lunedì 22 dicembre 2025

Reporter senza frontiere: 2025, anno nero per i giornalisti

         Palermo – Difficile trovare buone notizie tra le cifre dell’ultimo rapporto annuale di Reporter Senza Frontiere, organizzazione non governativa fondata a Parigi nel 1985 per promuovere e difendere la libertà di informazione: 67 i giornalisti uccisi nel mondo dal 1° dicembre 2024, di cui circa la metà nella Striscia di Gaza, sotto il fuoco dell’esercito israeliano.
     Il rapporto segnala un aumento delle vittime tra il primo dicembre 2024 e il primo dicembre 2025: "Il numero dei giornalisti uccisi è tornato a crescere, a causa delle pratiche criminali delle forze armate, regolari e non, e della criminalità organizzata", sottolinea il rapporto di RSF, secondo cui troppo spesso "I giornalisti non muoiono, vengono uccisi". 
Anas-al-Sharif
    Almeno 220 i giornalisti uccisi nella martoriata striscia di Gaza da ottobre 2023 ad oggi: tra loro Anas al Sharif, di soli 28 anni, uno dei volti più noti di Al Jazeera, ucciso il 10 agosto 2025 insieme ad altri tre reporter, in un attacco aereo israeliano sulla sua tenda vicino l’ospedale Al-Shifa.
    Ma i cronisti rischiano la vita anche altrove: nell’ultimo anno in in Messico, Sudan e Ucraina i cronisti uccisi sono stati rispettivamente nove, quattro e tre. In Messico, paese afflitto dai cartelli della droga, il 2025 è stato l'anno più sanguinoso rispetto ai tre precedenti: a pagare con la vita sono stati i professionisti dell’informazione che da tempo denunciavano il crimine organizzato e i suoi legami con la politica.
     Reporter Senza Frontiere ricorda poi che, oltre a quelli uccisi e a quelli minacciati, nel mondo 503 giornalisti sono in prigione solo perché vogliono fare il loro mestiere: 121 in Cina, 48 in Russia e 47 in Birmania. Inoltre, negli ultimi decenni, non si hanno più notizie di 135 reporter, spariti nel nulla con la complicità o l’incapacità di governi e Forze dell’ordine: il triste primato spetta alla Siria, con 37 cronisti scomparsi sotto il regime di Bashar al-Assad e mai ritrovati. Ancora oggi venti giornalisti sono ostaggi in varie zone del mondo; nello Yemen sette sono stati rapiti dagli Houthi.
        Se la violenza contro i giornalisti rappresenta l’aspetto più visibile della violazione della libertà di stampa, altri indicatori valutano le condizioni di esercizio della professione nei vari Paesi del mondo: le minacce, le pressioni economiche, quelle politiche. 
Anne Bocandè
     Tenendo conto di questi elementi, secondo il rapporto di RSF relativo alla libertà di stampa, pubblicato a maggio 2025, a livello mondiale la situazione è sempre più difficile: “Assistiamo a passi indietro inquietanti in numerose regioni del mondo – si legge nel report – e il fattore della pressione economica, spesso sottostimato, sta indebolendo profondamente i mezzi d’informazione. Ciò per via delle concentrazioni nelle proprietà, del peso esercitato dagli inserzionisti e dai finanziatori, dell’assenza o delle restrizioni al sostegno pubblico. Sulla base dei dati misurati per stilare la classifica mondiale della libertà di stampa, siamo costretti a una constatazione: i media oggi sono costretti a scegliere tra la loro indipendenza e la sopravvivenza economica”.
    In 160 dei 180 paesi analizzati da RSF, le testate giornalistiche non riescono a raggiungere una condizione di stabilità finanziaria. E, in particolare, in un terzo delle nazioni si riscontrano regolarmente chiusure: dagli Stati Uniti all’Argentina fino alla Tunisia. Senza sorpresa, la situazione appare disastrosa in Palestina: a causa della chiusura della Striscia di Gaza e delle difficoltà a entrare anche in Cisgiordania, esercitare la professione sui territori occupati è complicatissimo. 
Un’altra nazione nella quale le condizioni di lavoro dei reporter sono estremamente difficili è Haiti, dove l’instabilità politica e le violenze stanno portando anche l’economia dei media in una situazione di caos. 
     In 34 Stati le chiusure di mezzi d’informazione sono state poi diffuse e regolari: in elenco figurano Nicaragua, Bielorussia, Iran, Birmania, Sudan, Azerbaigian e Afghanistan. Ma le problematiche finanziarie si riscontrano anche in paesi più agiati: da quelli europei al Sudafrica, alla Nuova Zelanda.
“La garanzia di uno spazio d’informazione pluralista, libero e indipendente – ha commentato Anne Bocandé, direttrice editoriale di RSF – implica condizioni finanziarie stabili e trasparenti. Senza indipendenza economica non esiste stampa libera. Quando i media sono resi finanziariamente fragili vengono aspirati dalla corsa all’audience, a scapito della qualità, e possono diventare preda di oligarchi e decisori pubblici a cui conviene strumentalizzarli”. 

    A preoccupare è anche il dominio dei colossi di internet: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft che rappresentano una grave minaccia per il pluralismo dell’informazione: “Le loro piattaforme, ampiamente prive di regolamentazione, captano una quota crescente dei ricavi pubblicitari che normalmente dovrebbero sostenere il giornalismo. Le spese totali in pubblicità sui social network sono state pari a 247,3 miliardi di dollari nel 2024, in aumento del 14 per cento rispetto al 2023. Inoltre, non accontentandosi di indebolire il modello economico dei mezzi d’informazione, tali piattaforme partecipano anche alla proliferazione di contenuti manipolati o falsi, amplificando il fenomeno della disinformazione”.
Quindi, oltre alle uccisioni, alle intimidazioni e al carcere, la mancanza di stabilità economica e il dominio e controllo crescente dei colossi che controllano i social network fanno sì che i risultati complessivi della classifica di RSF siano considerati “allarmanti” per via della “globale degradazione della libertà di stampa nel mondo”. 
Classifica libertà di stampa nel mondo
    I Paesi dove la stampa gode di salute migliore sono quelli dell’Europa settentrionale, con Norvegia, Estonia, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Danimarca e Irlanda ai primi posti (nella cartina tematica, si tratta dei soli paesi colorati di verde, che indica un giudizio positivo), mentre Cina, Corea del nord ed Eritrea sono in fondo alla classifica.
Il Regno Unito è ventesimo, seguito da Canada, Austria e Spagna.
L’Italia perde tre posizioni rispetto all’anno precedente, passando dal 46° al 49° posto: nel nostro paese la libertà di stampa è in calo per i rischi legati a mafia, criminalità, estremismi politici e violazioni del lavoro giornalistico. Crescono querele bavaglio e mancanza di autonomia della Rai, mentre è ignorato il Media Freedom Act europeo. Infine, secondo il rapporto annuale 2025 del Civicus Monitor - rete di associazioni a tutela dei diritti umani e civili - l’Italia è passata da uno spazio civico “limitato” a uno “ostruito”, con normative e campagne che erodono progressivamente spazi democratici, colpendo dissenso pacifico, attivisti, ONG e mobilitazioni sociali. 
     Davvero difficile per i giornalisti trovare e raccontare oggi una buona novella… 
Oggi come ieri è necessario però seguire la stella cometa dell’impegno etico e civile: magari, come i re magi del Vangelo, dribblando l’Erode di turno…

Maria D'Asaro, 21.12.25, il Punto Quotidiano

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