venerdì 6 marzo 2026

Svetlana e Daniela, grazie: la guerra non ha un volto di donna

      Nostra signora detestava i film dell’orrore. Si era sempre rifiutata di guardarli. Ora però  si rendeva conto che, in un certo senso, guardare un qualsiasi Tg equivaleva per lei a vedere un film orrorifico: le bambine morte in Iran per le bombe degli americani, la tragedia infinita di Gaza, le altre guerre dimenticate, compresa Ucraina e Sudan…  La crisi climatica acuita dalle bombe… Nostra signora non riusciva a dormire: un’angoscia sottile si era impadronita della sua mente e del suo cuore. E, ancora ancora, lei il film dell’orrore lo guardava dall’esterno, non c’era dentro, come milioni di suoi simili. 
  La sua cara amica Daniela, qualche settimana fa, le aveva chiesto di presentare il libro La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Aleksievič. Oggi era arrivata all’ultima pagina di questo testo magnifico e tremendo: la guerra narrata dalle donne russe e bielorusse. Ecco la straziante, magnifica pagina finale: 


“Sa qual era il pensiero di tutti noi in guerra? Sognavamo: ‘Ragazzi, se ne usciamo vivi… che giorni felici trascorreremo dopo la guerra! Come sarà bella la nostra vita, come sarà felice. Gli uomini che hanno sopportato tanto, potranno compiangersi l’un l’altro. Amarsi. Saranno uomini diversi. Non avevamo il minimo dubbio al riguardo.
Mia carissima… Gli uomini continuano come prima a odiarsi reciprocamente. A uccidersi. È la cosa per me più incomprensibile… E chi lo fa… Noi… Noi…
Vicino a Stalingrado… Trascino due feriti. Uno, dopo averlo trascinato, lo abbandono per un momento per prendere l’altro. E li trascino a turno perché sono feriti molto gravemente e non posso abbandonarli. Entrambi, come posso spiegarle? Erano stati colpiti molto in alto alle gambe e stavano perdendo tutto il loro sangue. In questi casi ogni minuto è prezioso. E a un tratto, mentre mi allontano carponi dal campo di battaglia e il fumo si è fatto più rado, scopro di stare trascinando uno dei nostri carristi e un tedesco… Sono terrorizzata: là i nostri stanno morendo e io metto in salvo un tedesco… Sono in preda al panico… In mezzo al fumo non mi ero accorta… 
Osservo. Un uomo sta morendo, un altro sta gridando… Sono entrambi ustionati, carbonizzati. Sono uguali. Poi guardo meglio e scorgo una medaglietta diversa, un orologio diverso, è tutto diverso. Quella divisa maledetta. E cosa posso fare adesso? Trascino il corpo del nostro ferito e penso: ‘Devo tornare o no a riprendere il tedesco? Capivo che se l’avessi abbandonato, di lì a poco sarebbe morto. Per il sangue perso… E sono tornata a riprenderlo strisciando. Ho continuato a trascinare entrambi…
Accadeva a Stalingrado… Durante la più terribile delle battaglie. Stella mia, non si possono avere due cuori: uno destinato all’odio e l’altro all’amore. Una persona possiede un cuore solo e io ho sempre pensato a come salvare il mio… (…).
Tamara Stepanovna Umnjagina, sergente della Guardia,
istruttrice sanitaria

Svetlana Aleksievič La guerra non ha un volto di donna (trad. di Sergio Rapetti), Bompiani pagg.421,422




mercoledì 4 marzo 2026

Me gustaría ser español...

 "La posición española se resume en cuatro palabras: no a la guerra”:  grazie, Pedro Sanchez.

E grazie a Michele Serra:

"Vorrei essere spagnolo. Il discorso di Pedro Sánchez — semplice, limpido: e la forma è sostanza — è il discorso di un leader europeo che ha preso atto delle condizioni del mondo presente, e dice a chiare lettere che non esiste più una coincidenza “occidentale” tra gli interessi americani e quelli europei: e non da oggi, almeno dai tempi della demente invasione dell’Iraq.

E soprattutto — che sollievo! — Sánchez non si è limitato al necessario elenco delle divergenze di interesse. Ha usato, con forza e convinzione, le categorie del giusto e dell’ingiusto. Si è appellato a criteri etici quasi scomparsi dal linguaggio della politica internazionale, e cancellati brutalmente dallo scarno vocabolario di Donald Trump. “No alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. No all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. No alla ripetizione degli errori del passato… l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra”.

Non è solo un appello alle pie speranze alle quali ci si aggrappa quando il terreno manca sotto i piedi. È la rivendicazione di una radicale differenza culturale e politica. Non è solo divergente l’azione politica, divergono i princìpi che la ispirano. Trump parla di guerra con tronfia considerazione della sua capacità di dare morte (e in questo, tiene bordone agli ayatollah). È un fondamentalista bellico. Lo è rivendicandolo, sbandierandolo.

Sánchez ha parlato anche agli altri leader europei, dicendo loro che non è più possibile rimandare il momento in cui l’Europa prenda atto di non essere dalla stessa parte di Trump. Che si è molto seccato, e minaccia sanzioni alla Spagna. Si dubita, per adesso, che decida di bombardarla".

(grazie di cuore a Massimo Messina, che ha condiviso l'anteprima de la Repubblica)

lunedì 2 marzo 2026

Antigone denuncia pesanti criticità nel sistema carcerario

       Palermo – L’associazione Antigone, a fine 2025, ha presentato i dati aggiornati sulla  situazione carceraria nel nostro paese: “È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia, ma il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni - ha sottolineato il professore Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio sia delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra, sia degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo. Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione”.
       A fine novembre 2025, nelle prigioni italiane risultavano detenute 63.868 persone, a fronte delle 61.861 presenti nel 2024, mentre la capienza effettiva degli istituti sarebbe di 46.124 posti. Si registra quindi un tasso di sovraffollamento medio nazionale del 138,5%, che in vari istituti supera il 150%.
     Ma l’aumento delle persone detenute non è dovuto a una crescita della criminalità: nel primo semestre del 2025 infatti i reati denunciati sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo del 2024, con una diminuzione significativa del 4,8%. A crescere non è stata quindi la delinquenza, ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità.
      Intanto la capienza del sistema penitenziario è diminuita. Nel 2025 con il nuovo ‘Piano carceri’ predisposto dal governo ci sarebbero dovuti essere circa 800 posti in più; invece, non solo i posti promessi sono a tutt’oggi indisponibili, ma, per varie ragioni, c’è stata anche una perdita di circa 700 posti effettivi.
      Risulta poi che, nel 42,9% delle 120 carceri visitate (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 1° marzo 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 26 febbraio 2026

domenica 22 febbraio 2026

Giornalismo di guerra, giornalismo di pace

         Palermo – Il 24 febbraio prossimo ricorre un anniversario doloroso: quattro anni dall’inizio della guerra tra Ucraina e Russia, a seguito dell’invasione dell’esercito russo in Ucraina. Nel testo Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro (Mimesis, Milano-Udine 2025) Andrea Cozzo, professore di Lingua e Letteratura greca all’Università di Palermo e studioso di nonviolenza, analizza il modo in cui alcuni media italiani (telegiornali, talk show, giornali) hanno raccontato questa guerra. Il libro contiene anche una sezione dedicata ai presupposti del ‘giornalismo di pace’ e due appendici conclusive in cui si affrontano questioni fondative quali il rapporto tra democrazia e nonviolenza e le azioni possibili per “cacciare la guerra fuori dalla Storia”. 
Nonostante la specificità del tema, il testo non è diretto solo a chi si occupa di informazione, ma può essere facilmente letto da tutti coloro che hanno a cuore argomenti così importanti.
      Dopo aver analizzato ore e ore di telegiornali e di vari programmi televisivi, l’autore evidenzia come, tranne poche eccezioni, l’informazione in Italia si sia subito schierata a fianco dell’Ucraina, finendo col diffondere notizie propagandistiche, talvolta anche false, censurando o screditando e deridendo le poche voci di chi si sforzava di fornire un’informazione più completa, senza per questo dimenticare la chiara responsabilità della Russia nella guerra: “Raffiche di interventi mediatici hanno sostanzialmente rifiutato ogni parola che andasse al di là del refrain 'c’è un aggressore e c’è un aggredito' e della demonizzazione del ‘nemico’ e di chi non contribuisse ad essa”.
     Così, il racconto mediatico della guerra in Ucraina, fin dal 24 febbraio 2022 si è caratterizzato per la presenza delle tre costanti D-M-A che, secondo lo studioso Johan Galtung, caratterizzano ogni propaganda di guerra: la Dicotomizzazione (‘Noi’ contro ‘Loro’, che si cristallizza in una polarizzazione irrisolvibile, che chiude la porta al dialogo), il Manicheismo (tutto il Bene è da una parte, la nostra, tutto il Male dall’altra, la loro), l’Armageddon (messa a tacere la diplomazia, vincere la guerra è l’unica soluzione al problema). Durante questa guerra sono stati utilizzati tutti i “dieci comandamenti” della propaganda bellica, ripresi dalla studiosa belga Anne Morelli e riportati nelle pp.113/114.
Andrea Cozzo sottolinea poi che l’informazione schierata non è stata prerogativa di giornalisti e/o intellettuali di una parte politica, ma è stata ‘trasversale’, perché “la differenza fondamentale oggi è tra violenza e nonviolenza: tra concezione del conflitto come luogo della battaglia da vincere arruolando quante più persone è possibile e concezione del conflitto come luogo della comprensione e della costruzione di pace attraverso il dialogo”. 
    Nella seconda parte del libro l’autore esamina invece la possibilità di un altro modo di fare giornalismo, citando anche la Dichiarazione dell’Unesco del 1978, relativa alla mission dei media, e la Risoluzione n.1003 del 1993 del Consiglio d’Europa. 
      Scrive quindi: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 22 febbraio 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 19 febbraio 2026

Bambola

Folate

di solitudine

lambiscono ogni notte

la bambola di lana…

Delusa.                                                    

martedì 17 febbraio 2026

Svetlana Aleksievič: La guerra non ha un volto di donna

 “Per scrivere un libro non basta raccogliere i fatti e parlare anche con mille persone. Per sentire cose nuove, bisogna porre domande nuove. Per farlo bisogna crearsi una propria visione delle cose. Solo allora si può trarre un qualche senso dai fatti, perché a questo punto si ha un centro che lo attiva. 
    Là fuori ci sono centinaia di romanzi che aspettano di essere scritti, ma per riuscire a scriverli bisogna che le voci di cui si compongono coincidano con qualcosa che è dentro di noi. (…) Quando scrivo i miei libri vedo l’essere umano su due piani: l’essere sociale, vale a dire l’individuo del suo tempo, ed è la sfera del giornalismo puro; e poi la persona nuda sulla nuda terra, e qui, nell’interrogarsi sulla natura umana, inizia la letteratura”.

in: Svetlana Aleksievič: Testimoniare il male senza smarrire il bene del vivere, di Maria Concetta Sala
nel testo Corpi e parole di donne per la pace (a cura di Mariella Pasinati), Navarra, Palermo, 2024, p.33

     “Se la guerra la raccontano le donne, quando prima l'hanno raccontata solo gli uomini... se a farla raccontare è Svetlana Aleksieviéc... se le sue interlocutrici avevano in gran parte diciotto o diciannove anni quando, perlopiù volontarie, sono accorse al fronte per difendere la patria e gli ideali della loro giovinezza contro uno spietato aggressore... 
allora nasce un libro come questo. 22 giugno 1941: l'uragano di ferro e fuoco che Hitler ha scatenato verso Oriente comporta per l'URSS la perdita di milioni di uomini e di vasti territori e il nemico arriva presto alle porte di Mosca. 
     Centinaia di migliaia di donne e ragazze, anche molto giovani, vanno a integrare i vuoti di effettivi e alla fine saranno un milione: infermiere, radiotelegrafiste, cuciniere e lavandaie, ma anche soldati di fanteria, addette alla contraerea e carriste, genieri sminatori, aviatrici, tiratrici scelte. La guerra "al femminile" - dice la scrittrice - "ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti e anche parole sue". Lei si è dedicata a raccogliere queste parole, a far rivivere questi fatti e sentimenti, nel corso di alcuni anni, in centinaia di conversazioni e interviste. Cercava l'incontro sincero che si instaura tra amiche e quasi sempre l'ha trovato: le ex combattenti e ausiliarie al fronte avevano serbato troppo a lungo, in silenzio, il segreto di quella guerra che le aveva per sempre segnate"...

seconda di copertina del testo di Svetlana Aleksievič La guerra non ha un volto di donna

Svetlana Aleksievič l’'8 ottobre 2015 è stata insignita del premio Nobel per la letteratura, "per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo". 

domenica 15 febbraio 2026

Alba Donati in viaggio con le "Ragazze che scrivono poesie"

         Palermo – Quando ha in mano un libro affascinante e ben scritto, di solito sono questi i pensieri ‘desideranti’ che passano per la testa della scrivente: il primo è che la lettura duri il più a lungo possibile, il secondo, assai presuntuoso e irriverente, è che quel testo ben congegnato avrebbe voluto scriverlo lei. 
      In più, spesso c’è anche un effetto collaterale: nel trenino metropolitano la sottoscritta è così presa dalla lettura da rischiare talvolta di saltare la sua fermata… 
     Il testo di Alba Donati Ragazze che scrivono poesie (Einaudi, 2025) le ha procurato proprio tali pensieri, oltre alla pericolosa distrazione in treno. 
    Chi sono dunque queste Ragazze che scrivono poesie
La prima è Emily Dickinson, la seconda Anna Achmatova, poi Antonia Pozzi, Wislawa Szymborska, Sylvia Plath. “Le ragazze che scrivono poesie… sono unite idealmente da un talento naturale nel mettere le parole una in fila all’altra, dall’amore disinteressato per la letteratura, dal fuoco del cambiamento che brucia forte dentro di loro” - si legge nella seconda di copertina. 
      Alba Donati paragona l’energia dirompente delle poetesse a quella di un temporale imprevisto: “Un’energia nuova, fresca, turbolenta, come se le ragazze avessero deciso programmaticamente di non piacere ai cretini disseminati nei campi della critica letteraria patriarcale”.
Quelli su Emily, Anna, Antonia, Wislawa e Sylvia sono comunque (continua su il Punto Quotidiano)



Maria D'Asaro, 15 febbraio 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 12 febbraio 2026

Bambino

Il tuo occhio limpido è l'unica cosa infinitamente bella.
Voglio riempirlo di colori e di anatroccoli,
lo zoo del nuovo

di cui tu mediti i nomi -
bucaneve d’aprile, pipetta indiana,
piccolo

stelo senza grinze,
specchio d’acqua in cui le immagini
dovrebbero essere maestose e classiche

non questo angosciato
torcersi di mani, questo buio
soffitto senza una stella.

Sylvia Plath, da Le ragazze che scrivono poesie, di Alba Donati, Einaudi, 2025, p.107

A nostra signora i suoi figli più grandi dicevano che il minore era il figlio preferito. E avevano torto e ragione insieme: nel senso che era il preferito, come lo erano ugualmente la figliolina e il secondogenito. Nostra signora, se avesse avuto dieci figli, avrebbe avuto dieci figli preferiti!
Auguri immensi al suo ex piccolino, che oggi compie un compleanno importante.







mercoledì 11 febbraio 2026

Palermo, maglia nera in Italia per il traffico

        Palermo – “La piaga più grande che diffama Palermo agli occhi del mondo… lei lo ha già capito… è inutile che gliela dico io… è il traffico”. A Palermo e non solo, questa frase arcinota - pronunciata in Johnny Stecchino, film del 1991 diretto e interpretato da Roberto Benigni – è un tormentone evergreen.
         Purtroppo la classifica stilata da ‘TomTom Traffic Index 2025’ conferma l’attualità della battuta: ancora oggi Palermo è la città italiana più congestionata per il traffico automobilistico.
       Con il 51% di tempi di congestione, valore che indica l’aumento dei tempi di percorrenza rispetto a quelli necessari in condizioni di traffico ottimali, nella classifica negativa Palermo precede addirittura Milano (49% di congestione), Catania (che con il 47% di congestione si piazza al non invidiabile terzo posto) e Roma (quarta, con il 45% di congestione). Dato questo quasi paradossale se si considera che Milano e Roma hanno molto più abitanti di Palermo, molti più pendolari e maggiori attività economiche.
     Il report evidenzia inoltre che, a causa del rallentamento del traffico, nel capoluogo siciliano in quindici minuti si riescono a coprire meno di sette chilometri, mentre nelle ore di punta, nello stesso tempo i chilometri percorsi scendono a 3,8; mediamente a Palermo dieci chilometri si riescono a percorrere in quasi 30 minuti.
      Il ‘TomTom Traffic Index 2025’ ha poi calcolato che, a causa del traffico rallentato, gli automobilisti a Palermo ‘perdono’ dentro la loro auto circa98 ore l’anno, vale a dire quasi quattro giorni.
   Tutto questo si ripercuote ovviamente sulla qualità dell’aria e sulla qualità della vita dei cittadini, provocando stress e disagio.
    Se lo studio relativo alla quantità di traffico veicolare nelle città italiane si limita a snocciolare numeri e percentuali, riguardo al capoluogo siciliano si possono abbozzare le principali concause del fenomeno, verificate dalla scrivente, che vive a Palermo: una quasi totale assenza di controlli da parte dei Vigili urbani, la pessima abitudine al parcheggio selvaggio e in doppia fila da parte di tanti automobilisti, ma soprattutto l’assenza di una politica di riduzione del traffico veicolare, con un trasporto pubblico inaffidabile se riferito agli autobus, insufficiente e/o troppo periferico se riferito al tram, poco frequente se riferito al trenino delle ferrovie che, prima di raggiungere l’aeroporto, attraversa ogni trenta minuti una parte della città (per questo impropriamente chiamato metropolitana).
    Infatti per Palermo, città che con l’esodo di tanti suoi giovani laureati oramai non conta neppure 630.000 abitanti, detenere la maglia nera per il traffico non è una calamità naturale, ma il frutto di scelte politico-amministrative, di interventi mancati che avrebbero dovuto ridurre e regolamentare in modo sistematico l’uso dell’auto privata.
    Purtroppo non è servito granché il sistema tranviario avviato nel 2015, che non copre in modo efficace i principali flussi viari e che, essendo un sistema a velocità medio-bassa, ridotta dal traffico in superficie, spesso non risulta attraente, praticabile e competitivo rispetto all’auto.
A Palermo servirebbe sicuramente un efficiente sistema di trasporto rapido svincolato dal traffico di superficie: insomma una metropolitana vera e propria.
    In attesa che venga costruita – se e quando avverrà, come canta Francesco Guccini, probabilmente Noi non ci saremo… - basterebbe potenziare intanto il servizio metropolitano sul passante ferroviario consentendo il passaggio di un treno ogni quindici minuti per senso di marcia, con l’immediato raddoppio dell’offerta di trasporto metropolitano in città e nella periferia ovest, verso l’aeroporto.
   Bisognerebbe poi velocizzare le linee degli autobus. Ma questo risulta davvero utopico per i palermitani, tra i pochi cittadini europei che non sanno se e quando passerà l’autobus che aspettano.
Altro record negativo della città è la scarsa quantità di piste ciclabili, spesso occupate da auto e in molti quartieri inesistenti. Manca poi una vera integrazione tariffaria.
   Se si hanno buone gambe e tempo a disposizione, l’unica soluzione è camminare a piedi. Magari inventandosi anche una sorta di cammino panormita… 
    Perché davvero, come scriverebbe Camilleri, quannu u pedi camina u cori sciala: quando si cammina, il cuore s’inebria di gioia…
 
Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 8 febbraio 2026

domenica 8 febbraio 2026

Promemoria...

       "In metro, tu eri particolarmente concentrato. A un certo punto, hai sbottato: – Io poi a scuola devo dire Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte… e poi non ricordo mai le altre parole, ma poi finisce per esempio la guerra
     Lo sai mamma, è scritto in quel foglio. Tu mi fai ripetere… Invece la guerra c’è… E sparano… e gettano le bombe… e bruciano tutto. Perché? La guerra è cattivissimissima… Perché?  Ziazira piangeva forte… e pure io… E poi ho visto anche una signora che urlava al telegiornale, quello che vede papà: perché distruggono le case? Forse erano morute persone anche lì? –
      Hai fatto una pausa, mentre io stavo raccogliendo fiato e pensieri per replicare qualcosa… ma cosa? 
    Intanto hai continuato: – La maestra ieri ha rimproverato il mio compagno Nicolò: Nicolò aveva spinto Leonardo perchè gli aveva preso un giocattolo, il suo preferito. Leonardo era caduto, ma non è moruto per fortuna… La maestra ha rimproverato forte Nicolò. Ha detto che non si spinge e non si fa cadere a terra nessuno. Si dovevano mettere d’accordo per quel giocattolo. – 
      Hai poi aperto grande la bocca, come per riprendere fiato e ispirazione: – Ma la maestra deve rimproverare di più quelli che sparano… –   Non riuscivo a fermarti. 
– Perché quelle persone sparano? Loro non hanno mai imparato quella poesia? – 
Quando ti sei zittito, con uno sguardo particolarmente fermo e concentrato, ti ho detto che, è vero, purtroppo in alcune parti del mondo la guerra c’è. Ed è terribile, hai proprio ragione. Purtroppo alcuni signori non hanno dato ascolto a chi dice che la guerra non si deve fare… 
     Allora mi hai guardato, con uno sguardo sconcertato. Hai ribadito che la tua maestra deve parlare a quelli che fanno la guerra e mandare tanti fogli con quella poesia. Ti sei ricordato le parole mancanti: né per mare né per terra."

Maria D'Asaro, Lettere a un bambino poi nato, Diogene Multimedia, Bologna, 2025, pagg. 108-109

Grazie, all'immenso Gianni Rodari.
E grazie a Ghali, che l'ha declamata alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali, a Milano-Cortina.





sabato 7 febbraio 2026

Sotto la Stella dell'inutilità...




Mi perdoni, oggi, l’Universo
per la costellazione di inutilità
che senza sforzo alcuno,
e con confessata vergogna
enumero nel mio carnet:






staccare le foglioline avvizzite
nella piantina peraltro agonizzante;
rammendare, per la terza volta.
il calzino con i cuori a pois;
ritagliare con scarsa perizia 
le margheritine pervinca nel calendario scaduto;
comporre con questi scampoli colorati
segnalibri oltremodo imperfetti.

Il fatto è che, 
caro Universo,
non so che fare per rallentare la tua folle agonia…
O forse si: cucinare la torta per i nipotini...

mercoledì 4 febbraio 2026

Ma quanto è intenso il rapporto tra madre e figlio?

Di seguito, due generose recensioni: 

"La maternità per Maria D’Asaro si rivela come una scoperta continua. Essa è lo sperimentare di persona – perché non basta sentirlo raccontare – il quotidiano che è in realtà straordinario ogni volta che nasce un bambino. Basta saperlo guardare tra le righe questo fatto, annotarlo e riviverlo mentre diventa narrazione attraverso la scrittura. 
    Non tutti sanno farlo ma l’autrice sì. Il bambino – nel titolo una citazione del capolavoro di Oriana Fallaci – “poi è nato” ed è il protagonista di questo romanzo.
    Con Maria D’Asaro diventa la guida attraverso un viaggio di formazione. In questo percorso a crescere sono entrambi: la mamma e il figlio. Il secondo chiede e la prima risponde in un dialogo continuo in cui ad imparare sono tutti e due mentre la lezione cui assistono insieme è quella della vita stessa. Il piccolo, delizioso racconto, inizia con l’attesa tra le paure e le premonizioni, poi continua con le gioie della nascita. 
      La penna leggera della D’Asaro si snoda attraverso 114 pagine fluide a tratti non scevre dalle preoccupazioni per il futuro. Ne emerge, oltre al filo rosso che lega una madre al figlio, anche una nuova visione della donna nella società moderna dominata dall’intelligenza artificiale con cui la protagonista si trova a misurarsi nel suo lavoro – oltretutto precario – di traduttrice... 

Gloria Zarletti, continua su il Punto Quotidiano, 1 febbraio 2026 

"Esiste sentimento più forte di quello che lega la madre al proprio figlio, sin da quando è ancora nel ventre della donna? Ma anche quando, a poche settimane dal concepimento, quell’esserino lungo 5-6 centimetri e dal battito cardiaco acceleratissimo (160 pulsazioni al minuto) nasce, cresce, diventa bimbo, poi ragazzino, quindi adolescente e infine adulto. E’ un legame potente che niente e nessuno possono sciogliere e che ha sì motivazioni dettate dallo stesso sangue, ma ha pure ragioni ancestrali che razionalmente si fa fatica a spiegare.
     Il tema di Lettere a un bambino poi nato (edizioni Diogene Multimedia), la seconda fatica letteraria di Maria D’Asaro, è proprio questo: il rapporto tra madre e figlio. Le angosce e le gioie, le ansie e le delusioni, i timori e le speranze, le inquietudini e le preoccupazioni e i problemi: che grande responsabilità portano con sé le mamme… “Forse, l’amore è ciò che si prova quando si ha tra le braccia il proprio bambino e lo si sente così piccolo, inerme, indifeso. E messo al mondo senza la sua autorizzazione”, racconta in un’intervista Oriana Fallaci a Marina Buttafava in appendice al suo Lettera a un bambino mai nato...

Nicola Savino, continua su il Punto Quotidiano, 1 febbraio 2026

lunedì 2 febbraio 2026

Limerick di casa nostra...



Un ministro con la barba e un gran vocione
Si calò verso l’isola colpita dal tifone.
Promise provvidenze e il lungo ponte
E lo disse battendosi la fronte.
Quel ministro al governo col vocione…






Un abitante dell’Urbe, sacrestano
A rifare un volto d’angelo pose mano:
E con le pennellate cosa forgia?
Un alato che pare proprio Giorgia…
Quel restaurator romano, sacrestano

(Mari Da Ridere)

domenica 1 febbraio 2026

Lagrange, ideatore del Sistema internazionale di misura

        Palermo – Se si chiedesse a un campione di italiani cosa abbiano in comune Liberia, Myanmar (ex Birmania) e Stati Uniti d’America, forse pochissimi saprebbero rispondere: sono gli unici tre stati a a non adottare legalmente il Sistema internazionale di unità di misura (SI), utilizzato ormai in tutto il mondo.
   Tale sistema, varato nel 1962 dall’undicesima "Conferenza generale dei pesi e delle misure" (CGPM), fu poi perfezionato nel 1971, quando la quattordicesima CGPM stabilì che le unità di misura universalmente valide erano sette, ciascuna riferita ad una grandezza fisica: l’intervallo di tempo, la lunghezza, la massa, l’intensità di corrente, la temperatura, l’intensità luminosa, la quantità di sostanza (misurabili rispettivamente con secondo, metro, chilogrammo, ampere, kelvin, candela, mole).
Joseph Louis Lagrange
    Il progetto iniziale di unificare il sistema di misurazione lo dobbiamo a un geniale matematico piemontese, conosciuto forse solo dagli studiosi di matematica con il suo cognome poi ‘francesizzato’: si tratta di Giuseppe Lodovico Lagrangia, nato a Torino il 25 gennaio 1736 (esattamente 290 anni fa), poi chiamato Giuseppe Luigi come il bisnonno, oggi noto come Joseph Louis Lagrange.
    Giuseppe avrebbe dovuto studiare giurisprudenza come il padre, ma fu attratto da matematica, geometria e fisica sperimentale. Nel 1755, appena diciannovenne, pubblicò un primo lavoro scientifico che gli valse da Carlo Emanuele III, re di Piemonte e Sardegna, la nomina di "Sostituto del Maestro di Matematica" nelle Regie Scuole di Teoria d'Artiglieria del capoluogo piemontese. 
   Trasferitosi a Berlino, nel 1759 divenne prima membro dell’Accademia delle Scienze di Berlino e poi presidente della stessa. Ormai matematico affermato a livello internazionale, Lagrangia nel 1787 si trasferì a Parigi su invito del re Luigi XVI, che lo nominò direttore della sezione matematica dell'Académie des Sciences.
   Acquisì la cittadinanza francese nel 1792, a seguito del matrimonio con una donna francese; dal 1797 insegnò all'École polytechnique. La fama di Lagrangia, ormai appellato Lagrange, in Francia fu così grande da ricevere in vita la Legion d'Onore e alla sua morte, nel 1813, la sepoltura nel Pantheon.
     Lagrange è considerato uno dei maggiori matematici europei del suo secolo per i contributi innovativi alla fisica matematica, allo sviluppo della teoria dei numeri, al calcolo delle variazioni, per le sue equazioni differenziali e l’analisi infinitesimale. Fu anche un astronomo appassionato: nell’ambito della meccanica celeste, condusse ricerche sui movimenti lunari in relazione alla Terra, sui movimenti dei satelliti di Giove e sul problema dei tre corpi e del loro equilibrio dinamico. É stato possibile posizionare l’orbita del telescopio spaziale James Webb anche grazie all’individuazione dei cosiddetti ‘punti lagrangiani’.
    Fu forse proprio la visione e competenza astronomica a influenzarne le decisioni scientifiche quando, alla fine del XVIII secolo, divenne presidente della commissione che aveva il compito di fissare un nuovo sistema di pesi e misure, il sistema metrico decimale dal quale avrà origine l'odierno Sistema Internazionale.
Statua di Lagrange a Torino, nell'omonima piazza
    Lagrange osservò innanzitutto che, sino ad allora, le unità di misura e di peso - piedi, pollici, once e libbre - erano derivate dalla grandezza del piede di un sovrano o dal peso di una sua parte del corpo. Influenzato dal clima culturale suscitato dalla Rivoluzione francese, oltre che dagli studi di astronomia, ritenne che i tempi fossero maturi perché le unità di misura fossero invece collegate alla grandezza della Terra e dell’universo. 
     Lagrange stabilì infatti che l’unità di misura-base della lunghezza, chiamata da allora metro (che, in greco, significa appunto misura) fosse un quaranta milionesimo della circonferenza della Terra, mentre le altre grandezze vennero via via associate a quest’unità di misura-base. 
In un articolo su Focus del 22/9/2017 viene data la ragione del mancato accoglimento negli USA del sistema universale di misure varato da Lagrange. Nel 1793 il botanico Joseph Dombey fu incaricato di portare negli Stati Uniti due campioni standard del nuovo sistema di misurazione: una barra per l'esatta misura di un metro, e un cilindro di rame dal peso di un chilo, campioni che avrebbe dovuto consegnare a Thomas Jefferson, sostenitore del nuovo sistema, che avrebbe potuto incoraggiarne l'adozione al Congresso.
    Purtroppo nei pressi del mar dei Caraibi, vicino all’arcipelago di Guadalupa (nelle attuali Antille francesi), la nave di Dombey fu attaccata da pirati e il botanico francese fu fatto prigioniero nell’isola di Montserrat, dove morì poco dopo. Dalla Francia partì allora un secondo ‘ambasciatore’ che però, arrivato a destinazione, non trovò alcun interesse per il nuovo sistema di misurazione da parte di Edmund Randolph, nuovo segretario di stato statunitense.
    Così negli USA sino alla fine del 1800 il vecchio sistema di misurazione è stato l’unico vigente, anche perché alcuni ritenevano il sistema metrico un sistema ateo, e che solo pollici, libbre, once e miglio fossero: «un peso giusto e una misura giusta, le uniche accettabili dal Signore». 
   Bisognò attendere il 1893 perché la maggioranza delle unità di misura statunitensi fosse collegata a quelle del Sistema Internazionale; solo nel 1959 l’armonizzazione tra i due sistemi si è completata appieno. 
    Nonostante oggi molti organismi scientifici e commerciali statunitensi sollecitino l’adozione sempre più estesa del SI, preferibile per gli scambi commerciali dentro e fuori il paese, gli USA rimangono ancorati al Sistema consuetudinario, impiegato nell'uso comune.
    Nel 1999 il fallimento della sonda della NASA Mars Climate Orbiter, disintegratasi nell’atmosfera marziana, fu dovuto proprio a una mancata armonizzazione tra unità di misure, che causò un errore nel calcolo della traiettoria: infatti il software di navigazione a terra utilizzava l’unità di misura del sistema consuetudinario (libbre-forza), mentre il software di bordo della sonda quello del Sistema Internazionale (Newton). 
     Chissà, forse allora Lagrange si sarà rivoltato nella tomba, borbottando che quella missione era stata fatta con i piedi

Maria D'Asaro, 1.2.26, il Punto Quotidiano

venerdì 30 gennaio 2026

Lo scopo qual è, Oriana?

 
       “Ti ho scritto tre fiabe… C’era una volta una bambina innamorata di una magnolia. La magnolia stava in mezzo a un giardino e la bambina passava giornate intere a guardarla. La guardava dall’alto perché abitava all’ultimo piano di una casa affacciata su quel giardino, e la guardava da una finestra che era la sola finestra aperta in quel punto”
“C’era una volta una bambina cui piaceva la cioccolata. Però più le piaceva, meno ne mangiava. E sai perché? Perché un tempo ne aveva mangiata quanta volesse. Il tempo in cui abitava in una casa piena di cielo che entrava nelle finestre. Ma un giorno s’era svegliata in una casa senza cielo…”
      “Questa non lo so se è una fiaba, ma te la racconto lo stesso. C’era una volta una ragazzina che credeva nel domani. Infatti le insegnavano tutti a credere nel domani: assicurandole che il domani è sempre meglio”.
     Come sono diverse le fiabe narrate in questo libro da quelle che ti racconto io… In realtà queste non sono affatto fiabe: temo, anzi ne sono quasi certa, che siano scampoli di esistenza reale raccontati come fiabe… Senza alcun lieto fine.
“Le magnolie servono per scaraventarci le donne, la cioccolata la mangiano quelli che non ne hanno bisogno, il domani è un uomo fucilato per un pezzo di pane e poi un sacco di mutande sporche. Si concludevano sempre con una domanda triste, le tue fiabe tristi: ma è proprio il caso che tu esca dal tuo nido di pace per venire quaggiù? Non mi raccontasti mai che un fiore di magnolia si può cogliere senza morire, che un gianduiotto si può mangiare senza umiliarsi, che il domani può essere meglio di ieri”. 
“Si nasceva insomma perché altri erano nati e perché altri nascessero… Se non accadesse così, mi dicesti una sera, la specie umana si estinguerebbe. Anzi non esisterebbe. Ma perché dovrebbe esistere, perché deve esistere, mamma? Lo scopo qual è?
Già. Lo scopo qual è? Guardo fuori dal finestrino. Mi sento un puntino solo e sperduto nell’universo. Qual è il senso di tutto? C’è un senso in questa nostra vita così travagliata? 

Maria D'Asaro Lettere a un bambino poi nato Diogene Multimedia, Bologna, 2025 pp.88-89






martedì 27 gennaio 2026

Egregio dottor Levi...

       Forse Auschwitz è il parto mostruoso di un’assenza di sguardi. Lei lo spiega assai bene, descrivendo lo sguardo “mancato” del Doktor Pannwitz, il tedesco alto, magro e biondo che aveva il potere di decidere se lei, Häftling n.174517, fosse utile nel laboratorio di chimica del Lager: 
“Ho pensato al doktor Pannwitz molte volte e in molti modi. Mi sono domandato quale fosse il suo intimo funzionamento di uomo; come riempisse il suo tempo, all’infuori della Polimerizzazione e della coscienza indogermanica; soprattutto quando io sono stato un uomo libero ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma per una mia curiosità dell’anima umana.
Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania”.
    È la qualità dello sguardo rivolto all’altro, che lo connota nell’essenza della sua umanità o dis-umanità: “Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo”.
     L’inferno dei Lager è il processo di de-umanizzazione. Vittime e carnefici, in Lager, non sono più uomini: “La loro umanità è sepolta, o essi stessi l’hanno sepolta, sotto l’offesa subita o inflitta altrui. Le SS malvage e stolide, i Kapos, i politici, i criminali (…) fino agli Häftlinge indifferenziati e schiavi, tutti i gradini della insana gerarchia voluta dai tedeschi, sono paradossalmente accomunati in una unitaria desolazione interna”
    Lei ha avuto la fortuna di incontrare nel Lager uno sguardo diverso, quello di Lorenzo: “Un operaio civile italiano che mi portò un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio ogni giorno per sei mesi; mi donò una sua maglia piena di toppe; scrisse per me in Italia una cartolina, e mi fece avere la risposta. Per tutto questo né chiese né accettò alcun compenso, perché era buono e semplice, e non pensava che si dovesse fare il bene per un compenso”.
      Forse è stato proprio lo sguardo di Lorenzo ad averla salvata: 
E non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro (…). Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo”.

Maria D’Asaro Una sedia nell’aldilà Diogene Multimedia,  Bologna,  2023, pp. 109,110


"Martedì sarà il Giorno della Memoria.
Da giorni mi chiedo come parlarne con i miei alunni: non sono ancora abbastanza grandi per reggere l’orrore nudo, ma sono abbastanza grandi per capire che certi meccanismi esistono. E si ripetono.
Perché gli orrori del passato oggi tornano nello stesso identico modo:
menzogna istituzionale, repressione, terrore.
La giustificazione degli assassini di Stato.
Prima Renée Good, giovane mamma, uccisa con tre colpi di pistola al volto.
Poi Alex Pretti, giovane infermiere, crivellato da nove colpi.
La loro colpa? Difendere gli immigrati.
Il governo trumpiano — lo stesso che criminalizza l’aborto — difende l’operato degli agenti dell’ICE mentendo apertamente (basta guardare i video): legittima difesa, dicono.
Renée voleva investire un agente.
Alex era armato…Sì: di un telefonino, con cui stava filmando la violenza contro una donna immigrata.
Trump annuncia anche il controllo dei profili social dei turisti per decidere chi può entrare negli USA.
E poi?
Terrore e controllo.
Terrore e controllo.
Terrore e controllo.
Fino a quando tutto questo diventa normale.
Qualche protesta c’è stata. Troppo poco rispetto all’orrore di questa politica.
Intanto l’ICE arresta un bambino di cinque anni, pedinandolo all’uscita da scuola.
Cinque anni.
Quale colpa può avere se non quella di essere nato nel “posto sbagliato”?
Ripetiamolo all’infinito: nessuno sceglie dove nascere né il colore della propria pelle.
Ma possiamo scegliere che tipo di persone essere.
Vivere da individui
o vivere da esseri umani.
Perché gli orrori non iniziano con i campi di sterminio.
Iniziano prima: con la disumanizzazione, CON L’IDEA CHE ALCUNE VITE VALGANO MENO DI ALTRE. 
E a questo misconcetto non ci si deve abituare MAI."

Prof. Rosanna Ficarra, che ringrazio per le sue parole accorate, dalla sua bacheca FB

domenica 25 gennaio 2026

Arte contemporanea: Gibellina capitale 2026

       Palermo – “Anche dopo la fine, anche dopo l’evento più tragico, c’è sempre una rinascita. E a chi resta va il merito, l’onore e l’onere di portare avanti con gioia questa rinascita per trasmettere alle nuove generazioni la speranza nella vita”. 
    Il 15 gennaio scorso, la professoressa Francesca Maria Corrao, presidente della Fondazione Orestiadi, ha commentato così l’evento di Gibellina capitale dell’Arte contemporanea 2026, prima cittadina italiana a fregiarsi di questo titolo.
      Scegliere il 15 gennaio come giorno iniziale del prestigioso riconoscimento non è stato casuale: si tratta infatti della ricorrenza del 58esimo anniversario del disastroso terremoto che, nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968, devastò un’ampia area della valle del Belìce, nella Sicilia sud occidentale e distrusse i comuni di Gibellina, Salaparuta, Poggioreale e Montevago, oltre a danneggiare gravemente tutti quelli vicini, causando 376 morti, circa 1.000 feriti e quasi 90.000 sfollati.
Professoressa Francesca Maria Corrao
      
      Nel 1970 un appello per la ricostruzione sociale del Belìce fu sottoscritto da personalità della cultura quali Leonardo Sciascia, Renato Guttuso, Carlo Levi, Sergio Zavoli, Cesare Zavattini. 
    Ma la rinascita di Gibellina si deve soprattutto a Ludovico Corrao (1927-2011), avvocato e politico, collezionista e amante dell’arte: dal 1969 al 1994 più volte sindaco del paese, ha guidato la rinascita del centro belicino coinvolgendo architetti, artisti e intellettuali di grande prestigio e dando vita al Festival delle Orestiadi, alla Fondazione Orestiadi e al Museo delle Trame Mediterranee
Grazie a Ludovico Corrao, Gibellina è oggi un grande museo a cielo aperto, che, oltre a due musei, conta circa sessanta importanti istallazioni urbane e le imponenti e suggestive Montagna di sale di Mimmo Paladini e il Cretto di Burri
Il Cretto di Burri è nome con cui viene chiamato il Grande Cretto, grandiosa opera di arte ambientale di Alberto Burri, realizzata in una prima fase tra il 1984 e il 1989 e completata nel 2015. L’opera si trova dove sorgeva il paese di Gibellina (il nuovo centro è stato edificato una quindicina di chilometri più lontano). 
Cretto di Burri
     Burri progettò un gigantesco monumento che ripercorre le vie e vicoli della vecchia città, dove una volta vi erano i resti degli edifici, ora cementificati dalla sua opera: infatti, i blocchi sono stati  realizzati accumulando e ingabbiando le rovine, come se il cumulo di macerie fosse stato trasformato in un’immensa tomba, quasi un lenzuolo funebre bianco.
Dall'alto, l'opera appare come una serie di fratture di cemento sul terreno. Ogni fenditura è larga dai due ai tre metri, mentre i blocchi sono alti circa un metro e sessanta.  Il Cretto di Burri, uno dei pochi esempi di Land Art in Italia, con i suoi 80.000 metri quadrati di superfice, è una delle opere d'arte contemporanea più estese al mondo.
L’altra opera monumentale presente a Gibellina è la Montagna di Sale,  un'installazione permanente di Mimmo Paladino che si trova vicino al Baglio Di Stefano: un cumulo in cemento, vetroresina e pietrisco, su cui sono inseriti trenta cavalli in legno, disposti in piedi, coricati e nelle più diverse posizioni.
La Montagna di sale
    In origine l’istallazione costituiva la scenografia di un’opera messa in scena a Gibellina in occasione delle Orestiadi del 1990. Successivamente venne deciso di installarla definitivamente presso il Baglio Di Stefano, oggi sede di un museo di arte contemporanea.
Per tutto il 2026 a Gibellina è stato predisposto un ricco calendario di appuntamenti e iniziative, promosse con lo slogan Portami il futuro, con l’auspicio che il territorio del Belìce possa diventare sempre più attraente, meta di un turismo culturale che lo rilanci.
    “La proclamazione di Gibellina capitale italiana 2026 dell’Arte contemporanea con il progetto Portami il Futuro ha l’obiettivo di portare qualcosa di nuovo alla città e creare opportunità anche per i giovani” - ha detto Matteo Fontana, assessore alle Attività produttive del comune belicino, ai microfoni del Telegiornale Rai regionale. E Maria Antonietta Finetta, operatrice del Servizio civile nella Pro Loco cittadina ha manifestato l’auspicio di non dover emigrare, come tanti suoi coetanei: “Spero di rimanere qui e valorizzare il mio paese mettendo a frutto le conoscenze acquisite”.
      L’auspicio è quindi che l’investitura (il 15 gennaio a Gibellina c’era anche il ministro della cultura Alessandro Giuli) produca un rilancio produttivo non solo per Gibellina, ma anche per tutto il comprensorio trapanese, nella consapevolezza del ruolo centrale che arte e cultura possono avere nella costruzione e nella rinascita dello spazio pubblico, della vita comunitaria e dello sviluppo economico e turistico.
                   
Maria D'Asaro, 25 gennaio 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 22 gennaio 2026

Grazie, Isabel...

Isabel Allende
        “Che cosa fai qui Emilia, santo cielo!” esclamai spaventata.
“Scrivo. Non preoccuparti non sono impazzita,” disse leggendomi nel pensiero.
     Mi spiegò che, una volta arrivata alla terra di suo padre, si era resa conto di avere un altro compito davanti a sé: terminare la storia che aveva iniziato. Nel suo ritiro era stata al sicuro e in pace. Covadonga era stata una compagna fedele e i mapuche la proteggevano e le portavano provviste… Nessuno l’aveva infastidita. Aveva trascorso i mesi estivi a scrivere, ma il tempo stava cambiando e avrebbe dovuto lasciare il rifugio prima delle gelate invernali.
     Mi mostrò i quaderni che aveva riempito fino ai margini con una calligrafia minuscola e mi disse che si trattava di un diario delle sue esperienze, ma anche del romanzo che aveva sempre voluto scrivere. Capii che sarebbe stato il primo di molti, lei era destinata a quello.
    Emilia è uno spirito selvaggio e brillante. Non potrò mai trattenerla, ma spero di poterle stare vicino e che l’amore ci tenga uniti.
“Ho finito la mia storia. Sono pronta per tornare a casa,” mi disse.

Isabel Allende, Il mio nome è Emilia del Valle

(E grazie alla mia amica Luciana, che mi ha prestato il libro: ciao capitana!)