sabato 20 dicembre 2014

Virna Lisi: il saluto/omaggio di Michele Serra

     Virna Lisi è stata una delle donne più belle del mondo. Ma esserlo doveva sembrarle troppo facile, un dono innato del quale non era bene approfittare più di tanto. A Hollywood, che la voleva come Prima Bionda, rispose con sublime understatement che non se la sentiva. Non era quella la vita che voleva fare, preferiva tornare a Roma, alla sua vita borghese. E al suo adorato marito Franco Pesci, un matrimonio durato più di mezzo secolo e finito un anno fa con la morte di lui, seguito a breve distanza da lei. Una coppia di ragazzi felici di essere riusciti a invecchiare insieme.
Il dispiacere per la sua scomparsa è grande e piuttosto speciale, viene da dire che è un lutto luminoso, un po’ perché è impossibile oscurare la luce di quel viso, un po’ perché Virna Lisi lascia dietro di sé una scia di serenità e di misura, doti alle quali ci stiamo disabituando. Il successo, che oggi è inseguito come un’ossessione, passò su di lei senza scombinarne troppo la vita, e soprattutto senza lasciare cicatrici. Le sole cicatrici ammesse erano quelle del tempo. Le prime rughe, che dicono lei aspettasse con una certa ansia pur di sottrarsi al crisma di Più Bella del Reame, aggiunsero intensità al suo volto di attrice, tanto che negli anni della maturità, quando si sentiva al sicuro dal rischio di diventare un sex symbol (aveva detto di no anche a James Bond, doveva essere lei e non Ursula Andress a uscire in bikini dalle acque tropicali), la sua carriera ebbe un’impennata. Molte delle sue cose migliori — cinema e fiction televisive — le ha fatte dai cinquant’anni in poi, come per vincere (e l’ha stravinta) una scommessa con la sua smagliante bellezza e il rapido consumo che il cinema, vorace sciupafemmine, avrebbe voluto e potuto farne.
      Impossibile pensarla nei panni, che pare fossero già pronti e su misura, di una “nuova Marilyn”: la Lisi poteva eguagliarne la bellezza ma non la fragilità, non la disperata e fatale dipendenza dagli uomini. Con una battuta, potremmo dire che se i Kennedy l’avessero invitata avrebbe risposto che non poteva perché quella sera aveva gente a cena e doveva cucinare. Non è dato sapere con quanta intenzione, ma è certo che la sua carriera ha una forte venatura di indipendenza femminile, di autodeterminazione, di orgoglioso e sorridente distacco dal destino fastoso, ma anche corrivo, che lo star system riserva alle bellissime. Non per caso è di una regista, Cristina Comencini, con la quale aveva raggiunto un grande affiatamento professionale, l’ultimo film di Virna Lisi, Latin Lover, terminato la scorsa estate.
       Per il pubblico delle sale e per quello, vastissimo, della televisione popolare, il volto di Virna Lisi ha avuto il pregio, rarissimo, di assecondare il passare del tempo senza nessun imbarazzo e nessun rincrescimento, ovvero senza quelle trasfigurazioni chirurgiche che così spesso mutano il volto in una maschera, cancellandone i tratti come per censurarli.
Era diventata una splendida anziana signora, è stata capace di condurre in porto il proprio viso ancora intatto, e intatto proprio perché affidato alle rughe e alla vita. Questa sorta di immacolata resistenza alle tentazioni e alle lusinghe dell’epoca fa della signora Virna Pieralisi, in arte Lisi, certamente una gran donna, che è perfino qualcosa di più di una grande attrice. Ci mancherà molto di più di quanto ci mancherebbe se avesse fatto la Bond girl o si fosse fidanzata con un Kennedy.
                                                                  Michele Serra (La Repubblica, 19.12.2014)

giovedì 18 dicembre 2014

La donna del piano di sopra


    Se volessimo applicare al romanzo di Claire Messud La donna del piano di sopra (traduzione di Silvia Pareschi, Bollati Boringhieri, Torino, 2013, € 17,50) una delle etichette usate negli anni ’60 dal Centro cattolico cinematografico per attribuire ai film un giudizio etico/valutativo, diremmo che è un libro per adulti maturi, la cui lettura può avere effetti collaterali negativi se chi legge è donna, è single, tende a fidarsi del prossimo, fa l’insegnante e ha superato i quarant’anni …      Perché la protagonista del romanzo, un’immaginaria maestra elementare dei nostri giorni che vive in America, nel Massachusetts: “La donna del piano di sopra … fatta così, tutta d’un pezzo (…), simile Alle donne tranquille in fondo al corridoio del secondo piano, quelle che non sgarrano mai con la spazzatura, quelle che sorridono e salutano allegramente sulle scale e che, dietro la porta chiusa, non fanno mai rumore; che Non combina casini, non commette errori, non chiama la gente piangendo alle quattro del mattino. (…) Compie quarant’anni e ci ride sopra”, Nora Eldridge - questo è il suo nome - non è un personaggio “vincente” perché si trova a fare i conti con la sua soverchiante solitudine e con gli incontri e le strategie fallimentari con cui cerca di arginarla. 

     Il romanzo racconta il cambiamento nella vita di Nora a seguito dell’ingresso nella sua classe di un nuovo alunno, Reza, ingresso che sembra segnare una fase nuova e creativa della sua vita: Nora infatti s’innamora contemporaneamente, in modo ovviamente diverso, del ragazzino e dei suoi genitori, l’artista italiana Selene e il brillante docente universitario di origine libanese Skandar. Davvero belle, a questo proposito, le pagine in cui la donna descrive il suo “stato nascente”, tipico della condizione degli innamorati: “Ero felice. Anzi, ero Felice. Ero innamorata dell’amore, e ogni parcheggio fortunato, ogni melone particolarmente gustoso, ogni riunione inaspettatamente breve mi sembrava … l’inevitabile manifestazione della bellezza della mia vita. (…) Era come se il mondo fosse pieno di luce. (…) Avevo più energia; la mente era più lucida, più veloce. Non prendevo il raffreddore, non avevo dolori, ero più fortunata, andavo d’accordo con tutti, ridevo di più, lavoravo di più, dormivo meglio. Ero sveglia in un modo completamente nuovo, e sapevo che qualunque cosa  era possibile.”
    Alla fine però Nora scopre di essere stata crudelmente ingannata. E si sveglia bruscamente dal suo sogno di riscatto di una vita mediocre e provinciale, scoprendo “di essere sola dentro una minuscola pozza di luce in un’enorme stanza buia, (…) una figurina nel diorama di qualcun altro, manovrata sul palcoscenico da un gigante invisibile”. Con una rabbia infinita verso chi l’ha ingannata e soprattutto verso se stessa: “Sono stata schiacciata dall’universo; ho sprecato l’oro del mio affetto in chincaglierie inutili; sono stata trattata come spazzatura. E’ meglio che non sappiate quanto sono arrabbiata (…). Sono furiosa con entrambi (…)ma lo sono altrettanto con me stessa, con i miei stupidi sogni, con la mia fiducia malriposta e il mio desiderio inutile.”
       E il lettore si trova, alla fine – ancor più se è donna, se è single, se fa l’insegnante e coltiva velleità artistiche - a condividere la tristezza rabbiosa di Nora. 
        Perché leggerla, allora, questa storia quasi disperata? Per alcuni buoni motivi: perché il romanzo è scritto – e magistralmente tradotto – assai bene, con un ritmo incalzante e scorrevole. E poi la vicenda narrata in prima persona bussa all’immaginario e ai sentimenti di chi legge senza permesso, e magari disturba ... Ma l’io narrante, impedendo al lettore di prendere le distanze dalla storia, non gli permette dilazioni emotive, lo cattura e lo coinvolge, suo malgrado. Anche se poi la complicata evoluzione delle relazioni affettivo/amicali della protagonista lo lascia perplesso e spiazzato.
 Claire Messud
     Infine il romanzo serve al lettore europeo per fargli conoscere più in profondità la società americana di oggi: Nora può allora diventare cifra esemplare dell’americano medio che fatica a trovare valori, orizzonti e progetti che diano conforto e significato alla propria grigia e solitaria esistenza individuale: “Il mistero della mia vita era che potesse somigliare tanto all’autostrada delle grandi pianure, chilometri e chilometri di strada lunga e piatta senza neppure un albero”. Senza un  Dio e senza uno straccio di conforto familiare e affettivo,  per l’americano medio, “il cielo reale cessa purtroppo di essere vasto, azzurro, impeccabile e americano, canovaccio di ogni possibilità.”                                      
                                   Maria D’Asaro  (“Centonove” n. 47 del 18.12.2014)

martedì 16 dicembre 2014

Igor Man (I giornalisti che amo ...)

     Igor Man (Igor Manlio Manzella, Catania, 9 ottobre 1922 – Roma, 16 dicembre 2009), è stato un grande giornalista italiano. Inizia la sua professione come cronista de Il Tempo di Roma, per passare poi nel 1963 a La Stampa di Torino.
Testimone dei principali avvenimenti mondiali degli ultimi cinquanta anni, ha intervistato grandi personaggi, quali John Fitzgerald Kennedy, Nikita Khruščёv, Ernesto "Che" Guevara, Padre Pio, Salvatore Giuliano, Gheddafi, Khomeini, Yasser Arafat,  Shimon Peres, Madre Teresa di Calcutta, Golda Meir, Saddam Hussein. 
E’ stato uno dei più acuti specialisti del mondo arabo e islamico.
Ecco come lo ricordano:

-  Marcello Sorgi, editorialista de La Stampa:
(…)“Igor Man era un tipo unico, a cominciare dal nome d’arte che s’era dato ed era riuscito non si sa come a far stampare sui suoi documenti. Aveva un metabolismo mediterraneo, gli era rimasto attaccato il fuso orario dei vecchi giornalisti che andavano a dormire tardissimo, con la prima copia fresca di stampa ritirata alla rotativa. Personaggio da film, era uno degli ultimi di un’epoca romantica e appassionata. In Vietnam, mentre la moglie adorata, Mariarosa, metteva al mondo suo figlio Federico: il telegramma per avvertirlo della nascita lo raggiunse quando il bambino era già tornato a casa. E poi in Cile, a Cuba, a Panama e in Costarica: per molti anni non c’era guerra o guerriglia, crisi grande o piccola nel mondo che non lo vedesse schierato in prima linea. Allora le missioni duravano mesi, l’informazione tv quasi non esisteva, gli articoli si mandavano col telegrafo o dettandoli a un dimafonista, e cominciavano con il fatidico distico «dal nostro inviato speciale ».

(…) A un certo punto della sua lunga carriera, Man aveva preso una sorta di seconda cittadinanza in Medio Oriente e nel mondo arabo nostro dirimpettaio e non ancora soffocato dal fondamentalismo. Andava e veniva, tornava e ripartiva, allungava orgoglioso il lungo medagliere di foto con i suoi intervistati. (…)Con molti anni di anticipo sul 2001 dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, che doveva cambiare per sempre la convivenza mondiale, Man aveva capito quel che dalla sponda orientale a noi più vicina la polveriera islamica stava incubando, dentro e attorno a un Occidente del tutto impreparato a contenerla. Per questo Igor, che aveva visto nascere il khomeinismo in Iran, era desolato quando gli americani avevano dovuto abbandonare la Somalia infestata dai fondamentalisti. Ed era disperato di fronte alla prima guerra del Golfo … ( da qui)

- e il figlio Federico Manzella: (dal sito Libreriamo)

Qual è l’insegnamento più importante che suo padre lascia alle nuove generazioni?

"La lezione è semplice: dire sempre la verità, cercare di capire cosa accade ed instaurare un rapporto di lealtà nei confronti del lettore, oltre che verso l’editore ed il proprio Paese. Il giornalismo dell’epoca era un mestiere duro. Ricordo che una volta mio padre doveva raggiungere Teheran; non c’erano voli e dovette insieme a Bernardo Valli passare diversi giorni in automobile. Pur di arrivare sul luogo, vedere e raccontare con i propri occhi ciò che succedeva sul posto, mio padre dormì in una moschea, in automobile, al freddo senza confort. Un altro insegnamento è parlare dei fatti trattando allo stesso modo i capi di Stato e gli umili."

    (Non so quando e come ho conosciuto Igor Man: deve essere stato a metà degli anni ’90, forse intervistato in TV da qualcuno. Lì Igor Man parlò di un suo libriccino di racconti, dal titolo Il professore e le melanzane (Rizzoli, Milano, 1996). In realtà la storia che dà il titolo al libro è la narrazione di un momento autobiografico della vita di Man, la morte di sua madre. Ogni tanto rileggo quelle pagine. E mi commuovo ogni volta. Grazie, Goriunka)

(Goriunka era il nomignolo affettuoso con cui lo chiamava sua madre,Elfride Neuscheler, una nobildonna russa).

sabato 13 dicembre 2014

Per santa Lucia, le "arancine" e la cuccia ...

     
La cuccìa
        Forse chi vive oltre Scilla e Cariddi non sa che per i palermitani il 13 dicembre, giorno di santa Lucia, c’è una particolare tradizione gastronomico/culinaria: non si mangiano pane e pasta, ma solo riso, patate, legumi e la squisita “cuccia”: un dolce a base di grano bollito e ricotta o crema di latte, guarnito con zuccata, cannella e pezzetti di cioccolato.
       La tradizione vuole infatti che santa Lucia, invocata dalla popolazione affamata durante una grave carestia, fece il miracolo di far arrivare in porto il 13 maggio del 1646 una nave carica di frumento  proprio mentre una colomba si posava sulla Cattedrale. La gente vide in quella nave la risposta di Lucia alle loro preghiere. Il popolo stremato dalla fame non perse tempo a macinare il frumento, lo bollì e lo mangiò condito solo con un filo d’olio, creando così la cuccìa. 
      Da allora, per devozione e tradizione, nel giorno di Santa Lucia, in molte zone della Sicilia sono banditi pasta, pane e derivati. Resta da chiarire in quale città siciliana avvenne il miracolo, se a Palermo o a Siracusa: infatti non si sa bene quale delle due città fu salvata dalla carestia. I palermitani dicono Palermo, i siracusani Siracusa. Sia a Siracusa che a Palermo, comunque, il 13 dicembre è d’obbligo, oltre alla cuccìa, mangiare le panelle di ceci e soprattutto gli arancini di riso, che per i palermitani sono “le arancine”: le classiche al burro e alla carne, quelle con i funghi, gli spinaci, il cioccolato o la nutella, e quelle farcite persino col gorgonzola, la salsiccia, il salmone e i gamberetti.

(Notizie tratte da BlogSicilia)

E, infine, questa bella Santa Lucia, di Francesco De Gregori:

giovedì 11 dicembre 2014

La stele? E’ cosa nostra …

        In Sicilia, il rapporto del cittadino col territorio è più complesso che nel resto d’Italia. Da un lato, infatti, c’è la mafia che contende il controllo del territorio ai rappresentanti dello stato, spesso incapaci di far sentire la propria presenza e di promuoverne l’ordinata gestione; dall’altro, ci sono tanti siciliani distratti, che spesso non sentono “cosa propria” ciò che si trova fuori dalla loro casa.
      In questo contesto, pur se solo simboliche, sono davvero encomiabili le azioni dei cittadini che mostrano un interesse attivo per gli spazi esterni e ne combattono il degrado. Un grazie allora al gruppetto di persone che, qualche settimana fa, provvisti di vernice coprente, hanno cancellato  scritte del tipo: “Non ti lascio piccola mia” “Mi manchi tanto” che imbrattavano la base della stele dedicata in autostrada, sul luogo della strage, al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca e agli agenti di scorta Vito, Rocco e Antonino.


                                                                 Maria D’Asaro  (“Centonove” n. 46 dell’11.12.2014)

domenica 7 dicembre 2014

Accetta





Accetta
Il mistero,
Il peso speciale
Di vite a metà.
Ricama.        

venerdì 5 dicembre 2014

Meno tasse se curi le aiuole …

     Il 10/11 scorso, il giornale "Il Tirreno" ci ha informato della proposta che due consiglieri comunali faranno al Comune di Grosseto: cittadini, negozianti o associazioni che si prendono cura del verde pubblico – un’aiuola, le fioriere di una piazza, un parco giochi - potranno avere uno sconto su Tasi o Tosap. 
     Forse se importassimo anche a Palermo la proposta dei consiglieri grossetani otterremmo spazi pubblici più puliti e curati. Non servono a molto infatti iniziative “mordi e fuggi”, quali quelle degli attivisti di “Guerrilla gardening”, che sistemano con generosità spazi verdi della città, che però poi sono destinati a morire per mancanza di cure. Perché, come scriveva anni fa Augusto Cavadi nel libretto Volontariato in crisi, tutte le azioni di volontariato hanno senso solo se tendono a trasformarsi da attività episodiche ad azioni di lungo periodo. Meglio ancora se collegate alle istituzioni e con un meritato, pur se modesto, personale guadagno.
                                                                      Maria D’Asaro (“Centonove” n. 45 del 5.12.2014)

mercoledì 3 dicembre 2014

Un popolo d'azzardo: gratta e perdi

Gli italiani, una volta santi, poeti e navigatori, sono ormai un popolo di giocatori d’azzardo: circa 19 milioni gli scommettitori abituali, tra cui quasi 8 milioni di donne, per lo più pensionate o casalinghe. Ci sono poi oltre mezzo milione di giocatori patologici, soprattutto maschi, disoccupati e persone con un basso livello di istruzione. Superenalotto  e Gratta e vinci i giochi più diffusi, sia al Nord che al centro-Sud,  dove si gioca più. Infatti a Palermo, il bar/tabacchi vicino casa mia è sempre affollato da povera gente in cerca di fortuna. Povera gente che ignora però due cose importanti: primo, a vincere è sempre chi tiene il banco; secondo: affidare a una lotteria la speranza di cambiamento significa avere perso la dignità e la fiducia in se stessi. La sorte va cambiata con le proprie mani, non con un ingannevole gratta e vinci, che alla fine gettiamo persino per strada. 
                                                                 Maria D’Asaro (“Centonove” n. 40 del 31.10.2014)

lunedì 1 dicembre 2014

Nominativi fritti e mappamondi

Sembra ieri. Si dice sempre così. 
Appunto, sembra ieri quando Nostra Signora aprì il suo bloggetto,  il 30 novembre del 2008. 
E così, qualche giorno fa, ha festeggiato il suo millesimo post. Ora Nostra Signora ha un suo sogno segreto. Non è per niente sicura di farcela. Ma ci metterà la tenacia,  l’impegno e lo studio necessari.
Un abbraccio a tutte/i. 
E un sorriso con gli esilaranti versi di quel geniaccio di Domenico Di Giovanni, più noto come Burchiello:
Burchiello (1404 - 1449)
Nominativi fritti e mappamondi,
E l’arca di Noè fra due colonne
Cantavan tutti chirieleisonne
Per l’influenza de’ taglier mal tondi.
 
La Luna mi dicea: “Ché non rispondi?”
E io risposi: “Io temo di Giasonne,
Però ch’io odo che ‘l diaquilonne
È buona cosa a fare i capei biondi.”
 
Per questo le testuggini e i tartufi
M’hanno posto l’assedio alle calcagne
Dicendo: “Noi vogliam che tu ti stufi.”
 
E questo sanno tutte le castagne:
Pei caldi d’oggi son sì grassi i gufi,
Ch’ognun non vuol mostrar le sue magagne.
 
E vidi le lasagne
Andare a Prato a vedere il Sudario,
E ciascuna portava l’inventario.