mercoledì 20 ottobre 2010

GESU' E I LEBBROSI

( Mi definisco, al contrario dei più, una cattolica ipo-credente, ma praticante.
Apprezzo molto le omelie di un mio amico prete, don Cosimo, che spesso registro e trascrivo)


Avete notato che nel Vangelo troviamo due espressioni diverse per indicare la condizione dei 10 lebbrosi quando eseguono la parola di Gesù. Prima si usa il termine “guariti”, poi solo di uno Gesù dice alla fine “Salvato”. Precisamente, più che guariti, il Vangelo dice “purificati”, perchè veniva considerata contaminazione la lebbra, quindi non solo una malattia, ma addirittura veniva considerata una condanna di Dio dovuta a una qualche colpa da parte del lebbroso. E quindi essere purificati era una condizione già abbastanza buona.
Solo però che Gesù soltanto del samaritano che torna a dirgli “grazie” dirà “La tua fede non ti ha guarito, non ti ha solo guarito, ma ti ha salvato”. Come mai? E che cosa cambia in questo quadro che comunque è molto bello: tornarsene a casa purificati senza la lebbra non è una cosetta così, è una cosa importante: immaginate, un malato di lebbra che si trova improvvisamente guarito. Tra l’altro, doveva presentarsi a Gerusalemme per il certificato. Quindi non so se avrebbe avuto tempo per tornare a ringraziare Gesù. Gesù aveva detto loro “Andate al tempio, presentatevi, poi quando avrete il certificato – forse lo avrà detto - se volete tornare, vi incontro volentieri, così verifichiamo la vostra guarigione…” Ripeto, già essere guariti era abbastanza… Ma Vangelo ci vorrebbe far fare un passo avanti e lo lega al comportamento e all’atteggiamento giusto giusto di un samaritano. I peggiori, insomma, quelli che non hanno nome, quelli che sono scomunicati, che poi sono quelli che nel Vangelo fanno bella figura: e questa è una cosa simpatica, dovremmo sottolinearlo sempre con apprezzamento e con ammirazione. Dove uno si aspetta di meno, poi abbiamo la sorpresa.
Come mai questa sottolineatura del Vangelo? Il Vangelo usa un’espressione a proposito del samaritano che voi, col vostro orecchio, avete sentito risuonare. Gesù dice che il samaritano tornò indietro lodando Dio a gran voce. Si gettò ai piedi di Gesù per rendere grazie. Come si dice in greco “rendere grazie”? E’ una parola che sapete tutti: si dice “eucarestia”, eucarestein. Il samaritano si pone ai piedi di Gesù per fare eucarestia. Rendere grazie.
E perché rendere grazie è salvifico, ci salva? Ecco il Vangelo di oggi. Perché? Perché il rendere grazie ci pone in relazione con qualcuno. Si rende grazie a qualcuno. Si riconosce il legame con qualcuno. Si prende atto della bontà della propria vita: di quel poco o molto di buono che c’è in noi. Si apprezza se stessi. Si riconosce di valere qualcosa. E quindi ci si ferma, si mette in folle: si interrompe la folle corsa e ci si chiede: “Ma da chi vengo? Verso chi sto andando?” Purtroppo ci fermiamo raramente: abbiamo sempre qualcosa di urgente da fare, una Gerusalemme da raggiungere, un trattato da compiere,qualcosa da realizzare …
Se non ci si ferma mai, non ci si apprezza mai, non possiamo gustare quello che siamo, quel pochissimo o molto che siamo… E’ importante fermarsi e capire che qualcuno ci vuole bene, qualcuno ci ha anticipato con la sua benevolenza: possono essere i nostri genitori, in primo luogo, o le persone che abbiamo accanto. E’ opportuno fermarsi per dire “E’ bello questo”. Questo non solo ci fa vivere, ma dona una qualità diversa alla nostra vita. Ce la fa sperimentare come salvifica: cioè vita amata.
Se questo qualcuno poi riconosciamo che è Dio stesso ed è Dio che si rende vicino a noi attraverso la gestualità di Gesù, in carne e ossa, che con la sua parola, in questo caso ci dice: “Andate, presentatevi ai sacerdoti”, cioè fatevi guarire. Ma quello che conta non è essere guariti o essere senza malattie – come comunque auguro a tutti noi – ma gustare la propria vita! Gustarla, riconoscere una qualità alla nostra vita attraverso la relazione che ci fa dire, che ci fa apprezzare quello che siamo, anche quel pochissimo che siamo, e ci fa dire: “La mia vita, oltre a essere frutto del mio agire, del mio fare, è anche frutto di un amore che mi ha sempre preceduto, che mi ha sempre anticipato…
Incontrarci qui la domenica è salvifico, perché ci fermiamo; e così come siamo, con tutto quello che siamo, ci fermiamo per dire: “Grazie, Signore, che ci vuoi bene. Prima, sempre prima, e al di là di ogni nostra attesa, di ogni nostro merito. Perché ti piace essere in relazione con noi.” E il dire grazie è la relazione più bella che noi possiamo istaurare. Senza servilismo, s’intende. Anzi, riconoscendo di essere amati e benvoluti. E’ la relazione più bella che ci può dare salute, nel senso pieno, salute come salus, nel significato latino di salvezza.
Ecco perché ci fermiamo, almeno la domenica, per guardarci tutti in faccia e dire: Rendiamo grazie al Signore. E’ veramente buono, giusto, degno di lode, fonte di salvezza, che noi ci raccogliamo e diciamo, così come siamo, intanto grazie. Poi riprendiamo la nostra vita. Riprendiamo la nostra corsa, spesso anche forsennata. Ma tornare, guardarsi e dire grazie, e dirlo insieme, ci fa bene. E fa bene anche alla salute, fa bene anche alla nostra salute.
Che cosa è allora la fede? La fede è la relazione che noi riconosciamo tra Dio e noi. Non che la costituiamo, la riconosciamo. Riconosciamo che Dio è in relazione con noi: è la cosa più bella che noi possiamo vivere. Nonostante le mille difficoltà, i mille problemi in cui ogni giorno ci imbattiamo. Pazienza … ha senso che noi facciamo eucarestia.


(don Cosimo Scordato, Palermo, chiesa di San Francesco Saverio, 1o ottobre 2010)

2 commenti:

  1. "La fede è la relazione che noi riconosciamo tra Dio e noi. Non che la costituiamo, la riconosciamo". Una riflessione molto giusta, anche se credo che il passo decisivo poi è, una volta scoperta la relazione, imparare a fidarsi sul serio di Dio

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  2. Ciao: grazie della visita, che ricambierò domani. Intanto ho visto che accogli gli ospiti in una stanza proprio bella!

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