tante quante sono gli esseri umani. Ognuno di noi è una via verso Dio ed è una via che Dio percorre verso di noi. Per cui ognuno di noi è prezioso ai suoi occhi, perché abbiamo qualcosa da far fruttificare della sua presenza immensa, grande, meravigliosa …
       Ed è Gesù ad annunziarci questo, quando dice di sé (...), che bisogna percorrere la strada, essere alla ricerca, non ritenerci mai conclusi, opere compiute. Al contrario siamo tutti opere incompiute, nel senso artistico della parola, come quando diciamo “l’incompiuta di", l’ultima opera di Michelangelo, la sinfonia incompiuta di Mozart, magari la messa da requiem che aveva scritto per se stesso … L’uomo come incompiutezza perché soltanto Dio può portare a compimento quell’immensità di cui sentiamo nostalgia. Quindi l’atteggiamento di ricerca e di dialogo e di reciproca attenzione è costitutivo del nostro rapporto con Dio. Mentre tante volte il rapporto con Dio come accaparramento è diventato invece presa di possesso e volontà di disporre anche degli altri.
           “Io sono la via” unisce la via di Gesù con tutti gli uomini; l’altra affermazione di Gesù è “Io sono la verità”; attenzione che la verità di cui parla Gesù non è una dottrina, è una persona. La persona umana è il luogo della verità, dove noi sperimentiamo cosa vorremmo essere, cosa tentiamo di diventare. E Gesù, con la sua persona, ci mostra il Padre, in lui il Padre ha voluto rivelare particolarmente, in maniera privilegiata, che tipo di Dio è per noi: Padre di Gesù e quindi anche padre nostro.
        E perché non restassimo nel vago, questa verità Gesù la chiama in causa, citando le opere: “Se non credete in me, credeteci almeno per le opere". Cosa sono queste opere di Gesù? Quello che ha fatto col suo sguardo, con le sue mani, con la sua parola, col suo contatto fisico. Le opere di Gesù sono le opere del Padre, quelle che diventano un criterio di valutazione se stiamo agendo per davvero onorando il Signore e onorando la nostra umanità. L’infedeltà a Dio è l’infedeltà alla nostra umanità. (...).
     Il terzo momento: Io sono la vita,  dice Gesù, prendiamolo sul serio. Fare la vita noi lo intendiamo in un altro senso, nel senso di divertirci. Invece la diversità che noi dobbiamo essere capace di annunziare, è quella di una vita che sia bella per essere vissuta da noi e da tutti gli altri. “Io sono vita”, dice Gesù: se non lo incontriamo sulla strada della vita, abbiamo sbagliato strada. Uccidere nel nome di Dio è quanto di più blasfemo possa avvenire. Sulla strada della vita e delle opere che la coltivano, noi possiamo essere incontrati dal Signore e incontrarlo, a nostra volta, e gioire di tutto questo. Gesù stesso ci ricorda: “Voglio che abbiano la vita e che l’abbiano in abbondanza!”. Non siamo qui a coltivare privazioni o tagli … Siamo qui a coltivare, a cercare la pienezza. (...).
       E allora, care sorelle e fratelli, lasciamoci coinvolgere in quest’annuncio del Vangelo. La ricerca, la persona nella sua concretezza, che deve realizzarsi,  e la vita che dobbiamo comunicarci a vicenda non togliercela, non impoverirla, non strapparcela … Questo è quello che il Signore vuole per tutti noi (...) il punto privilegiato con cui riusciamo a intravedere il volto del Padre e a intravedere anche il volto più bello di noi stessi.

(il testo, pronunciato a Palermo il 14 maggio 2017 nella chiesa di san Francesco Saverio, non è stato rivisto dall’autore, don Cosimo Scordato: eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D’Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)

martedì 16 maggio 2017

Cambiare: perché?

(La seguente riflessione non è stata pensata pro o contro qualcuno, ma è stata suggerita dalle interessanti note sul "cambiamento" scritte da  Giorgio Gagliano nel testo citato. Testo che, a mio avviso, è un saggio "obbligatorio" per ogni cittadino che voglia esercitare consapevolmente il suo diritto di partecipazione politica. )
       La parola “cambiamento” è di moda nelle campagne elettorali. Oggi la si legge nei manifesti di due candidati a sindaco a Palermo: “Insieme cambiamo tutto” afferma il pentastellato Ugo Forello, mentre Fabrizio Ferrandelli, leader di uno schieramento trasversale che raccoglie soprattutto forze di centro-destra, scrive “Solo per cambiare”. Ma il cambiamento è un valore in sé? E’ di destra o di sinistra? Nell’ottimo saggio “Democrazia”, a cura di Francesco Di Palo, Giorgio Gagliano, autore dell’ultimo capitolo, argomenta: “Il cambiamento in sé e per sé non è né di destra né di sinistra. Il fattore dirimente sembra essere piuttosto la direzione del cambiamento. Delle misure per la soppressione del welfare in Svezia, ad esempio, sarebbero sicuramente un mutamento; ma (…) avrei qualche difficoltà a considerare queste misure (…) come riforme di sinistra”. Confidiamo allora nel pensiero critico degli elettori, sperando che abbiano attenzione più per i programmi che per gli slogan.
                     Maria D’Asaro,  “100NOVE” n.19 dell’11.5.2017

venerdì 12 maggio 2017

Carne mia

Roberto Alajmo
Carne mia (Sellerio, Palermo, 2016, €16) è, per ammissione dell’autore, lo scrittore e giornalista palermitano Roberto Alajmo, il completamento ideale della trilogia noir iniziata con “Cuore di madre (nel 2003 secondo classificato al premio Strega) e continuata con “E’ stato il figlio” (da cui nel 2012 Daniele Ciprì ha realizzato l’omonimo film). Anche in questo romanzo, la vicenda narrata è ancorata nel contesto palermitano: «Palermo, anche se la vuoi tenere sullo sfondo, cerca sempre di entrare nell’inquadratura», ha confessato l’autore nell’intervista a Enrico Deaglio in occasione della presentazione del libro. E, come i romanzi già citati, Carne mia è l’avvincente narrazione di una storia familiare che, in questo caso, ha le sue radici negli anni ’90 a Palermo, nel quartiere di Borgo Vecchio: “un’enclave all’interno della zona residenziale più prestigiosa della città. Duecento metri separano Napoleon, negozio di scarpe extralusso, da una sacca di sottosviluppo che si muove su ritmi e regole diversi, tutti propri”; la narrazione si sposta poi a Murcia, in una cittadina assolata del sud della Spagna, dove trova il suo ineluttabile epilogo.
   Come inizia la storia? Con un caso di “lupara bianca”: un fruttivendolo, Calogero Montana, una sera non rientra più a casa. La moglie Mela ne denuncia la scomparsa solo dopo due giorni, perché a Borgo Vecchio “andare in commissariato normalmente non si usa, rappresenta il riconoscimento di un’autorità che non si riconosce”. Dopo la sparizione del marito, per Mela e per i due suoi figli Enzo e Franco inizia una nuova vita, complicata però dall’insano comportamento di Enzo, il figlio maggiore. L’esistenza di Mela e di Franco diverrà insostenibile quando, accanto ad Enzo, graviteranno anche la fidanzata e poi il loro bambino, chiamato Calò in onore del nonno scomparso.
   Lasciando a questo punto scoprire ai lettori la continuazione dell’ingarbugliata vicenda, ci chiediamo: che tipo di romanzo è Carne mia? Non è un giallo o un romanzo poliziesco, perché alla fine le cose non si mettono a posto, non c’è una distinzione netta tra buoni e cattivi, perché gli interrogativi prevalgono sulle spiegazioni e i nodi etici rimangono irrisolti. Si potrebbe dire, riecheggiando il titolo di una vecchia canzone di Francesco Guccini, che Alajmo conferma la sua vocazione di voce narrante di piccole storie ignobili, di grovigli familiari che sfociano inevitabilmente in tragedie. 
   E’ possibile comunque avanzare un’interpretazione in chiave etica di questo dramma: Carne mia assume le valenze di una tragedia perché i protagonisti, a partire da Franco e da sua madre Mela, rinunciano a dare alla realtà il suo vero nome: “Entrambi sanno, ma non parlarne è un modo per relegare il dolore in un ambito ristretto, senza propagarlo più di tanto. Mettere in comune la consapevolezza vorrebbe dire prendere atto formalmente del problema. Una cosa che nessuno dei due ha voglia di fare”. Franco, in particolare, “rinuncia non tanto alla vendetta (…) ma alla stessa verità. Pazienza: vivrà senza conoscere i dettagli”. E così, a poco a poco “finisce per affezionarsi allo smottamento della realtà”. 
    Toccherà al piccolo Calò ingoiare a forza il rospo amaro della menzogna e provare a sputarlo con un percorso di consapevolezza pieno di rabbia e di dolore, non si sa quanto davvero catartico e liberatorio. Dal punto di vista stilistico, Carne mia ci appare un romanzo “fotografico”, scritto quasi come una sceneggiatura cinematografica, con periodi paratattici e una prevalenza assoluta di dialoghi: tale modalità narrativa cattura il lettore, perché Alajmo mira a tutti e cinque i suoi sensi, facendogli sentire, annusare, vedere, toccare e gustare le varie scene della storia.
  La sottoscritta però, affezionata lettrice del brillante scrittore palermitano, deve infine confessare una cosa: le si è stretto il cuore leggendo il libro … Forse perché è troppo vecchia e non ne può più di quella Palermo che ha abdicato alla verità, alla giustizia, al coraggio di alternative chiare, oneste e “legali” per risolvere i problemi familiari e sociali. E teme che l’ultima pagina del libro possa lasciare non solo i parenti di Calò, ma anche i lettori, privi del “lascito di un’infelicità almeno ammissibile”,compresi in una sfera di angoscia senza futuro”.
  E allora, in punta di piedi, l’affezionata lettrice chiede a Roberto di raccontarci ancora tragedie solo se accadono nella vita reale, cosa che sa fare peraltro benissimo. Ma, con la sua ispirazione caustica e ironica di cronista sapiente, poliedrico e acuto, di regalarci in futuro un po’ di speranza, scrivendo soprattutto storie belle di uomini e donne “capaci di tirare la corda pazza senza strapparla mai, anzi intrecciandola con quella civile fino a farne una gomena a cui ancorare le proprie utopie”.                                   
                                               Maria D’Asaro: “Centonove” n.19 dell’11.5.2017 (pag.30)

martedì 9 maggio 2017

9 maggio 1978: caro Peppino

Peppino Impastato
       I più vecchi ricordano bene il 9 maggio 1978: quel giorno in via Caetani, a Roma, è stato ritrovato il corpo di Aldo Moro, il capo del Governo assassinato dalle Brigate Rosse e, sui binari della ferrovia di Cinisi, vicino all’aeroporto palermitano di Punta Raisi,  il corpo straziato di Peppino Impastato, ucciso dai mafiosi.
 
 
Io – influenzata da papà, convinto democristiano di sinistra - volevo bene ad Aldo Moro, l’uomo che guardava con simpatia al PCI di Enrico Berlinguer e ricorreva alla metafora delle “convergenze parallele” per indicare il cammino distinto, ma non opposto, dei democristiani e dei comunisti migliori.
 
 

 
E poi ho cominciato a voler bene a Peppino. Quando, da morto, ho cominciato a conoscerlo grazie ai suoi amici di Democrazia Proletaria, ad Anna Puglisi e a Umberto Santino, a Pino Manzella. 

Perché Peppino era una persona speciale.

Nel 2002, non ho potuto fare a meno di scrivergli una lettera postuma:

Caro Peppino, nel '78, quando ti hanno ammazzato, avevo vent'anni ...


domenica 7 maggio 2017

Cara Iole, la tua vita merita un romanzo

Cara zia Iole,
                         uno psicoterapeuta affermava: “Ogni vita merita un romanzo”.
La tua di romanzi ne meriterebbe più di uno. Vita iniziata col parto faticoso di tua madre, che rischiò di morire quando, il 6 giugno 1922, tu nascevi un mese prima del previsto: “Mi raccontarono che l’ostetrica mi gettò nel letto, sta cusuzza nica nica, mentre tutti soccorrevano mia madre …”  
Zia Iole, da piccina

Anche senza incubatrice e cure particolari, tu, cusuzza nica nica, nata dopo due sorelle e un fratello, sei sopravvissuta. E battezzata con i tre nomi di Iolanda, Mafalda, Letizia, come ti appellava affettuosamente Riccardino.
Poi ti è toccato crescere senza la mamma, portata letteralmente via da casa per la tubercolosi e trasferita, senza beneficio, da un sanatorio all’altro.
“Sai Mary, la mamma, quando andavamo a trovarla, non ci poteva abbracciare perché rischiavamo di essere contagiati; allora ci salutava mandandoci dei baci da lontano … E io non riuscivo a staccare gli occhi dalla sua mano che mi mandava ancora un bacio …”.  
Tua madre morì, quando tu avevi appena nove anni. 
Quando in seguito la vostra famigliola si andava riassestando anche con l’aiuto delle cinque zie, sorelle del mitico e bellissimo papà Ettore e con la presenza efficiente di Maria, una veneta di Ficarolo, in provincia di Rovigo, che è stata la seconda moglie, affettuosa e pragmatica, di tuo padre ...

                Zia Pina, zia Iole, zia Giulia, zia Elda, e il marito zio Alfredo, Tanino, madre di zio Alfredo

                           Zia Elda, Maria, zia Iole, zia Pina. In basso papà Ettore e Tanino

... ecco un’altra mazzata: hai dovuto interrompere gli amatissimi studi magistrali perché operata d’urgenza a un rene, che ti è stato asportato. Con un medico che disse crudamente (e stupidamente) a tuo padre: “Questa ragazza non avrà più di vent’anni di vita”. Diagnosi sonoramente smentita, visto che sei arrivata sino a quasi 95 anni!
Nel frattempo era scoppiata la II guerra mondiale, che vide papà e tua sorella Pina più volte rischiare la vita perché, da Direttore e impiegata delle Poste centrali, in via Roma, a Palermo, andavano a lavorare anche durante i bombardamenti. 
Nel luglio 1943 con i soldati americani arrivarono anche proposte di matrimonio, perché eri davvero una bellezza da schianto. 

Proposte rispedite al mittente perché non volevi allontanarti da papà, dalla tua famiglia e dalla tua amata Sicilia. Con gli americani arrivò anche la penicillina che fece rimarginare - finalmente dopo sei anni! - la tua ferita ancora aperta dopo l’asportazione del rene.

Un anno dopo arrivò anche l’amore della tua vita: il tuo meraviglioso Filippo, tenente dei carabinieri in servizio a Partinico, che veniva dal Molise. Ma il fidanzamento durò solo tre mesi: il bel Filippo, al quale sei rimasta sempre fedele, fu ucciso in un’imboscata, tra Montelepre e Partinico, il 17 settembre 1944: uno dei tanti, troppi italiani morti senza una ragione, per i quali non c'è stata verità e giustizia.





E le tragedie non finirono qui: il 13 dicembre 1948 morì con una subdola infezione di tetano anche la tua amatissima Elda, la sorella alla quale eri più legata.
Nonostante la durezza e i pesanti lutti che hanno intessuto la tua vita,  sei stata una delle persone più solari, gioiose e allegre che io abbia sinora conosciuto.

Jan, Ivynne, zia Iole, Maria, Franco




Quando è morta Elda, che ha lasciato due orfani – Maria Grazia e Franco di soli 4 anni – hai cominciato anche a vestire l’abito di mamma/zia: Francuzzo, così lo chiamavate in famiglia, così hai continuato ad appellarlo sino a qualche giorno prima di morire, lo accoglieste in casa e tu e gli altri gli donaste l’affetto e il sostegno che gli mancava con la morte di sua madre.

Come, dal 1960 in poi, assieme a tuo padre, a Maria e a tua sorella Pina, faceste da tutoring, così si direbbe oggi, ai tre nipoti arrivati dal Sudafrica con tuo fratello Tanino che, partito per Londra a cercare fortuna, tornò alcuni anni dopo da Pretoria con tre figli e una moglie un po’ fuori le righe.
Intanto, nel 1950  sei stata assunta al Banco di Sicilia dove - come ha detto il dott. Saverio La Francesca nel giorno del tuo pensionamento, nel 1983 - ti sei distinta per impegno, serietà umana e professionale e ... grazia femminile.

Ti ho conosciuta nel giugno del 1979, in treno. Tornavamo entrambe da Agrigento: tu eri andata a trovare tuo nipote, mio collega al Banco di Sicilia, io tornavo a Palermo per dare un esame all’Università: Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea. Studiavo Pirandello. Il viaggio in treno durava circa tre ore e avevo programmato la lettura di una cinquantina di pagine. Non ne ho potuto leggere neppure una. Hai parlato di continuo per tre ore! E dire che eravamo due sconosciute … Ma tu attaccavi bottone con chiunque, con la tua parlantina frizzante e leggera!

Da allora non hai più smesso di parlarmi, anche perché poi, dopo il trasferimento a Palermo, sono stata tua collega al Banco di Sicilia, nel più prestigioso degli uffici, la Segreteria del Consiglio di Amministrazione, dove sfornavamo delibere che finanziavano le imprese catanesi dei Costanzo e di Graci, quelle che puntualmente mettevano in congedo il direttore centrale Salvo Lima e quella storica che sancì l’apertura dell’Ufficio di Rappresentanza ad Abu Dhabi ...
Lì mi hai insegnato a fare gli Estratti legali e, soprattutto, mi hai insegnato a sorridere. A prendere tutto con nonchalance e con fine ironia. Intanto ero diventata ufficialmente tua nipote, avendo sposato il figlio più piccolo di tuo fratello Tanino.
Sei stata contenta quando ho lasciato la Banca per la Scuola: dicevi che a Scuola sarei stata più utile alla società …
Per i magnifici cinque pronipoti che adoravi e i due pro-pronipotini che hai fatto in tempo ad abbracciare, sei stata una zia impareggiabile.
Per me non sei stata solo una zia: sei stata sorella maggiore, amica, confidente, allegra comare, madre putativa. La vice-madre affettuosa che ha compensato la mancanza di mamma, morta da tempo. 
Poco tempo prima di morire, ripetevi ogni domenica a casa mia: “Che bello che è stare con voi … Non mi manca niente. Ho una famiglia. Che bello che è …” Ed eri già quasi cieca e parecchio malandata. Ma non ti lamentavi mai. Ti sei spenta in silenzio, dopo il calvario dell’ultimo mese di vita.

Qualche tempo prima di morire, mi chiedevi: “Ti mancherò Mary?”.
Mi manchi tantissimo. Mi manca la tua affettuosissima telefonata quotidiana. Mi manca la tua voce. Mi manca il tuo affetto senza se e senza ma. Mi manca il tuo sorriso. Mi manca la tua forza.
Ma, nello stesso tempo, so che ci sei. Vivi dentro di me.  Mi hai insegnato a essere resiliente. Mi hai insegnato la leggerezza, mi hai insegnato a vivere con gioia. Mi hai insegnato a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Mi hai insegnato a canticchiare. Sono circondata dalle centinaia di cose belle che mi hai regalato, segni del tuo gusto raffinato, signorile, speciale.
Abbiamo condiviso i bagnetti dei bambini, le galline in campagna, le risate, le ansie per la mia assegnazione d’ufficio a Ustica, il gioco della sig.a Mingalli con Irenuccia. Se uno dei miei cuccioli stava male, ti precipitavi con la tua poderosa 850 e riuscivi a far sorridere Irene col mal di pancia e Riccardo con 39° di febbre. Fino a quando hai avuto salute e memoria, non c’era compleanno o onomastico senza fiori, regali, e la tua benedicente telefonata.

Un 12 settembre, tornando da scuola ho avvistato sul marciapiede uno splendido ficus semovente, dietro cui si nascondevano Luciano e Irene. Tuo l’ordine perentorio ai nipoti: “Comprate una pianta per mamma!” 





Però hai cominciato un poco a morire nel 2006, quando ci è stato strappato Ettore, il fratello di Jan, uno dei tuoi “veri” cinque nipoti. Dicevi che Dio o il destino era ingiusto: “Perché non sono morta io che sono vecchia e invece è morto Ettoruccio che lascia due figli e una moglie?”
Chissà se ora hai trovato risposta a questa e alle altre domande che in vita continuavi a farti, senza perdere comunque sorriso e speranza.



Sorridimi ancora da dove sei, zia Iole bella bella. Abbracciami, illuminami, col il tuo affetto infinito e speciale.
Ne ho davvero bisogno.

(Zia Iole è morta un mese fa, il 7 aprile.  Ma è viva nel ricordo e nel cuore di noi nipoti per cui è teneramente vissuta).

venerdì 5 maggio 2017

Un’occasione mancata

         Per Palermo sarebbe stata un’occasione speciale la presenza di un vescovo ausiliare come Giovanni Salonia: frate cappuccino, psicoterapeuta, professore di Psicologia sociale e stimato luminare della Psicologia della Gestalt. Dopo la sua rinunzia ufficiale, la nomina, da occasione speciale, diventa occasione mancata. Giovanni Salonia ha infatti dovuto rinunziare al delicato incarico, accettato in spirito di servizio, perché, per motivi diversi, “sgradito” sia ai vertici ecclesiali romani sia ad alcuni settori ecclesiali locali: forse perché lontano dai cliché degli uni e degli altri. Peccato. Purtroppo la mancata conferma “sconfessa” anche il papa, evidenziando note distonie tra lo stesso e la curia romana; mentre la Chiesa locale non fa una bella figura. Auguriamo di cuore a Salonia di continuare la sua opera pastorale con la magnifica cura e competenza che gli sono riconosciute e auguriamo alla Chiesa di avere in futuro l’attenzione, il discernimento e il coraggio assenti in questa triste vicenda.

                                                                         Maria D’Asaro, “100NOVE” n.18 del 4.5.2017



lunedì 1 maggio 2017

Il lavoro, festa e diritto di tutti

Dedicato a  Giuseppe Casarrubea che, se fosse stato ancora vivo, oggi a Portella della Ginestra sarebbe certamente andato.
Avrei voluto onorarne il 70° anniversario, andando a manifestare nel luogo della prima strage di stato.
Non ho potuto.  Tenterò comunque di dare il mio contributo perché siano affermati il diritto al lavoro e alla giustizia sociale.

domenica 30 aprile 2017

30 aprile 1982: in Sicilia si muore di mafia

Pio La Torre e Rosario Di Salvo
 
     
Alle 9, 20 del 30 aprile 1982, con una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del partito. Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo, che guidava, ad uno stop, seguito da raffiche di proiettili. Da un'auto scesero poi i killer a completare il duplice omicidio. 




Chi erano Pio La Torre e Rosario Di Salvo? Due militanti del Partito Comunista. Uccisi perché: “Il delitto venne indicato dai pentiti Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo e Pino Marchese come delitto di mafia: La Torre venne ucciso perché aveva proposto il disegno di legge che prevedeva per la prima volta il reato di "associazione mafiosa" e la confisca dei patrimoni mafiosi. Dopo nove anni di indagini, nel 1995 vennero condannati all'ergastolo i mandanti dell'omicidio La Torre: i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci”. (Da Wikipedia)
I blogger siciliani dovrebbero scrivere un post al giorno per ricordare le centinaia e centinaia di vittime della violenza mafiosa.
Oggi un tributo particolare alla memoria di questi due uomini coraggiosi e onesti; e agli splendidi occhi di Sabrina, figlia di Rosario: con la quale collaboro per far tornare a scuola gli alunni “dispersi”.

sabato 29 aprile 2017

Lanfia e Lamine

Albero "tabebuia impetiginosa"
(davanti alla scuola "G.A.Cesareo" - Palermo)        
         Per lo più maschi tra i 14 e i 17 anni, provenienti soprattutto da Gambia, Nigeria, Eritrea, Costa d’Avorio, Egitto: sono circa 26.000 i minori stranieri non accompagnati arrivati via mare in Italia nel 2016, il doppio di quelli del 2015. Ne sanno qualcosa le comunità alloggio di Palermo: negli ultimi anni hanno visto cambiare la tipologia dei minori affidati, composta ormai in prevalenza da minori stranieri, che hanno bisogno di istruzione e integrazione. Il compito degli educatori delle comunità risulta quindi complesso e delicato; infatti i ragazzi  stranieri hanno culture diverse, spesso hanno subito dei traumi e non parlano l’italiano. 
        Ma a volte succedono piccoli miracoli: in un scuola media quattro minori ivoriani sono stati ben accolti e, assieme a po’ d’italiano, stanno imparando anche a sorridere e a scherzare con i loro coetanei. Per i quali non sono più i ragazzi stranieri, ma Lanfia, Lamine, Ousman e Dimandi.  



                                                                           Maria D’Asaro, “100NOVE” n.17 del 27.4.2017

lunedì 24 aprile 2017

Incinta


La Speranza, II - particolare

Incinta
Per sempre
Di storie svelate
In grembo parole nascenti.
Racconta...

Die Hoffnung II (La Speranza, II) - Klimt (1907)
                               

venerdì 21 aprile 2017

Cambiano come Natoli?


Angelo Cambiano
        Ha l’aria seria e neppure quarant’anni Angelo Cambiano, dal giugno 2015 sindaco di Licata, comune di mare vicino Agrigento. E di case a mare abusive pullula la costa licatese. Il Sindaco ha però avviato un processo di “bonifica” ambientale: da mesi le ruspe demoliscono gli immobili abusivi, applicando le norme vigenti. Ma, proprio per aver autorizzato le ruspe, il Sindaco è stato oggetto di vari atti intimidatori, tra i quali l’incendio di case dei suoi genitori. A maggio scorso, l’allora ministro degli Interni Angelino Alfano si è recato a Licata a portare la vicinanza e la solidarietà del Governo. Ma le intimidazioni non si sono fermate, e Cambiano teme di essere lasciato solo a combattere la sua buona battaglia. Ce la farà il primo cittadino licatese a vincere questa lotta difficile per la legalità o dovrà gettare la spugna come Pierpaolo Natoli, sindaco onesto e probo del film “L’ora legale”?

                                                                            Maria D’Asaro, “100NOVE” n.16 del 20.4.2017

mercoledì 19 aprile 2017

Ci siamo, Gabriele

Gabriele del Grande

     Le "proposte" o, meglio, le imposizioni politiche del premier Erdogan suscitano sgomento, sdegno e grande preoccupazione per i prossimi scenari politici della Turchia e di quella delicata area del mondo.

  Mobilitiamoci intanto con Amnesty International per la liberazione immediata del giornalista Gabriele del Grande.








lunedì 17 aprile 2017

Ballarò, una chiesa e il desiderio di “vita bella”

Tre video di TV2000 RAISAT, nei quali don Cosimo Scordato, che si spende da trent’anni nel quartiere Albergheria/Ballarò a Palermo,  ci  racconta  la volontà di coniugare Vangelo e promozione umana: 





sabato 15 aprile 2017

‘U cunsolu

       E’ antica usanza dei paesi siciliani, quando muore qualcuno, quella di portare del cibo ai familiari del defunto. Questa tradizione è chiamata ‘u cunsolu”, “ciò che serve a consolare”: chi è colpito dalla morte di una persona cara non ha voglia di cucinare e ha quindi bisogno di essere accudito e ‘consolato’ con del buon cibo da mangiare. Forse noi siciliani diamo il meglio di noi stessi nei giorni del lutto e del dolore: in tali momenti si evidenziano di più la capacità di cura e il calore umano, che sono tipici di tanti nostri conterranei. Sarebbe bello, e a volte succede, se queste qualità preziose non venissero espresse solo in occasione dei “giorni dulurusi” di familiari, amici o vicini, ma che ‘u cunsolu’ fosse  la modalità quotidiana dei rapporti umani, anche oltre i giorni del lutto. Se ne fossimo capaci, la Sicilia diverrebbe terra profetica di una laica Resurrezione.

                                                                           Maria D’Asaro,100NOVE” n.15 del 13.4.2017

giovedì 13 aprile 2017

Cammini di Passione ...

Mons. Oscar Romero
    Gli ebrei acclamano Gesù come figlio di Davide, perché pensano che sia finalmente arrivato il Messia da loro atteso: “Finalmente potremo diventare padroni del mondo" (...). Invece Gesù sta cavalcando un asinello e, secondo la profezia di Zaccaria, sta annunziando, nella semplicità di questo gesto, la sua vicinanza alla nostra umanità, pronto a portarne il peso, come l’asinello che si sa far carico di ogni peso che noi gli mettiamo addosso.
  Ebbene, quest’ambiguità porterà poi a quell’epilogo che oggi abbiamo proclamato e su cui torneremo a meditare nei prossimi giorni. Questa divaricazione, davvero radicale, da un lato c’era chi nel passato – e  ancora oggi nel presente – si aspetta una vicinanza, una presenza di Dio nel segno della forza e del potere, come se Gesù fosse il dominatore della nostra umanità, potente e capace di mettere a tacere chiunque con le sue bombe, con la sua potenza; la verità di Gesù invece è (...) che gradisce addirittura lavarci i piedi.
     E quindi si presenterà a noi nel segno dell’umiltà, del servizio e dell’abbandono pieno nelle nostre mani. E’ qui tutto l’equivoco, care sorelle e fratelli: un equivoco terribile (...) per cui si benedicono segni di morte, segni di potenza e di distruzione, convinti di poterli utilizzare in nome di Dio, invece è una bestemmia.
Padre Pino Puglisi
      Mentre il Gesù che noi vogliamo seguire vive di una passione per la nostra umanità: lui è disposto a morire per ciascuno di noi. E in quel dono di sé che ci è stato narrato c’è la sua attitudine: perché ognuno di noi che lo guarda e incontra il suo sguardo possa capire che vale la pena dare la vita per la persona amata, nelle mille forme in cui questo dono si può esprimere. Gesù lo ha espresso sino alla consumazione piena, subendo di tutto: tradimenti, svendita della sua dignità  (...).
     Gesù accetta tutto questo, nel senso che ci propone un’alternativa a tutto questo: l’atto di amore, di servizio e di donazione. E’ qui che ci dobbiamo inserire, care sorelle e fratelli, nel momento in cui dichiariamo col centurione, finalmente Davvero costui è il figlio di Dio. Proprio nel momento in cui non lo sembrerebbe per niente, abbandonato, deriso e disprezzato sulla croce, Gesù ci sta proclamando che il suo amore per noi è un amore perduto, passionale, appassionato della nostra umanità …

Marianella Garcia
       Ma qui, appunto, dobbiamo scegliere quale Gesù vogliamo seguire: se il Gesù equivocato come figlio di Davide o se il Gesù che dà la vita per persone amate. E qui noi vorremmo ritrovare l’annuncio del Vangelo: Costui è veramente figlio di Dio, perché figlio anche della nostra umanità, a servizio di essa.
Continuiamo così la nostra celebrazione domenicale, care sorelle e fratelli, ma anche la nostra settimana santa. Ognuno di noi faccia questa verifica: cosa ripensare, cosa rivedere, nella propria vita. Ma noi lo sappiamo perché lo intuiamo, che dove c’è amore, servizio, dedizione, lì c’è Dio, il vero Dio, che Gesù ci ha rivelato, nella sua carne, nel suo essere disposto a farsi crocifiggere.
Dove invece non c’è servizio, ma dominio, morte, prevaricazione, lì c’è la negazione di Dio. (...)

(sintesi dell'omelia pronunciata da don Cosimo Scordato il 9.4.2017, a Palermo, nella chiesa cattolica di san Francesco Saverio, non è stato rivisto dall'autore: eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D’Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)

martedì 11 aprile 2017

Mani di fate

       Non era affatto scontato.
Che, dopo una notte insonne, il suo mal di denti fosse curato da una dentista gentile che le praticava subito le otturazioni necessarie, le asportava il tartaro e le restituiva il sorriso.
Che, per diciotto anni, nel Consultorio a due passi da casa la stessa ginecologa le facesse il pap-test, gli opportuni controlli e la indirizzasse ad altre mani sicure, se necessario.
Che la dottoressa del servizio sanitario la visitasse a casa e le diagnosticasse e curasse una polmonite; e le desse i giusti consigli per gli inevitabili acciacchi.
     Non era affatto scontato vivere in un Paese dove un sistema sanitario le permetteva, nonostante il suo stipendio da impiegatuccia, di potersi curare. 
       Ed era doppiamente contenta che il prezioso lavoro di riparazione, prevenzione e di cura passasse attraverso competenti mani di donna: le mani, forti e delicate insieme, di Maria Teresa, Antonella e Celestina. 
        Grazie, mie dottoresse. Che il Cielo vi benedica.

domenica 9 aprile 2017

Se brucia l’umanità …

Lo scrittore Roberto Alajmo
        Si è scritto tanto sulla tragica morte di Marcello Cimino, il clochard ucciso per gelosia da un benzinaio, Giuseppe Pecoraro, a Palermo, nella notte tra il 10 e l’11 marzo scorso. C’è stata anche una fiaccolata cittadina. Prima che cali il silenzio sulla pietosa vicenda, frutto di un’incredibile e funesta “banalità del male”, dal sito “Penultim’Ora”, ecco le osservazioni dello scrittore Roberto Alajmo: “Scoprire che si trattava di un omicidio per motivi di gelosia ha rasserenato un po' le nostre coscienze, perché ci rassicura scoprire che il movente era riconducibile al vecchio genere di violenza non a quello nuovo che, come tutte le cose nuove, ci fa più paura. Viceversa, ci ha inquietato scoprire che si trattava di un omicidio fra italiani, e fra italiani qualsiasi. (…) Le figlie adolescenti hanno scoperto solo così la vita da senzatetto di loro padre. Una vergogna postuma che finisce di seppellire Marcello Cimino”.
                                                                          Maria D’Asaro, 100NOVE” n.14 del 6.4.2017

mercoledì 5 aprile 2017

Il diritto di contare



       Qualcuno potrebbe storcere il naso, considerando Il diritto di contare film buonista, che presenta gli USA col solito cliché di terra delle possibilità, dove i buoni e i meritevoli vincono sempre. Magari il regista Theodore Melfi avrà calcato la mano in positivo nel raccontarci la vicenda di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, le tre matematiche afroamericane che – come narrato nel libro Hidden Figures di Margot Lee Shetterly - collaborarono attivamente con i programmi spaziali della NASA nei primi anni ’60, quando si era aperta la gara con l’Unione Sovietica per inviare i primi astronauti nello spazio. Si dà però il caso che la storia delle tre donne sia una storia vera: Katherine, Dorothy e Mary ce l’hanno fatto davvero a far valere il loro talento matematico, nonostante fossero donne, nonostante fossero di pelle nera, nonostante negli USA vigesse ancora la segregazione razziale. Fu proprio la precisione dei calcoli matematici di Katherine Johnson,  a permettere all’astronauta americano John Glenn di compiere la prima orbita completa intorno alla Terra.
        E allora, specie se visto da occhi femminili, il film coinvolge e commuove: perché abbiamo bisogno di credere che, in questo pianetino pazzo e sperduto, le donne possano avere il diritto di contare non per il loro lato B prosperoso o perché “favorite” di un ricco magnate. Assai godibile per la buona sceneggiatura e l’avvincente ritmo narrativo, Il diritto di contare è  un film per tutti: si esce dal cinema rincuorate dal fatto che si può avere la meglio su pregiudizi sessisti e stupidità umana e contente di sapere che i nomi di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson siano scolpiti tra quelli dell’intellighenzia scientifica mondiale. 
        Che la loro storia a lieto fine possa essere una luce di speranza per tutte le ragazze di oggi, di ogni colore e condizione sociale. 

domenica 2 aprile 2017

Tieniti dritto e sorridi

         
Mia figlia Irene
Tieniti dritto e sorridi  

fallo in ogni tempo, all'ora del cattivo umore
come all'ora del buon umore,
davanti a quelli che ti piacciono
e a quelli che ti ripugnano
nell'agiatezza e nelle strettezze
nella miseria o l'opulenza.
La malattia o la salute,
tieniti dritto e sorridi

tra coloro che si precipitano,
coloro che si agitano nel vuoto
o si urtano gli uni agli altri
tieniti dritto e sorridi


tra coloro che si fanno largo a gomitate,
coloro che tendono le mani per prendere,
o che si arrampicano e si destreggiano,
tieniti dritto e sorridi

tra coloro che discutono,
e coloro che si ingiuriano,
coloro che stringono i pugni,
coloro che brandiscono le armi,
tieniti dritto e sorridi

nel giorno della collera
e dello sbandamento,
quando tutto crolla e brucia,
tu solo in piedi nel panico,
tieniti dritto e sorridi

di fronte ai giusti dalla nuca rigida,
i giudici dalle virtù taglienti,
gli importanti che si dimenano,
tieniti dritto e sorridi

sia che venga fatto il tuo elogio,
sia che ti si sputi in faccia,
tieniti dritto e sorridi

a casa con i tuoi,
tieniti dritto e sorridi,
di fronte alla tua amata,
tieniti dritto e sorridi.
Nei giochi e nelle danze,
tieniti dritto e sorridi.
Nella veglia e i digiuni,
tieniti dritto e sorridi


solo nell'alto silenzio,
tieniti dritto e sorridi
al limitare del grande viaggio,
anche se i tuoi occhi piangono,
tieniti dritto e sorridi.

                                                                                                         Lanza del Vasto

(qui una biografia di Lanza del Vasto;  qui una realizzazione nonviolenta in Sicilia;
qui quando incontrai Lanza del Vasto, al liceo "Maria Adelaide" a Palermo.)


venerdì 31 marzo 2017

Ticket sharing?

           Viaggiare sui mezzi pubblici a Palermo è diverso che a Milano. Intanto per la tipologia dell’utenza. A Milano tram o metro sono utilizzati da un campione eterogeneo di milanesi; mentre a Palermo i mezzi pubblici – autobus in particolare - sono frequentati soprattutto da anziani, studenti, poveri e immigrati. Ecco, un sabato mattina di febbraio, la composizione umana del 243: anziani con le buste della spesa fatta a Ballarò e alcuni immigrati; poi in, via Oreto, salgono una decina di ragazzotte urlanti, nessuna delle quali fa il biglietto, mentre una di loro, a ogni fermata grida sguaiatamente: “Sta salendo il controllore!”. A una signora che sta scendendo con in mano il biglietto, una vecchietta chiede: “Mu dassi a mia ‘stu biglietto, si nun ci servi cchiu’ …”. La signora fa cenno di no e scende senza passarlo. Se foste stati la signora, avreste condiviso questa forma impropria di ticket sharing ?
                                                                            Maria D’Asaro, “100NOVE” n.13 del 30.3.2017

martedì 28 marzo 2017

Luce dei miei occhi

Van Gogh: paesaggio con covoni di grano e luna che sorge (1889)
      Questa è una delle pagine più ironiche del Vangelo di Giovanni, di quell’ironia saggia che vuole metterci in ridicolo in alcuni percorsi che noi neghiamo a noi stessi anche di fronte all’evidenza. 
     Qual è l’ironia? L’ironia è che il cieco, da un certo momento in poi, comincia a vederci: prima a vedere gli altri – e l’evangelista usa un verbo “plepein”, vedere fisicamente. - 
Poi, alla fine, l’evangelista userà un altro verbo, il verbo “orao”. Dice Gesù “Lo hai visto, finalmente i tuoi occhi sono spalancati, stanno vedendo la luce. Cioè, stanno avendo una visione dinanzi che può illuminare non solo il cammino della strada, ma anche il tuo cammino interiore, per tutta la vita”.
Quindi da un lato questo cieco che vede e riconosce, dall’altro lato tutti quelli che vedono, ma è come se non vedessero. E negano al cieco l’evidenza: e-videnza, quello che lui ormai vede e dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. Invece è come se ci si nascondesse di fronte all’evidenza.
     Ma cosa ci interessa in questo Vangelo? Ci interessa l’affermazione di Gesù che Lui vorrebbe essere luce del nostro cammino. Ma quest’affermazione rischia di essere astratta. In che modo? Invece la vita di Gesù è luce in maniera semplice: ci vuole indicare da dove veniamo e dove stiamo andando. Vuole dare orientamento al nostro percorso quotidiano.
     E qual è l’orientamento? Incontrare gli altri e condividere con loro un po’ di luce. Non possiamo avere la pretesa di vedere tutto, la realtà è talmente grande, immensa, spesso anche misteriosa … possiamo solo cogliere frammenti di luce. Possibilmente, ci dice Gesù, sul volto delle persone.
Brilliamo, gli uni degli altri; scambiamoci luce, anche per brevi percorsi di strada, senza la pretesa di vedere all’infinito chissà che cosa …
     E Gesù, se noi lo rileggiamo da questo punto di vista, ha donato luce, luminosità alle persone che ha incontrato, gli ha riconsegnato un percorso di vita. E quindi il primo incontro con la luce lo facciamo tra di noi, scambiandocela tra i nostri volti: luce, splendore …
       E poi, dove stiamo andando? Possiamo pensare tutto quello che vogliamo: che la vita finisce con la morte, in una tomba; che la vita è un ciclo che si ripete; che non sappiamo dove si va. Perché oggi assistiamo a uno sbandamento di punti di riferimento, in tutti i sensi. Cosa ci dice Gesù? Che la nostra vita ha un traguardo: è un venire alla luce, è un nascere al Padre, che ci pensa dall’eternità, ci chiama alla luce, dai nostri genitori, e alla luce, attraverso il Battesimo che ci fa riconoscere non Dio, ma il Padre materno   (...).
       Questo celebriamo nella nostra condizione battesimale. Non con atteggiamenti di superbia: no, ma nella prospettiva più bella che ci viene aperta dalla Parola del Signore: venire alla luce del volto materno del Padre. Nella luce del suo Spirito che ci avvolge col suo calore e con la sua luminosità.

(il testo, pronunciato il 26.3.2017 nella chiesa di san Francesco Saverio a Palermo, non è stato rivisto dall’autore, don Cosimo Scordato: eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D’Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)

domenica 26 marzo 2017

Il settimo si riposò

Duomo di Monreale (Pa): Il settimo giorno Dio si riposa
(Vedi link: Duomo Monreale)
         Fino a qualche anno fa, oltre alla chiusura domenicale, i negozi godevano di mezza giornata di riposo settimanale: fruttivendoli e salumieri chiudevano i battenti il mercoledì pomeriggio, altri il lunedì mattina o il sabato pomeriggio. Con l’avvento dei centri commerciali, aperti anche la domenica, purtroppo gli esercenti dei negozi a conduzione familiare si sono dovuti piegare a una sempiterna apertura; con la differenza che, mentre nei grandi empori gli impiegati lavorano a turno, nel negozietto sotto casa l’esercente può riposare magari solo la domenica pomeriggio. La crisi economica attuale sta comportando una disumana involuzione della condizione dei lavoratori. 
        Forse solo le azioni dirompenti e condivise dei consumatori possono cambiare qualcosa. Allora: chi può fare la spesa nei giorni feriali, eviti di farla la domenica. Perché è giusto che tutti lavorino per vivere, ma non che vivano per lavorare. 
              La domenica, liberi tutti: per pregare, dormire, riposare o andare al mare.


                                                                            Maria D’Asaro, 100NOVE” n.12 del 23.3.2017

venerdì 24 marzo 2017

La Storia siamo noi: grazie a due nonni speciali


      La Storia non è il noioso libro di storia: non è una data da imparare a memoria o un fatterello da ripetere senza capire cause ed effetti.  La Storia è passione, vicende di vita, impegno, sconfitte, lotta, gioie e dolori. La Storia siamo noi, insomma.  Ecco, dal blog "Clikkiamo la scuola" della scuola media "G.A Cesareo" di Palermo, il resoconto di due intense, emozionanti e feconde ore di Storia in III N, tenute da nonno Cosimo e nonna Grazia.




 

mercoledì 22 marzo 2017

Tenerezza ... alla "Feltrinelli" di Palermo

Dal blog di Augusto Cavadi:


             Giovedì 23 marzo 2017, alle ore 18, alla Feltrinelli di via Cavour, a Palermo, Maria D’Asaro e Pippo La Face discuteranno con l’autore il piccolo libro di Augusto Cavadi Tenerezza. Hanna Wolff e la rivoluzione (incompresa) di Gesù (Diogene Multimedia, Bologna 2016, euro 5,00). 
              Interventi musicali al pianoforte a cura di Giorgio Gagliano.

(Ho già recensito qui il saggio).

Ecco qualche foto dopo l'avvenuta presentazione (grazie ad Adriana Saieva e Massimo Messina):



martedì 21 marzo 2017

Memoria


Piersanti Mattarella




Amara
Arida Straziata
La nostra terra
Senza il vostro sorriso.
Memoria.     
















                                                                                Pio La Torre e Rosario Di Salvo


                                                                                Boris Giuliano con la famiglia


                                                                                             Peppino Impastato


Placido Rizzotto

Ninni Cassarà

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino