sabato 13 giugno 2015

Sulla felicità e dintorni

 
      In quale scaffale della mente inserire il saggio di Giovanni Salonia Sulla felicità e dintorni (Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2011, € 16,00)? Non è un manuale per psicoterapeuti o di psicologia sociale, non è un testo religioso o un saggio etico-filosofico. Non è nessuna di queste cose ed è tutto questo insieme e molto di più. Infatti, dietro l’agile struttura narrativa composta da brevi capitoli intensi e preziosi, il lettore avverte un robusto ‘corpus’ teorico ed esperienziale, una calda coperta di pensieri che lo avvolge e lo riscalda: pensieri ‘incarnati’ che sono il frutto della ricchezza interiore dell’autore, frate cappuccino e psicoterapeuta, già professore di Psicologia sociale e ora direttore scientifico dell’Istituto di Gestalt Therapy Kairòs.  Allora, come ai discepoli di Emmaus, il cuore arde nel petto del lettore, perché quelle di Giovanni Salonia sono parole nutrienti, pregne di senso e di verità. Davvero non si vorrebbe mai prendere congedo dal testo: Sulla felicità e dintorni è una pietanza gustosa che si mangia lentamente per assaporarla a lungo, è una bella serata con gli amici o l’incontro con l’innamorato, che vorresti durasse per sempre. Perché, come scrive Antonio Sichera nella prefazione: “L’autore di questo libro mostra ad ogni momento di capire a fondo il cuore dell’uomo perché vi ha dimorato, perché lo ha molto ascoltato”. 
Questa recensione può solo alludere al tesoro che il libro racchiude, fornendone qualche pallida traccia. L’autore ci esorta innanzitutto a essere competenti nella ricerca della felicità, perché: “La funzione del desiderare può fallire nell’assegnare il nome concreto alla rappresentazione della propria felicità se manca la consapevolezza, cioè se non si è capaci di essere in contatto con se stessi per conoscersi ed orientarsi nella vita.” Salonia ci fornisce poi il filo rosso che lega le sue riflessioni, il nesso tra felicità, tempo e relazioni: “Le relazioni umane sono i dintorni nei quali la felicità viene invocata e accesa, cercata e smarrita (…); “i dintorni della felicità si dilatano nel tempo, nello spazio e attraversano il corpo, la casa, la città”. Se ci salvano solo le relazioni autentiche, ecco indicata una settuplice via di salvezza, che comprende, nella schiera ideale degli altri da cui ricevere felicità e salvezza, ogni ‘altro’, anche il lontano da noi, sia in termini spaziali che temporali: “Anche se in lingue differenti, gli umani si incontrano quando si donano parole piene del loro respiro e capaci di raggiungere le vibrazioni dell’altro. Il punto è accordarsi … perché le parole che vanno e vengono da me all’altro diventino melodia”.  Perché ciò avvenga però: “Bisogna riscrivere la grammatica della relazione. (…) Ci viene chiesto il coraggio e l’audacia di consegnarci a una nuova danza, pur non conoscendone in anticipo il ritmo e i movimenti. Nella cultura della relazione l’altro è sempre l’’oltre’ che mi rimanda a mondi inesplorati della mia umanità.” 
Davvero toccanti poi le pagine dedicate al rapporto tra tempo e felicità: “E’ la relazione che trasforma il tempo da tempo cronologico (kronos) in skopòs, tempo direzionato verso una meta. Tempo e relazione sono quindi uniti da un medesimo destino: si salvano o si perdono insieme. Se l’altro non c’è più, anche il tempo perde di senso. (…) Sperimentando il tempo vissuto della relazione se ne scopre un’ulteriore dimensione: il passaggio dallo skopòs al kairòs, ovvero al tempo della grazia. Il tempo in cui le anime si incontrano”. Illuminanti i passi che esplorano il significato profondo della sessualità: “La sessualità ha il compito di condurci a una soglia che deve essere varcata (…): essa è soglia e non dimora: se smarrisce la dimensione allusiva, intima e costitutiva, si ritorce in impazzimento. (…) Quando la sessualità da farmaco diventa relazione, avviene un salto qualitativo.” Attualissime le riflessioni che legano cibo e relazione: “Il nutrirsi è un’esperienza decisiva per la sopravvivenza … Il cibarsi coinvolge il corpo e l’anima (…). Il modo in cui ci si rapporta con il cibo dipende ed esprime il modo in cui ci si relaziona col mondo”.
        L’autore ci offre poi efficaci chiavi d’accesso per decifrare la società di oggi, liquida e complessa insieme: magistrale l’evocazione di un nesso tra il pensiero di Heidegger e il palcoscenico del Grande fratello; illuminanti le riflessioni sulla diversità, da proporre come fondamento di ogni autentica politica di integrazione; imperdibili e coinvolgenti infine le analisi di classici come Alice nel Paese delle Meraviglie e Pinocchio: “La bontà che trasforma il burattino in ragazzino è quella del ‘cuore buono’, non quella dell’ubbidienza … le regole senza relazione  creano burattini (…) La saggezza da consegnare ad ogni bambino (a cominciare dal Pinocchio che abita dentro di noi) è quella di augurargli un cuore buono e tanta audacia.”      
                                               Maria D’Asaro, “Centonove” n.6 dell’11.6.2015, pag.33

4 commenti:

  1. "... un cuore buono e tanta audacia." Che augurio meraviglioso, Maria! Non conosco il libro di cui fai questa bellissima recensione, ma credo che in queste parole che hai scelto per chiudere il tuo post, ci sia un mondo intero, un modo unico per affrontare la nostra esperienza umana. Ciao, buona domenica.

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  2. Promettimi che se un giorno dovesse uscire un mio libro lo recensirai! :-)

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  3. @bibliomatilda: ti assicuro che il libro è davvero prezioso. Grazie dell'apprezzamento. Buona settimana.
    @Silvia Pareschi: promesso! Complimenti per la mail ...

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  4. In mezzo a tante sovrastrutture, il "cuore buono" è una vera uscita di sicurezza. Che intensa lettura ne hai dato, riuscire a ridare valore a quanto "va e viene" nella sua totalità :*

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