giovedì 12 febbraio 2026

Bambino

Il tuo occhio limpido è l'unica cosa infinitamente bella.
Voglio riempirlo di colori e di anatroccoli,
lo zoo del nuovo

di cui tu mediti i nomi -
bucaneve d’aprile, pipetta indiana,
piccolo

stelo senza grinze,
specchio d’acqua in cui le immagini
dovrebbero essere maestose e classiche

non questo angosciato
torcersi di mani, questo buio
soffitto senza una stella.

Sylvia Plath, da Le ragazze che scrivono poesie, di Alba Donati, Einaudi, 2025, p.107

A nostra signora i suoi figli più grandi dicevano che il minore era il figlio preferito. E avevano torto e ragione insieme: nel senso che era il preferito, come lo erano ugualmente la figliolina e il secondogenito. Nostra signora, se avesse avuto dieci figli, avrebbe avuto dieci figli preferiti!
Auguri immensi al suo ex piccolino, che oggi compie un compleanno importante.







mercoledì 11 febbraio 2026

Palermo, maglia nera in Italia per il traffico

        Palermo – “La piaga più grande che diffama Palermo agli occhi del mondo… lei lo ha già capito… è inutile che gliela dico io… è il traffico”. A Palermo e non solo, questa frase arcinota - pronunciata in Johnny Stecchino, film del 1991 diretto e interpretato da Roberto Benigni – è un tormentone evergreen.
         Purtroppo la classifica stilata da ‘TomTom Traffic Index 2025’ conferma l’attualità della battuta: ancora oggi Palermo è la città italiana più congestionata per il traffico automobilistico.
       Con il 51% di tempi di congestione, valore che indica l’aumento dei tempi di percorrenza rispetto a quelli necessari in condizioni di traffico ottimali, nella classifica negativa Palermo precede addirittura Milano (49% di congestione), Catania (che con il 47% di congestione si piazza al non invidiabile terzo posto) e Roma (quarta, con il 45% di congestione). Dato questo quasi paradossale se si considera che Milano e Roma hanno molto più abitanti di Palermo, molti più pendolari e maggiori attività economiche.
     Il report evidenzia inoltre che, a causa del rallentamento del traffico, nel capoluogo siciliano in quindici minuti si riescono a coprire meno di sette chilometri, mentre nelle ore di punta, nello stesso tempo i chilometri percorsi scendono a 3,8; mediamente a Palermo dieci chilometri si riescono a percorrere in quasi 30 minuti.
      Il ‘TomTom Traffic Index 2025’ ha poi calcolato che, a causa del traffico rallentato, gli automobilisti a Palermo ‘perdono’ dentro la loro auto circa (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 8 febbraio 2026

domenica 8 febbraio 2026

Promemoria...

       "In metro, tu eri particolarmente concentrato. A un certo punto, hai sbottato: – Io poi a scuola devo dire Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte… e poi non ricordo mai le altre parole, ma poi finisce per esempio la guerra
     Lo sai mamma, è scritto in quel foglio. Tu mi fai ripetere… Invece la guerra c’è… E sparano… e gettano le bombe… e bruciano tutto. Perché? La guerra è cattivissimissima… Perché?  Ziazira piangeva forte… e pure io… E poi ho visto anche una signora che urlava al telegiornale, quello che vede papà: perché distruggono le case? Forse erano morute persone anche lì? –
      Hai fatto una pausa, mentre io stavo raccogliendo fiato e pensieri per replicare qualcosa… ma cosa? 
    Intanto hai continuato: – La maestra ieri ha rimproverato il mio compagno Nicolò: Nicolò aveva spinto Leonardo perchè gli aveva preso un giocattolo, il suo preferito. Leonardo era caduto, ma non è moruto per fortuna… La maestra ha rimproverato forte Nicolò. Ha detto che non si spinge e non si fa cadere a terra nessuno. Si dovevano mettere d’accordo per quel giocattolo. – 
      Hai poi aperto grande la bocca, come per riprendere fiato e ispirazione: – Ma la maestra deve rimproverare di più quelli che sparano… –   Non riuscivo a fermarti. 
– Perché quelle persone sparano? Loro non hanno mai imparato quella poesia? – 
Quando ti sei zittito, con uno sguardo particolarmente fermo e concentrato, ti ho detto che, è vero, purtroppo in alcune parti del mondo la guerra c’è. Ed è terribile, hai proprio ragione. Purtroppo alcuni signori non hanno dato ascolto a chi dice che la guerra non si deve fare… 
     Allora mi hai guardato, con uno sguardo sconcertato. Hai ribadito che la tua maestra deve parlare a quelli che fanno la guerra e mandare tanti fogli con quella poesia. Ti sei ricordato le parole mancanti: né per mare né per terra."

Maria D'Asaro, Lettere a un bambino poi nato, Diogene Multimedia, Bologna, 2025, pagg. 108-109

Grazie, all'immenso Gianni Rodari.
E grazie a Ghali, che l'ha declamata alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali, a Milano-Cortina.





sabato 7 febbraio 2026

Sotto la Stella dell'inutilità...




Mi perdoni, oggi, l’Universo
per la costellazione di inutilità
che senza sforzo alcuno,
e con confessata vergogna
enumero nel mio carnet:






staccare le foglioline avvizzite
nella piantina peraltro agonizzante;
rammendare, per la terza volta.
il calzino con i cuori a pois;
ritagliare con scarsa perizia 
le margheritine pervinca nel calendario scaduto;
comporre con questi scampoli colorati
segnalibri oltremodo imperfetti.

Il fatto è che, 
caro Universo,
non so che fare per rallentare la tua folle agonia…
O forse si: cucinare la torta per i nipotini...

mercoledì 4 febbraio 2026

Ma quanto è intenso il rapporto tra madre e figlio?

Di seguito, due generose recensioni: 

"La maternità per Maria D’Asaro si rivela come una scoperta continua. Essa è lo sperimentare di persona – perché non basta sentirlo raccontare – il quotidiano che è in realtà straordinario ogni volta che nasce un bambino. Basta saperlo guardare tra le righe questo fatto, annotarlo e riviverlo mentre diventa narrazione attraverso la scrittura. 
    Non tutti sanno farlo ma l’autrice sì. Il bambino – nel titolo una citazione del capolavoro di Oriana Fallaci – “poi è nato” ed è il protagonista di questo romanzo.
    Con Maria D’Asaro diventa la guida attraverso un viaggio di formazione. In questo percorso a crescere sono entrambi: la mamma e il figlio. Il secondo chiede e la prima risponde in un dialogo continuo in cui ad imparare sono tutti e due mentre la lezione cui assistono insieme è quella della vita stessa. Il piccolo, delizioso racconto, inizia con l’attesa tra le paure e le premonizioni, poi continua con le gioie della nascita. 
      La penna leggera della D’Asaro si snoda attraverso 114 pagine fluide a tratti non scevre dalle preoccupazioni per il futuro. Ne emerge, oltre al filo rosso che lega una madre al figlio, anche una nuova visione della donna nella società moderna dominata dall’intelligenza artificiale con cui la protagonista si trova a misurarsi nel suo lavoro – oltretutto precario – di traduttrice... 

Gloria Zarletti, continua su il Punto Quotidiano, 1 febbraio 2026 

"Esiste sentimento più forte di quello che lega la madre al proprio figlio, sin da quando è ancora nel ventre della donna? Ma anche quando, a poche settimane dal concepimento, quell’esserino lungo 5-6 centimetri e dal battito cardiaco acceleratissimo (160 pulsazioni al minuto) nasce, cresce, diventa bimbo, poi ragazzino, quindi adolescente e infine adulto. E’ un legame potente che niente e nessuno possono sciogliere e che ha sì motivazioni dettate dallo stesso sangue, ma ha pure ragioni ancestrali che razionalmente si fa fatica a spiegare.
     Il tema di Lettere a un bambino poi nato (edizioni Diogene Multimedia), la seconda fatica letteraria di Maria D’Asaro, è proprio questo: il rapporto tra madre e figlio. Le angosce e le gioie, le ansie e le delusioni, i timori e le speranze, le inquietudini e le preoccupazioni e i problemi: che grande responsabilità portano con sé le mamme… “Forse, l’amore è ciò che si prova quando si ha tra le braccia il proprio bambino e lo si sente così piccolo, inerme, indifeso. E messo al mondo senza la sua autorizzazione”, racconta in un’intervista Oriana Fallaci a Marina Buttafava in appendice al suo Lettera a un bambino mai nato...

Nicola Savino, continua su il Punto Quotidiano, 1 febbraio 2026

lunedì 2 febbraio 2026

Limerick di casa nostra...



Un ministro con la barba e un gran vocione
Si calò verso l’isola colpita dal tifone.
Promise provvidenze e il lungo ponte
E lo disse battendosi la fronte.
Quel ministro al governo col vocione…






Un abitante dell’Urbe, sacrestano
A rifare un volto d’angelo pose mano:
E con le pennellate cosa forgia?
Un alato che pare proprio Giorgia…
Quel restaurator romano, sacrestano

(Mari Da Ridere)

domenica 1 febbraio 2026

Lagrange, ideatore del Sistema internazionale di misura

        Palermo – Se si chiedesse a un campione di italiani cosa abbiano in comune Liberia, Myanmar (ex Birmania) e Stati Uniti d’America, forse pochissimi saprebbero rispondere: sono gli unici tre stati a 




Maria D'Asaro, 1.2.26, il Punto Quotidiano

venerdì 30 gennaio 2026

Lo scopo qual è, Oriana?

 
       “Ti ho scritto tre fiabe… C’era una volta una bambina innamorata di una magnolia. La magnolia stava in mezzo a un giardino e la bambina passava giornate intere a guardarla. La guardava dall’alto perché abitava all’ultimo piano di una casa affacciata su quel giardino, e la guardava da una finestra che era la sola finestra aperta in quel punto”
“C’era una volta una bambina cui piaceva la cioccolata. Però più le piaceva, meno ne mangiava. E sai perché? Perché un tempo ne aveva mangiata quanta volesse. Il tempo in cui abitava in una casa piena di cielo che entrava nelle finestre. Ma un giorno s’era svegliata in una casa senza cielo…”
      “Questa non lo so se è una fiaba, ma te la racconto lo stesso. C’era una volta una ragazzina che credeva nel domani. Infatti le insegnavano tutti a credere nel domani: assicurandole che il domani è sempre meglio”.
     Come sono diverse le fiabe narrate in questo libro da quelle che ti racconto io… In realtà queste non sono affatto fiabe: temo, anzi ne sono quasi certa, che siano scampoli di esistenza reale raccontati come fiabe… Senza alcun lieto fine.
“Le magnolie servono per scaraventarci le donne, la cioccolata la mangiano quelli che non ne hanno bisogno, il domani è un uomo fucilato per un pezzo di pane e poi un sacco di mutande sporche. Si concludevano sempre con una domanda triste, le tue fiabe tristi: ma è proprio il caso che tu esca dal tuo nido di pace per venire quaggiù? Non mi raccontasti mai che un fiore di magnolia si può cogliere senza morire, che un gianduiotto si può mangiare senza umiliarsi, che il domani può essere meglio di ieri”. 
“Si nasceva insomma perché altri erano nati e perché altri nascessero… Se non accadesse così, mi dicesti una sera, la specie umana si estinguerebbe. Anzi non esisterebbe. Ma perché dovrebbe esistere, perché deve esistere, mamma? Lo scopo qual è?
Già. Lo scopo qual è? Guardo fuori dal finestrino. Mi sento un puntino solo e sperduto nell’universo. Qual è il senso di tutto? C’è un senso in questa nostra vita così travagliata? 

Maria D'Asaro Lettere a un bambino poi nato Diogene Multimedia, Bologna, 2025 pp.88-89






martedì 27 gennaio 2026

Egregio dottor Levi...

       Forse Auschwitz è il parto mostruoso di un’assenza di sguardi. Lei lo spiega assai bene, descrivendo lo sguardo “mancato” del Doktor Pannwitz, il tedesco alto, magro e biondo che aveva il potere di decidere se lei, Häftling n.174517, fosse utile nel laboratorio di chimica del Lager: 
“Ho pensato al doktor Pannwitz molte volte e in molti modi. Mi sono domandato quale fosse il suo intimo funzionamento di uomo; come riempisse il suo tempo, all’infuori della Polimerizzazione e della coscienza indogermanica; soprattutto quando io sono stato un uomo libero ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma per una mia curiosità dell’anima umana.
Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania”.
    È la qualità dello sguardo rivolto all’altro, che lo connota nell’essenza della sua umanità o dis-umanità: “Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo”.
     L’inferno dei Lager è il processo di de-umanizzazione. Vittime e carnefici, in Lager, non sono più uomini: “La loro umanità è sepolta, o essi stessi l’hanno sepolta, sotto l’offesa subita o inflitta altrui. Le SS malvage e stolide, i Kapos, i politici, i criminali (…) fino agli Häftlinge indifferenziati e schiavi, tutti i gradini della insana gerarchia voluta dai tedeschi, sono paradossalmente accomunati in una unitaria desolazione interna”
    Lei ha avuto la fortuna di incontrare nel Lager uno sguardo diverso, quello di Lorenzo: “Un operaio civile italiano che mi portò un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio ogni giorno per sei mesi; mi donò una sua maglia piena di toppe; scrisse per me in Italia una cartolina, e mi fece avere la risposta. Per tutto questo né chiese né accettò alcun compenso, perché era buono e semplice, e non pensava che si dovesse fare il bene per un compenso”.
      Forse è stato proprio lo sguardo di Lorenzo ad averla salvata: 
E non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro (…). Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo”.

Maria D’Asaro Una sedia nell’aldilà Diogene Multimedia,  Bologna,  2023, pp. 109,110


"Martedì sarà il Giorno della Memoria.
Da giorni mi chiedo come parlarne con i miei alunni: non sono ancora abbastanza grandi per reggere l’orrore nudo, ma sono abbastanza grandi per capire che certi meccanismi esistono. E si ripetono.
Perché gli orrori del passato oggi tornano nello stesso identico modo:
menzogna istituzionale, repressione, terrore.
La giustificazione degli assassini di Stato.
Prima Renée Good, giovane mamma, uccisa con tre colpi di pistola al volto.
Poi Alex Pretti, giovane infermiere, crivellato da nove colpi.
La loro colpa? Difendere gli immigrati.
Il governo trumpiano — lo stesso che criminalizza l’aborto — difende l’operato degli agenti dell’ICE mentendo apertamente (basta guardare i video): legittima difesa, dicono.
Renée voleva investire un agente.
Alex era armato…Sì: di un telefonino, con cui stava filmando la violenza contro una donna immigrata.
Trump annuncia anche il controllo dei profili social dei turisti per decidere chi può entrare negli USA.
E poi?
Terrore e controllo.
Terrore e controllo.
Terrore e controllo.
Fino a quando tutto questo diventa normale.
Qualche protesta c’è stata. Troppo poco rispetto all’orrore di questa politica.
Intanto l’ICE arresta un bambino di cinque anni, pedinandolo all’uscita da scuola.
Cinque anni.
Quale colpa può avere se non quella di essere nato nel “posto sbagliato”?
Ripetiamolo all’infinito: nessuno sceglie dove nascere né il colore della propria pelle.
Ma possiamo scegliere che tipo di persone essere.
Vivere da individui
o vivere da esseri umani.
Perché gli orrori non iniziano con i campi di sterminio.
Iniziano prima: con la disumanizzazione, CON L’IDEA CHE ALCUNE VITE VALGANO MENO DI ALTRE. 
E a questo misconcetto non ci si deve abituare MAI."

Prof. Rosanna Ficarra, che ringrazio per le sue parole accorate, dalla sua bacheca FB

domenica 25 gennaio 2026

Arte contemporanea: Gibellina capitale 2026

       Palermo – “Anche dopo la fine, anche dopo l’evento più tragico, c’è sempre una rinascita. E a chi resta va il merito, l’onore e l’onere di portare avanti con gioia questa rinascita per trasmettere alle nuove generazioni la speranza nella vita”. 
    Il 15 gennaio scorso, la professoressa Francesca Maria Corrao, presidente della Fondazione Orestiadi, ha commentato così l’evento di Gibellina capitale dell’Arte contemporanea 2026, prima cittadina italiana a fregiarsi di questo titolo.
      Scegliere il 15 gennaio come giorno iniziale del prestigioso riconoscimento non è stato casuale: si tratta infatti della ricorrenza del 58esimo anniversario del disastroso terremoto che, nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968, devastò un’ampia area della valle del Belìce, nella Sicilia sud occidentale e distrusse i comuni di Gibellina, Salaparuta, Poggioreale e Montevago, oltre a danneggiare gravemente tutti quelli vicini, causando 376 morti, circa 1.000 feriti e quasi 90.000 sfollati.
Professoressa Francesca Maria Corrao
      
      Nel 1970 un appello per la ricostruzione sociale del Belìce fu sottoscritto da personalità della cultura quali Leonardo Sciascia, Renato Guttuso, Carlo Levi, Sergio Zavoli, Cesare Zavattini. 
    Ma la rinascita di Gibellina si deve soprattutto a Ludovico Corrao (1927-2011), avvocato e politico, collezionista e amante dell’arte: dal 1969 al 1994 più volte sindaco del paese, ha guidato la rinascita del centro belicino coinvolgendo architetti, artisti e intellettuali di grande prestigio e dando vita al Festival delle Orestiadi, alla Fondazione Orestiadi e al Museo delle Trame Mediterranee
Grazie a Ludovico Corrao, Gibellina è oggi un grande museo a cielo aperto, che, oltre a due musei, conta circa sessanta importanti istallazioni urbane e le imponenti e suggestive Montagna di sale di Mimmo Paladini e il Cretto di Burri
Il Cretto di Burri è nome con cui viene chiamato il Grande Cretto, grandiosa opera di arte ambientale di Alberto Burri, realizzata in una prima fase tra il 1984 e il 1989 e completata nel 2015. L’opera si trova dove sorgeva il paese di Gibellina (il nuovo centro è stato edificato una quindicina di chilometri più lontano). 
Cretto di Burri
     Burri progettò un gigantesco monumento che ripercorre le vie e vicoli della vecchia città, dove una volta vi erano i resti degli edifici, ora cementificati dalla sua opera: infatti, i blocchi sono stati  realizzati accumulando e ingabbiando le rovine, come se il cumulo di macerie fosse stato trasformato in un’immensa tomba, quasi un lenzuolo funebre bianco.
Dall'alto, l'opera appare come una serie di fratture di cemento sul terreno. Ogni fenditura è larga dai due ai tre metri, mentre i blocchi sono alti circa un metro e sessanta.  Il Cretto di Burri, uno dei pochi esempi di Land Art in Italia, con i suoi 80.000 metri quadrati di superfice, è una delle opere d'arte contemporanea più estese al mondo.
L’altra opera monumentale presente a Gibellina è la Montagna di Sale,  un'installazione permanente di Mimmo Paladino che si trova vicino al Baglio Di Stefano: un cumulo in cemento, vetroresina e pietrisco, su cui sono inseriti trenta cavalli in legno, disposti in piedi, coricati e nelle più diverse posizioni.
La Montagna di sale
    In origine l’istallazione costituiva la scenografia di un’opera messa in scena a Gibellina in occasione delle Orestiadi del 1990. Successivamente venne deciso di installarla definitivamente presso il Baglio Di Stefano, oggi sede di un museo di arte contemporanea.
Per tutto il 2026 a Gibellina è stato predisposto un ricco calendario di appuntamenti e iniziative, promosse con lo slogan Portami il futuro, con l’auspicio che il territorio del Belìce possa diventare sempre più attraente, meta di un turismo culturale che lo rilanci.
    “La proclamazione di Gibellina capitale italiana 2026 dell’Arte contemporanea con il progetto Portami il Futuro ha l’obiettivo di portare qualcosa di nuovo alla città e creare opportunità anche per i giovani” - ha detto Matteo Fontana, assessore alle Attività produttive del comune belicino, ai microfoni del Telegiornale Rai regionale. E Maria Antonietta Finetta, operatrice del Servizio civile nella Pro Loco cittadina ha manifestato l’auspicio di non dover emigrare, come tanti suoi coetanei: “Spero di rimanere qui e valorizzare il mio paese mettendo a frutto le conoscenze acquisite”.
      L’auspicio è quindi che l’investitura (il 15 gennaio a Gibellina c’era anche il ministro della cultura Alessandro Giuli) produca un rilancio produttivo non solo per Gibellina, ma anche per tutto il comprensorio trapanese, nella consapevolezza del ruolo centrale che arte e cultura possono avere nella costruzione e nella rinascita dello spazio pubblico, della vita comunitaria e dello sviluppo economico e turistico.
                   
Maria D'Asaro, 25 gennaio 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 22 gennaio 2026

Grazie, Isabel...

Isabel Allende
        “Che cosa fai qui Emilia, santo cielo!” esclamai spaventata.
“Scrivo. Non preoccuparti non sono impazzita,” disse leggendomi nel pensiero.
     Mi spiegò che, una volta arrivata alla terra di suo padre, si era resa conto di avere un altro compito davanti a sé: terminare la storia che aveva iniziato. Nel suo ritiro era stata al sicuro e in pace. Covadonga era stata una compagna fedele e i mapuche la proteggevano e le portavano provviste… Nessuno l’aveva infastidita. Aveva trascorso i mesi estivi a scrivere, ma il tempo stava cambiando e avrebbe dovuto lasciare il rifugio prima delle gelate invernali.
     Mi mostrò i quaderni che aveva riempito fino ai margini con una calligrafia minuscola e mi disse che si trattava di un diario delle sue esperienze, ma anche del romanzo che aveva sempre voluto scrivere. Capii che sarebbe stato il primo di molti, lei era destinata a quello.
    Emilia è uno spirito selvaggio e brillante. Non potrò mai trattenerla, ma spero di poterle stare vicino e che l’amore ci tenga uniti.
“Ho finito la mia storia. Sono pronta per tornare a casa,” mi disse.

Isabel Allende, Il mio nome è Emilia del Valle

(E grazie alla mia amica Luciana, che mi ha prestato il libro: ciao capitana!)

martedì 20 gennaio 2026

La casa, il pianeta e un Nobel mancato...

     Nostra signora aveva scoperto tante belle passioni: intanto per la scrittura, ma anche per la cura della casa. Ordinava i cassetti, rammendava le tende, puliva gli angoli delle stanze. A volte le case da accudire si moltiplicavano: quelle dei figli, in continente, quella della figlioletta, almeno la domenica. 
      Poi la questione si complicava perché lei considerava casa sua, in amministrazione fiduciaria, l’intera città. Così nascevano i problemi: bisognava, ad esempio, tenera sempre pulita l’aiuola vicino la fermata dell’autobus (risolvibile, togliendo ogni settimana a mano qualche rifiuto). Ma, allargando l’orizzonte, si scoraggiava: come fermare la febbre e l’inquinamento nel pianeta, casa comune? Come persuadere gli uomini roboanti che minacciavano nuove invasioni e continuavano le guerre, causando morte e gravi ferite alla casa comune?
     Era un pochino disperata… Ma nostra signora continuava comunque a prendersi cura delle sue case. E a macinare parole. Pazienza se non le avrebbero mai dato il Nobel…




"La lettera di Trump al presidente della Norvegia non sarebbe stata concepibile nemmeno dal più geniale sceneggiatore di film comici di tutti i tempi. Per dire: neanche Mel Brooks, neanche Monty Python. È un capolavoro di nonsense, una parodia feroce (quanto involontaria) della megalomania del potere, un esercizio di scuola sulla instabilità psichica che si attribuisce ai dittatori.
      Partiamo dalla forma: lamentarsi con il presidente della Norvegia per non avere ricevuto il Nobel per la Pace è come protestare con la Casa Bianca perché il proprio film non ha vinto l'Oscar. La Norvegia in quanto Stato c'entra zero con il comitato indipendente, e di composizione internazionale, che assegna i Nobel. Passando poi al contenuto, spero che abbia già fatto il giro del mondo per quanto è esilarante: siccome non mi avete dato il Nobel per la pace — dice quasi esplicitamente Trump, ma alla persona sbagliata — allora non potete pretendere che io non invada la Groenlandia. 
    Alla stessa stregua, gli scienziati non premiati dal Nobel potrebbero dire, per ripicca: siccome non mi avete dato il Nobel per la fisica, allora mi rimangio tutti i miei studi e vi dico che l'atomo non esiste e la materia è fatta di marzapane.
      Viene perfino il sospetto che Norvegia e Danimarca, nella mente rudimentale dell'attuale presidente degli Stati Uniti, in questo democraticamente simile a quella di molti suoi elettori, siano su per giù la stessa cosa: paesi molto freddi del Nord Europa, tutta roba che con la Groenlandia c'entra sicuramente.
So bene che cosa state pensando: il momento è gravissimo, cosa c'è da ridere? Che una persona di zero cultura e di smisurata prepotenza sia il padrone del mondo, dovremmo considerarla una cosa buffa? La risposta è sì. Il fatto che un buffone possa mettere in ginocchio il mondo non significa che non sia un buffone."

Michele Serra, La Repubblica, 20.1.26
(Grazie a Massimo Messina per la condivisione)

domenica 18 gennaio 2026

"Terra di rapina", l'umanità dolente di Giuliana Saladino: così si racconta la Storia

       Palermo – Ci sono testi che ogni cittadino dovrebbe leggere per capire davvero la storia italiana recente, testi che un docente competente e illuminato dovrebbe proporre come lettura obbligatoria per i propri alunni di scuola superiore. 
      Ad avviso della scrivente, Terra di rapina, reportage sulle lotte contadine in Sicilia dopo il 1945, opera della giornalista e scrittrice palermitana Giuliana Saladino, è uno di questi.
Il testo, pubblicato da Einaudi nel 1977 e riedito da Sellerio nel 2001, racconta il fallimento della riforma agraria in Sicilia e lo spiega con le parole dei contadini che avevano combattuto per la divisione dei latifondi, lottando contro mafiosi, gabellotti e un sistema sociale che li condannava a una vita di stenti, indegna di questo nome. Come sottolinea Antonio Calabrò nella nota iniziale, Terra di rapina è molto più di un reportage storico: è un racconto corale e commovente di un’umanità dolente e quasi sempre sconfitta, un suggestivo e intenso romanzo civile.
      Punto di partenza del libro è la cronaca di una tragedia avvenuta il 22 febbraio 1972 a Carmagnola, a 24 chilometri da Torino, teatro di una rapina finita malissimo, con feriti tra la gente e le Forze dell’ordine e persino un morto: un passante, Aldo Boccone, ucciso casualmente da una pallottola vagante. Uno dei banditi, salvato per miracolo dal linciaggio della folla, è un siciliano di 37 anni, Giuseppe Di Maria, nato a Cianciana, un minuscolo paesino di minatori e contadini, in provincia di Agrigento.
       Con la sua scrittura limpida e potente, Giuliana Saladino fa un viaggio a ritroso e ricostruisce la storia del rapinatore e il contesto storico in cui è vissuto, elementi questi che spiegano (senza ovviamente giustificarlo) il suo tragico percorso: Giuseppe Di Maria “batte una strada familiare a tanti: quella della rivolta contro tutto e tutti, una rivolta arcaica perdente e molto contadina”. 
E la giornalista si chiede: “Gli si presentò mai la magra quasi unica occasione di dirottare la sua vita? Nella solitudine siciliana ciascuno gioca la sua partita contro il resto del mondo: l’occasione che non viene bisogna andarsela a cercare. E per un contadino dove, se non tra uomini e idee? Una qualche sezione di partito, un circolo dell’azione cattolica, una lega, un gruppo, qualcosa che sia punto di riferimento e àncora nel vuoto”.
Tre dei sei fratelli di Giuseppe Di Maria emigrarono, all’inizio degli anni ’50, in Inghilterra e ‘si salvarono’. Perché a Cianciana non c’era futuro…Ecco cosa dice alla Saladino un suo abitante: “Avevo venti anni, aspiravo a una vita diversa, ma qui a Cianciana potevo solo passeggiare sul corso, su e giù, entravo e uscivo dal caffè, aspettavo un’occasione che non veniva mai. (…) Facevo parte dell’azione cattolica e quando dicevamo ai preti che c’era troppa mafia troppa miseria e troppa emigrazione loro ci cullavano con le parole”.
      La giornalista fa un’analisi magistrale della situazione di depressione economica e sociale in cui versava Cianciana servendosi di dati e studi che si concludono così: “L’attuale situazione agricolo-economico-sociale della popolazione versa in uno stato di depressione allarmante”.
Scrive allora Giuliana “Questa Cianciana, questo vuoto aveva intorno a sé Giuseppe Di Maria, non ancora ventenne, tra poco bandito, negli anni in cui i contadini hanno perduto la battaglia e i minatori si apprestano a perderla. Coraggio paura e speranza non battono più le trazzere, è in atto una ennesima rapina, ora i contadini firmano cambiali e contratti, vendono muli e lenzuola, impegnano corredi, ipotecano poderi pur di comprare la terra conquistata perduta e messa in vendita a seguito della riforma agraria”.
Dalla vicenda di Giuseppe Di Maria, la giornalista passa ad allargare lo sguardo alle lotte di braccianti, contadini e minatori nel decennio subito dopo il 1945.
       E ricorda che purtroppo la Riforma Agraria del 1950 in Sicilia, che avrebbe dovuto distribuire la terra espropriando i grandi feudi, fu un fallimento per i contadini: furono infatti divise le terre meno produttive, fu favorito il clientelismo politico con alcuni benefici solo dove furono costruite infrastrutture: “La terra nuda e cruda e poi? Il mastodontico carrozzone regionale – ERAS, Ente Riforma Agraria Siciliana – che presiede alla riforma agraria, a spinte a spintoni e a strappi non si riuscirà a metterlo in moto né in tre né in dieci anni né in venti anni, né coi democristiani né coi socialisti”.

Su tutto questo, il movimento contadino che si sta spegnendo, sconfitto, lascia un sedimento immediato: nessuno è più disposto ad accettare qualunque condizione alla propria vita… nessuno è più disposto a trascinare all’infinito - nel finito della propria vita – una fatica senza compenso”.
        Allora, come si legge in copertina: “Contadini e solfatari (…) dopo la sconfitta scelsero un'altra via di civiltà, dolorosa e vitale: il più grande processo migratorio della storia, mentre sulla loro sconfitta, e sul loro coraggio di esuli, le terre impoverite di intelligenze e di cultura civica, perversamente costruivano una loro modernità che è poi stata la nostra. Così, questo romanzo conduce alla scoperta della verità sul bandito di Cianciana: il bandito altro non è che lo sfogo di una terra bandita. Che il rapinatore è il figlio di una terra di rapina”.  
    La giornalista aggiunge poi un altro tassello di verità storica: “Già la mafia ha celebrato le sue nozze urbane col potere, lo strumentalizza e ne sarà strumentalizzata (…) Già nuove forze economiche si sono messe in campo per la rapina sul campo inglorioso e lucroso della speculazione edilizia. Cacciata dai feudi, la mafia accorre in città, lascia il cavallo e prende la patente…
      Terra di rapina: dunque un magistrale affresco storico senza speranza? No: l’autrice, quasi come contraltare alla storia disperata di Giuseppe Di Maria, racconta quella di riscatto di Girolamo Scaturro, un povero bracciante che, grazie alla sua buona volontà, allo studio, al legame col partito comunista e…alle benedizioni di sua madre, diventa dirigente della Federterra siciliana e deputato regionale. 
Renato Guttuso: Occupazione delle terre incolte
      Una storia vera che vale la pena conoscere:
«I miei genitori erano quasi analfabeti... Erano fieri di me perché portavo a casa una pagella tutti nove e dieci, anzi ‘lodevole’ come si diceva a quell’epoca».
«Quindi finii le elementari e fu il momento di passare all’avviamento la preside fece chiamare mio padre e gli spiegò che con quei voti era assurdo che non continuassi a studiare».
«Non se ne fece niente e andai a lavorare. Avevo 11 anni, era il 1932, e il fatto che ancora a nove anni e a dieci anni, studiassi, destava scandalo tra i contadini».
«Chiusi quindi con la scuola…Andammo come mezzadri, mio padre e io, nei feudi Finocchio e Balata, sotto Bivona, non lontano da Cianciana…Andavamo il lunedì all’alba, prima che fosse giorno, e tornavamo in paese il sabato, quando era buio… Eravamo decine di contadini mezzadri, vivevamo isolati dal mondo sui due feudi, dormivamo nella stalla con le bestie: conquistare un posto nella mangiatoia era, che so, come conquistare una camera con bagno».
«A sedici anni stavo ancora lì, fuori dal mondo, sentivo che tornavo analfabeta, avevo abbandonato ogni proposito di studio, ogni tentativo di lettura, ogni pensiero. Mi sentivo inselvatichire e indurire».
«Poi si risvegliò qualcosa in me, sentii che dovevo trovare il modo di scappare da lì, e dopo qualche giorno parlai a mio padre: ho sedici anni, se continuo così dimenticherò quel poco che sapevo, almeno una o due volte alla settimana voglio andare in paese, voglio vedere che posso fare con la scuola. “Vacci”, disse mio padre, “ma qualunque cosa è a spese tue”. 
Non mi disse altro e riallacciai con la scuola. C’era il maestro che si ricordava di me, mi incoraggiò…. Mi iscrissi al corso serale per rifare la quinta e la sesta, perché avevo dimenticato molto e perché non c’era altra scuola in paese. Poche settimane dopo fu come scoprire un tesoro, tutto mi tornava alla memoria, ridiventavo bravo. Ogni tre giorni andavo e venivo a piedi dalla masseria al paese, per ogni lezione, tra andata e ritorno, 24 Km».
«Poi venne la guerra, andai sotto le armi e incontrai dei comunisti, operai e braccianti come me. Non sapevo niente di politica. Non mi era mai giunta all’orecchio una sola parola sulla tradizione socialista, che pure esisteva nel mio paese e nella provincia di Agrigento, né una sola parola sull’antifascismo».
 «Non avevo mai collegato la fame con la politica, solo quando in guerra parlai con molti operai comunisti cominciai a capire qualcosa. Tornai nel ’44 e fondai la sezione giovanile…Ripresi a lavorare come bracciante in contrada Piana. Zappavamo e cantavamo ‘Bandiera rossa’… La sera tornavamo in paese a cavallo dei muli, quaranta o cinquanta contadini tutti in fila, e ogni sera sul mulo facevo comizio. Fui il primo contadino che parlò in piazza nel mio paese, a Ribera. Aravo e ripassavo il discorso.
Mio padre lo seppe ed era terrorizzato. Alcuni mafiosi erano già andati da lui, gli avevano detto a più riprese: “Dicci a tuo figlio: chi glielo fa fare?” (…) Mio padre la sera prima del comizio mi affrontò: “Torni dalla guerra vivo per essere ammazzato qua? Tu non parli”. “Io parlo”.
Mia madre intervenne: “Mio figlio parla” e mio padre le diede uno schiaffone. Allora lo afferrai per le braccia gridando: “Non ti bastono perché ti rispetto, ma ho ventidue anni e ho diritto pure io al rispetto. Non voglio vivere tutta la vita come te, come un pecorone, fatti i fatti tuoi”. Per tutta il giorno, mentre zappavamo, non mi rivolse la parola, poi la sera all’ora del comizio se ne andò dal barbiere. 
Io andai in sezione. Avevano parlato sempre gli intellettuali, quella sera invece fu un discorso da contadino a contadini, e alla fine mi portarono a spalle in giro per il paese. Presi coraggio, andai a parlare anche in piccoli centri vicini, come Calamonaci o Villafranca. Poco a poco mio padre, che non si era mai interessato di politica, diventò la mia ombra, si iscrisse al partito, mi seguiva nelle riunioni e dappertutto.
      Mia madre, una donna molto intelligente e coraggiosa, mi ripeteva sempre: “Vai avanti, figlio, cammina. Fai la tua strada, hai ragione, non si può vivere come abbiamo vissuto noi, ti do la mia benedizione” e continuò a benedirmi anche quando il papa nel 1958 scomunicò socialisti e comunisti. Diventai un dirigente della Federterra, giravo per tutta la provincia, e lei mi aspettava la notte a qualunque ora, fino alle 2 o alle 3, sempre leggendo i reali di Francia, poi leggendo e rileggendo i miei articoli».
      Con la sua scrittura (come è stato scritto qui, nel centenario dalla nascita) capace di galoppare “dalla collettività all’individuo, dal generale al particolare… dalla società alla persona, dalla cronaca alla storia” Giuliana Saladino, presentando sia Giuseppe Di Maria che Girolamo Scaturro, sembra voler dire che una postura diversa, una consapevolezza e una cultura maggiori possono comunque fare la differenza e cambiare il destino di un uomo.
     E sembra volerci infine sussurrare tra le righe che, nonostante la violenza dei potenti, ciascuno può scrivere una pagina di Storia. O essere almeno, come scrive il poeta William Ernest Henley, capitano della propria anima

Maria D’Asaro, 18.1.26, il Punto Quotidiano



venerdì 16 gennaio 2026

Te la do io, l'America... grazie, Giorgio


 

Quanto ci manchi, caro Giorgio...

Qui (scritte nel febbraio 1991) riflessioni della magnifica Giuliana Saladino.





mercoledì 14 gennaio 2026

Noi, che...

Noi,
che proteggiamo dall’impetuoso e impietoso ventaccio di gennaio 
le gemme fragili delle nostre piantine…
noi,
che ci inebriamo del profumo degli asciugamani puliti…
noi,
che rammendiamo con pazienza il calzino bucato
e accoppiamo con pazienza decine e decine di calzini spaiati…

noi,
che ci sentiamo liete, leggere e così fortunate
quando varchiamo la soglia della Casa equa e bella:
per educarci alla nonviolenza, per ricordare Giuliana, 
per ascoltare Maurizio che ci fa vibrare evocando i versi di Dante…
noi,
che ci sentiamo privilegiate perché camminiamo senza velo e contempliamo il cielo azzurro…
noi, 
che mangiamo tre volte al giorno e abbiamo l’acqua per lavarci…
noi,
che siamo disposte a diventare più povere perché altri diventino più ricchi…
noi, 
che non utilizziamo quasi più l’automobile anche se non ce lo vieta nessuno…
noi,
davvero non lo capiamo perché ci sia tanto male e tanta brutale violenza, nel nostro piccolo mondo…






lunedì 12 gennaio 2026

La natura sa curare, lo conferma la scienza

         Palermo – Che soggiornare in aree verdi o blu migliori sensibilmente la salute e riduca l’uso di farmaci per patologie quali la depressione, l’ansia, l’insonnia, l’asma e l’ipertensione lo si sapeva già: ne avevamo scritto già qui circa tre anni fa, riportando studi del Finnish Institute for Health and Welfare e del Max Planck Institute for Human Development di Berlino.
     I giapponesi lo chiamano Shinrin yoku (che in italiano si traduce in ‘Bagno nella foresta’ e in inglese Forest Bathing) e lo conoscono e lo praticano già dagli anni ’80. 
      Nel paese del sol levante infatti la valenza terapeutica del ‘bagno nella foresta’ (ma vanno bene anche i parchi cittadini e comunque i luoghi con una grande concentrazione di alberi) è nota già da decenni: miglioramento del funzionamento del sistema immunitario e dell’umore, diminuzione della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, diminuzione dello stress e dell’infiammazione sono benefici accertati del camminare in parchi e boschi.
      Un’ulteriore conferma della valenza terapeutica del camminare in aree verdi arriva ora da uno studio del NICO, l’Istituto di Neuroscienze ‘Cavalieri Ottolenghi’ dell’Università di Torino, realizzato con la Clinica Psichiatrica dell’Ospedale Molinette. 
     Quando una persona respira in un’area verde, inala un cocktail di sostanze bioattive che provengono dalle foglie di alberi, funghi, arbusti, muschi e persino felci. La ricerca analizza i meccanismi biologici attivati da tali sostanze rilasciate dalle piante, i cosiddetti ‘fitoncidi’, i terpeni’ del legno degli alberi e delle piante in genere: composti organici volatili, molecole aromatiche che, oltre a rilasciare speciali sostanze nell'aria per proteggersi dal marciume e dagli insetti, sembrerebbero anche portare salute agli esseri umani perché in grado di influenzare infiammazioni e risposta del sistema nervoso allo stress. 
    Ad alcuni pazienti è stato prescritto di trascorrere 45 minuti per due volte a settimana in aree verdi: analisi del sangue effettuate prima dell’esposizione al verde e dopo sei settimane dall’inizio delle passeggiate hanno mostrato cambiamenti in una popolazione specifica dei globuli bianchi: “Dopo l’inizio di questa ‘terapia’ – ha dichiarato in un’intervista al TG scientifico Leonardo la dottoressa Roberta Schellino, docente di Anatomia umana al NICO di Torino - abbiamo visto già in tempi brevi che i pazienti, o almeno questo tipo di cellule, mostrano una riduzione di alcuni marcatori dello stress e si iniziano anche a vedere alcuni cambiamenti a livello epigenetico: cambia l’espressione di alcune interleuchine, quindi di quelli che sono dei marcatori dell’infiammazione.”
     I pazienti inseriti nella ricerca hanno testimoniato anche un miglioramento dei sintomi depressivi: si conferma che camminare in parchi e boschi risulta benefico anche per l’umore e può ridurre i fattori di rischio di patologie come depressione e disturbo bipolare.
Sarebbe bene quindi impegnarci a fare tutti un’oretta di immersione nel verde, anche a giorni alterni, gustando consapevolmente e senza fretta il ‘bagno’ nella natura, magari senza cellulare o, se ce l’abbiamo dietro, evitando di guardarlo compulsivamente e ignorando per tre quarti d’ora chat e notifiche.
    Il problema è però che, in molte città italiane, gli spazi verdi sono esigui e spesso poco fruibili; e poi la maggior parte della gente, se ha un’ora libera, preferisce bivaccare in un megastore…
Allora uno dei ruoli fondamentali della comunicazione pubblica (leggasi Rai) e della formazione scolastica dovrebbe essere quella di comunicare questa grande, semplice verità: noi esseri umani facciamo parte della Natura e traiamo benefici fisici, e non solo, nello stare immersi al suo interno.
    Utilizziamo bene quindi le nostre giornate e soprattutto le vacanze e le belle stagioni: pare che la concentrazione delle benefiche molecole organiche volatili, i terpeni, oltre ad aumentare considerevolmente dopo una pioggia abbondante, sia maggiore dove c’è più densità di vegetazione e tenda a crescere in estate.
    E soprattutto non consideriamo la salute come un bene da recuperare quando è a rischio o compromesso, ma come una condizione da coltivare quotidianamente nella relazione con sé, con gli altri e con l’ambiente.

Maria D'Asaro, 10.1.26, il Punto Quotidiano

sabato 10 gennaio 2026

Bandiera rossa, la fame, la politica... grazie, Giuliana

Renato Guttuso: L'occupazione delle terre incolte
(continua da qui)

 «Ogni tre giorni andavo e venivo a piedi dalla masseria al paese, per ogni lezione, tra andata e ritorno, 24 Km.  
     Recuperavo rapidamente, il nuovo maestro mi prese in simpatia, mi metteva alla prova, mi dettava in siciliano e io dovevo scrivere in italiano. Da allora non perdetti più il contatto con la scuola. (…)
     Poi venne la guerra, andai sotto le armi e incontrai dei comunisti, operai e braccianti come me. Non sapevo niente di politica. Non mi era mai giunta all’orecchio una sola parola sulla tradizione socialista, che pure esisteva nel mio paese e nella provincia di Agrigento, né una sola parola sull’antifascismo. (…)
     Al mio paese c’era stata una specie di sommossa, nel 1935, che i fascisti avevano domato distribuendo pacchi di pasta da 5 chili. Non avevo mai collegato la fame con la politica, solo quando in guerra parlai con molti operai comunisti cominciai a capire qualcosa. Tornai nel ’44 e fondai la sezione giovanile.
    Ripresi a lavorare come bracciante in contrada Piana. Zappavamo e cantavamo Bandiera rossa. Il proprietario, un buon uomo, mi chiama: “Benedetto Dio, lo capisci che qua non puoi cantare Bandiera rossa? Lo capisci che mi chiedono se qua c’è la cellula comunista?” Gli chiesi: “Ma lei è soddisfatto del mio lavoro?” “Sì.” “Ma o canto o me ne vado”. “ E allora canta, canta…”.
   La sera tornavamo in paese a cavallo dei muli, quaranta o cinquanta contadini tutti in fila, e ogni sera sul mulo facevo comizio. Fui il primo contadino che parlò in piazza nel mio paese, a Ribera. Aravo e ripassavo il discorso.
    Mio padre lo seppe ed era terrorizzato. Alcuni mafiosi erano già andati da lui, gli avevano detto a più riprese: “Dicci a tuo figlio: chi glielo fa fare?” (…) Mio padre la sera prima del comizio mi affrontò: “Torni dalla guerra vivo per essere ammazzato qua? Tu non parli”. “Io parlo”.
   Mia madre intervenne: “Mio figlio parla” e mio padre le diede uno schiaffone. Allora lo afferrai per le braccia gridando: “Non ti bastono perché ti rispetto, ma ho ventidue anni e ho diritto pure io al rispetto. Non voglio vivere tutta la vita come te, come un pecorone, fatti i fatti tuoi”.
    Per tutto il giorno, mentre zappavamo, non mi rivolse la parola, poi la sera all’ora del comizio se ne andò dal barbiere. Io andai in sezione. Avevano parlato sempre gli intellettuali, quella sera invece fu un discorso da contadino a contadini, e alla fine mi portarono a spalle in giro per il paese. Presi coraggio, andai a parlare anche in piccoli centri vicini, come Calamonaci o Villafranca. Poco a poco mio padre, che non si era mai interessato di politica, diventò la mia ombra, si iscrisse al partito, mi seguiva nelle riunioni e dappertutto.
    Mia madre, una donna molto intelligente e coraggiosa, mi ripeteva sempre: “Vai avanti, figlio, cammina. Fai la tua strada, hai ragione, non si può vivere come abbiamo vissuto noi, ti do la mia benedizione” e continuò a benedirmi anche quando il papa nel 1958 scomunicò socialisti e comunisti.
Diventai un dirigente della Federterra, giravo per tutta la provincia, e lei mi aspettava la notte a qualunque ora, fino alle 2 o alle 3, sempre leggendo i reali di Francia, poi leggendo e rileggendo i miei articoli».

(Giuliana fa parlare Girolamo Scaturro, poi deputato regionale del PCI in Sicilia)

Giuliana Saladino Terra di rapina Sellerio Palermo 2001, pp.65-67

(Domani, a Palermo, alla Casa dell'Equità e della Bellezza, in via Garzilli 43/a, dalle 11,30 esatte alle 13 ricorderemo Giuliana Saladino, a 100 anni dalla nascita)

giovedì 8 gennaio 2026

Giuliana racconta la storia di Girolamo Scaturro...

      «I miei genitori erano quasi analfabeti, mio padre era un bracciante, mia madre era figlia di un piccolo affittuario. Erano fieri di me perché portavo a casa una pagella tutti nove e dieci, anzi ‘lodevole’ come si diceva a quell’epoca. (…)
      Quindi finii le elementari e fu il momento di passare all’avviamento la preside fece chiamare mio padre e gli spiegò che con quei voti era assurdo che non continuassi a studiare. Mio padre si fece i conti: tra tasse e libri ci volevano 200 lire e mio padre guadagnava 5 lire al giorno, ci sarebbero voluti 40 giorni di fila di lavoro, solo per pagare il mio studio.
     Non se ne fece niente e andai a lavorare. Avevo 11 anni, era il 1932, e il fatto che ancora a nove anni e a dieci anni, studiassi, destava scandalo tra i contadini. Mia nonna rimproverava mia madre, tenermi a scuola era uno spreco, e tutti i parenti e i vicini disapprovavano mio padre: “4 lire al giorno ti può tirare il picciotto, e tu lo tieni a scuola!” – era un ritornello continuo, e per me anche umiliante».
    «Quando mi misi a lavorare furono tutti soddisfatti, invece per i miei genitori fu un dispiacere, specie per mia madre, che aveva fatto sino alla terza elementare e a suo modo si coltivava, non voleva disimparare a leggere e leggeva e rileggeva, e lesse per tutta la vita, un volume sui reali di Francia. (…)
Chiusi quindi con la scuola. Qualche volta andai a trovare il mio maestro, mentre dava lezioni provate ai figli dei signori e gli lasciava temi e problemi che io facevo in un attimo. Lui mi guardava, scuoteva la testa e diceva: “Tu dovresti studiare e vai a lavorare, questi dovrebbero lavorare e invece continueranno a studiare.”
   «Andammo come mezzadri, mio padre e io, nei feudi Finocchio e Balata, sotto Bivona, non lontano da Cianciana (…) Andavamo il lunedì all’alba, prima che fosse giorno, e tornavamo in paese il sabato, quando era buio. Bisognava passare a guado il Magazzolo, a volte in inverno era in piena, si rischiava di annegare, e allora tornavamo indietro delusi, alla masseria. Eravamo decine di contadini mezzadri, vivevamo isolati dal mondo sui due feudi, dormivamo nella stalla con le bestie: conquistare un posto nella mangiatoia era, che so, come conquistare una camera con bagno. Altrimenti si dormiva a terra, su paglia e stracci, dove c’era più freddo e dove arrivavano addosso gli schizzi dell’orina e degli escrementi delle bestie: al mattino molti di noi si alzavano imbrattati.» (…)
    «A sedici anni stavo ancora lì, fuori dal mondo, sentivo che tornavo analfabeta, avevo abbandonato ogni proposito di studio, ogni tentativo di lettura, ogni pensiero. Mi sentivo inselvatichire e indurire. Un giorno eravamo sui campi a lavorare, rivedo tutta la scena: ogni contadino che arava ne aveva dietro un altro che seminava e improvvisamente il vecchio Gulino mi prende di mira: “tu che sei stato a scuola, tu che hai fatto sino alla sesta e sei il più letterato di tutti, vediamo se sai che vuol dire orme?” Rimasi in silenzio, non lo sapevo e tutti i contadini ridevano e sfottevano mio padre… (…)
    Si  risvegliò qualcosa in me , sentii che dovevo trovare il modo di scappare da lì, e dopo qualche giorno parlai a mio padre: ho sedici anni, se continuo così dimenticherò quel poco che sapevo, almeno una o due volte alla settimana voglio andare in paese, voglio vedere che posso fare con la scuola. “Vacci”, disse mio padre, “ma qualunque cosa è a spese tue”. 
     Non mi disse altro e riallacciai con la scuola. C’era il maestro che si ricordava di me, mi incoraggiò. Mi iscrissi al corso serale per rifare la quinta e la sesta, perché avevo dimenticato molto e perché non c’era altra scuola in paese. Poche settimane dopo fu come scoprire un tesoro, tutto mi tornava alla memoria, ridiventavo bravo»…                    (Continua…)

Giuliana Saladino Terra di rapina Sellerio Palermo 2001, pp.61-65

mercoledì 7 gennaio 2026

Il saluto ad Angelo Ficarra: questo si è (stato) un uomo...

Angelo Ficarra
      Immersi come siamo nella vita ormai on life, senza soluzione di continuità tra il piano fisico e quello virtuale, alla sottoscritta è capitato ieri di leggere della dipartita di Angelo Ficarra in una delle sue decine di chat … 
     Il cognome le era assai noto e ieri ha avuto la conferma che si trattava del cognato della sua cara amica Maria.
   Oggi nella camera ardente allestita a Palermo dalla CGIL c'era una folla immensa... in suo ricordo sono state pronunciate parole vibranti di stima e commozione autentiche: 

“Angelo aveva una ricchezza culturale, organizzativa, politica davvero elevate, che si sposavano con un profilo umano di grande umiltà… non diceva mai ‘io’… 
"Quando amici e conoscenti lo incontravano anche all'Università non lo appellavano ‘Professore’, ma Angelino…” 
“Nonostante le difficoltà, forse pochi sanno che è stato proprio Angelo Ficarra ad organizzare a Palermo per la prima volta il corteo del 25 aprile…”
“Angelo rifiutava le gerarchie del Potere, ma credeva che ogni uomo e donna avesse il Potere della dignità e dei diritti imprescindibili all’essere umano…”
“Angelo, dirigente appassionato, generoso, ricco di cultura e prestigio, c’era sempre, aveva cuore e passione, c’era soprattutto per i più giovani…”
“Per Angelo Storia, Cultura e Politica erano intimamente connesse: dobbiamo a lui e a Carlo Marino la collana dei Quaderni di Memoria curati dall’ANPI.”
“Nei confronti di persone come Angelo Ficarra abbiamo il dovere della memoria attiva: di continuare a seminare e raccogliere le loro idee di giustizia.”

Alla camera ardente la scrivente ha incontrato anche l’amica Rosalba Mendolia: a lei Angelo Ficarra ha chiesto, alcuni anni fa, di fare da guida cittadina per amici (dell’ANPI o della CGIL mi pare di avere capito) venuti a Palermo da ogni parte d’Italia: “Ho scoperto così una persona simpatica, colta, sensibile, gentilissima… ne è nato un legame e una stima che non si sono mai spezzati…”.

Io non la conoscevo, Angelino: grazie per tutto. Cercheremo di continuare ad innaffiare i semi fecondi di libertà, uguaglianza e fraternità che Lei ha seminato.

Maria D'Asaro
(Qui un articolo dettagliato su Pressenza:  

"Angelo Ficarra, vicepresidente vicario dell’Anpi Palermo “Comandante Barbato”, scomparso ieri nel capoluogo siciliano, avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 21 gennaio, nel giorno in cui, 105 anni fa, Antonio Gramsci, Amedeo Bordiga e altri dirigenti fondarono il Partito Comunista d’Italia.
Ficarra si considerava un “social-comunista” come suo cognato Pietro Ancona, già segretario generale della Cgil siciliana e marito della sorella, la professoressa Giuseppina Ficarra... (continua qui)"