giovedì 31 luglio 2014

Siamo noi il corpo di Dio


"C’è quest’ossimoro Corpus domini-corpo del Signore: Dio non ha un corpo, e un corpo non può appartenere a Dio. E invece proprio l’esperienza di Gesù ci apre a questa risoluzione che è inedita nell’esperienza e nella riflessione umana: quando l’uomo ha pensato Dio, ha creduto utile allontanarsi dalla realtà visibile e tangibile che è esposta alla caducità per elevarsi all’immensità di Dio. Quando l’uomo si è dedicato al corpo, ha ritenuto opportuno mettere da parte Dio perché Dio non c’entrerebbe: il corpo ha le sue esigenze, i suoi bisogni, ma non possiamo aspettarci chissà che cosa dalla nostra corporeità. 
Invece con la sensibilità contemporanea, soprattutto con alcuni filoni del pensiero a noi più vicino – penso alla fenomenologia, ma anche ad altri percorsi di psicologia e ad altre scienze come le neuroscienze – ci stanno rendendo quasi obbligata invece questa strada che ci vuole fare scoprire la verità che dovrebbe starci a cuore, direi più di ogni altra: che il mondo esiste perché il mondo è la visibilità di Dio. E siccome la parte più alta del mondo è la nostra corporeità, e tutto quello che noi riusciamo ad esprimere attraverso di essa, ecco, il mondo e la nostra corporeità esistono perché in qualche modo ci rende visibile, tangibile, respirabile, gustabile, odorabile, commestibile Dio!
Quindi il mondo esiste perché possiamo sperimentare, con tutti i nostri sensi, con tutte le nostre capacità, questa immensità del dono che Dio vuol essere per noi. E questo vale anche viceversa: il modo migliore per attingere alla realtà, quella che viviamo ogni giorno – bere, mangiare, incontrare, abbracciare, volersi bene, costruire, cercare di cambiare e rendere sempre più belle le cose – tutto questo che possiamo ricapitolare nell’incontro tra due corpi che, in qualche modo, sintetizzano in maniera più impegnativa questa relazione con la realtà (niente è così impegnativo come quando due persone si incontrano …), è come se fossimo invitati a dire: non prendere mai sottogamba quest’incontro perché qui ne va di Dio stesso: (…) in quest’incontro, in questa persona, in questo momento Dio mi viene incontro, mi sta interpellando: perché io mi prenda cura di questa persona, di questo corpo, di questa mia sorella, di questo mio fratello, di questa realtà di cui faccio parte, di questa creazione che mi è qui donata – e io faccio parte di essa – perché mi vuole portare a un’esperienza sempre più bella, sempre più grande della realtà di Dio che sa contenere tutto, ma sa anche aprirci orizzonti sempre più belli.
Come diceva un autore, Dio è colui del quale non possiamo pensarne uno più grande, più bello, più giusto, più interessante, più attraente -  ho aggiunto io questi altri termini – e per pensare questo abbiamo bisogno di tutto il mondo, di tutta la realtà, di tutte le persone, di tutti gli incontri, di tutti i corpi che incontriamo … Se vogliamo pensare Dio alla grande, ogni incontro, dal filo d’erba, alla persona, agli animali, alla creazione tutta, ci fa pensare grandemente il Signore.
Ecco perché celebriamo il Corpus Domini, ecco perchè si incontrano queste due realtà in maniera inscindibile: non un Dio senza il corpo della nostra creazione, del mondo; né un mondo, quello nostro, quello delle creature, senza quest’orizzonte di immensità che abbraccia tutto e che ci vuole spingere a pensare, a sperimentare e a realizzare, in maniera sempre più grande, più bella, più attraente, più gioiosa.
C’è pure l’esperienza di cose negative, quelle che possiamo esprimere col termine caos, quando per caos intendiamo le cose incontrollabili, su queste cerchiamo di intervenire per controllarle; ma quando vogliamo liberare la realtà alla sua piena realizzazione pensiamola come il corpo di Dio. E per realtà intendo tutto; ma in modo particolare le persone che abbiamo accanto, nelle quali inciampiamo perché Dio vuole essere incontrato lì: si è fatto carne, si è fatto uomo perché non possiamo voltare pagina sulla nostra umanità e pretendere di incontrare Dio senza la nostra umanità.
 Vi ricordate, abbiamo dibattuto proprio qui in chiesa, a proposito di un caso palermitano, di preti che avevano portato l’Eucarestia a qualche mafioso latitante; ormai sappiamo che sono tutti scomunicati i mafiosi, quindi non gli si può portare la comunione, ora c’è anche quest’intervento ufficiale. Ma noi abbiamo discusso di che cosa? Di questa pretesa di potere incontrare Dio senza rendere conto alle persone a cui abbiamo fatto male; come se potessimo saltare sull’umanità e dire: tanto io ho un rapporto diretto con Dio, poi dell’umanità, degli uomini, delle donne che io ho ammazzato, a cui ho fatto danno, pazienza, chiudiamo un occhio. No, no: non possiamo incontrare Dio che non vediamo se non nei fratelli che vediamo. 
E quindi la visibilità di Dio siamo tutti noi. E questo ci dà un bel compito: tentare di far trasparire questa presenza non è facile, perché non sempre le cose vanno come vorremmo, non sempre ci riusciamo. E, cosa ancora più difficile, è incontrare Dio negli altri. Questo è ancora più complicato, ma dobbiamo provarci. (…)

(omelia del 22.6.2014, chiesa di san Francesco Saverio, Palermo. Il testo non è stato rivisto dall'autore, don Cosimo Scordato: eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D’Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)

3 commenti:

  1. bella, bella, bella!!!
    Grazie

    RispondiElimina
  2. Quando lo spirito si materializza c'è lo zampino di don Cosimo, delle sue preziose parole. Nessun miracolo: tutto cuore, mente e chiarezza di esposizione... Certo, ingredienti piuttosto rari da trovare combinati in un unico individuo, e qui entra in gioco il suo impegno a contenerli, che già gli rende grande onore. Grazie per la condivisione, Maruzza. Buon week-end.

    RispondiElimina
  3. @Luigi: grazie della visita e dell'apprezzamento. Buona estate.
    @DOC: grazie a te per la condivisione a 360°. Buona domenica. Un abbraccio.

    RispondiElimina