martedì 31 dicembre 2013

Il Te deum di Nostra Signora ...


A fine anno, nostra Signora aveva il suo personale Te deum[1] da recitare.
Ringraziava perché esame istologico e mammografia erano ok. Perché Alessandro era il nipotino più duci che potesse avere in dono. Perché il suo Angelo bruno era vivo e le sorrideva. Perché aveva amiche speciali. Perché lavorava e riusciva anche a regalarsi del tempo. Perché, con Ornella, c’era riuscita a pubblicare le omelie di don Cosimo. Perché i suoi ex cuccioli stavano bene. Perché aveva voglia di leggere e scrivere. Perché aveva tanti mari da scoprire e da solcare. Perché i suoi ragazzini sperduti le regalavano meravigliosi sorrisi. 
Perché continuava ad amare la Vita.



[1] Il Te Deum (estesamente Te Deum laudamus, latino per "noi ti lodiamo, Dio") è un inno cristiano in prosa di origine antica. Nella Chiesa cattolica il Te Deum è legato alle cerimonie di ringraziamento; viene tradizionalmente cantato la sera del 31 dicembre, per ringraziare dell'anno appena trascorso (fonte: Wikipedia)





domenica 29 dicembre 2013

Ciao, Alessandra




Se c’è la compostiera nella mia scuola, è merito tuo. 
Se tanti ragazzi palermitani conoscono un po’ meglio la loro città, è anche grazie all’iniziativa “Palermo adotta un monumento”, che tu hai promosso come assessore comunale all’Istruzione, perché gli alunni palermitani capissero che “Palermo è nostra, e non di Cosa nostra”.
Facevi politica in modo intelligente e onesto. Ci mettevi la testa e il cuore.
Ci mancherai, Alessandra.[1] 
Ci mancherà il tuo sorriso e il tuo volto pulito.



[1] Alessandra Siragusa: 1963 – 28.12.2013. Dal 1993  al 2000 è stata assessore alla Pubblica Istruzione al Comune di Palermo. Dal 2008 al 2012, eletta nelle liste del Partito Democratico, è stata deputato al Parlamento italiano .

sabato 28 dicembre 2013

Il papa che mi piace

Nel ventre di Buenos Aires sulla metro di Jorge Mario Bergoglio. 
Stazione Bolivar, a due passi dalla cattedrale. Linea “E”, destinazione piazza Virrey. Si va verso una delle Villas Miseria, le borgate di baracche e case abusive che il futuro pontefice visitava regolarmente nel corso dei mesi. Il convoglio arriva lentamente con rumore di ferraglia, i vagoni ricoperti di graffiti. Fa caldo tra i pendolari assiepati. Intorno a Jorge c’è chi rimugina i suoi pensieri, fissa le pareti del tunnel scandite dalla luce al neon, ciondola la testa assonnato, guarda nel vuoto con lo sguardo rassegnato. Qualcuno, anche se giovane, porta negli occhi uno sguardo duro, feroce. A ogni fermata una scossa e uno stridio assordante di freni.Quaranta minuti di metro nel rimescolamento di razze, origini, storie che è Buenos Aires. Discendenti di spagnoli, italiani, giapponesi, cinesi, africani, tedeschi, francesi, autoctoni dell’America centrale, immigrati sudamericani di ogni specie. Impiegati attenti al bilancio familiare, giovani aggrappati a un’occupazione qualsiasi, masse sul filo della sopravvivenza. 
Bergoglio non usava né l’auto né l’autista, così come rifiutò sin dall’inizio il palazzo arcivescovile, scegliendo per sé due stanze al terzo piano della curia diocesana. Sapeva guidare, ma da primate d’Argentina ha scelto di immergersi nel flusso quotidiano della gente sui mezzi pubblici. Metro e autobus. A piazza Virrey risalgo i 35 gradini che l’ultrasettantenne si faceva con le sue scarpe ortopediche e l’anca indolenzita. Arrivo sotto una grande tettoia – aria afosa d’estate, fredda e umida d’inverno – in attesa della pre-metro, uno scalcinato trenino urbano che si inoltra verso le periferie. Ci vuole un’ora in tutto per arrivare a destinazione. Un’altra ora per tornare. E infinite ore durante l’anno per raggiungere i più vari luoghi dove era richiesta la sua presenza. Non c’è prelato di curia in Vaticano o cardinale o vescovo di piccola città di provincia disposto a sottoporsi a questa snervante routine. 
“La povertà s’impara toccandola” Spostarsi così non è una prova di ascesi, è uno stile di vita a contatto con l’umanità affannata di megalopoli. Nel ventre di Buenos Aires si sperimenta il groviglio di esistenze di una città, che oltre ai tre milioni di abitanti del suo nucleo ne ha altri dieci, che gravitano sul centro. Anzi, sui “centri” così variegati di una metropoli, in cui si passa dai palazzi, che riecheggiano la Parigi di fine Ottocento, ad eleganti edifici anni Trenta, modernissimi grattacieli in vetrocemento per finire nelle giungle di case popolari senz’anima e precipitare nella galassia delle baraccopoli. “Villa Ramon Carrillo” è l’ultima borgata abusiva in cui Bergoglio ha voluto impiantare una parrocchia. Case abusive lasciate a metà o cresciute per successive superfetazioni. A pochi metri dalla fermata del trenino urbano si interrompe la strada asfaltata, si entra in terra di nessuno, terra battuta e rigagnoli perpetui che odorano di fogna. Qui finisce la legge. Nella maggior parte di queste baraccopoli i taxi si rifiutano di entrare. 
Padre Bergoglio arrivava a piedi in queste borgate, tra gli sguardi degli abitanti ora affettuosi e festosi ora diffidenti. Strade in terra battuta piene di buche o dall’asfalto frantumato. Dove stazionano macchine fuori corso rappezzate mille volte, i bambini giocano accanto ai rigagnoli che odorano di fogna, una madre spulcia la figlia, i cani randagi girano da un crocicchio all’altro. Un labirinto di case malfatte, in cui sul primo piano intonacato se ne è costruito un secondo fatto di mattoni e poi un terzo. Balconi improvvisati, stanze non finite e senza tetto. Bidoni, scheletri di tavoli e letti buttati per strada. Al di là di un cavalcavia si raggruma una borgata ancora più precaria, si chiama Villa Esperanza. Vicoli stretti dove passa appena una persona. Su una cella di cemento spicca un cartello “Si vende”. Dappertutto le inferriate che costellano ossessivamente porte e finestre, verande e l’atrio minuscolo del verduraio. Anche l’edicola di san Gaetano, patrono del pane e del lavoro, è coperta da un reticolato di metallo così fitto che non si vede nemmeno l’immagine. “La povertà teorica non interessa, la povertà si impara toccando la carne di Cristo povero”, ha sempre sostenuto Bergoglio e lo ha ripetuto da papa ancora recentemente. Qui, spiega padre Pedro Baya Casal, 43 anni, che regge insieme ad un altro prete la parrocchia dell’Immacolata, Bergoglio veniva ogni anno per la festa della Vergine e poi in occasione di riunioni dei preti di borgata. E questo in ognuna delle varie baraccopoli di Buenos Aires. Veniva a piedi con la sua cartella, chiacchierava con la gente, partecipava alla processione, vedeva crescere i figli della donne che aveva cresimato anni prima. Una chiesa “ospedale da campo” Non aveva paura di entrare in strade dove droga e violenza scandiscono la giornata. “A volte ho sentito letteralmente le pallottole intorno a me”, spiega padre Baya. Ai funerali di un ragazzo ucciso in uno scontro tra bande, il prete – abbracciato dai coetanei piangenti della vittima – avvertiva il calcio duro della pistola sotto le loro giacche. “A tratti mi dico esasperato: ma cosa si può fare? Poi riprendo a lavorare…”.
 A un centinaio di metri dalla parrocchia la casa annerita del presunto responsabile della pallottola mortale testimonia la vendetta dei parenti dell’ucciso. Qui e nelle altre baraccopoli circolano armi che anche i giovanissimi si procurano facilmente e circola la droga pazza, il paco, estremamente a buon mercato e rapidissima nel provocare dipendenza. “Brucia il cervello”, dicono a Buenos Aires. Allucinato, il tossico deruba prima i parenti del poco che hanno, poi va per le strade e uccide per un nonnulla. Mentre sono in Argentina, leggo di una giovane madre, che spingeva la carrozzella del pupo, sgozzata in provincia perché difendeva il suo borsellino. Qui, al contatto con la miseria quotidiana – e non davanti alla televisione o ai convegni di sociologia – Bergoglio ha maturato la sua idea di Chiesa “ospedale da campo”. Padre Baya mi racconta che seguiva da vicino l’opera dei preti delle baracche. Convogliava in queste zone parecchi sacerdoti. Durante il suo periodo di guida delle diocesi ha raddoppiato da undici a ventidue la presenza di preti nelle Villas miseria. 
I poveri meritano il meglio, era solito dire”, racconta Baya. Concreto e determinato aiutava sistematicamente questi avamposti di umanità a realizzare doposcuola, centri per anziani, laboratori di formazione professionale, scuole di recupero, centri di riabilitazione per tossicodipendenti. In queste zone perdute Bergoglio ha forgiato la sua pastorale della misericordia. “Non dire mai domani, ci esortava, se qualche fedele viene a chiedere di confessarsi o un’estrema unzione”. E non dire “domani” se si tratta di ascoltare un genitore in difficoltà, aiutare economicamente una famiglia, portare qualcuno all’ospedale o facilitare un’operazione”. “Bergoglio – dice un altro celebre prete di borgata, padre Pepe Di Paola, nominato da lui primo vicario episcopale per le baraccopoli – non ha mai guardato alla realtà dalla prospettiva di Plaza de Mayo (la piazza della cattedrale e del palazzo presidenziale), ma dai luoghi del dolore, della miseria, della povertà: dal basso di una borgata o di un ospedale”. C’è un grande equivoco in Vaticano: Francesco non viene dalla “fine del mondo”. È il primo papa che viene dalle viscere pulsanti di una metropoli. Nessuno, da Pio XII a Benedetto XVI, ha mai fatto un’esperienza così drammatica e moderna.
                                    Marco Politi          (da “Il Fatto quotidiano”,  27 dicembre 2013)

giovedì 26 dicembre 2013

Accarezza




Accarezza 
novelle segrete:
tu, la regina
di una storia felice.
Sognata.                       

martedì 24 dicembre 2013

Parole di cura

      Ecco alcune frasi dell’intervista rilasciata ad agosto da papa Francesco al direttore della Civiltà cattolica: «Vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli. Vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. (…) Sogno una Chiesa Madre e Pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo (…). I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi ». Grazie davvero, papa Francesco. 
      Buon Natale a tutti.
         Maria D’Asaro (“Centonove”, n.48 del 20.12.2013)

domenica 22 dicembre 2013

Che tempo c'è stato nel 2013 ...

Una retrospettiva del 2013 che condivido appieno.
Grazie a Gramellini per la sua lucida analisi della realtà italiana e non solo.

venerdì 20 dicembre 2013

Trenta giorni ha Novembre ...

    Riguardo ai dodici mesi, nostra Signora aveva la sua particolare top twelve. 
Amava Novembre: ovattato, anonimo, crepuscolare. Dedicato alla contemplazione e al silenzio. Peccato che la sua pace fosse turbata dal prematuro e chiassoso scintillio di luci prenatalizie. Le piaceva tantissimo Maggio: che sapeva di vita rinata, di sole allegro e gentile, di candeline soffiate per persone speciali. Detestava Agosto per quella sua ostentazione di corpi festanti, per le ferie forzate nei giorni dell’afa e delle zanzare. 
Da qualche anno non amava neppure Dicembre: troppe le pubblicità di famiglie felici, accanto a un panettone e a un camino. Non so se tutti hanno capito, Ottobre, la tua grande bellezza, cantava Guccini: ma a Ottobre se n’erano diversamente andati suo padre, suo marito e il suo cane. E con loro era scivolata via gran parte della sua gucciniana bellezza. Settembre, nel 2001, era stato un mese fatale per sua sorella e per le torri gemelle. Da allora ne aveva una paura tremenda. 
Gennaio: accidenti, che peso tornare al lavoro con qualche chilo di troppo. Febbraio invece poteva andar bene: corto, ironico e carnascialesco quanto bastava. Un mese impossibile da prendere sul serio. E poi in un suo giorno c’era nato il suo amore di cucciolo. Marzo: troppo violento e ventoso: il sedici si era portata via sua madre, senza neppure bussare. 
Con giorni lunghi al sonno dedicati il dolce Aprile viene; quali segreti scoprì in te il poeta che ti chiamò crudele, che ti chiamò crudele. Ma nei tuoi giorni è bello addormentarsi dopo fatto l’amore, come la terra dorme nella notte, dopo un giorno di sole. Ok, per Aprile: ad avercela accanto, la persona speciale con cui addormentarsi … Giugno e Luglio li aveva amati da sempre: da scolaretta, perché finiva la scuola e c’era l’estate dorata. Da professoressa: perché finiva la scuola e c’era l’estate dorata.
O giorni o mesi che andate sempre via sempre simile a voi è questa vita mia diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguali la mano e i tarocchi che non sai mai giocare che non sai mai giocare …
E invece no. Nostra Signora aveva deciso ormai di giocarseli: carte e talenti. 
In ogni mese. In tutti i giorni dell’anno. 


martedì 17 dicembre 2013

Adotta un negozio e un giardino ..

Dopo il 1992, annus horribilis in cui furono uccisi i magistrati Falcone, Morvillo e Borsellino e le persone delle scorte, Palermo ebbe un moto di ribellione corale: la scuola s’impegnò nel promuovere la reazione dei cittadini alla barbarie mafiosa. Nacque così “Adotta un monumento”: il progetto di presidiare vestigia significative della città, come segno della volontà collettiva di cura e controllo del territorio. Dopo vent’anni, l’iniziativa andrebbe incrementata e “rinverdita”: le scuole, oltre che i monumenti, potrebbero adottare anche un negozio che non paga il “pizzo” e uno spazio verde da tenere pulito. Che bello, se nel 2014 adottassimo 20 giardini e altrettanti negozi pizzo/free ... Qualcuno potrebbe sorridere, con disincanto. Ma, come ci insegna Rosa Park, che l’1 dicembre 1955 rifiutò di  cedere il posto a un bianco sull’autobus e diede l’avvio negli U.S.A. alla lotta contro la segregazione dei neri,  le vere rivoluzioni nascono spesso da piccoli gesti.
                                                        Maria D’Asaro (“Centonove”, n.45 del 29.11.2013)

domenica 15 dicembre 2013

Allenta




Allenta
La presa
Vorace sul mondo:
Morbido, lieve, il respiro.
Adesso.    

venerdì 13 dicembre 2013

Sembra facile …

Le prenoto l’intervento – mi comunica con tono gentile la ginecologa del consultorio. Il giorno stabilito sono in ospedale e, dopo aver pagato il ticket, salgo al piano indicato. Dove però ambulatori di ginecologia ce ne sono tre, con porte sprangate, che non si aprono al mio deciso bussare. Sveglio la detective che è in me: la porta presenziata da donne in dolce attesa, di certo non farà al caso mio. Ne restano due: quale la giusta? Chiedo a un dottore: alza gli occhi al cielo e si allontana smarrito. Intanto è passata un’ora. Continuo le indagini: un’ottantenne, più confusa di me, farà il mio stesso esame. Allora una delle due porte sarà quella giusta. Verso le undici, un’infermiera chiarisce l’arcano: è tutto chiuso perché le dottoresse sono ancora impegnate in reparto. Verranno, prima o poi. Servirsi ancora della sanità pubblica non è semplice. Ma non bisogna demordere. Resistete, donne, resistete.
                                          Maria D’Asaro   (“Centonove”, n.47 del 13.12.2013)

mercoledì 11 dicembre 2013

Sii dolce con me ...

Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci -
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore.
Mariangela Gualtieri

Mariangela Gualtieri - Rocca di Vignola, 23.11.2011, video di  Maddalena Baraldi



martedì 10 dicembre 2013

Luce fuori, buio dentro …


       Come credo sia avvenuto nelle altre città italiane, anche quest’anno, già dalla prima settimana di Novembre, strade e negozi palermitani ostentavano luci e decorazioni natalizie. Cosa nefasta, a mio avviso, per i seguenti motivi: primo, per l’enorme spreco energetico; secondo, perché la festa, laica o religiosa che sia, dovrebbe essere un evento speciale, racchiuso in un tempo/spazio ben definito, distinto dal tempo ordinario. Il Natale infatti, festa pagano/cristiana evocata dalle luminarie, dovrebbe essere celebrato il 25 dicembre, non due mesi prima. Novembre è un mese normale, durante il quale si sarebbe potuto fare magari un po’ di silenzioso raccoglimento interiore. Infatti, se tutto diventa festa, niente lo è più veramente. Il problema è che abbiamo svenduto il senso della vita e dei suoi gesti alle logiche di mercato, alla stupida voglia di consumo. Allora, anche in giorni così illuminati, rischiamo che alla luce esteriore corrisponda purtroppo una desolante oscurità interiore.
                                                            Maria D’Asaro  (“Centonove”, n.46 del 6.12.2013)


domenica 8 dicembre 2013

Grazie, Cosimo

  Solo grazie alle parole illuminanti di don Cosimo riesco a dare un senso alla mia adesione problematica alla proposta spirituale cattolica. Ecco le belle parole con cui Augusto Cavadi su Repubblica-Palermo di oggi recensisce il libro raccolta delle omelie di don Scordato:

    Da trent'anni ormai (molto prima dell’era Bergoglio) la messa domenicale presieduta da don Cosimo Scordato, nella chiesa di San Francesco Saverio, è veramente la celebrazione dell’accoglienza evangelica di sorelle e fratelli segnati dai travagli della vita (omosessuali, divorziati, ex-preti, intellettuali e artisti alla ricerca di un approdo esistenziale).
Quasi “a insaputa” dello stesso celebrante, le edizioni Cittadella di Assisi hanno licenziato, col titolo "Libertà di parola", una raccolta — curata da Maria D’Asaro e Ornella Giambalvo — di alcune delle omelie più significative di questo “prete di strada” in occasione dei suoi sessantacinque anni. 
In ogni momento del suo servizio presbiteriale don Scordato incarna come pochissimi altri esponenti del clero la libertà di chi, avendo meditato su un tema, avverte il diritto-dovere di dire ciò che ritiene giusto: sia che ciò coincida con l’insegnamento ufficiale del magistero romano del momento sia che se ne discosti profeticamente. Radicata nella libertà, la sua parola — a sua volta — è liberatrice: alleggerisce, infatti, l’interlocutore dalle superfetazioni dogmatiche e dagli appesantimenti moralistici che possano soffocare la fede autentica nel vangelo. Tanta franchezza spiega il fascino che don Scordato esercita verso fasce sociali disparate: dal ragazzo di Ballarò convinto a uscire da giri mafiosi a Francesco De Gregori che, dopo averlo voluto a Genova alla registrazione di un disco, glielo ha dedicato in copertina.
 (Un grazie speciale a Super Doc che ha parlato del libro in questo post. )

venerdì 6 dicembre 2013

Grazie, Madiba

          Quando se ne va una grande anima, tutto il pianeta perde qualcosa. Un po’ del suo cuore, del suo respiro vitale. E' morto ieri sera a 95 anni Nelson Mandela, leader dell’African National Congress  e della lotta nonviolenta per l’uguaglianza razziale nel Sudafrica.
       Mandela, Madiba per il suo popolo, con la sua testimonianza di vita, ci ha donato un grande arcobaleno di luce: infatti, sebbene avesse trascorso ben 27 anni in carcere a Robben Island, dopo la sua liberazione e l'elezione nel 1994 a Presidente del Sudafrica, ha speso con successo tutte le sue energie per promuovere un cammino di giustizia e pacificazione nazionale. Assieme a Frederik De Klerk, ultimo presidente sudafricano al tempo dell’apartheid, ricevette nel 1993 il premio Nobel per la pace.

A mio avviso, Clint Eastwood, con il film Invictus, ne ha fornito un ritratto indimenticabile.


mercoledì 4 dicembre 2013

35, ma non li dimostra.

      Oggi sono 35. Gli anni di lavoro di nostra Signora. Che cominciò a lavorare in banca il 4 dicembre 1978, a vent’anni appena. Sei anni dopo, lasciato l’Istituto di credito, iniziò a fare l’insegnante. Pensava che in una Scuola avrebbe potuto un po’ meglio prendersi cura degli altri.
Oggi nostra Signora vorrebbe che qualcuno si prendesse un po’più cura di lei. 
  
 "In effetti se, da una parte, è vero che la sofferenza è inevitabile, è altrettanto vero che gli umani sono dotati di un’innata competenza alla comprensione dell’altro (e del suo dolore)… Quindi la competenza del ‘prendersi cura’ dell’altro non riguarda unicamente il compito genitoriale, ma si estende a tutta la condizione umana. È come se la vita stessa ci offrisse un rimedio per ‘sopportare’ il suo lato oscuro: il reciproco prendersi cura e consolarsi."           Giovanni Salonia   (Dal blog: Gestalt Therapy hcc Kairos)


domenica 1 dicembre 2013

Un blog ti cambia la vita


Con un giorno di ritardo (perché ieri sono stata impegnata a presentare il libro “Libertà di Parola” di Cosimo Scordato) oggi festeggio il quinto compleanno del mio blog.
Voglio farlo quest'anno ringraziando i blog amici. Alcuni in particolare:
Colorare la vita: per la cura della scrittura, l’amore per le fiabe e per le pennellate di luce.
Nine hours of separationper i reportage da san Francisco, per l’eccellente capacità di
padroneggiare fatti e parole con squisita competenza.
Super Doc: per l’ottima veste grafica e i suoi contenuti originali. E per la cura che Super Doc
ha per Mari da solcare.
Piccole cose di un Calzino: per l’umanità intelligente ed ironica della sua autrice. E per la sua 
capacità di parlare di sé in modo schietto e autentico.
Aris blogL'albero dei sassiEl gropo: perché le loro originali creazioni artistiche danno colore e
smalto alle giornate buie.
Il blog di Augusto Cavadi: perché raccoglie e condensa le mille iniziative culturali del mio amico 
Augusto, scrittore, giornalista e filosofo consulente.
Il blog di Leila Orlando: perché ci mostra con efficace semplicità come si dovrebbero insegnare 
Italiano, Storia e Geografia nella scuola media.
         Sguardi notturni: perchè Veronica è capace di "leggere" il cinema e i quadri con lo sguardo
        profondo e ispirato della mente e del cuore. 

E un grazie di cuore a tutti gli altri bloggers e a chi mi legge. Un abbraccio virtuale a tutti/e

venerdì 29 novembre 2013

Libertà di Parola



Ebbene, grazie alla preziosa collaborazione di Ornella Giambalvo, il libro c'è: la raccolta delle splendide omelie di Cosimo Scordato. 
Domani, sabato 30 novembre, la presentazione: ore 18, chiesa di San Francesco Saverio (sita nella piazzetta omonima) Palermo.

mercoledì 27 novembre 2013

Sconto o Scontrino?


Per favore, mi dà lo scontrino? – Dimentica lo scontrino.  - Lo scontrino, per piacere. – E’ una battaglia infinita, a Palermo, quella per ottenere dal negoziante lo scontrino fiscale. Una lotta dura. Magari lo scontrino lo ottieni, ma a prezzo dello sguardo stranito e glaciale della commessa  che non capisce perché ti ostini a richiederlo, per tre panini. Così, qualche volta, sei talmente sfinita che neppure lo chiedi più. Alla fine, borbotti dentro di te, non salvo mica l’Italia chiedendo lo scontrino per 90 centesimi … Ma poi c’è la faccenda del dentista o della ginecologa: - Devitalizzazione e incapsulamento 650 euro; senza fattura 560. – Visita ed ecografia con ricevuta fiscale 150 euro, senza 120. - In un paese civile, l’opzione tre le due cifre non dovrebbe esistere proprio. Ma tu vivi a Palermo, in Italia. E ti chiedi perché siano davvero in pochi a pagare le tasse, in questo Paese.

                                                           Maria D’Asaro (“Centonove”, n.44 del 22.11.2013)

lunedì 25 novembre 2013

Donna non è bello se ...

     
 (I dati sono stati acquisiti dalle seguenti fonti: TG 3 RAI - Leonardo, TG Scienza, andati in onda oggi 25.11.2013)


    Dall'inizio del 2013 a oggi, in Italia 128 donne sono state uccise da mariti, conviventi, amanti, ex compagni. In Gran Bretagna, due donne a settimana. In media 100 donne all’anno, in Pakistan, hanno il volto devastato dall’acido versato da un parente maschio. Si calcola che, nel mondo, il 70% delle donne subisce una qualche forma di violenza nel corso della vita. Il 25% di loro vive in Europa
    L’Associazione degli Psichiatri italiani sottolinea che, su 400 casi di femminicidio, solo poco più del 3% degli aggressori è risultato affetto da patologia psichiatrica. 

sabato 23 novembre 2013

Shall we dance?!

Buon fine settimana.
Ringrazio Luciano che mi ha proposto musica e video:
Capital cities: Safe and sound



giovedì 21 novembre 2013

La vita, secondo Wislava

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;
essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;
stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.
Un'occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;
e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l'erba;
e seguire con gli occhi una scintilla di vento;
e persistere nel non sapere
qualcosa d'importante.

                                                                         Wislawa Szymborska 

martedì 19 novembre 2013

Filosofia callejera


Da tempo, il tarlo delle grandi domande - quelle che ci facciamo tutti, prima o poi – ha ripreso a farmi compagnia.  Così, due martedì al mese, mi incontro con altri umani affamati di senso e di pizza (chi vuole, prima della chiacchierata, mangia qualcosa insieme) per una cenetta filosofica. Il pretesto per un’ora e mezza di confronto, è dato dalla lettura condivisa di un libro: abbiamo commentato Candido di Voltaire e Terapia del desiderio di Martha Nussbaum; ci siamo chiesti con Vito Mancuso quale sia La vita autentica e con Nulla da cercare di Thich Nhat Hanh abbiamo approfondito alcuni temi cari al buddismo. Non ci siamo fatti mancare neppure la buona letteratura: Dostoevskij con Memorie dal sottosuolo  e  Marguerite Yourcenar con le imperdibili Memorie di Adriano.  Con Fritjof Capra e Il Tao della fisica abbiamo riflettuto sui nessi tra meccaniche celesti e pensieri terrestri.
Ora stiamo leggendo Introduzione alla verità di Franca D’Agostini. Che ho trovato davvero intrigante. Magari vi proporrò qualcosa di questo testo. Riflessioni filosofiche per nulla scolastiche o accademiche. Sarà una filosofia per tutti, una filosofia di strada. Una filosofia callejera,appunto.[1]



[1] Così l’ha chiamata in un bel libro il mio amico Augusto Cavadi: Filosofia di strada, Ed. Di Girolamo, Trapani, 2010, € 28.

domenica 17 novembre 2013

I cavalli e la città

     Se sei uno di quei palermitani mattinieri che è solito fare di buon’ora due passi in città, noterai che la domenica mattina, tra le sei e le otto, le strade cittadine sono percorse da cavalli bianchi o neri che vanno al passo, al trotto e persino al galoppo. Si tratta talvolta di esemplari equini utilizzati per il traino di carrozze che ospitano turisti desiderosi di visitare Palermo con questo mezzo desueto o che trasportano coppie di novelli sposi  ai quali piace suggellare l’inizio della vita insieme andando in carrozza, mezzo di trasporto ormai fiabesco e suggestivo. Ma, ahimè, più spesso si tratta di puledri sfruttati per oscure corse clandestine. 
    Allora ti pare che, forse meglio dell’aquila dorata sullo scudo rosso che è l’emblema ufficiale della città, siano questi destrieri a rappresentare una certa anima di Palermo: un’anima ferina, indomita, ruggente, ma sottomessa a forza al morso di padroni senza scrupoli. 
                                                                        Maria D’Asaro  (“Centonove”, n.43 del 15.11.2013)                                                      
                                                             

venerdì 15 novembre 2013

In nome della madre

Oggi la psico-psico ha accolto tante madri.
Stiamo così bene in due in un corpo solo
La prima è stata la più impegnativa: - Dottoressa, i valori renali di mio figlio sono alterati. Saranno necessari esami ulteriori e forse un ricovero … 
Che vuoto mi hai lasciato, che spazio inutile dentro di me deve imparare a chiudersi. Il mio corpo ha perso il centro, da adesso in poi noi siamo due staccati, che possono abbracciarsi e mai tornare una persona sola 
La psico-psico offre alla signora dei fazzolettini: - Grazie: in questo periodo ne uso tanti davvero 
Gli uomini sono buoni a fare qualche mestiere e a chiacchierare, ma sono persi davanti alla nascita e alla morte (…) Ci vogliono le donne al momento della schiusa e all’ora di chiusura 

Parlerò io con i docenti. Ci vediamo al ricevimento, a inizio Dicembre. - Sa dottoressa: mio figlio è così chiuso. Non parla della sua malattia. Mi dice soltanto: - Mamma, mi dispiace darti pensieri, mi dispiace farti soffrire …  - Mi fa paura che non parla, mio figlio.
Mi fa paura che non piangi,  figlio (…) Dormi, respira sazio, cresci (…), vivi ...

In ebraico esistono due emme, una normale che va in qualunque punto della parola      מe una che va solo in ultima casa  ם
Miriam ha due emme, una d’esordio e una terminale. Hanno due forme opposte. La emme finale è chiusa in ogni lato. Quella iniziale è gonfia e ha un’apertura verso il basso. E’ un’emme incinta.
(le frasi in corsivo sono tratte da: In nome della madre di Erri De Luca – Feltrinelli, Milano, 2006, € 7,50)

martedì 12 novembre 2013

Nostra Signora dai super poteri

          Nostra Signora non si era mai sentita del tutto normale: ieri stava in classe da sola perché era molto secchiona e le barzellette non le capiva; oggi non si integrava con le signore che parlavano di ricette e vestiti.
Inoltre, ogni tanto le succedevano cose inspiegabili: quando Sally in Israele rischiava di precipitare dalle alture del Golan, in quel preciso momento lei, da Palermo, l’aveva vista, con tutta la sua nera paura. Prima che morissero i nonni e la mamma, aveva fatto dei sogni strani e premonitori. A volte la morte riusciva persino a sentirla: ne percepiva la presenza e l’odore, persino nei volti di chi non conosceva. 
    Ma avvertiva anche forte la vita: aveva indovinato che sarebbe nato un bambino, in un giorno preciso. E poi, non sapeva spiegarlo, ma a lei bastava guardare negli occhi un uomo o una donna per capire se aveva mai fatto l’amore. E se era disperato o felice. C’era ancora un’altra sua fissazione. Da ragazzina ne aveva fatto un punto d’onore: osservava per qualche tempo il fruttivendolo, il salumiere, la vicina di casa. E poi ne indovinava il segno zodiacale. Percentuale di esattezza: 80% sui numeri in suo possesso.
    Per il resto Nostra Signora era quasi una frana: aveva preso più di una cantonata pazzesca nella sua vita. La sfera di cristallo, bisognava che la lucidasse un pò meglio …

domenica 10 novembre 2013

Religione e fede secondo don Maggi

    Per religione (...) si intende tutto quell’insieme di atteggiamenti che l’uomo deve compiere verso Dio per ottenerne la benevolenza, il perdono e l’assistenza. Con Gesù questa è finita: è finita la religione perché Lui presenta un Dio completamente diverso da quello conosciuto. 
Il Dio della religione era una proiezione degli uomini: delle loro paure, delle loro ambizioni, delle loro frustrazioni …  in un Dio ricalcato. Propria una fotocopia. Di chi? Del più potente che c’era sulla terra. Chi era il più potente sulla terra? Era il re. Allora Dio è il re. Cosa fanno gli uomini nei confronti del re? Gli obbediscono e lo servono. Quindi nei confronti di Dio c’è obbedienza e c’è servizio. Cosa si fa se si contravviene alla legge del re? C’è la punizione. Ecco Dio che punisce e castiga. Quindi il rapporto degli uomini nei confronti di Dio era una proiezione dei rapporti degli uomini nei confronti del sovrano. (...)
p.Alberto Maggi, insigne biblista
    Gesù dice - Questo Dio è falso. Non è vero. Siete stati ingannati. Questo non è Dio. Dio è completamente diverso. Non è un Dio che chiede, ma un Dio che dà. Non un Dio che vuole offerte, ma un Dio che si offre. Non chiede obbedienza, ma chiede somiglianza; non chiede di essere servito, ma è Lui che serve. Un Dio completamente nuovo.
    Allora per indicare questa nuova relazione tra gli uomini e Dio, non si poteva più usare il termine “religione”, ma si usa il termine “fede”. Fede è la risposta degli uomini all’amore di Dio che Dio ha per tutta l’umanità. Quindi con Gesù possiamo dire che muore la religione e inizia la fede. Ma la tentazione della religione è sempre presente e sempre può affiorare.
    Perché? Perché della religione la categoria portante è quella del merito: l’amore di Dio lo devi meritare. Gesù non è d’accordo: l’amore di Dio non lo devi meritare, perché forse per la situazione, per la tua condizione, non vuoi o non puoi mettere in pratica certe regole per meritare l’amore di Dio … E allora? Accoglilo! L’amore di Dio non va meritato, ma va accolto. L’amore di Dio non è per i tuoi meriti, ma per i tuoi bisogni. Il Dio di Gesù è questo. E’ questo il Dio vero: non guarda i meriti delle persone, perché non tutti li hanno. Il Dio di Gesù è quello che guarda i bisogni delle persone. E tutti hanno dei bisogni.
    E soprattutto vorrei dare quest’esemplificazione: Dio, nella religione si offre come un premio; Dio, nella fede, si offre come un regalo. E’ tutto qui. Un premio dipende dal fatto che colui che lo riceve ha compiuto certe azioni, per meritarlo;il regalo non dipende da chi lo riceve, ma dalla generosità del donatore. Allora Dio non si offre come un premio, per come ti sei comportato; ma si offre come un dono. Qualcuno potrebbe dire: - Ma io non lo merito … - Ma ricevere un dono non dipende dai tuoi meriti, dipende dalla sua generosità. Questa è la differenza tra religione e fede.
       padre Alberto Maggi (trascrizione di un'intervista di cui non trovo dati temporali precisi)

venerdì 8 novembre 2013

Fa’ la cosa giusta …

     A Palermo, da oggi al dieci novembre, i Cantieri Culturali della Zisa ospiteranno per il secondo anno Fa’ la cosa giusta: fiera che presenta idee, pratiche e prodotti per il consumo critico e per uno stile di vita sostenibile. Ci saranno stand dedicati ai beni comuni, al mercato equo e solidale, alla bioarchitettura, a viaggi e cosmesi meno inquinanti, laboratori per fare in casa il pane e il sapone e consigli per costituire  gruppi d’acquisto. Sarà una bella kermesse: ma, ahimè, ci saranno sempre i soliti noti. Perché purtroppo, oggi più che mai in  tempi di crisi, le scelte ecologiche sono spesso pratiche di nicchia, esercitate solo da elite di benestanti “illuminati”. Invece, come esortava Alex Langer, gli ecologisti dovrebbero cercare di rendere le scelte verdi socialmente desiderabili e possibili per tutti. Nella speranza che “fare la cosa giusta” non sia appannaggio di una minoranza benestante, ma consapevole scelta nazional-popolare.
                                            Maria D’Asaro (“Centonove”, n.42 dell’8.11.2013)

mercoledì 6 novembre 2013

La musica del quotidiano


    Come canta Guccini ne “Il pensionato” - Lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare - anch’io sento ogni giorno i gesti consueti del mio vicino del nono piano, che si alza ogni mattina all’alba, tira lo sciacquone, si lava, esce per andare in pasticceria a preparare dolci e cornetti. Stessa vita da trent’anni:  un'esistenza andata in tanti giorni uguali e duri … mentre fuori anche la storia sia passata fra quei muri. In questi sei lustri, i suoi capelli sono diventati più radi, un figlio si è sposato e gli è nata una nipotina. Anch’io mi domando, dalla pasticceria:  come da quel posto si può mai vedere il mondo (…) se un dubbio l'abbia avuto poche volte oppure spesso, se è stato sufficiente sopravvivere a se stesso ...  A lui, e ai tanti lavoratori onesti e anonimi, almeno il tributo delle lievi note di Francesco Guccini. 
Maria D’Asaro (“Centonove”, n.41 dell’1.11.2013)

lunedì 4 novembre 2013

Gli Tsukumogami and me

    
     Nostra Signora non sapeva spiegarlo. Perché le desse conforto accarezzare il peluche con cui lei e la sorellina un tempo giocavano. Perché provasse un’emozione potente nel riconoscere, dentro lo scatolone impolverato, gli oggetti di casa di mamma. Le pareva che l’ochetta di vetro rosa, la campanella pugliese e il biglietto augurale di una persona speciale avessero quasi un potere di cura.
Tsukumogami, li chiamano i giapponesi. Gli oggetti che, come ci ricorda qui Vele Ivydopo un lungo periodo d’uso acquisiscono un’anima. E riscaldano quella di chi sta loro accanto.

(Uno tsukumogami (付喪神? spirito-artefatto) è, secondo il folklore giapponese, uno spiritello vivo e cosciente (più precisamente un tipo di yōkai) originatosi da un oggetto di uso comune, trasformatosi al compimento dei cento anni di età. Tra gli tsukumogami più “famosi” (apparsi anche in molti cartoni nipponici) vi sono il Bakezori (il sandalo di paglia), il Karakasa o Kasa Obake (l’ombrello con una sola gamba e un occhio), il Chochinobake (la lanterna fantasma), il Morinji-no-okama (la teiera), ed il Kameosa (otre di sake). Fonte: Wikipedia

sabato 2 novembre 2013

Povertà: rimozione vietata.

     I genitori di due miei alunni hanno impegnato le fedi nuziali per comprare alcuni libri ai loro figli. Lo hanno confidato a poche persone, perché quasi quasi se ne vergognavano.
Ecco perché mi piace quello che ha scritto Michele Serra due giorni fa (La Repubblica, 31.10.2013):

    L'asciutto, dolente racconto delle nuove povertà fatto ieri su questo giornale da Carlo Verdelli dà al fenomeno (numeri alla mano) dimensioni molto più gravi di quanto ci appaia nella vita quotidiana. È una povertà rimossa, occultata dai suoi stessi portatori, vissuta con un pudore che sconfina nel senso di colpa. Alla penuria, alla perdita di ogni conforto e protezione, al senso di totale insicurezza si somma, nei nuovi poveri, una specie di sbalordimento, come se la povertà fosse una malattia rara e soprattutto arcaica che la modernità non prevede. E che per primi considerano imbarazzante. Riuscire a dirla e a farla dire, portarla alla luce di cronache nazionali quasi sequestrate dall'autismo (ahimè loquacissimo) di una politica che parla quasi solo degli affari propri, sarebbe quasi una rivoluzione. Non solo per onestà (no, non siamo più un paese ricco); anche per ridare il solido sfondo della realtà alle nostre ciance. Quasi un italiano su dieci è tecnicamente in miseria, eppure la povertà non rientra tra le priorità o le emergenze del governo, né ispira alcun programma elettorale. Forse bisogna aspettare che i poveri assumano una rilevanza elettorale almeno doppia o tripla.

martedì 29 ottobre 2013

Diario minimo, alla ricerca dei bimbi sperduti



     Neppure il tempo di posare la borsa e: – Professoressa, questo ragazzino non vuole entrare in classe, non posso tenerlo in corridoio – sbuffa la bidella del primo piano. Il ragazzino è uno scricciolo di prima media, tutto occhi e muscoli asciutti e nervosi. La psicodituttounpò lo riconosce. Già segnalato dalla scuola primaria per una tragica storia: orfano di padre, ultimo di tre figli, madre poco presente, Tribunale di mezzo. 
– Il ragazzo è con me, lo comunichi all’insegnante di classe. – Allora, Marcello … – Il ragazzino guarda la prof. e replica con tono basso e piglio sicuro: - Io mi chiamo Federico – Già, è vero – si scusa la psicodituttoediniente – Sbagliane un’altra e hai chiuso – borbotta tra sé. –  Sediamoci, Federico: allora,  che stavano facendo in classe i tuoi compagni? - C’era il professore di Arte …  –  E tu l’album ce l’hai? -  No, ma ho questi quaderni.
     Estrae dallo zaino con cura e baldanza tre quaderni a quadri piuttosto malconci. L’album non c’è. Mezzo album a fogli lisci dorme da tempo in uno scaffale dell’armadio grigio, rammenta la psico-psico. Apre l’armadio, sveglia l’album e lo consegna a Federico: - Questo te lo regala la scuola. – Federico ringrazia con gli occhi. - Che materia hai a seconda ora? – Smarrimento nello sguardo del ragazzino. – La psico-psico per i bambini sperduti finalmente capisce. – Federico, ce l’hai il diario? – Federico annuisce. – Puoi tirarlo fuori dallo zaino? – Adesso il diario è sulla scrivania e lei lo apre: mai visto un diario così immacolato. Chiede permesso al ragazzino e comincia a sfogliarlo: orario provvisorio, orario definitivo, tutto bianco … - Leggi, Federico: - Orario provvisorio – L’alunno scandisce benino le sillabe. - Sai che vuol dire? – No. – Che può cambiare. – Orario definitivo: che è già stato deciso, che rimane così … - Federico è perplesso. –Ti piace il calcio? – Sì – Quando l’allenatore non ha ancora deciso chi farà giocare in squadra, vuol dire che la formazione è provvisoria. Quando decide chi scenderà in campo, la formazione è definitiva. Siccome ormai sappiamo quali insegnanti avrai, allora l’orario è definitivo e possiamo scriverlo. -
    Federico capisce. La psico-psico gli spiega che ogni riquadro corrisponde a un’ora di lezione: - Ora c’è Arte, tra poco andremo in classe con album e colori, poi ci sarà Matematica. – Scrivono insieme Matematica nel riquadro. E poi Scienze. Federico è contento: - Il libro di Scienze ce l’ho. Ho altri due libri a casa: quello di Storia e uno di Italiano. – Molto bene: cominciamo da tre. - Scriviamo l’orario di domani. – aggiunge la prof. - Ma io domani non vengo perché ho una visita medica. – Ok: scriviamo quello di giovedì: prima ora, Inglese. Ce l’hai il quaderno? – Sì – Il libro? – No. – Certo, l’aveva già detto: ne ha solo tre. – Ma lo scricciolo dice con fierezza  che sa contare in inglese sino a dieci one two three four five … La psico-psico estrae dal’armadio anche il libro di Inglese. Avanti con l’orario: il ragazzino non sa se avrà Storia o Geografia, giovedì a quinta ora. Si va a chiedere notizie direttamente all’insegnante, che gli fa scrivere Geografia.
   E’ il momento di farlo entrare il classe: - Qui c’è Federico. L’album liscio va bene? – Va bene. La prossima volta ci sarà un albero da disegnare.
   Prima classe a sinistra del primo piano. Dovrà fare visita spesso a Federico, la psico-psico: fargli sentire che può ancora farcela. Accarezzarlo con la voce e con gli occhi. Fargli sentire che la scuola non è un nuovo mostro pronto a sbranarlo, ma un posto dove può stare bene e imparare qualcosa. 
Six seven eight nine ten.

sabato 26 ottobre 2013

Elisir di lunga vita


  
Sarina Ingrassia
 Molti palermitani conoscono Sarina Ingrassia, un’insegnante che a Monreale ha speso la sua vita per aiutare i ragazzi in difficoltà, fornendo loro accoglienza, aiuto materiale e soprattutto  possibilità di studiare. Lo scorso settembre Sarina ha festeggiato 90 anni.  Ieri una mia zia, lucida e attiva, di anni ne ha compiuto 94. Zia Lillia è impegnata in prima linea nella parrocchia di sant’Antonino, vicino alla Stazione Centrale. È fan sfegatata di papa Francesco. La sua, come quella di Sarina, è una fede impegnata, per nulla retriva e bigotta. 
Zia Lillia


La zia ama le cose belle: si commuove per un tramonto o per una bella canzone, ama la natura e i viaggi, mangia con gusto. Chissà se l’elisir di lunga vita non passi anche per la cruna di uno stile di vita sobrio e sereno, illuminato da un  ideale positivo. Uno stile di vita che faccia danzare in armonia corpo, mente e anima.

                                         Maria D’Asaro  
         (“Centonove”, n.40 del 25.10.2013)

giovedì 24 ottobre 2013

Cose che nessuno sa ...

    Con i libri è come con le persone: deve essere amore, o almeno simpatia, a prima vista. Tra me e le prime pagine di Cose che nessuno sa, di Alessandro D’Avenia (Mondadori, Milano, 2013, € 13.00), purtroppo il colpo di fulmine non c’è stato. C’è stata anzi la tentazione di avvalermi di uno dei diritti del lettore, secondo Pennac: quello di abbandonare la lettura. 
Poi, come accade anche nelle relazioni umane non esaltanti, un po’per senso del dovere, un po’ perché qualcosa di positivo c’è sempre e comunque, la lettura/relazione è stata portata avanti. E del romanzo sono stati colti anche i pregi, che compensano tre evidenti difetti. Primo: il presenzialismo dell’autore. D’Avenia non riesce a nascondersi nei personaggi che, a tratti, risultano quasi burattini al servizio della sua weltanschauung: Giulio e Margherita, i protagonisti della storia, non mi pare abbiano un’evoluzione psicologica reale e credibile. Il primo si trasforma quasi magicamente da bullo solo e triste a innamorato (quasi) maturo e romantico; la seconda, da adolescente informe a eroina coraggiosa. Anche gli altri personaggi sono piuttosto statici e sembrano rispondere più a stilemi etici che a figure reali: nonna Teresa, la madre di Marta e Stella incarnano la saggezza, il buon senso, la disponibilità verso il prossimo e la capacità di amare. Donne senza ombre, un po’ troppo perfette per essere vere. Anche per la sovrabbondanza di queste figure positive, il romanzo - ecco il secondo limite – a tratti risulta zuccheroso e melenso e rischia di provocare un coma da iperglicemia nel lettore.  A cui – terza pecca - risulta indigesto anche lo stile, spesso appesantito dall’uso triadico degli aggettivi, infarcito di citazioni letterarie  più o meno scoperte e pieno di notazioni psicologiche a buon mercato, non sempre ben amalgamate alla trama.  
   Non renderei però giustizia al libro se non ne elencassi anche i pregi: la staticità narrativa, che a mio avviso caratterizza inizialmente il romanzo, ha una netta inversione di rotta da pag. 151: tutto il capitolo ottavo è ben confezionato,  assai delicato e godibile è l’ordito dei dialoghi ivi presenti. A partire da lì, il seguito del libro non difetta di azione e colpi di scena. Bisogna poi sottolineare che nel romanzo non mancano  riflessioni molto belle e pagine di pura poesia: “La mattina intanto era esplosa come un soffione investito dai desideri di un bambino e si disperdeva in ogni angolo della città”; “Ogni città ha il suo genio, la devi strusciare contro, toccare i muri, annusare le strade, ascoltare i nomi delle vie e delle persone”. 
    E nel libro c’è nonna Teresa che, accidenti, è la nonna che tutti avremmo voluto avere. Sebbene personaggio tutto di un pezzo, nonna Teresa ti affascina e cattura: perché è intelligente, è saggia, perché parla in dialetto siciliano, la lingua della mia anima. Perché dice alla nipote Margherita e a ognuno  di noi delle verità stupende sull’amore: “Gioia mia. L’amore è fatto di carne. L’uomo desidera la donna e la risveglia: lei si sente voluta, amata. Quando un uomo tocca una donna ci tocca l’anima. Non tutti gli uomini arrivano a sentire l’anima sotto le dita, alcuni 'vastasi' si fermano alla scorza. Una carezza sulla pelle di una donna è capace di allisciarci l’anima, uno schiaffo di frantumarla … E poi dall’ombelico parte quel filo a cui è legata la vita, quella corda non si rompe mai … e un uomo ci si aggrappa sempre.” E ancora: “Gioia mia, quello che so è che cerchiamo la vita. Il nostro respiro non ci basta e vogliamo il respiro di un altro. Vogliamo respirare di più, vogliamo tutto il fiato di tutta la vita. Nella mia terra le persone che ami le chiami ciatu mio: respiro mio. Si dice che la persona giusta è quella che respira allo stesso ritmo tuo. Così ci si può baciare e fare un respiro più grande … ”.
   Allora, alla fine, un grazie comunque al prof. D’Avenia, conterraneo e collega. Arrivata all’ultima pagina, sono stata contenta di non essermi avvalsa del terzo diritto del lettore. Infatti il romanzo qualcosa di bello e di utile me lo ha trasmesso. E a me, manzoniana di ferro, sta bene che l'autore sposi un’affermazione cara al grande Alessandro, mostrando così di condividerne, oltre al nome, anche la visione del mondo: “Questa è l’unica regola di Dio: che tutto ciò che accade, bello o brutto che sia, generi un amore più grande, ma questo sta a noi sceglierlo”.

    Maria D’Asaro (tranne l'ultimo capoverso, pubblicata su "Centonove" n.42 dell’8.11.2013)

sabato 19 ottobre 2013

I nonni in Romania

   
Li chiamano gli orfani bianchi: sono i minori lasciati con i nonni nei paesi di origine perché i genitori vanno a lavorare all’estero. La Romania è lo stato europeo che ne vanta il triste primato: si contano oltre 350 mila bambini costretti a vivere senza papà o mamma, o addirittura senza entrambi, perché emigrati per necessità, per lo più in Spagna e in Italia. Chi, a Palermo, non conosce una colf o badante romena, alzi la mano. E’ davvero crudele e ingiusto che una povera donna romena, per mantenere la sua famiglia, sia costretta a lasciarla per anni e trovarsi ad accudire, lontano da casa, una vecchietta quasi abbandonata da figli e nipoti. Allora, una provocazione: non sarebbe più onesto mandare in Romania le zie e i nonni che non andiamo a trovare neppure la domenica, anziché costringere, per necessità, mamme e papà romeni alla sofferta separazione dai loro figlioli?
                                                         Maria D’Asaro (“Centonove”, n.39 del 18.10.2013)

mercoledì 16 ottobre 2013

Quando sei Mari non puoi più nasconderti …


    La tentazione era forte. Tirare i remi in barca, abdicare. Rifugiarsi nell’isola che non c’è, non combattere più. Da ventisette anni in servizio nel ruolo di madre, da trentacinque come lavoratrice, nostra Signora voleva collocarsi a riposo d’ufficio. O almeno lavorare part-time.  - Ce l’hai con me? – le aveva chiesto una cara collega – Perché? – Prima  sorridevi di più … -
    Come faceva a spiegarlo. Alla cara collega. Ai figlioli esigenti. Alla zia un poco svanita. Al piccolo mondo che le ruotava davanti. Che lei faceva fatica. A sorridere sempre, a dare a tutti speranza e coraggio. Perché a volte anche lei aveva pensieri di piombo. Era duro volare con certe zavorre. Però alle colleghe il suo sorriso mancava. E i suoi figli volevano solo allegria, anche con le lenticchie bruciate. Era la volta di prenderle davvero sul serio le belle parole di Cosimo. 
      Era la volta di andare a braccetto con Fede e Speranza, luminose compagne di strada.

lunedì 14 ottobre 2013

Amare, Vivere è …

           (a mio avviso, due splendide riflessioni del prof.Salonia, dal blog Gestalt Therapy)

    Amare significa ‘consegnarsi’ all’altro: donare se stesso, la propria vita, la propria realtà più intima. La paura di perdersi, di non potersi più riprendere, di essere rifiutato, di restare svuotato sono alcuni ostacoli che ci bloccano nel darci all’altro. Caratteristica del darsi è proprio il lasciarsi andare, l’accettare il sostegno che l’altro ci dà, potersi sperimentare nella propria debolezza e vulnerabilità, nella propria paura e nelle proprie ombre. Se tratteniamo molte cose di noi, se ci difendiamo non aprendoci totalmente ci sentiamo soli e ci chiudiamo alla gioia dell’amore. Consegnarsi all’altro è rischio da correre; ed è un passo che sempre rimandiamo. Quante volte ci affanniamo a ricercare i limiti dell’altro come per giustificare la nostra titubanza, la nostra paura a compiere il salto nel buio, condizione ineliminabile di ogni amore totale e verace.

     Per vivere in pienezza bisogna mettere nel preventivo difficoltà e ostacoli dentro e attorno a noi; il che comporta anche la saggezza del vivere il qui-e-adesso della nostra vita. Per essere vivi bisogna accettare la morte. Evitare di intristirsi al pensiero della morte è ridurre ogni paura della vita con la sottile oscura paura della fine. L’uomo consapevole sa che solo accettando la morte potrà scendere nella profondità della vita.
    E chi si sente vivo, ama la vita. La passione per la vita comporta l’amore alla vita in quanto tale. Chi ama la vita ama ogni vita, anche la più debole, la più emarginata, la più fragile. Si apprende in famiglia che il vivente ha valore in se stesso, al di là delle varie qualità, quali cultura, educazione, classe sociale, merito o altro. È il senso della dignità personale di ogni membro essere vivente, e in special modo di ogni membro della coppia e della famiglia. Senza questa radicale e inalienabile convinzione non si può approdare a condizioni di vita comunitaria e piena. Riconoscersi e riconoscere l’altro come irripetibile ed unico. 
                                                                                                                   Giovanni Salonia

sabato 12 ottobre 2013

Monreale: gli orari spiegati ai turisti

Chiostro accanto al Duomo  di  Monreale.

    In due utili libri-pocket, La mafia spiegata ai turisti e I Siciliani spiegati ai turisti, Augusto Cavadi ha sintetizzato i tratti peculiari di Cosa Nostra e dei siciliani. Forse l’autore dovrebbe cimentarsi in un terzo libretto, per spiegare a chi si reca a Palermo e Monreale per ammirarne le cattedrali, gioielli dell’arte arabo-normanna, come mai in agosto alle 19 siano già chiuse. Certo, i due monumenti sono chiese cattoliche ed è giusto che i turisti non disturbino durante le funzioni religiose. Ma è davvero incomprensibile che chi arriva dal Giappone o da san Francisco abbia la pessima sorpresa di trovare sprangate le porte del duomo di Monreale, che la domenica apre soltanto dalle 8 alle10,30 e dalle 14,30 alle 17,30. Perché non riaprire il duomo la sera oppure tenerlo aperto dalle 13.00 alle 14.30? Chissà se la sagacia del prof. Cavadi riuscirebbe a spiegarlo, ai turisti ignari e stupiti …
                                                                   Maria D’Asaro  (“Centonove”, n.38 dell’11.10.2013)



martedì 8 ottobre 2013

Miliardi


Berthe Morisot: La culla




Miliardi 
          di esseri,
gettati nel tempo,
          cercano un senso nascosto.
Consolami.        
          

domenica 6 ottobre 2013

Ricchi e poveri: Dio non vuole


    Come si chiama il ricco? Il Vangelo non ce lo dice, non dà un nome al ricco perché prende le distanze. Al contrario dà il nome al povero, il povero si chiama Lazzaro. E qui già ci dice da che parte dobbiamo stare. Il Vangelo sta dalla parte di Lazzaro. Il ricco non è degno di essere nominato. Qual è la scena che dobbiamo interpretare e che abbiamo frainteso non fino ad ieri ma fino a domani, perché non ci è comoda? C’è il ricco che mangia a crepapelle, con gli amici, si diverte, ha soldi da spendere, investe soldi in tutte le isole del mondo, ha tante donne, può pagare tutto e tutti.  Non state pensando a nessuno, vero? Io non sto pensando a nessuno. (...)
    A cosa serve questa pagina? In genere noi l'abbiamo interpretata pensando al futuro: alla fine ride bene chi ride ultimo e quindi ci aspettiamo che Dio alla fine faccia lo sgambetto ai ricchi i quali possono dire: in compenso abbiamo vissuto tranquillamente, e poi alla fine vedremo quello che succederà. E non sappiamo altro se non aspettarci la condanna dei ricchi e mandarli all’inferno. Alla fine dovrebbe avvenire che i poveri sono contenti di vedere soffrire i ricchi. Questo è il paradiso di cui parla il Vangelo? Non è possibile! Sarebbe una cosa stupida: Dio non può godere neppure della sofferenza o della morte dei ricchi perché sono figli suoi. E perché il povero deve aspettare la fine per poter prendersi la rivincita sul ricco? 
        La parabola si riferisce al presente di oggi e ci vuole dire che essere ricchi ed essere poveri è peccato dinnanzi a Dio. Il vero peccato non è il diavolo. Il vero diavolo è il fatto che abbiamo diviso gli uomini fra ricchi e poveri. Il ricco non si accorge neppure che esiste il povero. Diciamo in siciliano u saziu un capisci cu è digiuno. (...) 
      Il peccato è nell’essere ricchi e nel non vedere la presenza dei poveri. Il vero peccato mortale, dinnanzi al Signore, quello che più di ogni altro ci dovrebbe inquietare interiormente, è proprio il fatto che abbiamo diviso l’umanità fra gente che ha, che ha sempre di più e vuole avere sempre di più e gente che ha sempre di meno e gente che viene messa da parte. E tutto questo è peccato mortale. Tutto qua, care sorelle e cari fratelli, e ci interessa oggi cambiare la realtà. Alla fine vedremo cosa farà il Signore. I discorsi consolatori non ci servono, perché noi stiamo male oggi e dobbiamo fare in modo di stare meglio tutti, oggi, e non aspettare le vendette del Signore, non ci servono. Dio si vendica? Ma se ci invita al perdono! Ci invita semmai alla conversione. La vera conversione è quella che passa dalle tasche e dal cuore, evidentemente. 
   La parabola è tutta qua, è di una semplicità scomoda e, se volete, disarmante. Non ci invita a rinviare niente, ci invita a impegnarci nell’oggi perché cambi la realtà e quindi a non accettare questa realtà, non possiamo accettarla a nome di Dio per un motivo semplice: sia il ricco sia il povero sono figli di Dio e agli occhi di Dio, Dio non ci può trattare in modo diverso perché è Padre che ci ama tutti con lo stesso amore e non può volere che uno gozzovigli e l’altro sia nella sofferenza. (...) La parabola ci esorta al nostro impegno a non accettare, a non subire, per nessuna cosa al mondo, questa situazione. (...)
     E questa battaglia spirituale che dobbiamo fare non è fatta di armi fisiche. È fatta di onestà, in primo luogo, nostra, quella di non venderci mai a nessuno. Non perché c’è la crisi dobbiamo cominciare a vendere droga o accettare compromessi. Queste sono armi di morte. A costo di stare a digiuno, un pezzo di pane da portare a casa deve essere dignitoso, che si può baciare perché me lo sono dignitosamente guadagnato. Meglio una povertà libera anziché una ricchezza sempre sporca. Quindi da un lato dobbiamo vivere dignitosamente, al nostro posto, ma bisogna che ci armiamo di tutte le virtù: la giustizia, la pace, la forza, l’amore, la speranza, per metterci in piedi, stare dritti, prendere posizione (...) 
      Impariamo da San Michele: quello che calpesta è il cosiddetto dragone. Il dragone della nostra vita sono i soldi che distruggono le famiglie, distruggono la pace fra le nazioni, il potere politico – inteso come dominio – e il potere  economico. Il diavolo è questo, non inseguiamolo altrove, in visioni o altro. Il diavolo, contro il quale dobbiamo combattere, è esattamente il denaro che è dominio e ci vuole molta forza, coraggio, umiltà, resistenza e unione della comunità. Il nome Michele significa Chi come Dio? Nessuno è come Dio, ci vuole dire San Michele. Solo Dio è Dio. Il denaro è sporcizia del quale se lo usiamo per il bene va bene altrimenti ci dobbiamo difendere ed è lo sterco della nostra umanità ... 

(il testo non è stato rivisto dall'autore, don Cosimo Scordato: eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D'Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle imprecisioni e manchevolezze della trascrizione. Omelia del 29.09.2013, XXVI dom. T.O., Vg:  Luca 16, 19-31)