giovedì 21 ottobre 2010

101 STORIE DI RAGAZZI SPERDUTI


C’era una volta un’insegnante. Piuttosto giovane e di belle speranze. I seni ancora pieni di latte per nutrire il terzo bambino. Mente e cuore traboccanti di cura per i figli degli altri. Un giorno, a scuola, ascoltò un rullar di tamburi: “A tutti i docenti, udite, udite: si cerca qualcuno che sappia trovare i ragazzi sperduti…”
Fu così che divenni psicopedagogista. Il mio terzo lavoro. Eravamo alla fine del secolo scorso. A Palermo, i ragazzi smarriti – gli addetti ai lavori la chiamano “dispersione scolastica” - erano dodici, quindici, anche diciassette su cento. A scuola non venivano proprio, oppure venivano un giorno e sei no. O erano destinati a bocciature continue.
Una delle mie prime bambine disperse è stata I.,: occhi grandi, neri, un po’ tristi. 13 anni, per la terza volta in prima media. Sorriso dolce, guardingo. Capelli lunghi e arruffati, alla buona. Abitini puliti e dimessi. I colleghi mi dicono: “Non è stupida, ma la famiglia non collabora”… “Non puoi cambiarle la testa, non ne vuole di scuola” “Viene, arraffa il buono- libri e poi chi la vede più?”
Viene un giorno sì e sei no. “Perché” – le chiedo. Lei mi guarda in silenzio, abbozza un sorriso. “Perché” – le chiedo di nuovo, con la mia più convinta dolcezza. “La mamma deve comprare. Non si può alzare dal letto. La devo aiutare. Certe volte cucino, lavo i piatti e bado a mia sorella.”
Chiamo la madre al telefono: le dico che il posto di I. è a scuola. Altrimenti verrà l’assistente sociale. Che si faccia aiutare da qualche parente. “Professoressa, può venire chi vuole. Io unn’aiu a nuddu: né matri, né soru, né soggira. Me maritu travagghia da matina a sira. Haiu puru natra figghia all’elementari… Lei a scuola ci va. U sacciu c’a scola ci voli, è importante. Ma I. mi serve; comu fazzu i surviza cu stu figghiu chi mori si mi catamiu? (1)” Deglutisco. Non so cosa dire: il diritto allo studio di I. fa a pugni con la solitudine della madre e il diritto di vivere del fratellino. Qualche giorno dopo, I. sparisce per sempre.
Sei anni dopo è venuta A., sorellina minore di I. Stessi occhi, stessi capelli. Uno sguardo meno sveglio e sagace. L’abbiamo promossa ogni anno. “Glielo dicevo, dottoressa – sorride la madre – u sacciu ca a' scola è importante. A. ha tutti i libri…
L’anno scorso, anno nono del XXI secolo, è venuto a scuola il fratellino. I media: occhiali da dottorino, minuto e studioso. Ogni tanto viene la madre. Sempre più piccola e curva, gli occhi segnati da occhiaie. Ciuffi bianchi si affacciano senza vergogna tra i lunghi capelli ondulati, senza tinta o meches: “all’antica”. Per studiare, E. va al doposcuola: “Se ha volontà, mi levo pure u’ pani di mmucca pi iddu. (2)” Le chiedo di I.: è sposata, ha un bambino.
E. viene spesso a trovarmi: gli manca il libro d’inglese e di scienze. “Tieni, te li presta la scuola.” Me lo guardo in silenzio. Lo accarezzo con gli occhi. E’ un amore di figlio. Forse non sa che ha avuto due madri.

Per i non siciliani:
1) Come faccio le faccende domestiche con questo bambino in arrivo che rischia di morire se mi muovo?
2) Farò a meno anche di mangiare, per farlo studiare.


5 commenti:

  1. Forse oggi sono un po' pessimista? O forse solo un po' depresso?

    Ma dove sono i miei maestri di un tempo? Filippo Neri, Lorenzo Milani, Mario Lodi, Bruno Ciari? E gli altri e le altre? Oggi, mentre dormono sulla collina, quello che hanno fatto e scritto prende polvere in soffitta.

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  2. Carissimo,
    capisco il tuo pessimismo. Ma, e lo scriverò a breve, se A., F., S. e tanti altri ce l'hanno fatta, è merito tuo. Per fortuna, non tutti i veri maestri dormono sulla collina. Tu, ad esempio, ci sei. Mi sorridi, a scuola. E mi onori con i tuoi commenti sul blog.
    E, ovviamente, dai una mano ai ragazzi sperduti.
    Ti abbraccio.

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  3. La mia considerazione nei tuoi riguardi aumenta di post in post, cara Maria. Mi ritengo fortunato d'averti "incontrata". Ti ringrazio e ti saluto affettuosamente ancora una volta.

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  4. Caro Peter, anch'io sono contenta di averti incontrato. Non sai quanto mi faccia bene questa comunione "virtuale".
    Un saluto affettuoso anche a te.

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  5. Cara maria,i tempi sono duri e la solitudine in cui opera la scuola è grande,ma non dobbiamo mai dimenticare nè i buoni maestri nè gli articoli della nostra costituzione.Tu operi a scuola (e non solo) meravigliosamente bene e fai quanto ti è possibile perchè tutti gli alunni( non uno di meno) frequentino e conseguano il successo formativo.A volte ,però,ci si trova davanti a muri insormontabili.Un abbraccio MDFex

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