venerdì 22 ottobre 2021

Appunti su... una scrittrice in penombra

      I pensieri di Natalia Ginzburg sbucano all’improvviso e nulla si sa del loro percorso sotterraneo. Sono intonati ogni volta in modo diverso (la sua monotonia è un inganno dell’orecchio poco esercitato), e solo queste curvature foniche offrono qualche indizio sul loro cammino coperto. Al tranello acustico se ne aggiunge uno topografico. La Ginzburg può dire tutto (o almeno: può darne l’impressione) su un determinato frangente della sua esistenza, su un circoscritto episodio.
      Ma le parole di ogni suo testo autobiografico formano come l’orlo di un crepaccio, al quale per giunta si arriva di notte. Oltre quel ciglio non si può andare, bisogna riprendere da un’altra parte; e il punto da cui ripartire sarà lontano, apparterrà a un paesaggio rischiarato da altre luci.
    L’autobiografia di Natalia Ginzburg, che ci si può illudere di saper ricostruire (…), e che forse davvero con uno studio scrupoloso si potrebbe distribuire lungo una linea del tempo, assegnando a ciascun episodio una sede e dei comprimari precisi, nella realtà è una sequenza di spezzoni discontinui, anzi incomponibili, esplosi in uno spazio che ha più di tre dimensioni e ci nega le coordinate.
    L’universo in frammenti che è la sua biografia ci costringe a perlustrare l’angolo giro per osservarli tutti: pianetini di luminosità variabile che costringono a entrare in confidenza soprattutto nel buio che li cerchia, con la densità graduata dei suoi intervalli.
     La Ginzburg non fa che raccontarci storie ma non ci racconta mai tutta la storia: troncamento che distingue il vero scrittore. La sua statura è proporzionale all’illusione di completezza che sa produrre. Non ha mai fatto l’elogio della sincerità, bensì quello della verità: che è fatta anche di reticenza, di silenzio, di cose taciute o ricacciate nell’ombra. Traccia le sue righe dritte tra due punti che nessuno aveva avvistato prima di lei, né quello che parte dall’io né quello che arriva al cuore della cosa. 

Domenico Scarpa: Appunti su un’opera in penombra 
(alla fine del libro di Natalia Ginzburg: Mai devi domandarmi)


2 commenti:

  1. Rossana Rolando24 ottobre 2021 15:02

    Molto profonda la distinzione tra sincerità e verità. Forse si potrebbe riprendere anche così: la sincerità attiene al dire; la verità all'essere, alla vita nella sua interezza fatta - appunto - anche di silenzi e di non detti.
    Cari saluti.

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  2. @Rossana: proprio così. Rileggere Natalia non smette di sorprendermi e arricchirmi. Saluti cordiali.

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