mercoledì 31 dicembre 2025

Il fruscìo lieve della cura...

Dipinto di Berthe Morisot
        Sebbene abitasse in un piano alto, mentre stendeva biancheria o annaffiava le piante, nostra signora percepiva il rumore di una ramazza che puliva un marciapiede sotto casa. 
      Dal modo e dall’intensità con cui veniva utilizzata la scopa, indovinava se chi spazzava fosse un uomo o una donna. Se donna, aveva infatti un tocco più lieve, ma ugualmente efficace. Infatti qualche volta aveva incontrato per strada l’operatrice ecologica… e si era complimentata con lei per la cura con cui svolgeva il suo prezioso lavoro.     
Stasera nostra signora si augura che tutte le donne – spazzine, politiche, biologhe, scienziate, poliziotte, commesse, docenti … - custodiscano nella mente e nel cuore una missione di cura, che non preveda prepotenza e violenza. 
      Scriveva Natalia Ginzburg: “Le donne forse erano venute al mondo per amare il futuro, per aspettare, generare, custodire e contemplare il futuro. Era questo che erano venute a fare…”
Ci proviamo ancora, insieme?

Maria D'Asaro

domenica 28 dicembre 2025

Giochi d'artificio tra magia e inquinamento atmosferico

        Palermo – I fuochi d’artificio connotano momenti significativi come l’ultima notte dell’anno e in molte città, a Palermo ad esempio, sono diventati l’ingrediente immancabile di compleanni, nozze e di altre ricorrenze liete. Sin dalla loro scoperta, avvenuta in Cina prima dell’anno mille, accompagnano infatti feste e celebrazioni. Le esplosioni e la luce dei giochi pirotecnici colorano la notte e continuano a destare attrazione e meraviglia. 
       Perché lo ha spiegato alcuni mesi fa, ai microfoni del Telegiornale scientifico Leonardo, il professore Antonio Cerasa, ricercatore presso il Centro Nazionale delle Ricerche, dove dirige il Dipartimento di Scienze Biomediche. Il professore Cerasa ha evidenziato che l’elemento sonoro è fondamentale negli spettacoli pirotecnici, in quanto il rumore scuote, ‘sveglia’ l’amigdala, la parte più antica del nostro cervello: “Lo scoppio suscita immediatamente una sensazione di paura, producendo adrenalina. In qualche modo, la sensazione di pericolo ci attrae, induce eccitazione e contribuisce al rilascio di dopamina, neurotrasmettitore del piacere. Siamo attratti dall’adrenalina e dal pericolo che, nel caso dei fuochi pirotecnici, però possiamo controllare. Si tratta della stessa pulsione che induce a vedere i film horror, al cinema… I fuochi d’artificio senza rumore non avrebbero lo stesso effetto. Quindi maggiore è il rumore, maggiore è l’attrazione.” 
“Riempire la notte, quindi il buio e l’oscurità, di qualcosa di imprevisto e di così bello – ha concluso il professore Cerasa - ha un legame fondamentale con la gioia, con la celebrazione della bellezza e della festa condivisa. I giochi d’artificio sono fondamentalmente un momento di condivisione, di memoria festosa e collettiva”.
       C’è però un’altra faccia della medaglia: la prospettiva cambia radicalmente se si osservano i fuochi d’artificio con gli occhi di un esperto della qualità dell’aria. Ettore Guerriero, specializzato in chimica industriale, ricercatore anche lui all’interno dell’Istituto di Inquinamento Atmosferico del CNR, ha infatti elencato le sostanze altamente inquinanti disperse nell’aria dai fuochi, gas tossici come biossido di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio e anidride carbonica: “E poi polveri sottili e sottilissime (PM10, PM2.5 e ultrafini) riempiranno l’aria per molte ore, anche per giorni in assenza di perturbazioni, in concentrazioni sino a 600 microgrammi per metro cubo, quando il limite è di 50”.
      “Gli elementi più tossici – ha sottolineato ancora il dottore Guerriero al Telegiornale Leonardo – sono i nitrati di tali composti organici e poi i vari metalli utilizzati per dare colore alle polveri: lo stronzio e il litio per ottenere il rosso, il bario per il verde, il potassio per il viola, il sodio per creare il giallo… Inoltre alcuni fuochi d’artificio, soprattutto quelli illegali, contengono sostanze tossiche come il piombo per aumentare la brillantezza della loro luminosità.”
     Nonostante la loro bellezza, i fuochi d’artificio si rivelano quindi un flagello per l’ambiente in termini di emissioni di polveri sottili e causano picchi di inquinamento atmosferico, problemi respiratori e contaminazione ambientale. 
Ma l’inquinamento dell’aria non è l’unico impatto ambientale negativo degli spettacoli pirotecnici. I metalli pesanti utilizzati per la colorazione, oltre a innalzare i livelli di polveri sottili nell’atmosfera, vengono poi dispersi nell’ambiente circostante, finendo anche nelle acque di fiumi e laghi.
      Inoltre, i fuochi d’artificio disperdono nell’atmosfera frammenti di plastica che si depositano sul terreno e in mare. Questo perché, per garantirne il corretto funzionamento, le polveri esplosive sono racchiuse in involucri di polimeri sintetici.
Esiste poi anche una controindicazione acustica negativa - quindi di valenza opposta a quella delineata dal professore Cerasa - che riguarda animali e bambini molto piccoli: negli animali domestici, soprattutto cani e gatti, gli scoppi dei fuochi pirotecnici causano un vero terrore che induce stress, panico e perdita di orientamento. Anche gli uccelli fuggono terrorizzati e spesso rimangono vittime di incidenti e collisioni con muri e alberi.
     Per evitare i danni all’ambiente e per tutelare il benessere degli animali, alcune amministrazioni comunali hanno deciso di adottare restrizioni per la notte di capodanno. Ma si tratta di ‘raccomandazioni’, più che di vere e proprie disposizioni legislative che rimangono comunque lettera morta, poiché sono assai difficili da far rispettare, nonostante le multe previste per i trasgressori.
       Esistono dei modi per godersi gli spettacoli pirotecnici senza gli aspetti negativi citati?
In Olanda, l’artista ed esperto di design Daan Roosegaarde qualche anno fa ha già ideato gli ‘Spark’, zampilli di luce biologici senza scoppi, fluttuanti nell’aria. Queste scintille organiche, ispirati dalla luce delle lucciole, sono state utilizzate nel gennaio 2022 in Spagna, a Bilbao, in occasione del Wellbeing Summit for Social Change.
Ma forse, al di là del problema ambientale posto dai fuochi, la questione fondamentale è se saremo in grado di transitare dall’attuale Paese dei Balocchi, dove - nonostante le conseguenze esiziali per il pianeta - ci muoviamo alla ricerca spasmodica di piacere immediato, a una visione matura e responsabile, capace di considerare, a medio e a lungo termine, le conseguenze sociali e ambientali delle nostre scelte.
Ci vorrebbe un salto evolutivo che ci faccia diventare davvero sapiens/sapiens…
Ne saremo capaci?

Maria D'Asaro, 28 dicembre 2025, il Punto Quotidiano

venerdì 26 dicembre 2025

Lettere a un bambino poi nato: due recensioni...

          "Una giovane traduttrice in attesa del suo primo bambino. Pensieri, riflessioni, ansie e speranze accompagnano i mesi della gravidanza, il parto e i primi anni di vita del piccolo. Idealmente in dialogo con Oriana Fallaci, il cui romanzo, Lettera a un bambino mai nato, è autorevole fonte di ispirazione, Maria D’Asaro, nel suo Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025), con tocco lieve e profondo, coinvolge lettrici e lettori nel flusso di coscienza della sua giovane protagonista, inducendoli, con garbo, a rivivere emozioni e a interrogarsi su temi che toccano le coscienze.
     Su tutti, una domanda: in un mondo segnato da violenza e ingiustizie, che ne sarà di una vita messa al mondo «senza autorizzazione»? Travalicando la sfera intima e personale, il racconto affronta questioni esistenziali e sociali di respiro universale, offrendo uno sguardo originale e intenso: quello di una giovane madre e del suo bambino.
    Con cura sono definiti i riferimenti che incorniciano il romanzo: dal breve estratto di un’intervista a Oriana Fallaci posto in esergo («Forse, l’amore è ciò che si prova quando si ha tra le braccia il proprio bambino e lo si sente così piccolo, inerme, indifeso. E messo al mondo senza la sua autorizzazione»), seguito dalla poesia Un nuovo inizio di Wisława Szymborska, spunti che introducono e danno il la alla profondità e complessità del tema trattato, fino alla lettera che chiude il volumetto... "
(continua su Pressenza)

Alessandra Colonna Romano

    "Esattamente mezzo secolo fa, nel 1975, Oriana Fallaci pubblicava uno dei suoi libri più noti e apprezzati: Lettere a un bambino mai nato. La giornalista e scrittrice è ancora lontana dalle opere polemiche in cui – come in Inshallah del 1990 – proverà a dare risposte sbagliate a questioni vere come le immigrazioni di persone provenienti da aree islamiche. Nelle Lettere, come rivelato nel 2015 dal nipote, erede dell'autrice, la Fallaci – dolorosamente memore di alcuni aborti spontanei che non le consentiranno di diventare mai madre – si interroga sul senso del mettere al mondo un figlio: in generale e, in particolare, in un mondo tanto ingiusto come l’attuale.
    I grandi libri ne inspirano – più o meno esplicitamente – altri: Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro ne è un esempio luminoso. Tanto più apprezzabile in quanto non è certo un’esercitazione letteraria, ma una vera e propria ricreazione: è un’opera che, pur se intesa dall’autrice come omaggio alla Fallaci, se e distacca nei toni e nei contenuti. Nei toni perché ci sono pagine leggere (come quelle dedicate alle “diciotto tipologie dei Pokemon” e ad altri giochi infantili) che spezzano la tensione narrativa drammatica delle pagine fallaciane; nei contenuti perché si rivolgono a un bambino che alla fine viene alla luce. 
    Uno dei motivi di interesse per me – lettore due volte differente da Maria D’Asaro perché maschio e perché non genitore biologico – è che l’happy end (se così vogliamo considerare la nascita del neonato) non cancella né la memoria dei dubbi pre-natali né le preoccupazioni per l’avvenire del figlio in un contesto storico che, rispetto a dieci lustri fa, è peggiorato disastrosamente. Davvero, come scrive la Szymborska in una lirica che viene qui riportata a mo’ di lunga epigrafe, “alla nascita d’un bimbo/il mondo non è mai pronto”: troppo affollato di liti, tradimenti, guerre, vendette… (continua qui

Augusto Cavadi


(Grazie di cuore ad Alessandra e ad Augusto per le splendide recensioni,  assai generose)



lunedì 22 dicembre 2025

Reporter senza frontiere: 2025, anno nero per i giornalisti

         Palermo – Difficile trovare buone notizie tra le cifre dell’ultimo rapporto annuale di Reporter Senza Frontiere, organizzazione non governativa fondata a Parigi nel 1985 per promuovere e difendere la libertà di informazione: 67 i giornalisti uccisi nel mondo dal 1° dicembre 2024, di cui circa la metà nella Striscia di Gaza, sotto il fuoco dell’esercito israeliano.
     Il rapporto segnala un aumento delle vittime tra il primo dicembre 2024 e il primo dicembre 2025: "Il numero dei giornalisti uccisi è tornato a crescere, a causa delle pratiche criminali delle forze armate, regolari e non, e della criminalità organizzata", sottolinea il rapporto di RSF, secondo cui troppo spesso "I giornalisti non muoiono, vengono uccisi". 
Anas-al-Sharif
    Almeno 220 i giornalisti uccisi nella martoriata striscia di Gaza da ottobre 2023 ad oggi: tra loro Anas al Sharif, di soli 28 anni, uno dei volti più noti di Al Jazeera, ucciso il 10 agosto 2025 insieme ad altri tre reporter, in un attacco aereo israeliano sulla sua tenda vicino l’ospedale Al-Shifa.
    Ma i cronisti rischiano la vita anche altrove: nell’ultimo anno in in Messico, Sudan e Ucraina i cronisti uccisi sono stati rispettivamente nove, quattro e tre. In Messico, paese afflitto dai cartelli della droga, il 2025 è stato l'anno più sanguinoso rispetto ai tre precedenti: a pagare con la vita sono stati i professionisti dell’informazione che da tempo denunciavano il crimine organizzato e i suoi legami con la politica.
     Reporter Senza Frontiere ricorda poi che, oltre a quelli uccisi e a quelli minacciati, nel mondo 503 giornalisti sono in prigione solo perché vogliono fare il loro mestiere: 121 in Cina, 48 in Russia e 47 in Birmania. Inoltre, negli ultimi decenni, non si hanno più notizie di 135 reporter, spariti nel nulla con la complicità o l’incapacità di governi e Forze dell’ordine: il triste primato spetta alla Siria, con 37 cronisti scomparsi sotto il regime di Bashar al-Assad e mai ritrovati. Ancora oggi venti giornalisti sono ostaggi in varie zone del mondo; nello Yemen sette sono stati rapiti dagli Houthi.
        Se la violenza contro i giornalisti rappresenta l’aspetto più visibile della violazione della libertà di stampa, altri indicatori valutano le condizioni di esercizio della professione nei vari Paesi del mondo: le minacce, le pressioni economiche, quelle politiche. 
Anne Bocandè
     Tenendo conto di questi elementi, secondo il rapporto di RSF relativo alla libertà di stampa, pubblicato a maggio 2025, a livello mondiale la situazione è sempre più difficile: “Assistiamo a passi indietro inquietanti in numerose regioni del mondo – si legge nel report – e il fattore della pressione economica, spesso sottostimato, sta indebolendo profondamente i mezzi d’informazione. Ciò per via delle concentrazioni nelle proprietà, del peso esercitato dagli inserzionisti e dai finanziatori, dell’assenza o delle restrizioni al sostegno pubblico. Sulla base dei dati misurati per stilare la classifica mondiale della libertà di stampa, siamo costretti a una constatazione: i media oggi sono costretti a scegliere tra la loro indipendenza e la sopravvivenza economica”.
    In 160 dei 180 paesi analizzati da RSF, le testate giornalistiche non riescono a raggiungere una condizione di stabilità finanziaria. E, in particolare, in un terzo delle nazioni si riscontrano regolarmente chiusure: dagli Stati Uniti all’Argentina fino alla Tunisia. Senza sorpresa, la situazione appare disastrosa in Palestina: a causa della chiusura della Striscia di Gaza e delle difficoltà a entrare anche in Cisgiordania, esercitare la professione sui territori occupati è complicatissimo. 
Un’altra nazione nella quale le condizioni di lavoro dei reporter sono estremamente difficili è Haiti, dove l’instabilità politica e le violenze stanno portando anche l’economia dei media in una situazione di caos. 
     In 34 Stati le chiusure di mezzi d’informazione sono state poi diffuse e regolari: in elenco figurano Nicaragua, Bielorussia, Iran, Birmania, Sudan, Azerbaigian e Afghanistan. Ma le problematiche finanziarie si riscontrano anche in paesi più agiati: da quelli europei al Sudafrica, alla Nuova Zelanda.
“La garanzia di uno spazio d’informazione pluralista, libero e indipendente – ha commentato Anne Bocandé, direttrice editoriale di RSF – implica condizioni finanziarie stabili e trasparenti. Senza indipendenza economica non esiste stampa libera. Quando i media sono resi finanziariamente fragili vengono aspirati dalla corsa all’audience, a scapito della qualità, e possono diventare preda di oligarchi e decisori pubblici a cui conviene strumentalizzarli”. 

    A preoccupare è anche il dominio dei colossi di internet: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft che rappresentano una grave minaccia per il pluralismo dell’informazione: “Le loro piattaforme, ampiamente prive di regolamentazione, captano una quota crescente dei ricavi pubblicitari che normalmente dovrebbero sostenere il giornalismo. Le spese totali in pubblicità sui social network sono state pari a 247,3 miliardi di dollari nel 2024, in aumento del 14 per cento rispetto al 2023. Inoltre, non accontentandosi di indebolire il modello economico dei mezzi d’informazione, tali piattaforme partecipano anche alla proliferazione di contenuti manipolati o falsi, amplificando il fenomeno della disinformazione”.
Quindi, oltre alle uccisioni, alle intimidazioni e al carcere, la mancanza di stabilità economica e il dominio e controllo crescente dei colossi che controllano i social network fanno sì che i risultati complessivi della classifica di RSF siano considerati “allarmanti” per via della “globale degradazione della libertà di stampa nel mondo”. 
Classifica libertà di stampa nel mondo
    I Paesi dove la stampa gode di salute migliore sono quelli dell’Europa settentrionale, con Norvegia, Estonia, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Danimarca e Irlanda ai primi posti (nella cartina tematica, si tratta dei soli paesi colorati di verde, che indica un giudizio positivo), mentre Cina, Corea del nord ed Eritrea sono in fondo alla classifica.
Il Regno Unito è ventesimo, seguito da Canada, Austria e Spagna.
L’Italia perde tre posizioni rispetto all’anno precedente, passando dal 46° al 49° posto: nel nostro paese la libertà di stampa è in calo per i rischi legati a mafia, criminalità, estremismi politici e violazioni del lavoro giornalistico. Crescono querele bavaglio e mancanza di autonomia della Rai, mentre è ignorato il Media Freedom Act europeo. Infine, secondo il rapporto annuale 2025 del Civicus Monitor - rete di associazioni a tutela dei diritti umani e civili - l’Italia è passata da uno spazio civico “limitato” a uno “ostruito”, con normative e campagne che erodono progressivamente spazi democratici, colpendo dissenso pacifico, attivisti, ONG e mobilitazioni sociali. 
     Davvero difficile per i giornalisti trovare e raccontare oggi una buona novella… 
Oggi come ieri è necessario però seguire la stella cometa dell’impegno etico e civile: magari, come i re magi del Vangelo, dribblando l’Erode di turno…

Maria D'Asaro, 21.12.25, il Punto Quotidiano

sabato 20 dicembre 2025

Cercasi Natale autentico, disperatamente...

 
(foto da Avvenire)
      A nostra signora sembrava che le luminarie natalizie (avvistate già il 21 ottobre) quest’anno si fossero moltiplicate: nei negozi e nelle strade, con enormi decorazioni pacchiane, quasi in ogni casa, con lucine intermittenti di ogni colore. 
      Anziché darle allegria, queste luci le ponevano tanti punti interrogativi. Il professore Enrico Greco, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche dell'Università di Trieste, su Radio Rai1 giovedì 17 dicembre snocciolava dati incontrovertibili su come l’accensione delle luminarie e l’aumento di consumi nel periodo natalizio si tramuti in un ulteriore colpo esiziale alla salute del nostro pianeta. 
      Noi comunque continuiamo imperterriti ad aumentare la febbre della nostra Terra. Intanto, continuiamo anche a utilizzare la guerra per ‘risolvere’ i nostri conflitti, provocando strazio, morti e distruzione dell’ambiente. Così a Gaza, in Sudan e altrove bambini e adulti muoiono di bombe e di stenti. Ma noi ce ne freghiamo, resi ciechi dalle nostre luci.

mercoledì 17 dicembre 2025

Dal giornalismo di guerra al giornalismo di pace

         Alcune affermazioni-chiave ricorrenti in ogni propaganda di guerra sono: “siamo sotto minaccia”, “abbiamo il sostegno di”, “stiamo affrontando i cattivi”, “non abbiamo alternative”, “dobbiamo salvarli”, “dobbiamo agire ora” (Lynch, McGoldrick 2005, pp.95-96).
E sono frasi che, sui nostri media, dal 24 febbraio 2022, abbiamo letto o sentito, all’interno dell’ideologia della violenza salvifica in versione democratico-patriottica, ogni giorno, a qualsiasi ora. (…) Raffiche di interventi mediatici hanno sostanzialmente rifiutato ogni parola che andasse al di là del refrain “c’è un aggressore e c’è un aggredito” e della demonizzazione del ‘nemico’ e di chi non contribuisse ad essa.
Così i “dieci comandamenti” della propaganda di guerra in cui Anne Morelli ha riassunto e sistematizzato i meccanismi individuati da Arthur Ponsonby (1940) durante la I guerra mondiale e da lei mostrati attivi anche nelle guerre odierne in Afghanistan e in Iraq, sono stati osservati, purtroppo, nella loro totalità anche a proposito della guerra russo-ucraina.
Li menziono tutti qui di seguito:
1. ”Noi” non vogliamo la guerra.
2. Il campo avverso è il solo responsabile della guerra
3. Il nemico ha l’aspetto del diavolo o del “cattivo di turno”
4. Quella che difendiamo è una causa nobile, non un interesse particolare
5. Il nemico provoca intenzionalmente delle atrocità; a noi possono sfuggire ‘sbavature’ involontarie
6. Il nemico usa armi illegali
7. Le perdite del nemico sono imponenti, le nostre assai ridotte
8. Gli artisti e gli intellettuali sostengono la nostra causa
9. La nostra causa ha un carattere sacro
10. Quelli che mettono in dubbio la propaganda sono dei traditori

Talmente plateale è stato, fin dal momento dell’invasione, il fenomeno di martellamento propagandistico della stragrande propaganda dei media che ben presto alcuni ex corrispondenti di guerra sono stati indotti ad una dichiarazione pubblica fortemente critica (01.04.22). Vale la pena riportarla quasi nella sua interezza:

Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male. Noi siamo o siamo stati corrispondenti di guerra nei Paesi più disparati, siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti durante i conflitti, eravamo vicini a gente dilaniata dalle esplosioni, abbiamo raccolto i feriti e assistito alla distruzione di città e villaggi. […] Proprio per questo non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina […] siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico.
Inondati di notizie, dicevamo, ma nessuno verifica queste notizie (…) La propaganda ha una sola vittima, il giornalismo. Chiariamo subito: qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. (…) Certo. Ma dobbiamo chiederci: ma è l’unico responsabile? I media ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a un’evitabile corsa verso una pericolosissima corsa al riarmo. (…) Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra sembra che ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre. (…) Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandiamo perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin. Notiamo purtroppo che manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo.
Questo non perché si debba scagionare la Russia e il dittatore Vladimir Putin dalle loro responsabilità ma perché solo capendo e analizzando in profondità questa terribile guerra si può evitare che un conflitto di questo genere accada in futuro. (...)

Andrea Cozzo Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina 
Promemoria e Istruzioni per il futuro - Mimesis, Milano, 2025, pagg.113,114,115




domenica 14 dicembre 2025

Giuliana Saladino, filo rosso tra giornalismo e impegno civile

              Palermo – Quando circa vent’anni fa, su suggerimento di una cara amica, la scrivente ha scoperto i suoi scritti, era ormai troppo tardi per farne la conoscenza diretta: la concittadina Giuliana Saladino, giornalista e scrittrice, ormai non c’era più, morta a 73 anni nel 1999. 
       Forse, oltre lo stretto, non sono in tanti a conoscerla. Vale la pena farne allora memoria, a cento anni dalla sua nascita, avvenuta a Palermo il 16 dicembre 1925. 
Chi è stata Giuliana Saladino? Marcello Sorgi, ex direttore del TG1 ed editorialista de La Stampa, un tempo suo giovane collega nella redazione del battagliero quotidiano palermitano L’Ora, l’ha definita: “Super-cronista attenta e curiosa… aveva il dono di un particolare mestiere che le faceva subito individuare protagonisti, dettagli e retroscena del fatto che poi avrebbe raccontato, con la scrittura nervosa e stupita che fa del giornalismo femminile un linguaggio a parte”.
La professoressa Giovanna Fiume, già docente di Storia moderna all’Università di Palermo, nella prefazione al libro/raccolta di inchieste e scritti della giornalista palermitana dal titolo Chissà come chiameremo questi anni, afferma: “È l’erraticità la cifra personale di Giuliana Saladino nella sua lettura della società, il veloce andirivieni dalla collettività all’individuo, dal generale al particolare, dalla teoria al caso concreto… dalla società alla persona, dalla cronaca alla storia”.
Con poche, essenziali pennellate, la ricordava così l’amica Simona Mafai: 
“Nata a Palermo, da famiglia aristocratica, ricevette una educazione tradizionale: a undici anni, con una parente “dama di San Vincenzo”, visitava i quartieri degradati della città, consegnando ai poveri tagliandi per l’acquisto di pane e latte. 
Giuliana Saladino da giovane
    Ma con la fine della guerra e l’esplosione dei movimenti rivendicativi dei contadini e degli operai, avvertì che non era attraverso la carità che i poveri potevano (e tanto meno desideravano) continuare a vivere; essi volevano libertà e giustizia, cambiare sistema economico e politico, fare nuove leggi, costruire un nuovo costume morale. Così Giuliana, schierandosi con i poveri, divenne comunista. Fu però una comunista sui generis, indipendente e libertaria. Non sottomise mai al realismo politico del partito comunista il suo irrefrenabile spirito critico e l’irruente e inflessibile ricerca della verità, per quanto difficile da individuare e definire. Uscita dal PCI nel 1956 (dopo i fatti di Ungheria), restò sempre fedele agli ideali giovanili auspicando un cambiamento radicale della società.
L’intervento consapevole e diretto sugli eventi del proprio tempo e la passione per la scrittura sono state le direttrici fondamentali della sua vita. Segretaria di redazione nel 1946 della rivista politico-culturale Chiarezza, visse alcuni anni di impegno politico diretto nella provincia di Agrigento assieme al marito, Marcello Cimino, con cui divise fino alla fine ideali e sacrifici. 
    Nei primi anni ‘50, tornò a Palermo; contribuì all’organizzazione dell’“Associazione donne palermitane”; quindi, nel 1960, entrò nel quotidiano L’Ora come segretaria di redazione, assumendo responsabilità sempre maggiori, fino a diventarne una colonna fondamentale. Condusse memorabili inchieste sulla politica palermitana e siciliana, sulla condizione delle donne ed i rapporti tra i sessi, sullo sviluppo economico distorto dell’isola, distinguendosi per coraggio, originalità, anticonformismo.
Insieme a un gruppo di colleghe costituì il coordinamento femminile delle giornaliste siciliane; incoraggiò la formazione e la crescita dei movimenti per l’emancipazione e la liberazione della donna (partecipando direttamente alle campagne per la legge sul divorzio e per la interruzione volontaria della gravidanza); contribuì alla stesura del libro collettivo Essere donne in Sicilia (1975);  nel 1991 fece parte fin dalla fondazione della redazione di Mezzocielo, periodico palermitano diretto e scritto da sole donne. All’indomani delle stragi di mafia del 1992 (assassinio dei giudici Falcone e Borsellino, e delle loro scorte) diede vita al cosiddetto Comitato dei lenzuoli”.
Il Comitato dei lenzuoli, come scrisse Giuliana stessa, fu un sussulto di passione e di orgoglio civile. 
   Ci fu il suo soffio vitale nella reazione, femminile e nonviolenta, semplice e dirompente, di esporre un lenzuolo bianco per esprimere il lutto, il dolore, ma anche la rabbia e la ribellione dei palermitani colpiti al cuore per le stragi di Capaci e via D’Amelio: “Ora basta”, “Palermo chiede giustizia” queste le scritte sui primi due lenzuoli esposti a Palermo, a casa sua, in via Maqueda 110. Il Comitato dei lenzuoli invitava i palermitani a prendere coscienza del cancro diffuso della mafia e a fare ognuno la propria parte “piccola o grande che sia, per contribuire a creare in questa Palermo condizioni di vita più umane”, come aveva detto Giovanni Falcone.
    Di Giuliana, infine, oltre agli innumerevoli articoli, ci rimangono tre libri che, a parere della scrivente, sono perle di grande valore: il primo è De Mauro, Mafia anni 70: una cronaca palermitana, pubblicato nel 1972, due anni dopo la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, autore di inchieste scottanti sulla mafia e sul caso Mattei, scomparsa avvenuta la sera del 16 settembre 1970, quando a Palermo “lo scirocco correva a 65 all’ora e il mercurio aveva sfiorato i trenta”. In questo testo, Giuliana analizza il contesto grigio e oscuro in cui è avvenuto il rapimento misterioso del giornalista, di cui non si è saputo più niente…
   Il secondo, Terra di rapina, del 1976, è un testo epico e dolente sulle lotte, le speranze, la disperazione dei contadini siciliani subito dopo la fine della seconda guerra, delusi e sconfitti dopo la discussa riforma agraria.
   Il terzo, Romanzo civile, pubblicato postumo nel 2000 per volontà delle figlie Giuditta e Marta, è il racconto dell’amicizia con Calogero Roxas, e soprattutto il racconto corale e commovente di un’epoca, di un’alta sensibilità familiare, storica e politica. 
La scrivente confessa di leggere e rileggere i testi della giornalista perché, a ogni rilettura, trova suggestioni e stimoli nuovi: “L’eredità che continuano a lasciare gli uomini e le donne migliori della generazione di Giuliana e di Marcello – scriveva Michele Perriera in un libro dedicato  a Marcello Cimino, marito di Giuliana – è quest’abitudine a porre il proprio io sempre in relazione agli altri, quasi una coazione a pensare la propria vita a servizio della vita e delle sue trasparenze sociali”.
La giornalista chiudeva il manoscritto che sarebbe poi diventato Romanzo civile definendosi una “vecchia signora invulnerabile… con una scintilla tenace e fiammeggiante… in sintonia con chi sa che, con una sensazione panica, altamente civile, con una disponibilità senza riserve, un ventre da grande madre, il cervello traboccante, una mente sovrana”.
      E noi, cara Giuliana, vogliamo ricordarti così…

Maria D'Asaro, 14.12.25, il Punto Quotidiano

(A Giuliana ho scritto una lettera, qui...)

venerdì 12 dicembre 2025

Grazie, Oriana...

(...)
 Me ne è saltato all’occhio uno leggermente fuori posto. Ho riconosciuto la foto nella copertina: Lettera a un bambino mai nato, il libro della Fallaci, quello che ho appena sfogliato quando tu eri nella mia pancia… Quello che allora mamma mi ha quasi strappato dalle mani. Perché me lo aveva sottratto così? Cosa celava? Se si trattava di una verità triste sentivo che era proprio il momento giusto… L’ho preso. 
Arrivati in ospedale, ci hanno permesso di entrare tre minuti in intensiva per salutare in silenzio la nonna. Ci hanno rassicurato che tutto procedeva per il meglio. Così ho quasi imposto allo zio di andare a sistemare qualcosa al lavoro e di riposarsi un pochino: sarei rimasta io in ospedale. 
Ho tirato fuori dallo zaino il libro con il volto addolorato e inquieto della Fallaci. L’ho aperto. 
Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo.

21.

Habibi, amore mio… Accidenti, come scrive bene questa donna! La prefazione lo vendeva come uno dei veri libri sulla vita e sulla morte, letto da milioni di persone.
Quanto mi piacerebbe che Zahira, la tua Ziazira lo leggesse… Chissà, magari lo conosce…
Immagino quanto dovesse essere difficile e complicato per una donna rimanere incinta senza un marito quando, a metà degli anni ’70, c’era ancora una condanna sociale per una situazione del genere. Infatti, in questa storia, il compagno della protagonista vorrebbe che lei si sbarazzasse del bambino, ma allora non c’era una legge che consentisse l’aborto, il medico la guarda male, il datore di lavoro è imbarazzato… Le stanno accanto solo un’amica e gli anziani genitori, che le vogliono bene. E lei è in crisi perché stare a riposo potrebbe farle perdere un’occasione importante per il suo lavoro.
Il dialogo immaginario che la protagonista intreccia con il bambino che sta crescendo dentro di lei è così autentico, vivido, serrato… Mi ha fatto pensare a tutte le volte che ti parlavo quando ancora eri in pancia, anche se tu forse non potevi ascoltarmi… 
Anche lei, come e più di me, ha corso dei rischi durante la sua gravidanza. Io non sarei stata capace di esprimere con le sue parole quello che provavo quando io-e-tu eravamo fusi insieme, ma ora mi sento come rispecchiata da queste righe … Quel concetto della consolazione per fotografie… Dice che gli innamorati distanti le usano per non sentirsi soli e anche lei guardava le fotografie del bambino, per eludere la malinconia. Immaginava che il feto, con quella forma da mezzo pesce e mezzo larva, si trasformasse piano, subisse una meravigliosa metamorfosi: “Ti sono spuntate le ali! Viene voglia di accarezzarle, accarezzarti” Mi ricordo ancora le tue ecografie, anche io immaginavo ogni tuo futuro mutamento…
Quelle considerazioni così nette, chiare, definitive sul sentimento unico e viscerale che ci univa e ci continua ad unire, di cui persino tuo padre mi è sembrato a volte assurdamente geloso: è vero che quello che sente una donna quando prende tra le braccia il suo bambino così piccolo e indifeso, quel sentimento che la trasforma in madre, è vero che è quello l’amore. 
Mi son sempre posta l’atroce domanda: e se nascere non ti piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando ‘Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo, perché mi ci hai messo, perché?’”

Maria D'Asaro Lettere a un bambino poi nato Diogene Multimedia, Bologna, 2025 pp.77-79

(grazie di cuore ad Adriana, Alessandra, Augusto, Federica che hanno animato la presentazione del libro, ieri pomeriggio a Palermo alla Casa dell'Equità e della Bellezza, e a tutte le amiche e amici intervenute/i)

martedì 9 dicembre 2025

Eravamo al Massimo...

       Alla presenza del Presidente della Repubblica, sabato 6 dicembre, al teatro Massimo di Palermo, la cerimonia di consegna del titolo di ‘capitale italiana del volontariato’:  Palermo (2025) passa il testimone a Modena (2026).

     Tra gli altri, l’intervento di Giuditta Petrillo (Presidente del CeSVoP, Centro Servizi per il Volontariato, Palermo):
“I volontari sono progettisti della trasformazione sociale… 
Non un volontariato dall’alto, ma un volontariato fattivo e concreto, a servizio del territorio…
Il volontario costruisce legami, dove sembrano esserci divisioni…
Il volontariato è un’infrastruttura permanente… è partecipazione e cittadinanza attiva
Il volontariato è esercizio concreto, non marginale, della sovranità popolare per la realizzazione di una società più giusta, più coesa, più umana…

E qualche parola di Mattarella: 

“Il volontariato ha una grande valenza culturale e formativa… non è affatto solo pronto soccorso per le emergenze…
Il volontariato dà senso alle relazioni sociali…
La partecipazione e la solidarietà di cui si fa portavoce il volontario sono principi costituzionali… come la dimensione della cittadinanza attiva.
La sussidiarietà verticale e orizzontale è a pieno titolo iscritta nella carta costituzionale…
Essere volontari vuol dire permettere all’altro di entrare nella nostra vita per arricchirla…
Il volontariato è antidoto alle tossine della paura… 
La grandezza dei volontari sta nel loro curare le ‘ferite’ dell’ambiente e del territorio…
I volontari sono i veri patrioti… a loro si deve la crescita del patrimonio morale del nostro Paese. 
La gratuità del volontario non è un’illusione ingenua per anime belle, ma il volano efficace per la costruzione del bene comune…”

(Qui, in un precedente articolo, dati sul volontariato e notizie sull'AS.VO.PE.)












domenica 7 dicembre 2025

I capolavori di Pellizza da Volpedo (non solo il Quarto Stato)

       Palermo – Chi si trova a passare da Milano durante questo mese o nel prossimo, non perda l’opportunità di visitare la mostra monografica dedicata a Giuseppe Pellizza da Volpedo, il pittore di fine ‘800 celebre per il Quarto Stato: visitabile alla Galleria d’Arte Moderna già dal 26 settembre, la mostra sarà aperta al pubblico sino al 25 gennaio 2026.
      Il percorso espositivo, curato da Aurora Scotti e Paola Zatti, allestito nelle cinque sale al pianoterra della Villa Reale riservate alle mostre temporanee della Galleria e in quella del Quarto Stato al primo piano del museo, comprende quaranta opere tra dipinti e disegni, provenienti da collezioni pubbliche e private italiane e straniere. La genesi artistica e il significato di molti dipinti può essere approfondita se, mentre si visita la mostra, si accede a un sito dedicato scannerizzando un apposito QR code. 
      La scrivente, che non è un’esperta in storia dell’arte, ha così scoperto un pittore assai talentuoso e complesso, autore, oltre che della celeberrima tela, anche di altre opere originali e significative.
La sua parabola umana e artistica è stata purtroppo breve perché Giuseppe Pellizza, nato nel 1868 nel comune piemontese di Volpedo, in provincia di Alessandria, nel 1907 - a soli 39 anni – a Volpedo si tolse la vita, disperato perché la moglie amata, Teresa Bidone, era morta di parto e non era sopravvissuto neppure il bambino. Giuseppe e Teresa avevano già due figlie, Maria e Nerina, che nel 1966 donarono al comune di Volpedo la casa paterna, poi trasformata in museo.
Pellizza da Volpedo: Autoritratto
    Giuseppe Pellizza era nato da un’agiata famiglia contadina e aveva potuto studiare prima all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, e poi anche a Roma, a Firenze (dove fu allievo di Giovanni Fattori), a Bergamo e a Genova. 
    Nel 1891 espose alla Esposizione Triennale di Belle Arti di Milano, facendosi conoscere dal grande pubblico. Le sue opere andarono in giro per l'Italia: all’Esposizione Italo-Colombiana di Genova nel 1892, poi di nuovo a Milano nel 1894 e nel 1898 all’Esposizione generale italiana a Torino. 
   Nel 1901 portò a termine il Quarto Stato, al quale aveva dedicato dieci anni di studi. L'opera, esposta l'anno successivo alla Quadriennale di Torino, non ottenne il riconoscimento sperato, anzi scatenò alcune polemiche. Nel 1906, grazie alla sempre maggiore circolazione delle sue opere in esposizioni nazionali e internazionali, fu chiamato a Roma, dove riuscì a vendere allo Stato un dipinto, Il sole
   Sembrava l'inizio del favorevole riconoscimento dei suoi meriti artistici, ma, come già anticipato, la morte improvvisa della moglie Teresa lo sconvolse e il pittore si impiccò nel suo studio il 14 giugno 1907.
     Le quaranta opere esposte alla GAM di Milano documentano l’intero percorso dell’artista, dalla formazione, avvenuta in un ambito realistico che si espresse inizialmente soprattutto nella ritrattistica, al passaggio poi nel divisionismo, esperienza artistica condivisa con altri grandi interpreti (soprattutto Segantini, Grubicy, Morbelli, Longoni), sperimentatori di una tecnica - basata sulla divisione dei colori attraverso l'utilizzo di piccoli punti o tratti - destinata a imprimere un segno profondo nella generazione successiva, in particolare nell’avanguardia futurista. 
Pellizza da Volpedo: Panni al sole
    Riguardo alla fase divisionista di Pellizza da Volpedo, ecco cosa si legge in un pannello: “Tra il 1892 e il 1894 Pellizza sceglie di avventurarsi nell’esperienza divisionista con entusiasmo, convinzione e serietà, iniziando a studiarne la tecnica, gli effetti, la potenzialità. La pennellata cambia forma, picchiettata in punti, virgole, linee irregolari, quasi filamentosi, i colori sono quelli primari, stesi puri… Opera di straordinaria originalità, considerata una delle più significative della stagione divisionista, è Panni al sole: prova eccellente sia per la costruzione prospettica che per la straordinaria intensità della luce solare”.
Intense e suggestive anche le opere legate all’influenza simbolista: Il sole, Lo specchio della vita, L’amore nella vita.
    Infine, al primo piano del museo, la scrivente è rimasta poi a lungo a contemplare, rapita e ammirata, il Quarto Stato, la grande tela di 2,55 metri per 4,38, quadro simbolo della questione operaia. 
    Si legge su Wikipedia “Il Quarto Stato raffigura un gruppo di braccianti che marcia in segno di protesta in una piazza… L’avanzare del corteo non è violento, bensì lento e sicuro, a suggerire un'inevitabile sensazione di vittoria: era proprio nelle intenzioni del Pellizza dare vita a «una massa di popolo, di lavoratori della terra, i quali intelligenti, forti, robusti, uniti, s'avanzano come fiumana travolgente ogni ostacolo…»… 
    In primo piano, davanti alla folla in protesta, sono definiti tre soggetti, due uomini e una donna con un bambino in braccio. La donna, che Pellizza plasmò sulle fattezze della moglie Teresa, è a piedi nudi, e invita con un eloquente gesto i manifestanti a seguirla: la sensazione di movimento trova espressione nelle numerose pieghe della sua veste. Al centro procede quello che probabilmente è il protagonista della scena, un «uomo sui 35, fiero, intelligente, lavoratore» (come affermò lo stesso Pellizza) che, con una mano nella cintola dei pantaloni e l'altra che regge la giacca appoggiata sulla spalla, procede con disinvoltura, forte della compattezza del corteo. L'altro uomo che avanza in primo piano è un individuo muto, pensoso, con la giacca fatta cadere sulla spalla sinistra. La quinta costituita dal resto dei manifestanti si dispone sul piano frontale: quest'ultimi rivolgono lo sguardo in più direzioni, suggerendo di avere il pieno controllo della situazione. Tutti i contadini compiono gesti molto naturali: di questi, taluni reggono bambini in braccio, altri appoggiano la mano sugli occhi per ripararli dal sole, e altri ancora, semplicemente, guardano diritti davanti a loro”.
     La scrivente ha faticato a staccarsi dall’imponente dipinto. Ha pensato ai Fasci dei Lavoratori, a Placido Rizzotto ucciso dai mafiosi perché chiedeva condizioni di vita più umane per i contadini siciliani, ai tanti disoccupati e inoccupati, a chi oggi lavora nei campi a tre euro l’ora… 
     E i numeri parlano chiaro: oggi l'1% della popolazione mondiale controlla circa il 38% della ricchezza globale, mentre la metà più povera possiede solo il 2%... Dei tre principi della rivoluzione francese, il mondo occidentale ha a cuore (ma spesso solo fittiziamente) la libertà, mentre rimangono irrealizzate uguaglianza e fraternità.
     Allora, il Quarto Stato rimane attuale, commovente e incompiuto: icona e simbolo di un percorso di giustizia umana e sociale ancora da iniziare…

Maria D'Asaro, 7 dicembre 2025, il Punto Quotidiano

Pellizza da Volpedo: Speranze deluse

Pellizza da Volpedo: Il ponte

Pellizza da Volpedo: L'amore per la vita


venerdì 5 dicembre 2025

Senza sparare un colpo: trame di pace nella pagina politica di Vandana Shiva

     In un suo saggio del 2001 sulla necessità per le donne di proferire sulla guerra una «parola altra, una parola per la pace», Françoise Duroux affermava:

Evitare una guerra richiede una quarta ghinea, un supplemento all’istruzione di Arthur. Perché evitare la guerra supporrebbe degli spostamenti dell’immaginario che riguardano sia gli uomini che le donne, sempre che queste categorie siano ancora rilevanti. (…) Freud termina la sua risposta ad Einstein [nel celebre carteggio] con una frase: “Tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.1

   Partendo da questa riflessione, ci domandiamo se una quarta ghinea sia possibile spenderla per una donna che, smascherando le fondamenta del pensiero bellicista, è capace di tessere trame di pensiero e azioni per promuovere l’evoluzione civile. Troviamo nell’ «impertinenza» di Vandana Shiva il motivo per cui investire questa quarta ghinea… Dobbiamo rifarci al suo intervento all’Opera House di Sidney del 3 novembre 2010 È ora di finire la guerra contro la Terra nel quale la scienziata indiana afferma:

Quando pensiamo alle guerre ai nostri tempi, volgiamo la mente all’Iraq e all’Afghanistan [e all’Ucraina, pensiamo noi]. Ma la guerra più grossa è quella contro il pianeta. È una guerra con le radici in un’economia che manca di rispettare i limiti ecologici ed etici – limiti all’ineguaglianza, all’ingiustizia, all’avidità e alla concentrazione economica. (…) Le guerre nel loro dispiegarsi riguardano sangue per cibo, sangue per geni e biodiversità e sangue per acqua. (…) La guerra contro la Terra comincia nella mente. Pensieri violenti plasmano azioni violente. Categorie violente costruiscono attrezzi/strumenti violenti (…). In uno sviluppo non sostenibile sono coinvolti tre livelli di violenza. IL primo è la violenza contro la terra, che si esprime come crisi ecologica. Il secondo è la violenza contro le persone, che si esprime come povertà, privazione e sfollamento. IL terzo è la violenza della guerra e della conflittualità in quanto i ricchi si protendono a risorse situate in altre comunità e paesi per i propri appetiti illimitati."

1. Françoise Duroux Tre ghinee o più, in Il paradigma perturbante della differenza sessuale, Milano, Mimesis, pp.198-99


Ida La Porta, Emi Monteneri, Agata Schiera: Senza sparare un colpo: le efficaci trame e relazioni di pace nella pratica politica di Vandana Shiva p.67 
nel testo: Corpi e parole di donne per la pace (a cura di Mariella Pasinati) Navarra, Pa, 2024

mercoledì 3 dicembre 2025

Italia, record in Europa per morti da smog

      Palermo – “Se le vedessimo, come vediamo le cimici e altri insetti che ci disturbano, probabilmente ci indigneremmo di più e ci sapremmo difendere meglio…” – ha esordito così il professore Roberto Boffi, responsabile della Pneumologia all’Istituto Nazionale Italiano dei Tumori, nel corso di un’intervista concessa al Telegiornale della Scienza Leonardo all’inizio di novembre, mentre a Genova era in corso il Festival della Scienza. 
     “Paragono sempre infatti il particolato, le famigerate particelle fini e ultrafini, alle cimici perché possiamo visualizzarne la pericolosità… Penso infatti che il primo scudo antismog sia proprio la conoscenza del fenomeno, l’esserne consapevoli”.
     Quelli che presenta l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono numeri drammatici: l’inquinamento atmosferico provoca circa otto milioni di morti nel mondo. E l’Italia in Europa è maglia nera: con 630.000 morti per smog, il nostro paese detiene il più alto tasso di mortalità del continente.
“E purtroppo, se si nasce in pianura padana, si ha un’aspettativa di vita, è brutto dirlo, ma è giusto saperlo, di circa due anni inferiore rispetto alla media nazionale – ha continuato il professore – Però la prevenzione, se si interviene sia sull’ambiente esterno che sugli stili di vita, potrebbe essere molto migliorata”.
     Roberto Boffi è infatti autore di un testo I tuoi scudi antismog che, come esplicita il sottotitolo, indica come proteggersi dall’inquinamento: dalle piante che purificano la casa ai consigli per la vita all’aperto. Infatti, casa e ufficio, luoghi in cui trascorriamo sino al 90% del tempo, sono spesso pieni di tossicità, subdola e poco nota: dalle esalazioni dei detersivi, ai rischi per le cucine a gas, al fumo delle sigarette elettroniche a quello cosiddetto di ‘terza mano’, quello che rimane nei tessuti anche a distanza di mesi. 
“Siamo purtroppo il paese che ha più morti premature per le cucine a gas e siamo agli ultimi posti invece nella diffusione delle cucine a induzione… Le stampanti poi emettono molte sostanze tossiche, anche cancerogene. La buona notizia è che esistono però piante ‘mangia smog’, che proteggono dall’inquinamento da stampante: i ficus, i bonsai… Così come ci sono delle piante di origine tropicale utilissime in un altro luogo della casa, la camera da letto; l’aloe vera, ad esempio, che rilasciano ossigeno anziché anidride carbonica anche al buio”.
      Il professore Boffi, che è anche Presidente della Società Italiana di Tabaccologia, invita poi a non sottovalutare il fumo come componente significativo dello smog. 
Nel corso del servizio andato in onda al Tg della Scienza Leonardo, è stato poi sottolineato che studi svolti dall’Istituto Nazionale Tumori certificano che una sola sigaretta inquinerebbe più di un motore diesel euro tre e che il fumo all’aperto contribuisce per il 7% alla formazione dello smog cittadino. Ne consegue che le strade pedonali della movida, frequentate da fumatori, risultano addirittura più inquinate di quelle aperte al traffico.
     “L’inquinamento non deve essere visto come un alibi per i fumatori – ha concluso Boffi – perché i due potenti fattori di rischio, non solo respiratorio, ma anche cardiovascolare e oncologico, si potenziano… Per cui se, in ambienti già inquinati, fumiamo o siamo esposti al fumo passivo o anche a quello delle sigarette elettroniche, il rischio di ammalarsi aumenta notevolmente”.
   Una scelta saggia e salutare, un buon proposito per il 2026, allora sarebbe quello di smettere di fumare. Congedarsi dal fumo prima che sia lui invece a farci prendere congedo dall’unica vita che abbiamo…

Maria D'Asaro, 30 novembre 2025, il Punto Quotidiano


Prof. Roberto Boffi


domenica 30 novembre 2025

Buon compleanno! E sono 17...

      Forse non è un caso che sia nato a novembre, uno dei suoi mesi preferiti: 30 novembre 2008, sembra ieri. E invece sono passati 17 anni…
      Allora, nella casa di mattoni di nostra signora, c’erano ancora tutti e tre gli splendidi figli di carne e facevano un’allegra baldoria…  Ora abitano il vasto mondo e lei va a trovarli. E poi partorisce parole...

E' contenta:

- delle 101 (e più) recensioni; 

- degli articoli pubblicati nel giornale con qui collabora (oggi il pezzo n.400!);

- della divulgazione di tematiche ambientaliste e nonviolente, per offrire stimoli culturali, sociali e politici costruttivi;

 - di avere scritto due libri: Una sedia nell’aldilà e Lettere a un bambino poi nato, che si presenterà giovedì 11 dicembre alle 18 a Palermo, alla Casa dell’Equità e della Bellezza, in via Garzilli, 43/a. Levatrici speciali saranno Adriana Saieva e Alessandra Colonna Romano, con la speciale regia di Augusto Cavadi.

Il blog ha aiutato nostra signora a trovare la sua ‘vocazione’: scrivere per lei è come andare all’incontro con l’innamorato’ (per dirla con le parole di Dacia Maraini).

Nostra signora capisce bene il senso di quanto dice l'amata Natalia Ginzburg: “Chi scrive, corre due pericoli: il pericolo di essere troppo buono e tollerante con sé stesso, e il pericolo di disprezzarsi. Quando vuole troppo bene a sé stesso, quando si sente per tutto ciò che pensa e scrive traboccante di simpatia, scrive allora con una facilità e fluidità che dovrebbe metterlo in sospetto. (…). Quando invece prende a disprezzarsi, abbatte prontamente i propri pensieri, li atterra a fucilate non appena si alzano e respirano, e si trova ad ammucchiare intorno a sé convulsamente cadaveri di pensieri, ingombranti e pesanti come uccelli morti. (…).  Perciò chi scrive, sente con forza la necessità di avere degli interlocutori. Di avere cioè al mondo tre o quattro persone, a cui sottoporre ciò che scrive… (…) Il pubblico è, per chi scrive, una proliferazione e una proiezione di queste tre o quattro persone nell’ignoto e nell’infinito. Queste persone aiutano chi scrive sia a non provare per sé stesso una simpatia cieca e indiscriminata, sia a non provare per sé stesso un disprezzo mortale. Lo aiutano a difendersi dalla sensazione di farneticare e delirare in solitudine”.

Allora, profonda gratitudine a chi, con generoso interesse, naviga in questi mari da solcare e, magari, lascia ogni tanto una traccia.

Un pensiero particolare e commosso a Gus, Daniele il Rockpoeta, Michela… che dai mari del web sono trapassati all’immensità del mistero… Proprio la notte scorsa nostra signora ha sognato che le restava pochissimo da vivere e, tra gli altri pensieri, in sogno c'era anche questo: chi scriverà nel blog la parola ‘fine’?

Nostra signora ci penserà… intanto l’auspicio è che, l’anno prossimo, il blog diventi maggiorenne!