domenica 21 settembre 2014

I sette vizi capitali: Accidia

     Qualche post fa, scrivevo che, a mio avviso, siamo stati troppo frettolosi nell’abbandonare, assieme al fardello forzato di catechismi spesso oscuri e incompresi,  anche la riflessione teorica, etico/filosofica insieme, su vizi e virtù. Dopo aver dedicato uno spazio alle 4 virtù cardinali - Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza – ecco il primo, in ordine alfabetico, dei sette vizi capitali: Accidia, Avarizia, Gola, Invidia, Ira, Lussuria, Superbia. 
L'accidia o acedia è l'avversione all'operare, mista a noia e indifferenza. L'etimologia classica fa derivare il termine dal greco ἀ(alfa privativo = senza) + κῆδος (= cura), sinonimo di indolenza, per il tramite del latino tardo acedia. Nell'antica Grecia il termine acedia (ἀκηδία) indicava lo stato inerte della mancanza di dolore e cura, l'indifferenza e quindi la tristezza e la malinconia. Il termine fu ripreso in età medievale, quale concetto della teologia morale, a indicare il torpore malinconico e l'inerzia che prendeva coloro che erano dediti a vita contemplativa. Nel cattolicesimo l'accidia è uno dei sette vizi capitali ed è costituito dall'indolenza nell'operare il bene, da una mancata motivazione ad agire, da una sorta di “pigrizia dell’anima”.
 Albrecht Dürer: Melencolia (1)
Dante ci ha tramandato una ferma condanna degli individui che non prendono posizione: gli “ignavi”, individui che “mai non fur vivi”, da lui collocati nel III canto dell’Inferno,  sono costretti a correre nudi per l’eternità, inseguendo un’insegna che “corre velocissima e gira su se stessa”, punti e feriti da vespe e mosconi. Sugli accidiosi o “ignavi”, il poeta scrive: “misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Inferno, III, 50,51)
Nel lessico contemporaneo il lemma accidia/accidioso: è usato come sinonimo di noia e vita depressa; indica lo scoraggiamento, l'abbattimento e la stanchezza, persino la mediocrità e il moderatismo; oggi la parola rinvia, più che a questioni etiche, a questioni psicologiche, indicanti un'anomalia della volontà, piuttosto che un peccato, un sintomo di depressione. Banalizzato, accidioso indica anche semplicemente una personalità particolarmente incline all'ozio.
(Fonti: Wikipedia; Cem Mondialità, n.3/2014)

Confesso di avere una certa tendenza all’accidia, soprattutto relativamente alla risoluzione di questioni davvero importanti: tanto più pericolosa in quanto sotterranea e strisciante, mascherata da un attivismo talvolta smodato. Forse il segreto per combattere l’accidia è trovare il giusto equilibrio tra azione e contemplazione; tra eccessivo entusiasmo e ragionata melanconia; tra interventismo e indifferenza; tra la troppa empatia e l'incuria malcelata. Spero allora che la ponderazione non degeneri nella procrastinazione; la contemplazione non si traduca in immobilismo; lo sguardo disincantato e a volte amaro verso la realtà non tinga di cupo la mia anima.
Ammiro la mia amica Ornella che mi ha insegnato, con la sua energia combattiva e il suo dinamismo efficace e puntuale, a dare un corpo agli impegni e ad arrivare in tempo agli appuntamenti importanti che la vita propone.
Perché l’accidioso rischia soprattutto, con la sua sonnolenta indolenza, di perdere le occasioni che ha davanti; di non sapere cogliere il kairòs, il momento opportuno, il momento di grazia per agire. Peccato, davvero peccato …
(1)L'opera rappresenta simbolicamente le difficoltà che si incontrano nel tentativo di tramutare il piombo (anime delle tenebre) in oro (anime che risplendono).


4 commenti:

  1. Mah, io questi peccati credo di commetterli un po' tutti, dipende dai momenti...

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  2. Rossana Rolando15 febbraio 2016 20:04

    Molto bello questo post sull’accidia, molto “vera” la personalizzazione della parte finale. Grazie, anche noi condividiamo lo spirito di “comunione”. La consapevolezza dell’accidia è espressa magistralmente da Eugenio Montale in una poesia che io amo molto. La riporto qui:

    Per finire.
    Raccomando ai miei posteri
    (se ne saranno) in sede letteraria,
    il che resta improbabile, di fare
    un bel falò di tutto che riguardi
    la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
    Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
    ed è già troppo vivere in percentuale.
    Vissi al cinque per cento, non aumentate
    la dose. Troppo spesso invece piove
    sul bagnato.
    (Eugenio Montale, L’opera in versi, Diario del 71 e del 72, Einaudi, Torino 1980, p. 508).

    Buona serata.

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  3. @Rossana Rolando: grazie per l'apprezzamento e per la condivisione dei pensieri poetico/esistenziali del grande Montale. Buona serata anche a voi!

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