mercoledì 31 dicembre 2014

Ti auguro tempo

Elli Michler
Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
se lo impiegherai bene potrai ricavarne qualcosa.
Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guardarlo sull'orologio.
Ti auguro tempo per guardare le stelle
e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.
                                        Elli Michler   (poetessa tedesca: 12 febbraio 1923 - 18 novembre 2014)

Buon 2015 a tutte/i, con le note di Loreena Mckennitt:



martedì 30 dicembre 2014

Danilo Dolci: la nonviolenza in Sicilia

Danilo Dolci a Ginevra, nel 1992
      Io Danilo Dolci l’ho conosciuto: sarà stato il maggio dell'89 o del ’90. Il mio amico Augusto Cavadi lo aveva invitato a parlare di comunicazione nonviolenta a un incontro di approfondimento alla buona, organizzato senza pretese per un gruppo di amici. Danilo venne senza farsi pregare. Di lui ricordo la mole imponente, gli occhi di un azzurro infinito e lo sguardo pacificato con la vita. Parlammo insieme qualche minuto del mio lavoro di insegnante, allora in un corso serale per adulti. Mi disse di salutargli il mio preside, di cui era buon amico.
        Chi era Danilo Dolci? Una persona che ha cambiato la vita in meglio a tanti siciliani. Dovrei scrivere pagine e pagine su di lui. Dico solo che ho seguito da bambina i suoi processi perché sono cresciuta a pane e politica. E Danilo affermava che un ministro democristiano - da mio padre conosciuto e stimato - era un mafioso. Io, già allora, tentavo di capirci qualcosa … 
Se volete sapere qualcosa di più sistematico su di lui, leggete la sua biografia.


Di lui, una poesia Limone lunare:

“Anche le piante dopo scaricate, si riposano.
Mi sento come un limone lunare
che non riposa mai.
Si chiamano lunari perché ogni luna butta le sue zagare
senza risparmio, non tutte infruttano –
casca la vecchia foglia dalle nuove,
gialle le deperite, come noi.
Quando si coglie l’ultimo limone
giallo maturo, è verde il piccolo
e affaccia il nuovo fiore, in ogni tempo
senza darci la secca.
Si raccolgono quando non c’è altri
e hanno altro valore.
Arrivano a cent’anni come noi
se si è sinceri, non ci viene il male
si resiste meglio:
a guardare una pianta di lunari
 non pare mai inverno”.                                       (Il limone lunare, Bari, Laterza, 1970)

E un video, quando Danilo faceva lo sciopero della fame per lottare contro la mafia, la miseria e la disoccupazione:


sabato 27 dicembre 2014

In principio era il Dabar …


 d.Cosimo Scordato
       Ratzinger, prima lasciare la guida della Chiesa cattolica, scriveva: «Il miracolo della Chiesa è di sopravvivere ogni domenica a milioni di pessime omelie». Ma a Palermo, nella chiesa di San Francesco Saverio, le omelie hanno un fascino speciale perchè don Cosimo Scordato commenta il Vangelo in modo gioioso e creativo, donando semi fecondi di riflessione. Il teologo ci ha ricordato che la parola latina “verbum” in ebraico si traduce “dabar”, termine che indica sia il parlare che l’agire e il legame tra la parola e un fatto: “E questa prospettiva ci apre un orizzonte immenso su quella che è la nostra esperienza del parlare e dell’agire. Tentiamo allora di tradurre questa nostra storia in dabar, cioè in parole e gesti che siano belli, che siano buoni, che siano veraci, che siano di crescita per tutti. Solo così Dio cresce in mezzo a noi. E si fa strada nel nostro cuore.”
                                                           Maria D’Asaro (“Centonove” n. 49 del 24.12.2014)

mercoledì 24 dicembre 2014

Il Natale di Maria



     Qualche mese prima un angelo con un camice bianco le aveva detto “Ave Maria, piena di grazia. Un bambino è con te. Tu sei benedetta, tra le donne. E benedetto sarà il bambino che nascerà.” Nostra Signora non si era mai sentita così in compagnia come nel Natale dell’85, dell‘89 e del ’95: gioiva di una vita raddoppiata per la pienezza nutriente di una creatura così intimamente vicina.
      Ora i suoi cuccioli erano grandi: e lei si faceva tante domande. Se era stato giusto chiamarli alla vita ed esporli alle intemperie del tempo e del divenire. Al momento non aveva risposte. Ma sentiva di amarli e dava loro la mano ogni volta che era richiesta. E sapeva di avere un dovere speciale: regalare loro, come ai suoi cuccioli a scuola, e ai cuccioli un po’ più cresciuti che aveva accanto, mari di abbracci e sorrisi.

lunedì 22 dicembre 2014

Una mano che cura

        A Palermo, su certi slabbrati marciapiedi di periferia, tra feci canine essiccate e rifiuti di ogni genere, il passante meno distratto nota anche talvolta dei recipienti di acqua ricavati da piccole vaschette o da bottiglie di plastica tagliate a metà: indovina che una mano pietosa li ha deposti lì perché qualche volatile o animale randagio, cane o gatto che sia, se ne possa servire. Mentre non è raro trovare, ai piedi di un albero o nei pressi di un giardino abbandonato, vaschette con resti di cibo, scorgere anche i recipienti colmi di acqua fresca e pulita è meno frequente. E allora il passante mastica piano un pensiero e nutre nel cuore un filo di gioia: finché il desiderio di cura alberga in anime generose, fino a quando qualcuno si preoccupa di dare da bere a sconosciute creature di strada, c’è ancora un po’di speranza di vita buona, in questo pianeta.
                                                           Maria D’Asaro  (“Centonove” n. 47 del 18.12.2014)

sabato 20 dicembre 2014

Virna Lisi: il saluto/omaggio di Michele Serra

     Virna Lisi è stata una delle donne più belle del mondo. Ma esserlo doveva sembrarle troppo facile, un dono innato del quale non era bene approfittare più di tanto. A Hollywood, che la voleva come Prima Bionda, rispose con sublime understatement che non se la sentiva. Non era quella la vita che voleva fare, preferiva tornare a Roma, alla sua vita borghese. E al suo adorato marito Franco Pesci, un matrimonio durato più di mezzo secolo e finito un anno fa con la morte di lui, seguito a breve distanza da lei. Una coppia di ragazzi felici di essere riusciti a invecchiare insieme.
Il dispiacere per la sua scomparsa è grande e piuttosto speciale, viene da dire che è un lutto luminoso, un po’ perché è impossibile oscurare la luce di quel viso, un po’ perché Virna Lisi lascia dietro di sé una scia di serenità e di misura, doti alle quali ci stiamo disabituando. Il successo, che oggi è inseguito come un’ossessione, passò su di lei senza scombinarne troppo la vita, e soprattutto senza lasciare cicatrici. Le sole cicatrici ammesse erano quelle del tempo. Le prime rughe, che dicono lei aspettasse con una certa ansia pur di sottrarsi al crisma di Più Bella del Reame, aggiunsero intensità al suo volto di attrice, tanto che negli anni della maturità, quando si sentiva al sicuro dal rischio di diventare un sex symbol (aveva detto di no anche a James Bond, doveva essere lei e non Ursula Andress a uscire in bikini dalle acque tropicali), la sua carriera ebbe un’impennata. Molte delle sue cose migliori — cinema e fiction televisive — le ha fatte dai cinquant’anni in poi, come per vincere (e l’ha stravinta) una scommessa con la sua smagliante bellezza e il rapido consumo che il cinema, vorace sciupafemmine, avrebbe voluto e potuto farne.
      Impossibile pensarla nei panni, che pare fossero già pronti e su misura, di una “nuova Marilyn”: la Lisi poteva eguagliarne la bellezza ma non la fragilità, non la disperata e fatale dipendenza dagli uomini. Con una battuta, potremmo dire che se i Kennedy l’avessero invitata avrebbe risposto che non poteva perché quella sera aveva gente a cena e doveva cucinare. Non è dato sapere con quanta intenzione, ma è certo che la sua carriera ha una forte venatura di indipendenza femminile, di autodeterminazione, di orgoglioso e sorridente distacco dal destino fastoso, ma anche corrivo, che lo star system riserva alle bellissime. Non per caso è di una regista, Cristina Comencini, con la quale aveva raggiunto un grande affiatamento professionale, l’ultimo film di Virna Lisi, Latin Lover, terminato la scorsa estate.
       Per il pubblico delle sale e per quello, vastissimo, della televisione popolare, il volto di Virna Lisi ha avuto il pregio, rarissimo, di assecondare il passare del tempo senza nessun imbarazzo e nessun rincrescimento, ovvero senza quelle trasfigurazioni chirurgiche che così spesso mutano il volto in una maschera, cancellandone i tratti come per censurarli.
Era diventata una splendida anziana signora, è stata capace di condurre in porto il proprio viso ancora intatto, e intatto proprio perché affidato alle rughe e alla vita. Questa sorta di immacolata resistenza alle tentazioni e alle lusinghe dell’epoca fa della signora Virna Pieralisi, in arte Lisi, certamente una gran donna, che è perfino qualcosa di più di una grande attrice. Ci mancherà molto di più di quanto ci mancherebbe se avesse fatto la Bond girl o si fosse fidanzata con un Kennedy.
                                                                  Michele Serra (La Repubblica, 19.12.2014)

giovedì 18 dicembre 2014

La donna del piano di sopra


    Se volessimo applicare al romanzo di Claire Messud La donna del piano di sopra (traduzione di Silvia Pareschi, Bollati Boringhieri, Torino, 2013, € 17,50) una delle etichette usate negli anni ’60 dal Centro cattolico cinematografico per attribuire ai film un giudizio etico/valutativo, diremmo che è un libro per adulti maturi, la cui lettura può avere effetti collaterali negativi se chi legge è donna, è single, tende a fidarsi del prossimo, fa l’insegnante e ha superato i quarant’anni …      Perché la protagonista del romanzo, un’immaginaria maestra elementare dei nostri giorni che vive in America, nel Massachusetts: “La donna del piano di sopra … fatta così, tutta d’un pezzo (…), simile Alle donne tranquille in fondo al corridoio del secondo piano, quelle che non sgarrano mai con la spazzatura, quelle che sorridono e salutano allegramente sulle scale e che, dietro la porta chiusa, non fanno mai rumore; che Non combina casini, non commette errori, non chiama la gente piangendo alle quattro del mattino. (…) Compie quarant’anni e ci ride sopra”, Nora Eldridge - questo è il suo nome - non è un personaggio “vincente” perché si trova a fare i conti con la sua soverchiante solitudine e con gli incontri e le strategie fallimentari con cui cerca di arginarla. 

     Il romanzo racconta il cambiamento nella vita di Nora a seguito dell’ingresso nella sua classe di un nuovo alunno, Reza, ingresso che sembra segnare una fase nuova e creativa della sua vita: Nora infatti s’innamora contemporaneamente, in modo ovviamente diverso, del ragazzino e dei suoi genitori, l’artista italiana Selene e il brillante docente universitario di origine libanese Skandar. Davvero belle, a questo proposito, le pagine in cui la donna descrive il suo “stato nascente”, tipico della condizione degli innamorati: “Ero felice. Anzi, ero Felice. Ero innamorata dell’amore, e ogni parcheggio fortunato, ogni melone particolarmente gustoso, ogni riunione inaspettatamente breve mi sembrava … l’inevitabile manifestazione della bellezza della mia vita. (…) Era come se il mondo fosse pieno di luce. (…) Avevo più energia; la mente era più lucida, più veloce. Non prendevo il raffreddore, non avevo dolori, ero più fortunata, andavo d’accordo con tutti, ridevo di più, lavoravo di più, dormivo meglio. Ero sveglia in un modo completamente nuovo, e sapevo che qualunque cosa  era possibile.”
    Alla fine però Nora scopre di essere stata crudelmente ingannata. E si sveglia bruscamente dal suo sogno di riscatto di una vita mediocre e provinciale, scoprendo “di essere sola dentro una minuscola pozza di luce in un’enorme stanza buia, (…) una figurina nel diorama di qualcun altro, manovrata sul palcoscenico da un gigante invisibile”. Con una rabbia infinita verso chi l’ha ingannata e soprattutto verso se stessa: “Sono stata schiacciata dall’universo; ho sprecato l’oro del mio affetto in chincaglierie inutili; sono stata trattata come spazzatura. E’ meglio che non sappiate quanto sono arrabbiata (…). Sono furiosa con entrambi (…)ma lo sono altrettanto con me stessa, con i miei stupidi sogni, con la mia fiducia malriposta e il mio desiderio inutile.
       E il lettore si trova, alla fine – ancor più se è donna, se è single, se fa l’insegnante e coltiva velleità artistiche - a condividere la tristezza rabbiosa di Nora. 
        Perché leggerla, allora, questa storia quasi disperata? Per alcuni buoni motivi: perché il romanzo è scritto – e magistralmente tradotto – assai bene, con un ritmo incalzante e scorrevole. E poi la vicenda narrata in prima persona bussa all’immaginario e ai sentimenti di chi legge senza permesso, e magari disturba ... Ma l’io narrante, impedendo al lettore di prendere le distanze dalla storia, non gli permette dilazioni emotive, lo cattura e lo coinvolge, suo malgrado. Anche se poi la complicata evoluzione delle relazioni affettivo/amicali della protagonista lo lascia perplesso e spiazzato.
 Claire Messud
     Infine il romanzo serve al lettore europeo per fargli conoscere più in profondità la società americana di oggi: Nora può allora diventare cifra esemplare dell’americano medio che fatica a trovare valori, orizzonti e progetti che diano conforto e significato alla propria grigia e solitaria esistenza individuale: “Il mistero della mia vita era che potesse somigliare tanto all’autostrada delle grandi pianure, chilometri e chilometri di strada lunga e piatta senza neppure un albero”. Senza un  Dio e senza uno straccio di conforto familiare e affettivo,  per l’americano medio, “il cielo reale cessa purtroppo di essere vasto, azzurro, impeccabile e americano, canovaccio di ogni possibilità.”                                      
                                   Maria D’Asaro  (“Centonove” n. 47 del 18.12.2014)

martedì 16 dicembre 2014

Igor Man (I giornalisti che amo ...)

     Igor Man (Igor Manlio Manzella, Catania, 9 ottobre 1922 – Roma, 16 dicembre 2009), è stato un grande giornalista italiano. Inizia la sua professione come cronista de Il Tempo di Roma, per passare poi nel 1963 a La Stampa di Torino.
Testimone dei principali avvenimenti mondiali degli ultimi cinquanta anni, ha intervistato grandi personaggi, quali John Fitzgerald Kennedy, Nikita Khruščёv, Ernesto "Che" Guevara, Padre Pio, Salvatore Giuliano, Gheddafi, Khomeini, Yasser Arafat,  Shimon Peres, Madre Teresa di Calcutta, Golda Meir, Saddam Hussein. 
E’ stato uno dei più acuti specialisti del mondo arabo e islamico.
Ecco come lo ricordano:

-  Marcello Sorgi, editorialista de La Stampa:
(…)“Igor Man era un tipo unico, a cominciare dal nome d’arte che s’era dato ed era riuscito non si sa come a far stampare sui suoi documenti. Aveva un metabolismo mediterraneo, gli era rimasto attaccato il fuso orario dei vecchi giornalisti che andavano a dormire tardissimo, con la prima copia fresca di stampa ritirata alla rotativa. Personaggio da film, era uno degli ultimi di un’epoca romantica e appassionata. In Vietnam, mentre la moglie adorata, Mariarosa, metteva al mondo suo figlio Federico: il telegramma per avvertirlo della nascita lo raggiunse quando il bambino era già tornato a casa. E poi in Cile, a Cuba, a Panama e in Costarica: per molti anni non c’era guerra o guerriglia, crisi grande o piccola nel mondo che non lo vedesse schierato in prima linea. Allora le missioni duravano mesi, l’informazione tv quasi non esisteva, gli articoli si mandavano col telegrafo o dettandoli a un dimafonista, e cominciavano con il fatidico distico «dal nostro inviato speciale ».

(…) A un certo punto della sua lunga carriera, Man aveva preso una sorta di seconda cittadinanza in Medio Oriente e nel mondo arabo nostro dirimpettaio e non ancora soffocato dal fondamentalismo. Andava e veniva, tornava e ripartiva, allungava orgoglioso il lungo medagliere di foto con i suoi intervistati. (…)Con molti anni di anticipo sul 2001 dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, che doveva cambiare per sempre la convivenza mondiale, Man aveva capito quel che dalla sponda orientale a noi più vicina la polveriera islamica stava incubando, dentro e attorno a un Occidente del tutto impreparato a contenerla. Per questo Igor, che aveva visto nascere il khomeinismo in Iran, era desolato quando gli americani avevano dovuto abbandonare la Somalia infestata dai fondamentalisti. Ed era disperato di fronte alla prima guerra del Golfo … ( da qui)

- e il figlio Federico Manzella: (da qui:)
Qual è l’insegnamento più importante che suo padre lascia alle nuove generazioni?
"La lezione è semplice: dire sempre la verità, cercare di capire cosa accade ed instaurare un rapporto di lealtà nei confronti del lettore, oltre che verso l’editore ed il proprio Paese. Il giornalismo dell’epoca era un mestiere duro. Ricordo che una volta mio padre doveva raggiungere Teheran; non c’erano voli e dovette insieme a Bernardo Valli passare diversi giorni in automobile. Pur di arrivare sul luogo, vedere e raccontare con i propri occhi ciò che succedeva sul posto, mio padre dormì in una moschea, in automobile, al freddo senza confort. Un altro insegnamento è parlare dei fatti trattando allo stesso modo i capi di Stato e gli umili."

    (Non so quando e come ho conosciuto Igor Man: deve essere stato a metà degli anni ’90, forse intervistato in TV da qualcuno. Lì Igor Man parlò di un suo libriccino di racconti, dal titolo Il professore e le melanzane (Rizzoli, Milano, 1996). In realtà la storia che dà il titolo al libro è la narrazione di un momento autobiografico della vita di Man, la morte di sua madre. Ogni tanto rileggo quelle pagine. E mi commuovo ogni volta. Grazie, Goriunka)

(Goriunka era il nomignolo affettuoso con cui lo chiamava sua madre,Elfride Neuscheler, una nobildonna russa).

sabato 13 dicembre 2014

Per santa Lucia, le "arancine" e la cuccia ...

     
La cuccìa
        Forse chi vive oltre Scilla e Cariddi non sa che per i palermitani il 13 dicembre, giorno di santa Lucia, c’è una particolare tradizione gastronomico/culinaria: non si mangiano pane e pasta, ma solo riso, patate, legumi e la squisita “cuccia”: un dolce a base di grano bollito e ricotta o crema di latte, guarnito con zuccata, cannella e pezzetti di cioccolato.
       La tradizione vuole infatti che santa Lucia, invocata dalla popolazione affamata durante una grave carestia, fece il miracolo di far arrivare in porto il 13 maggio del 1646 una nave carica di frumento  proprio mentre una colomba si posava sulla Cattedrale. La gente vide in quella nave la risposta di Lucia alle loro preghiere. Il popolo stremato dalla fame non perse tempo a macinare il frumento, lo bollì e lo mangiò condito solo con un filo d’olio, creando così la cuccìa. 
      Da allora, per devozione e tradizione, nel giorno di Santa Lucia, in molte zone della Sicilia sono banditi pasta, pane e derivati. Resta da chiarire in quale città siciliana avvenne il miracolo, se a Palermo o a Siracusa: infatti non si sa bene quale delle due città fu salvata dalla carestia. I palermitani dicono Palermo, i siracusani Siracusa. Sia a Siracusa che a Palermo, comunque, il 13 dicembre è d’obbligo, oltre alla cuccìa, mangiare le panelle di ceci e soprattutto gli arancini di riso, che per i palermitani sono “le arancine”: le classiche al burro e alla carne, quelle con i funghi, gli spinaci, il cioccolato o la nutella, e quelle farcite persino col gorgonzola, la salsiccia, il salmone e i gamberetti.

(Notizie tratte da BlogSicilia)

E, infine, questa bella Santa Lucia, di Francesco De Gregori:

giovedì 11 dicembre 2014

La stele? E’ cosa nostra …

        In Sicilia, il rapporto del cittadino col territorio è più complesso che nel resto d’Italia. Da un lato, infatti, c’è la mafia che contende il controllo del territorio ai rappresentanti dello stato, spesso incapaci di far sentire la propria presenza e di promuoverne l’ordinata gestione; dall’altro, ci sono tanti siciliani distratti, che spesso non sentono “cosa propria” ciò che si trova fuori dalla loro casa.
      In questo contesto, pur se solo simboliche, sono davvero encomiabili le azioni dei cittadini che mostrano un interesse attivo per gli spazi esterni e ne combattono il degrado. Un grazie allora al gruppetto di persone che, qualche settimana fa, provvisti di vernice coprente, hanno cancellato  scritte del tipo: “Non ti lascio piccola mia” “Mi manchi tanto” che imbrattavano la base della stele dedicata in autostrada, sul luogo della strage, al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca e agli agenti di scorta Vito, Rocco e Antonino.


                                                                 Maria D’Asaro  (“Centonove” n. 46 dell’11.12.2014)

martedì 9 dicembre 2014

domenica 7 dicembre 2014

Accetta





Accetta
Il mistero,
Il peso speciale
Di vite a metà.
Ricama.        

venerdì 5 dicembre 2014

Meno tasse se curi le aiuole …

     Il 10/11 scorso, il giornale "Il Tirreno" ci ha informato della proposta che due consiglieri comunali faranno al Comune di Grosseto: cittadini, negozianti o associazioni che si prendono cura del verde pubblico – un’aiuola, le fioriere di una piazza, un parco giochi - potranno avere uno sconto su Tasi o Tosap. 
     Forse se importassimo anche a Palermo la proposta dei consiglieri grossetani otterremmo spazi pubblici più puliti e curati. Non servono a molto infatti iniziative “mordi e fuggi”, quali quelle degli attivisti di “Guerrilla gardening”, che sistemano con generosità spazi verdi della città, che però poi sono destinati a morire per mancanza di cure. Perché, come scriveva anni fa Augusto Cavadi nel libretto Volontariato in crisi, tutte le azioni di volontariato hanno senso solo se tendono a trasformarsi da attività episodiche ad azioni di lungo periodo. Meglio ancora se collegate alle istituzioni e con un meritato, pur se modesto, personale guadagno.
                                                                      Maria D’Asaro (“Centonove” n. 45 del 5.12.2014)

mercoledì 3 dicembre 2014

Un popolo d'azzardo: gratta e perdi

Gli italiani, una volta santi, poeti e navigatori, sono ormai un popolo di giocatori d’azzardo: circa 19 milioni gli scommettitori abituali, tra cui quasi 8 milioni di donne, per lo più pensionate o casalinghe. Ci sono poi oltre mezzo milione di giocatori patologici, soprattutto maschi, disoccupati e persone con un basso livello di istruzione. Superenalotto  e Gratta e vinci i giochi più diffusi, sia al Nord che al centro-Sud,  dove si gioca più. Infatti a Palermo, il bar/tabacchi vicino casa mia è sempre affollato da povera gente in cerca di fortuna. Povera gente che ignora però due cose importanti: primo, a vincere è sempre chi tiene il banco; secondo: affidare a una lotteria la speranza di cambiamento significa avere perso la dignità e la fiducia in se stessi. La sorte va cambiata con le proprie mani, non con un ingannevole gratta e vinci, che alla fine gettiamo persino per strada. 
                                                                 Maria D’Asaro (“Centonove” n. 40 del 31.10.2014)

lunedì 1 dicembre 2014

Nominativi fritti e mappamondi

Sembra ieri. Si dice sempre così. 
Appunto, sembra ieri quando Nostra Signora aprì il suo bloggetto,  il 30 novembre del 2008. 
E così, qualche giorno fa, ha festeggiato il suo millesimo post. Ora Nostra Signora ha un suo sogno segreto. Non è per niente sicura di farcela. Ma ci metterà la tenacia,  l’impegno e lo studio necessari.
Un abbraccio a tutte/i. 
E un sorriso con gli esilaranti versi di quel geniaccio di Domenico Di Giovanni, più noto come Burchiello:
Burchiello (1404 - 1449)
Nominativi fritti e mappamondi,
E l’arca di Noè fra due colonne
Cantavan tutti chirieleisonne
Per l’influenza de’ taglier mal tondi.
 
La Luna mi dicea: “Ché non rispondi?”
E io risposi: “Io temo di Giasonne,
Però ch’io odo che ‘l diaquilonne
È buona cosa a fare i capei biondi.”
 
Per questo le testuggini e i tartufi
M’hanno posto l’assedio alle calcagne
Dicendo: “Noi vogliam che tu ti stufi.”
 
E questo sanno tutte le castagne:
Pei caldi d’oggi son sì grassi i gufi,
Ch’ognun non vuol mostrar le sue magagne.
 
E vidi le lasagne
Andare a Prato a vedere il Sudario,
E ciascuna portava l’inventario.

sabato 29 novembre 2014

Una patente speciale

    Giorni fa, a Palermo, verso le 22, alla guida della mia auto imbocco via Conte Federico, una strada a due passi dalla parrocchia che fu di padre Puglisi. Dopo una curva, spuntano 4 o 5 ragazzini. Uno di essi, al centro della strada, si rotola dentro un carrello della spesa, che va su e giù per la stradina. Per fortuna guido a 30 all’ora e riesco a frenare. Di fronte a me viene un autobus: anch’esso scansa per miracolo il gruppetto. Quando l’autobus è alle mie spalle, noto dallo specchietto retrovisore che un ragazzino, con mossa fulminea, ne ha aperto il portellone posteriore. Spero che l’autista se ne accorga. Intanto mi chiedo: dove sono i genitori dei bambini? Perché li lasciano soli per strada di notte? Per fare qualsiasi cosa ci vuole una licenza, una patente, un diploma: come mai non c’è ancora un esame da superare per diventare genitori? 
                                                              Maria D’Asaro (“Centonove” n. 44 del 28.11.2014)

mercoledì 26 novembre 2014

Ciao, mamma Gina





Quando
Una madre
Se ne va
Piange la creazione intera.
Straziata.  



(Dedicato a Gina: la mamma dolcissima della mia amisister Adriana)


lunedì 24 novembre 2014

P come …

    A Palermo i neo-patentati appongono spesso una grossa P nell’auto, a significare: Principiante al volante. Condivido l’utilitaria con un figlio fresco di patente, che ha ritenuto opportuno apporre la P nel finestrino posteriore. Ma l’auto spesso è guidata anche da me, che ho la patente da decenni e in città al volante me la cavo discretamente. Però, la sola presenza della P, mi fa subire dei “clacson” impazienti non appena spunta il verde al semaforo, pur se riparto con rapidità; e commenti del tipo “arriminati” (vai più veloce) se non pigio l’acceleratore, persino in una trafficata via urbana. L’effetto Pigmalione – è così chiamata la ricerca, nota in ambito scolastico, secondo cui le aspettative dei docenti influenzano il rendimento degli alunni - si manifesta in modo diverso anche in presenza della P sull’auto. Che, invece di suscitare la Pazienza degli autisti, almeno a Palermo ne esalta il Pregiudizio e la Prepotenza.
                                                      Maria D’Asaro (“Centonove” n. 43 del 21.11.2014)

venerdì 21 novembre 2014

Cara Maria Giovanna


Maria Giovanna Abramo 
sono stata davvero fortunata con i miei insegnanti. 
Sin dalle elementari: quando la maestra Gaetana, oltre a insegnarmi a leggere e a scrivere, mi invitava a mettere i talenti a servizio delle mie compagne: - Mentre io rispiego la divisione a Concetta,  tu controlla i verbi scritti da Giulia. E tu, Maria, ripeti la poesia con Francesca - . 
Alla prof.ssa Dina Di Vita – te la ricordi, al ginnasio? - sono debitrice di quel po’ di latino e di greco che mastico, ma anche di una certa curiosità intellettuale, di una felice iniziazione alle arti figurative  e persino dell’approccio ironico verso la vita. Dina era una “single” felice, capace di contagiare le sue passioni: quella per il teatro, ad esempio. E di inframmezzare la traduzione della versione di latino con la trama de “L’Ispettore” di Gogol o dell’ultima tragedia greca che aveva visto a Siracusa. Amava la letteratura russa e la poesia. Sapeva anche scriverle, le poesie. «Nella tela d’affetto che ho tramato»: si concludeva così quella condivisa l’ultimo giorno del ginnasio, nella grande aula del “Maria Adelaide”. 
“Leggi per il gusto di leggere, ti presto tutti i libri che vuoi” mi raccomandò una volta, anticipando Pennac, mentre, a casa sua, guardavo ammirata la sua biblioteca. E così, cominciai a leggere Graham Green, Steinbeck, e Piasecki. M’innamorai perdutamente della Pearl’s Book. E poi di Ernst Hemingway e di Yasunari Kawabata.  Senza trascurare Fenoglio, Cassola, Pratolini, Buzzati, Moravia… 
Ma prima, alla scuola media, ci sei stata tu, cara Maria Giovanna, mia ineguagliabile insegnante di Lettere. In quel lontano 1970/71, al “Maria Adelaide”, la mia prima era una classe quasi “differenziale”: c’erano compagne con gravi problemi di apprendimento, altre con vissuti familiari difficilissimi, una o due con ritardo cognitivo, Teresa e Rosalba  con tre anni più delle altre… 
Tu, allora, mi hai insegnato la cosa più importante: non esistono ragazzi irrecuperabili, per quanto 
possa sembrare che non capiscano e che ce l’abbiano con tutti. Da te ho imparato la didattica per i ragazzi svantaggiati e cosa significa avere veramente cura degli altri: osservavo attenta e incuriosita tutto quello che organizzavi per le alunne che avevano difficoltà a imparare. 
Intanto i libri di testo erano solo uno dei tanti supporti che utilizzavi per insegnare: i contenuti da 
studiare erano sempre riscritti, rimodulati, rivisti: soprattutto per le meno brave. Poi c’erano le ricerche, i giornali, le passeggiate, i film, il lavoro di gruppo. 
Ti preoccupavi che di ogni brano letto, di ogni lavoro svolto, di ogni esperienza maturata, noi alunne 
capissimo ogni parola e il significato profondo. Ciascuna di noi sapeva di potere contare su di te per esprimere le proprie esigenze, i sogni, le emozioni, i sentimenti. Valorizzavi tutte ed ognuna. Grazie alla tua pazienza, ogni alunna riusciva ad esprimere le sue potenzialità e le capacità espressive più nascoste. Che esistessero le “intelligenze multiple”, ovvero che ogni individuo avesse una personale attitudine, che lo portava ad eccellere in campo matematico, nelle capacità relazionali, in ambito musicale, nella scrittura, nella danza o nello sport; che, nel contempo, ogni alunno avesse una sua particolare modalità di apprendimento, un suo specifico “stile cognitivo… Tutto questo tu lo sapevi già quarant’anni fa, molto prima che io leggessi Gardner e de La Garanderie. 
Oltre alle normali attività, organizzavi persino danze e attività teatrali: tutto quello che ci permettesse di far brillare il diamante che ciascuna di noi nascondeva dentro di sè. 
Ti ricordi quando ci hai fatto danzare ascoltando i valzer di Strauss? Che luce si accese nei nostri occhi di ragazzine! Ballavi con naturalezza anche tu insieme a noi, nonostante i tuoi anni e la tua mole imponente! 
E le recite nel teatro della scuola? In primo piano, sempre le ragazze difficili, quelle con problemi di linguaggio, quelle aggressive, quelle che altri avrebbero bocciato. Che tu rendevi protagoniste, incoraggiavi di continuo, aiutandole a sconfiggere i loro fantasmi interiori. 
Sapevi che ce la potevano fare. 
Così si realizzava il miracolo: l’emergere delle abilità nascoste, la crescita dell’autostima e del rispetto di sé, la maturazione umana e culturale. 
Devo però confessarti che, inizialmente, ero un po’ stizzita per tutto il tempo e le cure che dedicavi alle più“scarse”… Ma ben presto ho capito che non avresti mai trascurato noi “brave”. Inoltre ci coinvolgevi in ogni modo nell’aiuto a chi era in difficoltà. Così, quando mi sono occupata di apprendimento cooperativo, ho ritrovato quello che facevo in classe con Elvira, Teresa, Anna: lavorando in gruppo, ognuna di noi, con i suoi mezzi e le sue possibilità, aggiungeva un tassello utile per svolgere quella ricerca sulla Preistoria che tu ci avevi assegnato. Tu valorizzavi ogni sforzo, ogni pennellata di colore, ogni parola scritta a fatica. 
Ci invitavi a commentare i libri in modo del tutto personale. E poi la Storia e la Geografia: 
non doveva esserci nulla, in quelle discipline, che fosse asettico, libresco o incomprensibile. Ogni giorno ci aprivi una finestra sul mondo, dedicando uno spazio a quello che accadeva nel mondo. 
Hai acceso una luce nella mia mente quando hai spiegato le ragioni del colpo di stato che diede il potere ad Ali Bhutto in Pakistan, nel 1970: parlavi di problemi economici, di tensioni sociali, 
di conflitti legati a interessi di potere. Ero solo  in prima media: ma allora ho capito che la storia non era affatto la barbosa e sterile ripetizione di date, di guerre, di avvenimenti senza senso, ma il risultato delle passioni, degli interessi e dei bisogni degli esseri umani. 

E poi non ti concedevi mai vacanze al ruolo di insegnante. 
Fuori dalla scuola, la tua opera di educatrice proseguiva a casa, con bambini in difficoltà che ti erano stati affidati dai servizi sociali. Bambini per i quali eri semplicemente “la madrina”: questo l’appellativo discreto e affettuoso con cui ti chiamavano. 
Bambini a cui restituivi a poco a poco l’uso consapevole della parola, la dignità umana, la gioia di vivere. Bambini a cui regalavi l’opportunità di avere un posto nel mondo. Che ne sarebbe stato di Paolo, Ugo e Giovanni, se non fossero stati annaffiati dalla tua infinita, intelligente capacità di amare? E di Stella, Gemma e Bruna, se tu non le avessi accolte ed amate? 
Alla fine,  anche se stavi davvero male, ti informavi con genuino interesse del progetto contro la 
dispersione scolastica proposto, alla fine degli anni ’80, dallo psicologo dott.Gentile: - Mi pare la 
strada giusta per aiutare i ragazzi in difficoltà - . 
Che splendida psicopedagogista saresti stata! Mi manca tanto la tua lucida capacità di operare, di coniugare e incarnare felicemente teoria e azione pedagogica. Avresti rifiutato la visione riduttiva e aziendalista che impera oggi a scuola. Avresti detto la tua contro le prove ministeriali uniche per ragazzi così diversi. Avresti lottato molto più di me contro i tagli forsennati e per una scuola di qualità davvero aperta a tutti. Perché a scuola a nessuno sia impedito, come dici nella chiusa del tuo libro-diario, di realizzare “le mille possibilità di espansione dell’intelligenza umana”. 

(Maria Giovanna Abramo (1922-1991). Assistente sociale prima e poi Docente di Lettere a Palermo presso l’Istituto “Maria Adelaide”. Dalla sua autobiografia Nel segno della speranza, Stampatori Associati, Palermo, 1988, è tratta la foto posta all'inizio della lettera).

mercoledì 19 novembre 2014

Concerto





Concerto
di cinguettii
all’alba risuona,
verde, nella mia stanza.
Miracolo.                                          

domenica 16 novembre 2014

Il mezzo è il messaggio


Nella nostra società scorrono fiumi di parole e anche un “twitter” fa politica. Non c’è da meravigliarsi allora se a Ballarò, noto mercato di Palermo, un fruttivendolo vende limoni con un cartello ad effetto. I limoni, a maggio,  erano “M5 limoni” perchè: “Tanto la vita non può essere più aspra di così”. In un cartello recente, gli agrumi si pongono contro “Quella parte di italiani che per Juve/Roma fanno i pazzi a bisticciare” e diventano limoni anti virus Ebola! La trovata del fruttivendolo si appaia con quella del venditore di pannocchie (per noi “pollanche”) che, sulla spiaggia di Mondello, delizia i bagnanti con le sue rime. Il sociologo  Marshall McLuhan affermava che “il mezzo è il messaggio”: il mezzo utilizzato nella comunicazione influenza l’informazione. Davvero, nell’immaginario collettivo dei palermitani, adesso pannocchie e limoni sono più di un alimento: ai limoni si associano virtù terapeutiche e le pannocchie evocano  rime baciate.  
                                                                    Maria D’Asaro (“Centonove” n. 42 del 14.11.2014)

giovedì 13 novembre 2014

La buona scuola

Ieri, un ragazzo con grave disabilità (L.104/92, art.3, comma 3) veniva affiancato da un  insegnante di sostegno col massimo delle ore e alla scuola venivano fornite dal Comune le figure di supporto necessarie (assistente alla comunicazione, assistente personale).
Oggi i genitori dello stesso ragazzo devono fare un ricorso al TAR per avere riconosciuto questo diritto, spesso dopo un anno di lotte.
Ieri, nella mia scuola c’era ogni giorno la Preside: arrivava molto prima degli alunni e andava via molto dopo. Era un punto di riferimento per tutti.
Oggi nella mia scuola la Preside, quando va bene, c’è due giorni a settimana. Negli altri giorni gestisce un’altra scuola, con tre plessi.
Ieri, c’era la possibilità di scegliere un tempo scolastico più lungo, con mensa e attraenti laboratori pomeridiani. Nella mia scuola, c’erano nove classi a tempo prolungato: i ragazzi, oltre a poter recuperare in italiano e matematica, facevano corsi di teatro, cineforum, informatica, scienze sperimentali, fotografia, riciclaggio creativo.
Oggi nella mia scuola sopravvive una sola sezione a tempo prolungato, e le attività pomeridiane possono essere svolte solo da docenti di Lettere o Matematica.
Ieri esisteva il FIS (fondo integrativo d’Istituto): qualche migliaio di euro con cui si potevano incentivare attività aggiuntive.
Oggi, chi si ferma a scuola oltre l’orario  lo fa solo per volontariato e per spirito di abnegazione.
Ieri, la Vice Preside aveva nove ore di esonero dall’insegnamento per poter svolgere il suo ruolo: cruciale, importante e delicato.
Oggi  non ha alcun esonero, insegna in due classi e in più si pretende che svolga il suo ruolo come prima.
Ieri la mia scuola d’inverno era riscaldata.
Oggi geliamo dal freddo, perché due anni fa sono stati rubati i tubi esterni (per ricavarne forse un po’ di misero rame) e nessun ente ha mosso un dito per ripristinarli.
Ieri era possibile avere a scuola un operatore psicopedagogico che prestava la sua opera per fronteggiare la dispersione scolastica e favorire il successo formativo di tutti gli alunni.
Oggi l’operatore psicopedagogico non esiste più.
Ieri, l’indice di dispersione scolastico nella mia scuola era calato al 4%.
Oggi sfiora di nuovo il 10%.
Ieri l’insegnante di Lettere aveva a disposizione undici ore per ogni classe di scuola media e insegnava anche Educazione Civica. 
Oggi di ore ne ha nove - dieci, quando va bene - l’educazione civica è stata “assorbita” dalla Storia.
Ieri alcuni insegnanti avevano ore a “disposizione”: ore impiegate anche per fare supplenze nelle classi dove c’erano colleghi assenti. 
Oggi tutti i docenti sono impiegati in classe: se manca un docente per pochi giorni, nessuno lo sostituisce e la sua classe viene “divisa” tra le altre, creando confusione e scompiglio.

(Non sono una laudator temporis acti. Però lavoro da 30 anni nella scuola media di I grado e provo sulla mia pelle, e soprattutto sulla pelle dei miei alunni, il peso nefasto dei tagli operati dal 2000 ad oggi. Del questionario sulla buona scuola proposto dall'attuale governo m’importa poco, se non tiene conto di questi dati.)

Ieri = anno scolastico 1999/2000, prima delle scellerate riforme Moratti e Gelmini
Oggi = anno scolastico 2014/2015



martedì 11 novembre 2014

A tutta birra ...

Nella triste litania delle fabbriche che chiudono e dei disoccupati che aumentano, riempie di speranza la notizia che sedici operai, licenziati nel 2011 per la chiusura della Triscele (ex Birra Messina), hanno riaperto l’azienda con le loro forze. Domenico Sorrenti, presidente della neonata cooperativa “Birrificio Messina”, insieme agli altri 15 soci, fa una scommessa: stappare nei primi mesi del 2015 le prime bottiglie di birra, brindando con la città, che si è mobilitata donando agli operai circa 60 mila euro a sostegno della riapertura dello storico birrificio. “Siamo figli e nipoti di operai birrai – afferma, in un’intervista al Corriere della Sera, il socio Adolfo Giordano, - nelle nostre vene scorre sangue e birra!”. Gli operai giurano che il Birrificio Messina avrà lunga vita e hanno già allestito uno spot casalingo per la prima bottiglia: Bionda fresca e spumeggiante: 93 anni, ma non li dimostra, sarà la birra di casa nostra!
                                                                            Maria D’Asaro (“Centonove” n. 41 del 7.11.2014)

sabato 8 novembre 2014

Ciao, Marta ...

   
    E' successo così: cincischi in FB e scopri che è morta una persona speciale come Marta Cimino. Marta, dopo le stragi  ravvicinate di Capaci e di via d’Amelio, aveva ridato voce e dignità ai palermitani ammutoliti e indignati. Aveva pensato a un segno potente e silenzioso per esprimere lo sgomento e la rabbia: un lenzuolo steso al proprio balcone con la scritta “Ora basta”.
Io Marta la conoscevo. Avevo scritto una lettera postuma a sua madre, la giornalista Giuliana Saladino, ma non mi pareva giusto pubblicarla senza il suo consenso e quello di sua sorella Giuditta. Così gliela spedii in anteprima. Lei mi telefonò, mi invitò a casa sua, nella mitica casa di via Maqueda, e mi offrì un grato consenso, tanti preziosi ricordi e il suo sorriso cordiale.
Ora, senza di lei, a Palermo mi sento più sola.

mercoledì 5 novembre 2014

Mille di questi ... post

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           
    Stasera Nostra Signora è emozionata, perché nei mari da solcare questo è il post n.1000!
Ne è passata di acqua da quando, per passione e per scommessa, nel novembre del 2008 il blog nasceva con questo post, segno della passione di Maruzza per gli alberi e “pezzo” iniziale della sua collaborazione con il settimanale siciliano “Centonove”, che da allora ospita una sua rubrica dal titolo “150 parole da Palermo”, rubrica riportata in un’etichetta del blog.
     Per tenere a bada ricordi ed emozioni, nostra Signora – rubando per un istante il mestiere alla prof.ssa Ornella Giambalvo (da lei intervistata quiprova a snocciolare qualche dato.

Queste le recensioni più lette:
Queste alcune pagine del quaderno blu di Nostra Signora, che parlano tanto di lei:

Questo, grazie alla fama imperitura del Piccolo Principe, il post più cliccato! Post che si trova nella sezione dedicata alla scuola: Per chi suona la campana. Tante visite qui per una mia recensione di un libro del prof.Cavadi.

Nella sezione: E vissero tutti sobri e nonviolenti sono stati onorati con tante visite i post ...  antidisoccupazione e anti-inquinamento!
 Tra le tante donne che popolano il Genere femminile, numero plurale, un omaggio, anche di visite, a Samia.
E tra le lettere a persone, pubbliche e private, che hanno lasciato un segno nella sua vita, la più letta: quella alla giornalista palermitana Giuliana Saladino.

E allora un abbraccio virtuale a tutte le amiche e gli amici del web, perché davvero, come scriveva in occasione del 5° compleanno del blog, a nostra signora il blog ha cambiato in meglio la vita.

lunedì 3 novembre 2014

Una giornata speciale ...

A nostra Signora bastava poco per essere felice. Come avere un giorno di ferie a novembre, per lei uno dei mesi migliori dell'anno. Alzarsi alle 9. Ascoltare i Modena City Ramblers e una canzone di Gianna Nannini e una di Battiato mentre stirava. Mangiare i loti raccolti in campagna. Sentire ridere e scherzare i suoi due ex cuccioli. Avere il tempo sufficiente per preparare le lezioni e la cena. Mandare i “pezzi” al giornale. Sentirsi in pace, con se stessa e col mondo.

giovedì 30 ottobre 2014

Parole di terra

    Parole di terra di Pierre Rabhi (trad. di  M. P. Corpaci e P. Lemoussu, Pentàgora, Savona, 2014, €12; per acquisto rivolgersi a: ordini@pentagora.it/019.811800) è un libro particolare, un  appello accorato a considerare con uno sguardo diverso la terra, intesa come suolo terrestre e linfa vitale su cui crescono alberi e piante, come fonte e madre/materia di nutrimento per tutti gli esseri viventi. Il mutamento di prospettiva a cui siamo chiamati ci viene sollecitato da un agricoltore, il franco-algerino Pierre Rabhi, esponente della teoria della decrescita e fondatore dell’agroecologia, il movimento che da decenni ha unito la pratica agricola all’etica, e ha proposto e sperimentato soluzioni naturali per rigenerare la terra isterilita dal dissesto ecologico provocato dall’uso massiccio di fertilizzanti industriali e di pesticidi. “Parole di terra – scrive l’autore nella premessa – vuole essere un piccolo contributo alla fondamentale causa della sopravvivenza alimentare degli esseri umani (…) un pretesto per tornare a meditare sulla fertilità della terra e sul patto nuovo e vitale che dobbiamo stabilire con lei”. Nella nota finale del testo, scritta per la prima edizione del 1994 dal violinista statunitense Yehudi Menuhin, ci viene ricordato che “la riconciliazione con la nostra madre terra è persino più urgente della riconciliazione tra gli uomini, poiché la nostra vita dipende dalla nostra terra. Nessuna vita sopravvive su di una terra morta”.
Risulta assai efficace l’espediente narrativo utilizzato dall’autore: il racconto della coraggiosa e paziente redenzione operata sulla terra degli antenati africani da Tyemorò, contadino creato dall’immaginazione dello scrittore/agricoltore, redenzione che poi si estende anche sul tessuto sociale dell’ipotetico villaggio. Sebbene, come sottolinea Pierre Rabhi nella premessa, né l’etnia Batifon né il suo territorio possono essere individuati su una carta geografica africana, le vicende che coinvolgono quest’immaginaria tribù africana hanno una valenza universale. Il racconto si snoda attraverso le considerazioni di Tyemorò, che ci ricorda i punti deboli della civiltà occidentale: il culto del denaro e dell’arricchimento a tutti i costi, il progresso tecnologico assurto a nuova divinità. E così i Bianchi, di cui comunque Tyemorò riconosce pregi e virtù, “Hanno costruito molte creature metalliche che uccidono le persone e le hanno sparse su tutta la terra. Hanno disperso fumi nefasti nel cielo e veleni assassini nelle acque. La terra, che il Creatore ci ha donato per nutrirci come madre, è stata violentata da gente avida” (…) Invece di cercare il loro posto in un mondo così bello e così ricco di colori, profumi, suoni, forme, sapori … gli uomini hanno voluto appropriarsene per asservirlo”. 
Pierre Rabhi
Pierre Rabhi alias Tyemorò trova la radice di questo squilibrio mortale nell’offuscamento dei cuori, nell’incapacità della civiltà occidentale di uno sguardo di compassione verso gli esseri viventi, animali e vegetali: “Gli animali soffrono a causa delle azioni degli esseri umani. Sono rinchiusi a migliaia per darci la loro carne, il loro latte, le loro uova, il pellame dei loro aborti. A volte vengono sezionati vivi … per capire l’ordine dei loro corpi o provare su di loro nuovi rimedi.” E ancora: “Gli uomini hanno a tal punto perduto la visione del sacro, che l’animale non gli appare più come una creatura viva e sensibile. Per loro, non è altro che carne.”Tyemorò/Rabhi ha poi parole ispirate verso gli alberi, nostri fratelli maggiori: “ Innalzandosi verso il cielo, gli alberi lo legano alla terra … come tutte le creature gli alberi inspirano ed espirano … questo movimento incessante assicura la prosperità della terra … Quando spariscono gli alberi, distrutti dagli uomini, dal fuoco o dalla siccità, tutti questi vantaggi se ne vanno con loro. La morte degli alberi è un grido di dolore che la madre terra lancia agli esseri umani”. Il libro ha il pregio, pur nella chiarezza di accenti, di non avere toni iconoclasti: denuncia, con dovizia di prove, i danni della cosiddetta “Rivoluzione verde” che ha condannato alla siccità e alla desertificazione tanti paesi africani, ma riconosce che non bisogna respingere in blocco il sapere occidentale, perché  “In ogni azione umana il buono e il falso, il giusto e l’ingiusto si mescolano. Sta a noi distinguere … ciò che è utile e ciò che è dannoso.” Rabhi ci invita allora a stabilire una relazione nuova con la terra e con tutti gli esseri, un rapporto basato sul rispetto, sulla sobrietà, sulla condivisione; ci invita a ritrovare il nostro posto nella creazione, a ricostruire gli anelli spezzati, a riparare i guasti causati da sconsiderate azioni predatorie. E soprattutto a promuovere, con la pazienza del colibrì – Colibris è il nome dell’ultimo movimento da lui fondato -  modelli di società fondati sull’umanesimo ecologico e sulla “sobrietà felice”. 
                                           Maria D’Asaro                      (“Centonove” n.40 del 24.10.2014)

lunedì 27 ottobre 2014

Semi di futuro

A Palermo, nel quartiere “Oreto”, la scuola media “Cesareo” ha un bel giardino al suo interno. Nel 2008, la Preside Prof. Di Naro e alcuni docenti pensarono di offrire questo spazio ai ragazzi, che, con l’aiuto di un’agronoma, crearono un piccolo orto. Così, alcuni ragazzi difficili sono stati “salvati” da sedano, fave e lattughe. Andata in pensione la Preside, non è stato facile ripetere l’esperienza. Il giardino, dove è stato piantato anche un alberello di ulivo, rimane comunque un “luogo didattico”, anche per la presenza di due compostiere che, sotto gli occhi stupiti dei ragazzini, trasformano in compost i resti di frutta e verdura. E’ necessario che ogni scuola doni agli alunni non solo istruzione e cultura, ma anche buone prassi ambientali. Perché gestire un orto scolastico e la raccolta differenziata non siano più virtuosi comportamenti di nicchia, ma componenti essenziali del pacchetto formativo dell’alunno; futuro, si spera diligente, cittadino.
                                                                 Maria D’Asaro (“Centonove” n. 40 del 24.10.2014)

venerdì 24 ottobre 2014

Il giovane favoloso

Non era facile fare un film su quel “mostro” sacro della letteratura italiana che è Giacomo Leopardi. Considerata la complessità del personaggio, qualsiasi scelta narrativa poteva essere inadeguata o, inevitabilmente, parziale. 
Il regista Mario Martone ha avuto il coraggio di osare, affidandosi a una sceneggiatura dal taglio prevalentemente acustico e visivo. 
“Il giovane favoloso” ci racconta la vicenda umana di Leopardi soprattutto per immagini, suoni e poesie: lo spettatore, attratto dalla vista del “borgo natio” e delle città abitate dal poeta dopo la fuga da Recanati,  è catturato poi dalla scansione poetica che accompagna le avvolgenti visioni della natura, con il tributo alla luna, al colle de “L’infinito” e alla ginestra “fiore dei deserti”.  
Il risultato di questa cifra espressiva è un film estetizzante, fedele comunque ai dati storico-biografici e all’evoluzione creatrice del poeta. Poeta la cui infelice parabola esistenziale accompagniamo con lo sguardo dall’iniziale asfissiante dimora di Recanati “in su i veroni del paterno ostello”, dimora rallegrata solo dalla presenza affettuosa dei fratelli e dall’amicizia di Pietro Giordani, al successivo peregrinare inquieto tra Firenze, Roma e Napoli, negli anni della maturità, in compagnia dell’inseparabile amico Antonio Ranieri.
A eccezione di alcune cadute di stile - come il sottofondo musicale di una canzone inglese,  inserita  fuori contesto dopo la delusione amorosa patita da Leopardi per il rifiuto di Fanny Targioni Tozzetti, e come qualche nota di colore forse troppo “espressionista” sulla città di Napoli - il film risulta gradevole e, grazie anche all'ottima interpretazione di Elio Germano, si riesce a seguire senza troppa fatica nonostante sia lungo più di due ore. 
Al regista il merito di aver rinnovato l’interesse e l’ammirazione per un artista le cui poesie, struggenti e stilisticamente perfette, continuano a risuonare nella nostra mente e nel nostro cuore, ergendosi a  colonna sonora sempre attuale di pensieri, sentimenti e sensazioni dell’animo umano.
(Maria D'Asaro)

domenica 19 ottobre 2014

Quanto vale una cicca

Il sig. Gianni Di Pasquale - Spiaggia di Noto
(foto e notizia sono tratte da: qui )
Purtroppo non tutti sanno quanto tempo ci vuole perché un rifiuto qualsiasi si degradi completamente. Che, ad esempio, un mozzicone di sigaretta si degradi del tutto solo dopo alcuni anni, lo sa sicuramente il siciliano Gianni Di Pasquale, da anni milanese di adozione. Il sig. Di Pasquale, in vacanza quest’estate a Noto, ha escogitato un modo efficace e creativo per ripulire la spiaggia dalle cicche: ha scritto in un cartello di volerne acquistare in quantità a un centesimo ciascuna! La risposta della gente è stata immediata: in poco tempo sono stati racimolati oltre 6.000 mozziconi. E, alla fine, molti genitori hanno persino erogato di tasca propria gli spiccioli ai ragazzini impegnati a liberare la spiaggia dalle cicche. Il siciliano Di Pasquale ha dimostrato quanto sia vincente coniugare, con una minima spesa e in modo intelligente e creativo, valori ecologici e interesse economico. Speriamo che i nostri sindaci imparino la lezione.
                                                          Maria D’Asaro (“Centonove” n. 39 del 17.10.2014)

venerdì 17 ottobre 2014

Aggrappati






Aggrappati
Al libro
Alla muta preghiera
Al lavoro tenacemente compiuto.
Resisti.                                                  

lunedì 13 ottobre 2014

Ode all'autunno

Modesto è l'autunno, come i taglialegna.
Costa molto togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi di tutti i paesi.
La primavera le cucì in volo
e ora bisogna lasciarle cadere
come se fossero uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per le strade,
parlare lingue,
svedese, portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte le lingue
e dappertutto, sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere le foglie.
Difficile è essere autunno,
facile essere primavera.
Accendere tutto quel che è nato
per essere acceso.
Spegnere il mondo, invece,
facendolo scivolare via
come se fosse un cerchio di cose gialle,
fino a fondere odori, luce, radici,
e a far salire il vino all'uva,
coniare con pazienza l'irregolare moneta
della cima dell'albero
e spargerla dopo
per disinteressate strade deserte,
è compito di mani virili.
                                                                                                  Pablo Neruda

venerdì 10 ottobre 2014

Confetti rossi

Malala Yousafzai,  Nobel per la Pace 2014
per la sua lotta per il diritto allo studio di ogni ragazza
     A Palermo si registra uno dei più alti tassi di dispersione scolastica d’Italia. Ma all’Albergheria, zona del centro storico di Palermo, nella chiesa di San Francesco Saverio, da anni alcuni volontari curano un’iniziativa che promuove il diritto allo studio di ragazzi del quartiere, le cui famiglie hanno scarse risorse economiche. Il progetto è nato anche per onorare la memoria di Candida Di Vita, assistente sociale impegnata nel riscatto sociale degli ultimi. Con il sostegno economico del gruppo di amici di Candida e con l’apporto del Rotary Club Palermo est, dal 2004 un centinaio di ragazzi delle scuole medie superiori studia con successo grazie ai libri acquistati dall’associazione e all’aiuto didattico gratuito di un team di docenti coordinati dalla prof.ssa Marina Di Giorgi. Così a fine luglio scorso, i confetti rossi per la laurea in Architettura di un ragazzo del gruppo, il primo a laurearsi, avevano davvero un sapore speciale …
                                                                             Maria D’Asaro (“Centonove” n. 38 del 10.10.2014)

mercoledì 8 ottobre 2014

In the Heart of the Moon

La Luna stasera, mentre cucinavo gli spinaci

Alì Farka Tourè (1939-2006), depositario ed innovatore delle tradizioni musicali del Mali, è stato un maestro del desert blues. Il suo approccio musicale è connesso al culto degli spiriti d'acqua e agli strumenti musicali/rituali da loro preferiti: i liuti a pizzico djekel e ngoni e lo njarka, un monocordo ad arco che Tourè ha continuato ad utilizzare anche dopo esser diventato un chitarrista..
Nonostante la fama internazionale (vinse ben 3 Grammy Awards) rimase sempre legato alla sua terra e a quello che sentiva essere il suo ruolo nella vita: curare la sua fattoria e stare con la sua famiglia.
In the Heart of the Moon è una delle sue ultime composizioni.(fonte: Cem Mondialità, 6/7 2014)
Come opportunamente sottolineato dal commento di Franz, Ali Farka/Tourè (Tourè vuol dire asinello, benevolo soprannome assegnatogli per la sua forza tenace nel vivere: fu l'unico a sopravvivere di 10 figli) è accompagnato da Toumani Diabatè che suona la kora.