sabato 31 dicembre 2011

L'anno che verrà

Saluto con un abbraccio collettivo le amiche e gli amici del web, con i quali ho avuto la gioia di condividere il 2011 e con cui spero di condividere anche il 2012. Auguro pace, forza e gioia a tutti/e.





venerdì 30 dicembre 2011

Nostra Signora e la Vigilia di Festa

       A Nostra Signora, ogni vigilia, succedeva una cosa strana: le si formava una caverna di vuoto, in mezzo al petto. Che diventava sempre più grande, man mano che si avvicinava il dì di festa.
Perché, lei lo sapeva. Nostra Signora una sola cosa avrebbe voluto dalla sua vita: una mano e un sorriso, un caminetto con dei legni allegri.
E invece, al telefono con una delle 301 ziette un po’ andate, le toccava persino fare l’attrice: - Va tutto bene: si, siamo insieme. –
Ma c’era lei sola, in quella casa.
A dire il vero, anche due tartarughe. In letargo, però.
Solo per questo le aveva scordate.

mercoledì 28 dicembre 2011

101 Storie: Senza occhi, ma ricca di sguardi interiori




L’ho conosciuta a giugno, Cristina. Per lei, venire a scuola a settembre, sarebbe stato un evento. La scuola primaria non l’aveva mai frequentata. Prima, era troppo pericoloso uscire fuori di casa. Un banco di scuola e una compagna accanto, un vero miraggio: per lei, attaccata spesso alla bomboletta di ossigeno, con la sua cassa toracica così malformata. Così, niente scuola elementare, ma cinque anni di istruzione domiciliare, con la mamma, l’assistente sociale e le maestre, a turno, vicine. I compagni conoscevano solo il suo nome, nel registro di classe.
Ma Cristina non si era mai scoraggiata. Le piaceva imparare. Lei, che era anche cieca; lei, che per una gravissima patologia, sarebbe rimasta piccina piccina; lei, che non riusciva a camminare da sola.
Quel giugno di alcuni anni fa, mi chiama la Preside: - Vieni. Ti voglio presentare un’alunna in ingresso. – La storia di Cristina mi era stata già raccontata dalla psicopedagogista della scuola elementare. Ma conoscere la ragazzina è stata una vera sorpresa.
 Era lì, seduta compostamente in una delle due sedie di fronte alla scrivania della Dirigente. Con i suoi occhi spenti, ma pieni di una luce invisibile che si riversava all’esterno. Con la testolina un po’ reclinata da un lato. Con i capelli castani ben pettinati, adorni di un fiocchetto vezzoso.
Attentissima alle parole che l’assistente sociale, sua madre, la Preside e io ci stavamo scambiando. – Sono contenta di venire a scuola … non mi pare l’ora che sia settembre … ciao, professoressa … mi ricorderò la tua voce …. – Mentre parlava, con una sonorità e un’ampiezza di toni impensabili in quel corpicino, le sue manine sottili leggevano il contenuto di un portamatite che c’era sulla scrivania: - Che bel pupazzo … deve essere rosso … un tagliacarte … questo potrebbe fare un po’ male … quante matite bene appuntite … e quante penne! –
A settembre, finalmente, il suo vero, primo giorno di scuola. Nessun problema di integrazione. Cristina divenne ben presto la mascotte  di quella classe.
Quell’anno, frequentava la prima media anche il mio figlio più piccolo. Protagonista, insieme a lei, di una performance teatrale. Qualcuno le disse che ero la madre del suo compagno. E lei trovò un motivo in più per salutarmi affettuosamente e sorridermi, se mi incontrava nel corridoio o se andavo a controllare la frequenza degli alunni, nella sua classe: - Ciao, professoressa … ma tu sei anche la madre di Luciano … sei tutte e due le cose! -
I tre anni di scuola media sono stati proficui e sereni, per la nostra Cristina. Che è stato un faro, una  risorsa tangibile per tutti i compagni.
In terza media, quasi quasi non avremmo voluto lasciarla. La mamma ci chiese esplicitamente di tenerla ancora un anno con noi. Con le dottoresse del gruppo misto,[1] decidemmo però che era giusto che Cristina frequentasse un Istituto superiore per ciechi: imparare il Braille le avrebbe dischiuso universi infiniti.

Quando conosci ragazzi come Cristina, allora pensi che l’anima esista davvero. E che, sebbene  racchiusa  in corpicini straziati, si mostri talvolta in tutto il suo vivo splendore.



[1]Tale gruppo di lavoro è così denominato, perché al suo interno vi è più di una componente operativa che, in modo sinergico, lavora per migliorare la qualità dell’integrazione all’interno dell’Istituto. La sua sigla ufficiale è “GLHI”: Gruppo di studio e di lavoro d’Istituto. Presso ogni scuola è istituito un GLHI,  composto da insegnanti, operatori dei servizi e  familiari dell'alunno in situazione di handicap. Il Gruppo ha il compito di  collaborare alle iniziative educative e di integrazione predisposte dal Piano Educativo ( Legge 104/92, art. 5, comma 2)

venerdì 23 dicembre 2011

Uno sguardo diverso


Abito nello stesso quartiere da un quarto di secolo. Il calzolaio,  nella putia sotto casa,  c’è anche prima di me. Ha risuolato e riparato le scarpe a tutti gli abitanti della zona. Ovviamente, anche le mie. Qualche settimana fa, aggiusta un paio di scarpe di un mio familiare.  – Quanto le devo? – gli chiedo. Mi congeda con un arrivederci condito da un sorriso e un lieve tocco al mio braccio proteso. Il giornalaio mi conosce da anni. Passo da lui, il venerdì,  per Centonove. Un venerdì, quando gli passo le monete per il giornale, sente la mia mano gelata. “Sta bene signora?” In effetti, non stavo bene, quel giorno. Avevo comunque la macchina. Ero in grado di tornarmene a casa. Il calzolaio, l’edicolante: chissà se lo sanno che hanno scaldato, un istante, il mio cuore. Io continuo a sognarli, palermitani così. Con uno sguardo diverso.
Buon Natale, Palermo dal cuore gentile.  (Maria D'Asaro, "Centonove", 23.12.2011)


martedì 20 dicembre 2011

Non importa che non ti abbia

Non importa che non ti abbia,
non importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo tutto,
ti desideravo intero.
Oggi non chiedo più
né alle mani, né agli occhi,
le ultime prove.

(...)
Quello che ti chiedo adesso
è di più, molto di più,
che bacio o sguardo:
è che tu stia più vicino
a me, dentro.
Come il vento è invisibile, pur dando
la sua vita alla candela.
Come la luce è
quieta, fissa, immobile,
fungendo da centro
che non vacilla mai
al tremulo corpo
di fiamma che trema.
Come è la stella,
presente e sicura,
senza voce e senza tatto,
nel cuore aperto,
sereno, del lago.
Quello che ti chiedo
è solo che tu sia
anima della mia anima,
sangue del mio sangue
dentro le vene.
Che tu stia in me
come il cuore
mio che mai
vedrò, toccherò
e i cui battiti
non si stancano mai
di darmi la mia vita
fino a quando morirò.
Come lo scheletro,
il segreto profondo
del mio essere, che solo
la terra vedrà,
però che in vita
è quello che si incarica
di sostenere il mio peso,
di carne e di sogno,
di gioia e di dolore
misteriosamente
senza che ci siano occhi
che mai lo vedano.
Quello che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza,
non sia per noi dimenticanza,
né fuga, né mancanza:
ma che sia per me
possessione totale
dell'anima lontana,
eterna presenza.                                                                      Pedro Salinas

domenica 18 dicembre 2011

Wangari Maathai: guarire la terra, guarire noi stessi

(Un ricordo di WANGARI MAATHAI a cura di Pietro Veronesi, su "La Repubblica" del 27 settembre 2011 col titolo "Addio Maathai, regina degli alberi")
 
Wangari Maathai nasce in Kenya, il primo aprile del 1940, e si era distinta  per lo straordinario successo negli studi, diventando la prima donna in tutta l' Africa centro-orientale a conseguire un dottorato. (…) Di qui il titolo accademico che le sarebbe rimasto attaccato per il resto della vita: "the Professor".
Alla fine di quello stesso decennio, mossa da una passione ambientalista all'epoca ancora profetica non solo per l'Africa ma per il mondo intero, scese in campo contro la deforestazione selvaggia che affliggeva il Kenya cosi' come buona parte del continente.
L'idea meravigliosa di Wangari Maathai non fu tanto quella di fondare un movimento che aveva il semplice scopo di ripiantare alberi, il Green Belt Movement; ma di renderne protagoniste le donne. Sono loro, ovunque in Africa, costrette a cercar legna, l'unico combustibile facilmente reperibile in natura, sempre piu' lontano dalla capanna e dal villaggio; loro le autentiche custodi della vita, della tradizione e del futuro; loro, nell'intenzione del futuro premio Nobel, il soggetto della conservazione ambientale e del cambiamento.
Di qui il carattere unico del Green Belt Movement: verde e al tempo stesso femminista; ecologista ed emancipatorio. Il movimento si scontro' quasi subito con le autorita', specie quando si oppose alla svendita a speculatori privati di foreste del demanio ancora intatte e soprattutto nella celebre battaglia (vinta) contro l'edificazione di una mega-sede dell'allora partito unico nel solo parco verde di Nairobi. Wangari Maathai subi' diversi arresti, fu picchiata, additata come nemico pubblico dall'allora presidente-padrone del Kenya Daniel Arap Moi, insultata, minacciata di morte. Lei tenne duro; e quando il tempo di Moi fini', sembro' incominciare il suo.
Il Kenya conobbe una breve stagione di rinnovamento e nel 2002 la Maathai fu eletta trionfalmente al Parlamento e nominata sottosegretaria all' Ambiente. Nel 2004 la consacrazione mondiale: il premio Nobel per la Pace, prima donna africana.
Questa donna stupenda lascia tre figli, una nipote, milioni di alberi piantati in Kenya su sua istigazione e un'eredita' di speranza alle donne povere del mondo.
WANGARI MAATHAI: GUARIRE LA TERRA, GUARIRE NOI STESSI
[Ecco anche sue considerazioni riprese da dal libro "Replenishing the Earth: Spiritual Values for Healing Ourselves and the World"]

Durante i trent'anni e piu' che ho passato come ambientalista e attivista per i diritti democratici, la gente mi ha spesso chiesto se la spiritualita', differenti tradizioni religiose e la Bibbia in particolare mi avessero ispirato, ed avessero influenzato il mio impegno o il lavoro con il Green Belt Movement.
Quando iniziai questo lavoro nel 1977 non ero motivata dalla mia fede o dalla religione in generale. Stavo invece letteralmente e praticamente pensando a come risolvere problemi concreti. Volevo aiutare le popolazioni rurali, in special modo le donne, a soddisfare le necessita' di base che mi descrivevano durante i miei seminari e laboratori. Mi dicevano che avevano bisogno di acqua pulita, potabile; di cibo nutriente in quantita' adeguata; di reddito; di energia per cucinare e riscaldare.
Percio' quando mi facevano le domande sulla spiritualita', all'inizio, io rispondevo che non pensavo allo scavare buche ed al mobilitare le comunita' affinche' difendessero o curassero gli alberi, le foreste, le fonti d'acqua e il suolo, l'habitat delle specie selvatiche, come a un lavoro spirituale. Inoltre, non ho mai differenziato le attivita' "spirituali" e quelle "laiche".
Dopo qualche anno, sono arrivata a riconoscere che i nostri sforzi non erano limitati al piantare alberi, ma che stavamo anche piantando semi di un tipo diverso, quelli necessari per dare alle comunita' la fiducia in se stesse e la conoscenza necessarie a riscoprire la loro vera voce ed a rivendicare i loro diritti (umani, ambientali, civili e politici).
Il nostro scopo divenne espandere quello che chiamiamo "spazio democratico", uno spazio in cui cittadini comuni possono prendere decisioni per se stessi a beneficio proprio, della propria comunita', del proprio paese e dell'ambiente che li sostiene. (…)
Capii che il lavoro del Green Belt Movement era guidato da alcuni valori intangibili. Essi erano: amore per l'ambiente, gratitudine e rispetto per le risorse della Terra, capacita' di darsi potere e di migliorare se stessi, spirito di servizio e volontariato. (…)
Naturalmente, so bene che tali valori non sono appannaggio del Green Belt Movement. Essi sono universali. Non possono essere toccati o visti. Non possiamo dar loro un valore monetario: in effetti, sono impagabili. Questi valori non sono contenuti in specifiche tradizioni religiose, ne' uno deve far professione di fede per essere guidato da essi. Sembrano piuttosto essere parte della nostra natura umana, ed io sono convinta che siamo persone migliori perche' li abbiamo, e che l'umanita' e' migliore avendoli piuttosto che non avendoli. Dove questi valori sono ignorati, li rimpiazzano dei vizi come l'egoismo, la corruzione, l'avidita' e lo sfruttamento.
Nel processo in cui aiutiamo la Terra a guarire, aiutiamo noi stessi.
Per quel che posso dire attraverso le mie esperienze e le mie osservazioni, credo che la distruzione fisica della Terra si estenda anche a noi. Se viviamo in un ambiente ferito, dove l'acqua e' inquinata, il cibo e' contaminato da metalli pesanti e residui plastici, e il suolo e' praticamente immondizia, cio' ci affligge, influisce sulla nostra salute e crea ferite a livello fisico, psicologico ed esistenziale.
Degradando l'ambiente degradiamo sempre noi stessi.

venerdì 16 dicembre 2011

Nonviolenza è ...


La nonviolenza e' la lotta contro la violenza, al di fuori di questa lotta nonviolenza non si da'. La nonviolenza si fonda sul rispetto di se' come essere umano: essa e' dunque difesa attiva della propria integrita'.
La nonviolenza si fonda sulla consapevolezza che vi e' una sola umanita', e un'unica biosfera: essa e' dunque responsabilita' per l'altro ed empatia in azione. La nonviolenza ti chiede di prendere sul serio la tua propria dignita', ergo di pensare seriamente le tue proprie idee e le tue proprie azioni; di approfondirle e rigorizzarle: e laddove esse ledano la tua o l'altrui dignita', di mutarle.
La nonviolenza e' sempre dalla parte delle vittime. La nonviolenza e' sempre impegnata a salvare le vite.
La nonviolenza e' fallibilista: proprio perche' non possiamo essere certi di avere ragione facciamo in modo che la nostra azione non provochi del male a chicchessia.

La nonviolenza e' componibile con tradizioni culturali diverse, poiche' essa e' lo sforzo di cogliere il bene che unisce e che salva. La nonviolenza e' pluridimensionale, complessa, contestuale, dialogica e dialettica, concreta. Non e' riducibile ad una delle sue dimensioni; non e' data e fissata, ma aperta e creativa.
Essa afferma la coerenza tra i mezzi e i fini: il fine non giustifica i mezzi, i mezzi pregiudicano il fine.

Essa e' opposizione alla violenza, lotta comunicativa, gestione costruttiva del conflitto, riparazione di cio' che e' rotto, coinvolgimento nel percepire e realizzare relazioni armoniche, uguaglianza di diritti nel rispetto delle differenze, riconoscimento di dignita', non nuocere, equilibrio: ahimsa.
Essa e' afferramento al bene, persistere nel giusto, forza della verita', ricerca condivisa ed autenticita' relazionale: satyagraha.

(Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino": numero 472 del 15 dicembre 2011, editoriale di Peppe Sini)

martedì 13 dicembre 2011

101 Storie: Il professore che vedeva lontano

(Nel giorno dedicato a santa Lucia, una storia che ha come co-protagonista un docente con un'ottima vista interiore)

Me lo ricordo ancora, quel Consiglio di classe straordinario convocato d’urgenza, alle ore 14, nella sala dei professori: con una schiera di colleghi furenti, perché quella volta, Michele, in aula informatica,  il segno lo aveva passato … - Almeno cinque giorni di sospensione dalle lezioni …  non può essere ammesso agli esami … il ragazzo non merita niente … -
Michele. Qualche anno prima avevamo avuto Nicola, uno dei tre fratelli maggiori. Ma Nicola era passato senza colpo ferire, un alunno tranquillo, di quelli che si ricordano appena.
Michele, invece, sin dalla prima media, si era proposto in tutta la sua vistosa e inquieta irruenza: uscite dall’aula senza permesso, girovagare durante le lezioni disturbando i compagni, studiare poco e in modo svogliato, interloquire a tu per tu con i docenti senza ritegno.
Si convocava spesso sua madre. Perché il papà, lui non ce l’aveva. Un incidente sul lavoro. Una scarica elettrica, durante uno straordinario perché la famiglia era già numerosa e la moglie aspettava il quinto, di figlio.
Era in seconda elementare, Michele, quando aveva perduto il papà. Ma la mamma aveva fatto di tutto per portare avanti la sua bella famiglia: per farli studiare, i suoi figli, per dare loro tutto l’affetto e il sostegno di cui bisognavano.
In terza elementare, Michele era stato bocciato. – Non me la meritavo quella bocciatura, professorè… io piangevo perché era morto papà e volevo stare con mamma … e le maestre mi hanno bocciato. – Così ora Michele era quasi due anni più grande dei suoi compagni.
E sua madre, alla quale mi inchinai quasi subito per la tranquilla forza interiore di cui era capace, mi supplicava, dopo l’ennesima convocazione per le birichinate del figlio: - Professoressa, mi creda, non è per difenderlo … non lo dico perché è mio figlio … Michele è vivace, ma è buono, vi chiedo solo di avere pazienza. E di non bocciarlo, che gli fate male. –
Le parole e il tono di mamma coraggio mi avevano presto convinta. Anche perché un pochino Michele, con qualche colloquio, avevo imparato a conoscerlo anch’io. Mi diceva che proprio non ci riusciva, a stare fermo. Che si dispiaceva di fare sconquasso. Che lui ci provava a stare più buono. Che ci riusciva, una volta si e quattro no. A volte mi chiamava persino l’insegnante di religione, col velo storto: - Non so come fare, con quel ragazzo … -
Per fortuna, Michele, su questa terra, oltre sua madre e i quattro fratelli, un aiuto speciale l’aveva trovato. Il suo insegnante di Lettere.
Che ha  votato per la sua promozione, ogni anno. Che aveva trovato la chiave, per quel ragazzo ribelle col cuore buono. Gli parlava con un tono di voce normale. Se veniva punito, il giorno dopo si ricominciava: Michele era accolto con un sorriso. E il professore gli faceva recuperare la prova di storia e quella di geografia.
Il Consiglio di classe straordinario fu convocato quando Michele era in terza media. La sua ammissione agli esami sembrava ormai compromessa. Quando sia io che il docente di Lettere abbiamo esposto le ragioni per la sua promozione, siamo stati guardati come degli alieni.
Ma il professore, nonostante inforchi occhiali spessi così, vedeva veramente lontano.
La fiducia paziente e affettuosa che il docente è stato capace di dare a Michele è stato un volano per la sua vita: la scuola superiore è andata alla grande, il ragazzo ha superato, in questi tempi di magra, un importante concorso pubblico.

A volte, Michele a scuola ritorna. Per salutare il suo professore. Per abbracciare anche me, con l’occasione.. Adesso, ama scrivere, a tempo perso. E vuole che, oltre al suo amato prof, anch’io legga i suoi scritti.
Mi ha chiesto se sono su Facebook. Gli ho risposto di si. Per una sorta di netiquette preventiva, non sono amica di nessun alunno, sul social network. Ma, se me lo chiede, cliccherò su “conferma” per  il suo contatto.




lunedì 12 dicembre 2011

Maestri di utopie

A Palermo, ci vivo a due passi, dal fiume Oreto.
Mi chiedo spesso perché questo fiume non sia pulito come quelli dell’Alto Adige. Lo immagino, l’Oreto bonificato: senza rifiuti, affiancato da panchine e aiuole fiorite.
Prima di me, alla sua rinascita, ci ha creduto Antonio Presti: “un catalizzatore che si lascia attraversare dalle utopie (…) la sua missione è quella di dare corpo ai sogni, smentendo la maledizione del non si può fare (…) E’ la sorgente dell’Oreto il suo obiettivo: vuole comprarla e donarla a una comunità di 150 scuole, spingendo gli amministratori a creare il parco che servirebbe alla preservazione dell’ambiente naturale.” Così Roberto Alajmo, ne “L’arte di annacarsi”.
Grazie, Antonio. Grazie a Roberto che ci presta le parole giuste per definirti: “Un siciliano capace di tirare la corda pazza senza strapparla, intrecciandola anzi con quella civile fino a farne una gomena a cui ancorare le proprie utopie.”
Maria D’Asaro                                                  (Pubblicato su “Centonove” 9.12.2011)


martedì 6 dicembre 2011

Come un romanzo


Daniel Pennac Come un romanzo Feltrinelli, Milano, 2003
"Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. Come il tempo per scrivere, d'altronde, o il tempo per amare."
Fu un amore a prima vista, quello letterario con Daniel Pennac. Il suo decalogo per il/la leggente è un cult che voglio riportare:

1
Il diritto di non leggere
2
Il diritto di saltare le pagine
3
Il diritto di non finire il libro
4
Il diritto di rileggere
5
Il diritto di leggere qualsiasi cosa
6
Il diritto di leggere senza regole
7
Il diritto di leggere ovunque
8
Il diritto di spizzicare
9
Il diritto di leggere ad alta voce
10
Il diritto di tacere

 In realtà, da Pennac mi sono poi separata. Non ho apprezzato molto il suo “Ecco la storia” e non ho letto il ciclo di Malaussène. Ma il suo decalogo continua ad affascinarmi. E lo osservo, ereticamente, quasi per intero. E voi, che ne dite, miei cari leggenti?!...

lunedì 5 dicembre 2011

Gattino che vieni, canuzzo che vai ...


Era il 5 dicembre dell’anno 2000.
Quasi un secolo fa. I figli di Nostra Signora erano ancora dei pargoletti: 14, 10, 4 … Billy, la cagnetta di Enzo e Maria, aveva partorito dei cuccioli. Bisognava accudirli.
Così Nostra Signora si offrì di tenere il maschietto, facendo felice la sua tribù. E maledicendo per mesi il suo assenso, per tutti gli LP rosicchiati, le porte graffiate, le cacche pipì sparse per casa.
Ma quel cuccioletto ci voleva davvero: le insegnava cosa vuol dire giocare, cosa vuol dire sacrificare un pochino se stessi per una creatura. E Dipsy, la contraccambiava con mari di affetto.
Adesso Dipsy scodinzola nei prati celesti.
 


Ma un’altra creatura sta ora allietando la vita di tre persone: Kobe, un trovatello felino.
Pietosamente prelevato sotto un’automobile dai due splendidi figli del mio amico/collega dalle tante consonanti. Ripulito, rifocillato, vaccinato.
Ora sta bene e diverte se stesso e chi gli sta vicino

domenica 4 dicembre 2011

La storia dell'acqua in bottiglia

Forse Anna Leonard fa dei passaggi affrettati, comunque penso che, dopo la visione del video, qualcuno potrà interrogarsi sul senso di "acquistare" l'acqua in bottiglia...

sabato 3 dicembre 2011

Apecar

A proposito di rifiuti e riciclaggio, una canzone dei Mercanti di Liquore:



venerdì 2 dicembre 2011

Pronto Soccorso

130 chili di carne, la signora di grigio vestita: al suo fianco, la figlia pietosa. L’altra, che di grigio ha la pelle del viso, sta con la testa appoggiata al marito affettuoso, che le tiene la mano. Un signore con la pelle scura: aspetta con antica pazienza il suo turno. La vecchietta svanita, che qui viene ogni giorno, perché dice che nessuno la cura. Ma che viene accudita dalla guardia giurata, che dice al dottore di darle le benedette goccine.
La signora curata, coi capelli perfetti: tra persone malate e discinte, lei fuori posto lo è veramente. L’uomo pestato, dai lunghi capelli, che nessuno sa dire dov’è. L’infermiera che piange a dirotto. E non si capisce perché.
Palermo, policlinico “Paolo Giaccone”: Pronto Soccorso.
Obbligatorio andarci, ogni tanto. Magari da visitatori esterni, non da ammalati.
Per capire che, in fondo, potremmo vivere in un Paradiso, fuori da questo girone di pena.
Maria D’Asaro         (“Centonove”, 2.12.2011)

giovedì 1 dicembre 2011

Nostra Signora del Cyberspazio


(Tre candeline, ieri, sulla torta del mio blog)

Che glielo avrebbe mai detto a Nostra Signora, tre anni  addietro …
Che, sulle strade infinite del web, avrebbe trovato siffatta brigata: un gattonero,  triste e gentile, un variopinto calzino, felicemente appaiato, un amico senza vocali ma con un intelletto così, un capitano siculo e la sua dolce compagna, un uomo nero, vele e uno gnomo del rosmarino che colorano allegramente la vita, un astronauta e uno squiliber, una mdfex veramente preziosa, mgg del 64, pippicalzelunghe, una turista per caso, una luce sepolta che continua a brillare, costantino, luigi, sara e niccolò, cristina, mirella e raffaella, valerio da rimini e la stanza in fondo agli occhi, aris, un bimbo verde e una pupottina, gocce d’aurora e un’onda marina, una veronica e una gabriella così speciali, dr.Peter e Mr. Hook, felice intesa rinata in un DOC di origine controllata.

Nostra Signora,  non sempre trovava la bussola che le indicasse la via. Ma navigava lo stesso. Nei mari da solcare, che il cyberspazio e la vita terrena continuavano a offrirle.

Ai miei carissimi followers due canzoni di Guccini:

 Odisseo:



 Cristoforo Colombo:

domenica 27 novembre 2011

Rifiuti


Se è normale vedere un cane aggirarsi tra i rifiuti,  meno usuale è che lo faccia una persona. Invece, qualche pomeriggio fa, mi è capitato di vedere rovistare nei cassonetti  quattro individui. Un uomo e una donna frugavano in due cassonetti vicini: con foga, in modo ritmato, quasi all’unisono. Sicuramente due compagni di vita, oltre che di riciclo. Più avanti, un uomo di pelle scura metteva le mani nell’immondizia con gesti lenti e cadenzati, lo sguardo perso, i sandali logori a coprire pietosamente piedi esperti di lunghi cammini. Poi una donna, con una bimbetta in carrozzina,  raccattava abiti lasciati per terra.
Non siamo a Korogocho, né in una favelas brasiliana.  Siamo a Palermo, città del ricco Occidente. Ma anche qui il divario tra le condizioni di vita tra le persone ormai è divenuto abissale, se alcuni esseri umani sono costretti a sprofondare le loro braccia in un cassonetto per sopravvivere.
Maria D’Asaro ("Centonove", 25.11.2011)

venerdì 25 novembre 2011

La Storia siamo noi, ragazzo dagli occhi teneri ...


 Il ragazzo che, durante un incontro del laboratorio "La Storia siamo noi", mi aveva chiesto, commosso e perplesso: - E che c’entriamo noi con Anna Frank? – era Piero.
Alto, magro, dinoccolato, capelli lunghi, neri e lisci come quelli di un nativo americano, occhi profondi e scurissimi. Con una loro, profonda e sensuale, dolcezza.
Piero era “a rischio”: promosso, per grazia ricevuta, dalla seconda alla terza, in giro dicevano  che si facesse le canne. Il suo passatempo era abbracciare, ricambiato, uno stuolo di ragazzine. Oltre ad abbracciare e baciare quella che, tra le tante, era la sua fidanzata uffciale.
Quando aveva saputo di essere stato inserito nel mio laboratorio di storia, aveva sbuffato:  la storia era una materia “pallosa”... Ben presto, però, si era lasciato coinvolgere.
Quanto poteva bastare, per lui.

La mia scommessa: far transitare, per qualche tempo, i suoi begli occhi dai loro panorami abituali agli orizzonti di vita complessi che gli proponevo.
Forse sarà stata la bellezza di “Invictus”, il film su Mandela che utilizza i mondiali di rubgy per pacificare il Sudafrica; o la forza creativa  di Giorgio Perlasca che in Ungheria  strappa con uno stratagemma quasi seimila ebrei dalla furia omicida dei nazisti … Forse saranno stati i ritmi coinvolgenti di Bella Ciao, Giovinezza Giovinezza, Bandiera Rossa …. Forse sarà stata la forza dirompente di Peppino Impastato che si ribella al padre e alla mafia e la canzone Cento passi dei Modena City Ramblers …  Comunque, a metà maggio, Piero io ce l’avevo. I suoi occhi erano attenti, mi chiedeva di uscire molto di meno, sapeva esporre i fatti salienti della seconda guerra mondiale e quello che era successo in Italia dopo l’otto settembre 1943.

Solo che in classe, Piero, continuava a stiracchiarsi. E aveva ancora quattro insufficienze pesanti.
L’ho chiamato e gli ho proposto in extremis un’endovena di impegno: lui annuiva, ma capivo che avrebbe risposto a metà: un po’ per la sua costituzionale pigrizia e per le sue distrazioni, un po’ per carenza di autostima e perché temeva di non essere più in grado di recuperare.
Sapevo che la bocciatura, pur se messa in conto, non l’avrebbe aiutato: un metro e ottanta di ragazzo, con gli ormoni a mille e con la voglia chiara di fare l’Istituto Alberghiero per imparare a cucinare, non poteva rimanere un giorno di più alla scuola media.
E allora ho parlato, col cuore in mano, al Consiglio di classe. Piero è stato ammesso agli esami, anche se a denti stretti.
Lui, quasi quasi non ci credeva. E’ venuto a trovarmi: - Prof., è merito suo se prenderò la licenza. – Ti sbagli: l’hanno decisa i tuoi insegnanti l’ammissione agli esami. Ora devi solo studiare.-
Un pochino, Piero ha studiato. Qualcosa agli orali l’ha detta bene, qualcosa un po’ meno. Alla fine la licenza media l’ha conseguita.

L’ho incontrato, una volta, a luglio inoltrato, davanti alla scuola. Mentre baciava appassionatamente la sua bella di turno. In questi casi i ragazzi, se passa una prof., si nascondono o fingono di non vederla. Lui né l’uno, né l’altro. Si è staccato: è corso a salutarmi con un abbraccio sincero. – Mi fa piacere vederla … come sta, professoressa …. Ma lei lavora ancora? Perché non va al mare? –
Ricambio l’abbraccio e il saluto, con le solite raccomandazioni da prof: fai il bravo … studia, all’Alberghiero.. -
Piero fa si, con la testa. Mi regala ancora un sorriso. Di un sapore speciale.

giovedì 24 novembre 2011

'A pastara

       Negli anni ’60, a Chiusa Sclafani e a Giuliana, minuscoli paesini dell’entroterra siciliano, non c’era niente che somigliasse a un grande magazzino o a un  negozio alimentare di odierna concezione.Si andava di raro in bottega a fare la spesa perché quasi tutti avevano  un pezzetto di terra che dava frutta, verdura, olio, vino, farina.
 Molti non andavano neppure a comprare il pane perché  lo facevano  in casa. E se proprio mancava qualcosa, bastava aspettare Bastiano o Nicola che “abbanniavano” i loro prodotti stipati a forza nello sbrindellato “lapone”.
Per comprare un quaderno o un pezzo di formaggio o un capo di biancheria senza troppe pretese, c’era però la “putia”: una bottega piccola piccola sospesa tra il medioevo e la modernità. Una sorta di bazar dove si poteva trovare di tutto: dalle cerniere lampo alle caramelle colorate, dalla mortadella alle matite, dai bottoni alle lampadine.
Spesso il negoziante abitava nel retrobottega, quasi che la putia fosse un’appendice esteriore e del tutto casuale della sua vita privata. Capitava infatti che Maria Antonietta, mandata dalla zia ad acquistare le cipolle dalla ‘gna Cidda, nel negozietto non trovasse nessuno perché il “putiaro”  era a casa sua, occupato in più importanti faccende.
La bimbetta era incantata dalle putie: per l’incredibile e pittoresca accozzaglia di prodotti, allegramente e disordinatamente racchiusi in pochi metri quadri;  per l’arcaico e fantasioso sistema di pesi e misure che ciascuna  di esse liberamente adottava: dalle incerte stadere, a  ogni tipo di bilance e bilancini con variegati, e non sempre precisi, pesi e contrappesi.  E poi, le centinaia di scatole e scatolette che vi si trovavano ammucchiate,  emanavano tutti gli odori del mondo: dal delicato profumo di talco e di neonati dei merletti, all’odore forte e pungente delle scatole piene di sarde salate, all’aroma gradevole dei chicchi di caffè riposti nei grandi barattoli di vetro.
- Mariantonie’, vai a comprare la pasta dalla ‘za Pidda…-
Con la  ‘za Pidda la bimba non aveva alcuna relazione di parentela. L’appellativo ‘za o ‘zu (zia e zio) era  usato in paese per appellare donne e uomini che godevano di una certa stima e di buona reputazione.
A differenza delle altre, la putia della “pastara”  (la zia Pidda era detta così perché epigona di una generazione di commercianti di pasta) era un enorme stanzone spoglio, dalle pareti nude, con un soffitto altissimo. In quella putia, solo e dappertutto pasta: pasta nei grandi sacchi poggiati per terra, pasta sfusa sul massiccio piano di legno che fungeva da bancone, pasta sul capiente soppalco che si trovava nel lato sinistro della stanza. Una festa di spaghetti, tagliatelle, ditali, margherite, bucatini, ziti, linguine. 
Seduta, dietro al bancone, una vecchina minuta, dal volto pieno di rughe, vestita di scuro e con l’immancabile fazzoletto nero in testa. Ma dallo sguardo sereno e, malgrado le numerose caverne dovute ai denti perduti, dal sorriso rassicurante e accogliente, anche verso i bambini.
- Chi vulivi, picciuttedda? Ah, tu si ‘a niputi di mastru Turiddu, ‘a figlia di Pippina…-  Poi, con gesti sicuri e solenni,  pesava i chili di pasta richiesti, e li  avvolgeva in grossi fogli di carta marrone.
La ‘za Pidda pareva quasi l’incarnazione di una antica divinità che dispensava con saggezza il cibo agli umani, una vecchia Cerere che mai avrebbe permesso che qualcuno restasse privo degli adorati spaghetti.
Maruzza la guardava  incantata e respirava con piacere l’odore umile e buono della farina che riempiva ogni parte della bottega.
E, senza sapere perché, se ne andava contenta.

mercoledì 23 novembre 2011

Passerotto



Passerotto
Che canti
Persino a Novembre
Vuoi forse dirmi qualcosa?
Sussurra...

sabato 19 novembre 2011

Mettete dei fiori nei vostri cannoni

(Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino": giornale telematico diretto da Peppe Sini. Numero 445 del 14 novembre 2011)
In questo numero:
1. Maria D'Asaro: Mettete dei fiori nei vostri cannoni

Uno degli slogans che hanno accompagnato la mia adolescenza da post-sessantottina era: "Fate l'amore, non fate la guerra". In quel tempo, c'era un gruppo musicale, i Giganti, che cantavano "Mettete dei fiori nei vostri cannoni, perche' non vogliamo mai nel cielo molecole malate, ma note musicali che formino gli accordi per una ballata di pace".
Allora, forse, ci credevamo di piu'. Adesso, ci siamo di nuovo bevuti il cervello con i concetti di guerra giusta, di guerra necessaria, di guerra preventiva, con la formazione di eserciti mercenari, con il paradosso ipocrita delle bombe intelligenti.
Cosi', le guerre continuano a farci perdere irresponsabilmente risorse e tempo prezioso. Che potremmo impiegare per guarire i lebbrosi, costruire pozzi d'acqua, fermare i processi di desertificazione, cercare una cura per la sclerosi multipla. Invece continuiamo a giocare con l'unica vita che abbiamo. Quando invece l'unica vera battaglia che vale la pena combattere e' quella contro le nostre paure, contro la nostra parte oscura e irrisolta.
"Sii tu il cambiamento che speri di vedere nel mondo", ci diceva il Mahatma Gandhi. Aveva ragione.

(Ringrazio mio figlio Luciano che mi ha presentato quest'esplosione di gioia dei Red Hot Chili Peppers)

venerdì 18 novembre 2011

Angeli di seconda classe

      Per essere leggera, come peso corporeo e come impatto ambientale, cammino spesso a piedi. E contrassegno con un’immaginaria pietruzza bianca i giorni senz’auto. Vista a piedi, Palermo ha un volto diverso. Ad esempio, quello di una donnetta di un metro e quaranta, dai capelli cortissimi, con un taglio quasi da lager, gonna blu da suffragetta, camicia troppo pesante, scarpe chiuse fuori stagione. La donna ha una gobbetta ed è ancora più curva per il peso di due sacchetti. L’affianco. Le chiedo se posso aiutarla. Un paio di occhi dolcissimi e una voce gentile mi dicono che no, i sacchetti sono proprio leggeri … Poi, a una fermata dell’autobus, c’è un anziano che somiglia a Francesco Guccini, con barba e lunghi capelli, con calzoncini logori e sandali andati. Ma con uno sguardo fiero: quasi regale.
I due mi sembrano angeli, magari di seconda classe.
Ci precederanno sicuramente, in un ipotetico Paradiso.

Maria D’Asaro (“Centonove” il 18-11-2011

mercoledì 16 novembre 2011

La prima volta

(condivido dal blog: La stanza in fondo agli occhi, che ringrazio)
Il mio limite più grande è la paura. Forse la paura di vivere, prima che di morire.
La paura dei cambiamenti, la paura di sbagliare, la paura della solitudine, la paura della ...paura.
Che brutta parola "paura". Vorrei eliminarla dalla mia mente e dal mio cuore. Prima che dal vocabolario.

La prima volta mi sono innamorato
dello splendore dei tuoi occhi
del tuo riso
della tua gioia di vivere

Adesso amo anche il tuo pianto
e la tua paura di vivere
e il timore di non farcela
nei tuoi occhi.

Ma contro la paura
ti aiuterò perché la mia gioia di vivere è ancora lo splendore dei tuoi occhi

                                                                                                Erich Fried

domenica 13 novembre 2011

Celebrità

(Questa volta, nel giornale, mi sono permessa un'autocitazione.  Perchè mi sento fortunata a fare il mio lavoro a scuola. Una persona a me cara, qualche giorno fa, mi ha detto che è fortunato il  lavoro ad avere me. Ma esagera perchè mi vuole bene)
 Nel mio quartiere, dove vivo da più di un quarto di secolo, mi capita spesso di essere riconosciuta: infatti, sono spesso additata dai negozianti come “la signora che rifiuta i sacchetti di plastica, perché li tiene nella sua borsa”. Alcuni vicini sanno poi che sono io la donna un po’ strana che annaffia e cura le fioriere abbandonate. E che raccatta le bottigliette da terra, riponendole  negli appositi contenitori.
Ancora, mi riconosce e saluta qualcuno dei miei tanti ragazzi difficili. Sì, perché nella scuola vicina mi occupo di dispersione scolastica e conosco per nome tutti gli alunni del quartiere: quelli bravi e soprattutto quelli che vanno male e a scuola non vorrebbero proprio venirci.  Ma che  per strada mi donano larghi sorrisi, conditi con l’immancabile “Buongiorno, professorè”. Incontrarli così, mi fa bene al cuore. E’ soprattutto per il loro sguardo affettuoso che vale ancora la pena, di fare la psicopedagogista…
Maria D’Asaro   (Pubblicato su “Centonove” l’11-11-2011)


sabato 12 novembre 2011

La veste dell'arcobaleno


(Condivido dal blog di Luigi. Ho bisogno di immergermi in questo canto di speranza)

la veste dell'arcobaleno

Ogni Vita converge verso un Centro
dichiarato o taciuto
Esiste in ogni cuore umano
una meta

Confessata a malapena a se stessi - forse - Troppo bella
per aver l'audacia di credervi

Adorata con cautela - come un fragile cielo -
Raggiungerla sembrerebbe impossibile
come sfiorare la Veste dell'Arcobaleno

Più sicura quanto più lontana
per chi non si arrende
quanto alto alla lenta pazienza dei Santi
è il Cielo

Inarrivabile - forse - nell'umile avventura della Vita
Ma poi
L'Eternità consente di tentare. Ancora.
                                         
 Emily Dickinson

venerdì 11 novembre 2011

Nostra Signora e la Stanza segreta

    
       
            Ce l’aveva, Nostra Signora, la sua Stanza segreta.
   Larga, spaziosa, ascosa nel piano più buio della sua casa. Con una porta robusta e invisibile. Con un armadio colmo di attese deluse.
  E tanti cassetti. Pieni di sensi di colpa. Perché non aveva vegliato suo padre, nell’ultima notte. Perché non aveva preso l’aereo, un mercoledì. Perché un figlio l’aveva sgridato un po’ troppo. E un altro nutrito un po’ troppo poco. Perché aveva lasciato un uomo da solo, una domenica sera. Perché c’era stata una telefonata di troppo. E delle lettere troppo avventate. Perché non aveva fatto abbastanza per qualche ragazzo sperduto.
Nostra Signora, in quella stanza, a volte tornava. E la trovava ogni volta diversa.
Lei lo sapeva: quella stanza andava dismessa, una buona volta. Ma non ne avrebbe mai avuto la forza.
Perché, alla fine, lei era solo una donna confusa. Che da sempre cercava una luce. Qualcosa che l’aiutasse a ordinare gli armadi. A mettere via ciò che andava gettato. A dare aria a ciò che valeva.
Ma Nostra Signora non ce l’avrebbe mai fatta. A mettere via le sue antiche paure. A crescere dentro, davvero. Adesso, senza mamma e papà.

giovedì 10 novembre 2011

Qualcuno

Qualcuno
dovrebbe spiegarcelo,
prima o poi:
perchè nasciamo e moriamo.
Disperati.