giovedì 22 gennaio 2026

Grazie, Isabel...

Isabel Allende
        “Che cosa fai qui Emilia, santo cielo!” esclamai spaventata.
“Scrivo. Non preoccuparti non sono impazzita,” disse leggendomi nel pensiero.
     Mi spiegò che, una volta arrivata alla terra di suo padre, si era resa conto di avere un altro compito davanti a sé: terminare la storia che aveva iniziato. Nel suo ritiro era stata al sicuro e in pace. Covadonga era stata una compagna fedele e i mapuche la proteggevano e le portavano provviste… Nessuno l’aveva infastidita. Aveva trascorso i mesi estivi a scrivere, ma il tempo stava cambiando e avrebbe dovuto lasciare il rifugio prima delle gelate invernali.
     Mi mostrò i quaderni che aveva riempito fino ai margini con una calligrafia minuscola e mi disse che si trattava di un diario delle sue esperienze, ma anche del romanzo che aveva sempre voluto scrivere. Capii che sarebbe stato il primo di molti, lei era destinata a quello.
    Emilia è uno spirito selvaggio e brillante. Non potrò mai trattenerla, ma spero di poterle stare vicino e che l’amore ci tenga uniti.
“Ho finito la mia storia. Sono pronta per tornare a casa,” mi disse.

Isabel Allende, Il mio nome è Emilia del Valle

(E grazie alla mia amica Luciana, che mi ha prestato il libro: ciao capitana!)

martedì 20 gennaio 2026

La casa, il pianeta e un Nobel mancato...

     Nostra signora aveva scoperto tante belle passioni: intanto per la scrittura, ma anche per la cura della casa. Ordinava i cassetti, rammendava le tende, puliva gli angoli delle stanze. A volte le case da accudire si moltiplicavano: quelle dei figli, in continente, quella della figlioletta, almeno la domenica. 
      Poi la questione si complicava perché lei considerava casa sua, in amministrazione fiduciaria, l’intera città. Così nascevano i problemi: bisognava, ad esempio, tenera sempre pulita l’aiuola vicino la fermata dell’autobus (risolvibile, togliendo ogni settimana a mano qualche rifiuto). Ma, allargando l’orizzonte, si scoraggiava: come fermare la febbre e l’inquinamento nel pianeta, casa comune? Come persuadere gli uomini roboanti che minacciavano nuove invasioni e continuavano le guerre, causando morte e gravi ferite alla casa comune?
     Era un pochino disperata… Ma nostra signora continuava comunque a prendersi cura delle sue case. E a macinare parole. Pazienza se non le avrebbero mai dato il Nobel…




"La lettera di Trump al presidente della Norvegia non sarebbe stata concepibile nemmeno dal più geniale sceneggiatore di film comici di tutti i tempi. Per dire: neanche Mel Brooks, neanche Monty Python. È un capolavoro di nonsense, una parodia feroce (quanto involontaria) della megalomania del potere, un esercizio di scuola sulla instabilità psichica che si attribuisce ai dittatori.
      Partiamo dalla forma: lamentarsi con il presidente della Norvegia per non avere ricevuto il Nobel per la Pace è come protestare con la Casa Bianca perché il proprio film non ha vinto l'Oscar. La Norvegia in quanto Stato c'entra zero con il comitato indipendente, e di composizione internazionale, che assegna i Nobel. Passando poi al contenuto, spero che abbia già fatto il giro del mondo per quanto è esilarante: siccome non mi avete dato il Nobel per la pace — dice quasi esplicitamente Trump, ma alla persona sbagliata — allora non potete pretendere che io non invada la Groenlandia. 
    Alla stessa stregua, gli scienziati non premiati dal Nobel potrebbero dire, per ripicca: siccome non mi avete dato il Nobel per la fisica, allora mi rimangio tutti i miei studi e vi dico che l'atomo non esiste e la materia è fatta di marzapane.
      Viene perfino il sospetto che Norvegia e Danimarca, nella mente rudimentale dell'attuale presidente degli Stati Uniti, in questo democraticamente simile a quella di molti suoi elettori, siano su per giù la stessa cosa: paesi molto freddi del Nord Europa, tutta roba che con la Groenlandia c'entra sicuramente.
So bene che cosa state pensando: il momento è gravissimo, cosa c'è da ridere? Che una persona di zero cultura e di smisurata prepotenza sia il padrone del mondo, dovremmo considerarla una cosa buffa? La risposta è sì. Il fatto che un buffone possa mettere in ginocchio il mondo non significa che non sia un buffone."

Michele Serra, La Repubblica, 20.1.26
(Grazie a Massimo Messina per la condivisione)

domenica 18 gennaio 2026

"Terra di rapina", l'umanità dolente di Giuliana Saladino: così si racconta la Storia

       Palermo – Ci sono testi che ogni cittadino dovrebbe leggere per capire davvero la storia italiana recente, testi che un docente competente e illuminato dovrebbe proporre come lettura obbligatoria per i propri alunni di scuola superiore. 
      Ad avviso della scrivente, Terra di rapina, reportage sulle lotte contadine in Sicilia dopo il 1945, opera della giornalista e scrittrice palermitana Giuliana Saladino, è uno di questi.
Il testo, pubblicato da Einaudi nel 1977 e riedito da Sellerio nel 2001, racconta il fallimento della riforma agraria in Sicilia e lo spiega con le parole dei contadini che avevano combattuto per la divisione dei latifondi, lottando contro mafiosi, gabellotti e un sistema sociale che li condannava a una vita di stenti, indegna di questo nome. Come sottolinea Antonio Calabrò nella nota iniziale, Terra di rapina è molto più di un reportage storico: è un racconto corale e commovente di un’umanità dolente e quasi sempre sconfitta, un suggestivo e intenso romanzo civile.
      Punto di partenza del libro è la cronaca di una tragedia avvenuta il 22 febbraio 1972 a Carmagnola, a 24 chilometri da Torino, teatro di una rapina finita malissimo, con feriti tra la gente e le Forze dell’ordine e persino un morto: un passante, Aldo Boccone, ucciso casualmente da una pallottola vagante. Uno dei banditi, salvato per miracolo dal linciaggio della folla, è un siciliano di 37 anni, Giuseppe Di Maria, nato a Cianciana, un minuscolo paesino di minatori e contadini, in provincia di Agrigento.
       Con la sua scrittura limpida e potente, Giuliana Saladino fa un viaggio a ritroso e ricostruisce la storia del rapinatore e il contesto storico in cui è vissuto, elementi questi che spiegano (senza ovviamente giustificarlo) il suo tragico percorso: Giuseppe Di Maria “batte una strada familiare a tanti: quella della rivolta contro tutto e tutti, una rivolta arcaica perdente e molto contadina”. 
E la giornalista si chiede: “Gli si presentò mai la magra quasi unica occasione di dirottare la sua vita? Nella solitudine siciliana ciascuno gioca la sua partita contro il resto del mondo: l’occasione che non viene bisogna andarsela a cercare. E per un contadino dove, se non tra uomini e idee? Una qualche sezione di partito, un circolo dell’azione cattolica, una lega, un gruppo, qualcosa che sia punto di riferimento e àncora nel vuoto”.
Tre dei sei fratelli di Giuseppe Di Maria emigrarono, all’inizio degli anni ’50, in Inghilterra e ‘si salvarono’. Perché a Cianciana non c’era futuro…Ecco cosa dice alla Saladino un suo abitante: “Avevo venti anni, aspiravo a una vita diversa, ma qui a Cianciana potevo solo passeggiare sul corso, su e giù, entravo e uscivo dal caffè, aspettavo un’occasione che non veniva mai. (…) Facevo parte dell’azione cattolica e quando dicevamo ai preti che c’era troppa mafia troppa miseria e troppa emigrazione loro ci cullavano con le parole”.
      La giornalista fa un’analisi magistrale della situazione di depressione economica e sociale in cui versava Cianciana servendosi di dati e studi che si concludono così: “L’attuale situazione agricolo-economico-sociale della popolazione versa in uno stato di depressione allarmante”.
Scrive allora Giuliana “Questa Cianciana, questo vuoto aveva intorno a sé Giuseppe Di Maria, non ancora ventenne, tra poco bandito, negli anni in cui i contadini hanno perduto la battaglia e i minatori si apprestano a perderla. Coraggio paura e speranza non battono più le trazzere, è in atto una ennesima rapina, ora i contadini firmano cambiali e contratti, vendono muli e lenzuola, impegnano corredi, ipotecano poderi pur di comprare la terra conquistata perduta e messa in vendita a seguito della riforma agraria”.
Dalla vicenda di Giuseppe Di Maria, la giornalista passa ad allargare lo sguardo alle lotte di braccianti, contadini e minatori nel decennio subito dopo il 1945.
       E ricorda che purtroppo la Riforma Agraria del 1950 in Sicilia, che avrebbe dovuto distribuire la terra espropriando i grandi feudi, fu un fallimento per i contadini: furono infatti divise le terre meno produttive, fu favorito il clientelismo politico con alcuni benefici solo dove furono costruite infrastrutture: “La terra nuda e cruda e poi? Il mastodontico carrozzone regionale – ERAS, Ente Riforma Agraria Siciliana – che presiede alla riforma agraria, a spinte a spintoni e a strappi non si riuscirà a metterlo in moto né in tre né in dieci anni né in venti anni, né coi democristiani né coi socialisti”.

Su tutto questo, il movimento contadino che si sta spegnendo, sconfitto, lascia un sedimento immediato: nessuno è più disposto ad accettare qualunque condizione alla propria vita… nessuno è più disposto a trascinare all’infinito - nel finito della propria vita – una fatica senza compenso”.
        Allora, come si legge in copertina: “Contadini e solfatari (…) dopo la sconfitta scelsero un'altra via di civiltà, dolorosa e vitale: il più grande processo migratorio della storia, mentre sulla loro sconfitta, e sul loro coraggio di esuli, le terre impoverite di intelligenze e di cultura civica, perversamente costruivano una loro modernità che è poi stata la nostra. Così, questo romanzo conduce alla scoperta della verità sul bandito di Cianciana: il bandito altro non è che lo sfogo di una terra bandita. Che il rapinatore è il figlio di una terra di rapina”.  
    La giornalista aggiunge poi un altro tassello di verità storica: “Già la mafia ha celebrato le sue nozze urbane col potere, lo strumentalizza e ne sarà strumentalizzata (…) Già nuove forze economiche si sono messe in campo per la rapina sul campo inglorioso e lucroso della speculazione edilizia. Cacciata dai feudi, la mafia accorre in città, lascia il cavallo e prende la patente…
      Terra di rapina: dunque un magistrale affresco storico senza speranza? No: l’autrice, quasi come contraltare alla storia disperata di Giuseppe Di Maria, racconta quella di riscatto di Girolamo Scaturro, un povero bracciante che, grazie alla sua buona volontà, allo studio, al legame col partito comunista e…alle benedizioni di sua madre, diventa dirigente della Federterra siciliana e deputato regionale. 
Renato Guttuso: Occupazione delle terre incolte
      Una storia vera che vale la pena conoscere:
«I miei genitori erano quasi analfabeti... Erano fieri di me perché portavo a casa una pagella tutti nove e dieci, anzi ‘lodevole’ come si diceva a quell’epoca».
«Quindi finii le elementari e fu il momento di passare all’avviamento la preside fece chiamare mio padre e gli spiegò che con quei voti era assurdo che non continuassi a studiare».
«Non se ne fece niente e andai a lavorare. Avevo 11 anni, era il 1932, e il fatto che ancora a nove anni e a dieci anni, studiassi, destava scandalo tra i contadini».
«Chiusi quindi con la scuola…Andammo come mezzadri, mio padre e io, nei feudi Finocchio e Balata, sotto Bivona, non lontano da Cianciana…Andavamo il lunedì all’alba, prima che fosse giorno, e tornavamo in paese il sabato, quando era buio… Eravamo decine di contadini mezzadri, vivevamo isolati dal mondo sui due feudi, dormivamo nella stalla con le bestie: conquistare un posto nella mangiatoia era, che so, come conquistare una camera con bagno».
«A sedici anni stavo ancora lì, fuori dal mondo, sentivo che tornavo analfabeta, avevo abbandonato ogni proposito di studio, ogni tentativo di lettura, ogni pensiero. Mi sentivo inselvatichire e indurire».
«Poi si risvegliò qualcosa in me, sentii che dovevo trovare il modo di scappare da lì, e dopo qualche giorno parlai a mio padre: ho sedici anni, se continuo così dimenticherò quel poco che sapevo, almeno una o due volte alla settimana voglio andare in paese, voglio vedere che posso fare con la scuola. “Vacci”, disse mio padre, “ma qualunque cosa è a spese tue”. 
Non mi disse altro e riallacciai con la scuola. C’era il maestro che si ricordava di me, mi incoraggiò…. Mi iscrissi al corso serale per rifare la quinta e la sesta, perché avevo dimenticato molto e perché non c’era altra scuola in paese. Poche settimane dopo fu come scoprire un tesoro, tutto mi tornava alla memoria, ridiventavo bravo. Ogni tre giorni andavo e venivo a piedi dalla masseria al paese, per ogni lezione, tra andata e ritorno, 24 Km».
«Poi venne la guerra, andai sotto le armi e incontrai dei comunisti, operai e braccianti come me. Non sapevo niente di politica. Non mi era mai giunta all’orecchio una sola parola sulla tradizione socialista, che pure esisteva nel mio paese e nella provincia di Agrigento, né una sola parola sull’antifascismo».
 «Non avevo mai collegato la fame con la politica, solo quando in guerra parlai con molti operai comunisti cominciai a capire qualcosa. Tornai nel ’44 e fondai la sezione giovanile…Ripresi a lavorare come bracciante in contrada Piana. Zappavamo e cantavamo ‘Bandiera rossa’… La sera tornavamo in paese a cavallo dei muli, quaranta o cinquanta contadini tutti in fila, e ogni sera sul mulo facevo comizio. Fui il primo contadino che parlò in piazza nel mio paese, a Ribera. Aravo e ripassavo il discorso.
Mio padre lo seppe ed era terrorizzato. Alcuni mafiosi erano già andati da lui, gli avevano detto a più riprese: “Dicci a tuo figlio: chi glielo fa fare?” (…) Mio padre la sera prima del comizio mi affrontò: “Torni dalla guerra vivo per essere ammazzato qua? Tu non parli”. “Io parlo”.
Mia madre intervenne: “Mio figlio parla” e mio padre le diede uno schiaffone. Allora lo afferrai per le braccia gridando: “Non ti bastono perché ti rispetto, ma ho ventidue anni e ho diritto pure io al rispetto. Non voglio vivere tutta la vita come te, come un pecorone, fatti i fatti tuoi”. Per tutta il giorno, mentre zappavamo, non mi rivolse la parola, poi la sera all’ora del comizio se ne andò dal barbiere. 
Io andai in sezione. Avevano parlato sempre gli intellettuali, quella sera invece fu un discorso da contadino a contadini, e alla fine mi portarono a spalle in giro per il paese. Presi coraggio, andai a parlare anche in piccoli centri vicini, come Calamonaci o Villafranca. Poco a poco mio padre, che non si era mai interessato di politica, diventò la mia ombra, si iscrisse al partito, mi seguiva nelle riunioni e dappertutto.
      Mia madre, una donna molto intelligente e coraggiosa, mi ripeteva sempre: “Vai avanti, figlio, cammina. Fai la tua strada, hai ragione, non si può vivere come abbiamo vissuto noi, ti do la mia benedizione” e continuò a benedirmi anche quando il papa nel 1958 scomunicò socialisti e comunisti. Diventai un dirigente della Federterra, giravo per tutta la provincia, e lei mi aspettava la notte a qualunque ora, fino alle 2 o alle 3, sempre leggendo i reali di Francia, poi leggendo e rileggendo i miei articoli».
      Con la sua scrittura (come è stato scritto qui, nel centenario dalla nascita) capace di galoppare “dalla collettività all’individuo, dal generale al particolare… dalla società alla persona, dalla cronaca alla storia” Giuliana Saladino, presentando sia Giuseppe Di Maria che Girolamo Scaturro, sembra voler dire che una postura diversa, una consapevolezza e una cultura maggiori possono comunque fare la differenza e cambiare il destino di un uomo.
     E sembra volerci infine sussurrare tra le righe che, nonostante la violenza dei potenti, ciascuno può scrivere una pagina di Storia. O essere almeno, come scrive il poeta William Ernest Henley, capitano della propria anima

Maria D’Asaro, 18.1.26, il Punto Quotidiano



venerdì 16 gennaio 2026

Te la do io, l'America... grazie, Giorgio


 

Quanto ci manchi, caro Giorgio...

Qui (scritte nel febbraio 1991) riflessioni della magnifica Giuliana Saladino.





mercoledì 14 gennaio 2026

Noi, che...

Noi,
che proteggiamo dall’impetuoso e impietoso ventaccio di gennaio 
le gemme fragili delle nostre piantine…
noi,
che ci inebriamo del profumo degli asciugamani puliti…
noi,
che rammendiamo con pazienza il calzino bucato
e accoppiamo con pazienza decine e decine di calzini spaiati…

noi,
che ci sentiamo liete, leggere e così fortunate
quando varchiamo la soglia della Casa equa e bella:
per educarci alla nonviolenza, per ricordare Giuliana, 
per ascoltare Maurizio che ci fa vibrare evocando i versi di Dante…
noi,
che ci sentiamo privilegiate perché camminiamo senza velo e contempliamo il cielo azzurro…
noi, 
che mangiamo tre volte al giorno e abbiamo l’acqua per lavarci…
noi,
che siamo disposte a diventare più povere perché altri diventino più ricchi…
noi, 
che non utilizziamo quasi più l’automobile anche se non ce lo vieta nessuno…
noi,
davvero non lo capiamo perché ci sia tanto male e tanta brutale violenza, nel nostro piccolo mondo…






lunedì 12 gennaio 2026

La natura sa curare, lo conferma la scienza

         Palermo – Che soggiornare in aree verdi o blu migliori sensibilmente la salute e riduca l’uso di farmaci per patologie quali la depressione, l’ansia, l’insonnia, l’asma e l’ipertensione lo si sapeva già: ne avevamo scritto già qui circa tre anni fa, riportando studi del Finnish Institute for Health and Welfare e del Max Planck Institute for Human Development di Berlino.
     I giapponesi lo chiamano Shinrin yoku (che in italiano si traduce in ‘Bagno nella foresta’ e in inglese Forest Bathing) e lo conoscono e lo praticano già dagli anni ’80. 
      Nel paese del sol levante infatti la valenza terapeutica del ‘bagno nella foresta’ (ma vanno bene anche i parchi cittadini e comunque i luoghi con una grande concentrazione di alberi) è nota già da decenni: miglioramento del funzionamento del sistema immunitario e dell’umore, diminuzione della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, diminuzione dello stress e dell’infiammazione sono benefici accertati del camminare in parchi e boschi.
      Un’ulteriore conferma della valenza terapeutica del camminare in aree verdi arriva ora da uno studio del NICO, l’Istituto di Neuroscienze ‘Cavalieri Ottolenghi’ dell’Università di Torino, realizzato con la Clinica Psichiatrica dell’Ospedale Molinette. 
     Quando una persona respira in un’area verde, (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 10.1.26, il Punto Quotidiano

sabato 10 gennaio 2026

Bandiera rossa, la fame, la politica... grazie, Giuliana

Renato Guttuso: L'occupazione delle terre incolte
(continua da qui)

 «Ogni tre giorni andavo e venivo a piedi dalla masseria al paese, per ogni lezione, tra andata e ritorno, 24 Km.  
     Recuperavo rapidamente, il nuovo maestro mi prese in simpatia, mi metteva alla prova, mi dettava in siciliano e io dovevo scrivere in italiano. Da allora non perdetti più il contatto con la scuola. (…)
     Poi venne la guerra, andai sotto le armi e incontrai dei comunisti, operai e braccianti come me. Non sapevo niente di politica. Non mi era mai giunta all’orecchio una sola parola sulla tradizione socialista, che pure esisteva nel mio paese e nella provincia di Agrigento, né una sola parola sull’antifascismo. (…)
     Al mio paese c’era stata una specie di sommossa, nel 1935, che i fascisti avevano domato distribuendo pacchi di pasta da 5 chili. Non avevo mai collegato la fame con la politica, solo quando in guerra parlai con molti operai comunisti cominciai a capire qualcosa. Tornai nel ’44 e fondai la sezione giovanile.
    Ripresi a lavorare come bracciante in contrada Piana. Zappavamo e cantavamo Bandiera rossa. Il proprietario, un buon uomo, mi chiama: “Benedetto Dio, lo capisci che qua non puoi cantare Bandiera rossa? Lo capisci che mi chiedono se qua c’è la cellula comunista?” Gli chiesi: “Ma lei è soddisfatto del mio lavoro?” “Sì.” “Ma o canto o me ne vado”. “ E allora canta, canta…”.
   La sera tornavamo in paese a cavallo dei muli, quaranta o cinquanta contadini tutti in fila, e ogni sera sul mulo facevo comizio. Fui il primo contadino che parlò in piazza nel mio paese, a Ribera. Aravo e ripassavo il discorso.
    Mio padre lo seppe ed era terrorizzato. Alcuni mafiosi erano già andati da lui, gli avevano detto a più riprese: “Dicci a tuo figlio: chi glielo fa fare?” (…) Mio padre la sera prima del comizio mi affrontò: “Torni dalla guerra vivo per essere ammazzato qua? Tu non parli”. “Io parlo”.
   Mia madre intervenne: “Mio figlio parla” e mio padre le diede uno schiaffone. Allora lo afferrai per le braccia gridando: “Non ti bastono perché ti rispetto, ma ho ventidue anni e ho diritto pure io al rispetto. Non voglio vivere tutta la vita come te, come un pecorone, fatti i fatti tuoi”.
    Per tutto il giorno, mentre zappavamo, non mi rivolse la parola, poi la sera all’ora del comizio se ne andò dal barbiere. Io andai in sezione. Avevano parlato sempre gli intellettuali, quella sera invece fu un discorso da contadino a contadini, e alla fine mi portarono a spalle in giro per il paese. Presi coraggio, andai a parlare anche in piccoli centri vicini, come Calamonaci o Villafranca. Poco a poco mio padre, che non si era mai interessato di politica, diventò la mia ombra, si iscrisse al partito, mi seguiva nelle riunioni e dappertutto.
    Mia madre, una donna molto intelligente e coraggiosa, mi ripeteva sempre: “Vai avanti, figlio, cammina. Fai la tua strada, hai ragione, non si può vivere come abbiamo vissuto noi, ti do la mia benedizione” e continuò a benedirmi anche quando il papa nel 1958 scomunicò socialisti e comunisti.
Diventai un dirigente della Federterra, giravo per tutta la provincia, e lei mi aspettava la notte a qualunque ora, fino alle 2 o alle 3, sempre leggendo i reali di Francia, poi leggendo e rileggendo i miei articoli».

(Giuliana fa parlare Girolamo Scaturro, poi deputato regionale del PCI in Sicilia)

Giuliana Saladino Terra di rapina Sellerio Palermo 2001, pp.65-67

(Domani, a Palermo, alla Casa dell'Equità e della Bellezza, in via Garzilli 43/a, dalle 11,30 esatte alle 13 ricorderemo Giuliana Saladino, a 100 anni dalla nascita)

giovedì 8 gennaio 2026

Giuliana racconta la storia di Girolamo Scaturro...

      «I miei genitori erano quasi analfabeti, mio padre era un bracciante, mia madre era figlia di un piccolo affittuario. Erano fieri di me perché portavo a casa una pagella tutti nove e dieci, anzi ‘lodevole’ come si diceva a quell’epoca. (…)
      Quindi finii le elementari e fu il momento di passare all’avviamento la preside fece chiamare mio padre e gli spiegò che con quei voti era assurdo che non continuassi a studiare. Mio padre si fece i conti: tra tasse e libri ci volevano 200 lire e mio padre guadagnava 5 lire al giorno, ci sarebbero voluti 40 giorni di fila di lavoro, solo per pagare il mio studio.
     Non se ne fece niente e andai a lavorare. Avevo 11 anni, era il 1932, e il fatto che ancora a nove anni e a dieci anni, studiassi, destava scandalo tra i contadini. Mia nonna rimproverava mia madre, tenermi a scuola era uno spreco, e tutti i parenti e i vicini disapprovavano mio padre: “4 lire al giorno ti può tirare il picciotto, e tu lo tieni a scuola!” – era un ritornello continuo, e per me anche umiliante».
    «Quando mi misi a lavorare furono tutti soddisfatti, invece per i miei genitori fu un dispiacere, specie per mia madre, che aveva fatto sino alla terza elementare e a suo modo si coltivava, non voleva disimparare a leggere e leggeva e rileggeva, e lesse per tutta la vita, un volume sui reali di Francia. (…)
Chiusi quindi con la scuola. Qualche volta andai a trovare il mio maestro, mentre dava lezioni provate ai figli dei signori e gli lasciava temi e problemi che io facevo in un attimo. Lui mi guardava, scuoteva la testa e diceva: “Tu dovresti studiare e vai a lavorare, questi dovrebbero lavorare e invece continueranno a studiare.”
   «Andammo come mezzadri, mio padre e io, nei feudi Finocchio e Balata, sotto Bivona, non lontano da Cianciana (…) Andavamo il lunedì all’alba, prima che fosse giorno, e tornavamo in paese il sabato, quando era buio. Bisognava passare a guado il Magazzolo, a volte in inverno era in piena, si rischiava di annegare, e allora tornavamo indietro delusi, alla masseria. Eravamo decine di contadini mezzadri, vivevamo isolati dal mondo sui due feudi, dormivamo nella stalla con le bestie: conquistare un posto nella mangiatoia era, che so, come conquistare una camera con bagno. Altrimenti si dormiva a terra, su paglia e stracci, dove c’era più freddo e dove arrivavano addosso gli schizzi dell’orina e degli escrementi delle bestie: al mattino molti di noi si alzavano imbrattati.» (…)
    «A sedici anni stavo ancora lì, fuori dal mondo, sentivo che tornavo analfabeta, avevo abbandonato ogni proposito di studio, ogni tentativo di lettura, ogni pensiero. Mi sentivo inselvatichire e indurire. Un giorno eravamo sui campi a lavorare, rivedo tutta la scena: ogni contadino che arava ne aveva dietro un altro che seminava e improvvisamente il vecchio Gulino mi prende di mira: “tu che sei stato a scuola, tu che hai fatto sino alla sesta e sei il più letterato di tutti, vediamo se sai che vuol dire orme?” Rimasi in silenzio, non lo sapevo e tutti i contadini ridevano e sfottevano mio padre… (…)
    Si  risvegliò qualcosa in me , sentii che dovevo trovare il modo di scappare da lì, e dopo qualche giorno parlai a mio padre: ho sedici anni, se continuo così dimenticherò quel poco che sapevo, almeno una o due volte alla settimana voglio andare in paese, voglio vedere che posso fare con la scuola. “Vacci”, disse mio padre, “ma qualunque cosa è a spese tue”. 
     Non mi disse altro e riallacciai con la scuola. C’era il maestro che si ricordava di me, mi incoraggiò. Mi iscrissi al corso serale per rifare la quinta e la sesta, perché avevo dimenticato molto e perché non c’era altra scuola in paese. Poche settimane dopo fu come scoprire un tesoro, tutto mi tornava alla memoria, ridiventavo bravo»…                    (Continua…)

Giuliana Saladino Terra di rapina Sellerio Palermo 2001, pp.61-65

mercoledì 7 gennaio 2026

Il saluto ad Angelo Ficarra: questo si è (stato) un uomo...

Angelo Ficarra
      Immersi come siamo nella vita ormai on life, senza soluzione di continuità tra il piano fisico e quello virtuale, alla sottoscritta è capitato ieri di leggere della dipartita di Angelo Ficarra in una delle sue decine di chat … 
     Il cognome le era assai noto e ieri ha avuto la conferma che si trattava del cognato della sua cara amica Maria.
   Oggi nella camera ardente allestita a Palermo dalla CGIL c'era una folla immensa... in suo ricordo sono state pronunciate parole vibranti di stima e commozione autentiche: 

“Angelo aveva una ricchezza culturale, organizzativa, politica davvero elevate, che si sposavano con un profilo umano di grande umiltà… non diceva mai ‘io’… 
"Quando amici e conoscenti lo incontravano anche all'Università non lo appellavano ‘Professore’, ma Angelino…” 
“Nonostante le difficoltà, forse pochi sanno che è stato proprio Angelo Ficarra ad organizzare a Palermo per la prima volta il corteo del 25 aprile…”
“Angelo rifiutava le gerarchie del Potere, ma credeva che ogni uomo e donna avesse il Potere della dignità e dei diritti imprescindibili all’essere umano…”
“Angelo, dirigente appassionato, generoso, ricco di cultura e prestigio, c’era sempre, aveva cuore e passione, c’era soprattutto per i più giovani…”
“Per Angelo Storia, Cultura e Politica erano intimamente connesse: dobbiamo a lui e a Carlo Marino la collana dei Quaderni di Memoria curati dall’ANPI.”
“Nei confronti di persone come Angelo Ficarra abbiamo il dovere della memoria attiva: di continuare a seminare e raccogliere le loro idee di giustizia.”

Alla camera ardente la scrivente ha incontrato anche l’amica Rosalba Mendolia: a lei Angelo Ficarra ha chiesto, alcuni anni fa, di fare da guida cittadina per amici (dell’ANPI o della CGIL mi pare di avere capito) venuti a Palermo da ogni parte d’Italia: “Ho scoperto così una persona simpatica, colta, sensibile, gentilissima… ne è nato un legame e una stima che non si sono mai spezzati…”.

Io non la conoscevo, Angelino: grazie per tutto. Cercheremo di continuare ad innaffiare i semi fecondi di libertà, uguaglianza e fraternità che Lei ha seminato.

Maria D'Asaro
(Qui un articolo dettagliato su Pressenza:  

"Angelo Ficarra, vicepresidente vicario dell’Anpi Palermo “Comandante Barbato”, scomparso ieri nel capoluogo siciliano, avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 21 gennaio, nel giorno in cui, 105 anni fa, Antonio Gramsci, Amedeo Bordiga e altri dirigenti fondarono il Partito Comunista d’Italia.
Ficarra si considerava un “social-comunista” come suo cognato Pietro Ancona, già segretario generale della Cgil siciliana e marito della sorella, la professoressa Giuseppina Ficarra... (continua qui)" 


martedì 6 gennaio 2026

Parole di chi non vuole arrendersi all'abisso...

Marc Chagall: Il violinista blu
        Grazie a Peppe Sini, responsabile  del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo

"Chi ha la mia età dagli inquilini della Casa Bianca si aspetta di tutto: i più abominevoli atti di gangsterismo, di terrorismo, di stragismo e fin di genocidio (a cominciare da quello degli abitanti originari del loro stesso paese) il governo degli Stati Uniti d'America li hanno già ripetutamente commessi, peraltro senza subire mai per questo sanzione alcuna.

    Poi, certo, c'è un'altra America che amiamo, quella che ci fecero conoscere Pavese e Vittorini e Fernanda Pivano; quella di Thoreau e di Melville, di Lincoln e di Withman, di Martin Luther King e di Malcolm X, di Joan Baez e Bob Dylan, di Susan Sontag e Angela Davis, e d'innumerevoli altri fratelli e sorelle; ed anche quella dei giovani in divisa che vennero in Europa per liberarci dal fascismo e dai campi di sterminio che del fascismo sono il fine, il nucleo e il cratere.

Quest'ultimo atto di pirateria imperiale degli artigli statunitensi in Venezuela si aggiunge all'invasione dell'Ucraina da parte del regime autocratico e mafioso russo e alla distruzione di Gaza da parte dell'azione congiunta dei nazisti di Hamas e del governo fascista di Israele.

E proprio mentre l'umanità civile è impegnata a cercare di fermare la guerra nel cuore d'Europa e a trovare una soluzione istituzionale che consenta finalmente ai due popoli oggi insediati in Palestina di vivere insieme in democrazia (in un solo stato democratico o in due stati indipendenti, democratici e cooperanti - ed io personalmente credo che la soluzione dei due stati sia la sola attualmente possibile; sebbene anch'essa tutt'altro che facile da realizzare, presupponendo necessariamente lo smantellamento di tutte le colonie illegali israeliane in Cisgiordania, oppure l'accettazione sincera e senza riserve da parte dei coloni di divenire a tutti gli effetti cittadini palestinesi) questo colpo di mano, e di testa, del governo dell'impolitico e dispotico Trump aggrava tutto ed apre la via a nuove criminali follie da parte di chicchessia, poiché una volta che si fa strame del diritto internazionale da parte di uno, due, tre governi, ogni governo ed ogni potere di fatto si sente autorizzato ed anzi incentivato a fare altrettanto: e l'umanità  precipita nella barbarie. Una barbarie in cui vi sono le armi atomiche, e sull'età' atomica - che è il nostro presente - Guenther Anders ha scritto parole memorabili che ogni aspirante governante dovrebbe essere obbligato a imparare a memoria prima di accedere ai pubblici uffici.
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Detto tutto questo, sono disperato? No.
Penso che possiamo e dobbiamo continuare a lottare per la pace disarmata e disarmante; per il diritto, la liberazione e la cooperazione dei popoli; per il bene comune dell'umanità; per i diritti umani di tutti gli esseri umani, per la giustizia, la libertà, la misericordia. E penso che abbiamo uno strumento di lotta (ovvero un insieme di metodi e risorse) in grado di sconfiggere ogni concrezione di violenza e di barbarie: la nonviolenza.
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Provo ad enunciare in quattro tesi ciò che mi sembra evidente:

1. Prolificità del crimine
Ogni crimine ne genera altri.
É possibile interromperne la catena? Io credo di sì.

2. Quasi un sommario di storia dell'umanità in compendio
L'umanità  avrebbe cessato di esistere da un bel pezzo se di contro alla follia distruttiva di potenti insensati e scellerati non si ergesse invincibile il bene realizzato dagli innumerevoli esseri umani che quotidianamente incessantemente operano per salvare le vite, per riparare alle devastazioni, per costruire le condizioni della comprensione, della  solidarietà, della convivenza.
Questo impegno di pace e di solidarietà, questa costante e molecolare azione nonviolenta, è la civiltà umana stessa.               

3. Fenomenologia degli adoratori del nulla
Adorano il nulla coloro che a nulla intendono ridurre l'altro da sè. E poiché ognuno è sempre anche altro a se' stesso, in ultima analisi i rapaci e voraci adoratori del nulla intendono annientare anche sè stessi e quindi il mondo intero. Chiamo fascismo questa adorazione del nulla, che si esercita attraverso la violenza che sempre e solo è onnidistruttiva. Sono quindi fascismo tutte le dittature e tutte le guerre. Ma vi è un limite intrinseco all'azione degli adoratori del nulla: nel loro impegno a distruggere tutto essi non possono che fallire, poiché annichilendo anche sè stessi si condannano infine alla catastrofe; e dopo ed oltre la loro catastrofe è ragionevole pensare che resterà  sempre un resto di umanità  in grado di riprendere il cammino dell'umanizzazione.

4. La nonviolenza è più forte
Per quante sofferenze la violenza degli adoratori del nulla possa infliggere all'umanità, sempre nell'umanità risorge la volontà  di vivere e di convivere.
Per quanto disumanizzante la violenza degli adoratori del nulla possa essere, sempre nell'umanità risorge il riconoscimento dell'umanità di ogni essere umano.
Per quanto pervasiva e narcotica possa essere l'ideologia degli adoratori del nulla, sempre nel cuore di ogni essere umano risorge l'antica consapevolezza, la regola aurea affermata in tutte - tutte - le grandi tradizioni culturali umane, che enuncia il principio dell'agire condiviso da ogni persona senziente e pensante: "agisci nei confronti delle altre persone così come vorresti che le altre persone agissero verso di te".
La nonviolenza, ovvero la coscienza del diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignità  e alla solidarietà, è più forte di ogni violenza.
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Opponiamoci quindi a tutte le guerre, a tutte le stragi, a tutte le uccisioni.
Difendiamo quindi il diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignità, alla solidarietà.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Il disarmo è la legittima difesa dell'umanità  intera.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite è il primo dovere.
Chi salva una vita salva il mondo.
Oppresse e oppressi di tutti i paesi, unitevi.
Tutte e tutti prendiamoci cura dell'esistenza di quest'unico mondo vivente, di cui tutte e tutti siamo parte e custodi.
Tutte e tutti prendiamoci cura dell'esistenza di quest'unico mondo vivente, unica casa comune dell'intera famiglia umana.
Con voce e con volto di donna la nonviolenza è in cammino, la nonviolenza è il cammino".

Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" 
di Viterbo
Viterbo, 4 gennaio 2026

Mittente: "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.comcrpviterbo@yahoo.it

domenica 4 gennaio 2026

Befana, ai bambini niente smartphone

          Palermo – Per i più piccoli non dovranno assolutamente esserci smartphone nella calza della Befana: lo chiede la Società Italiana di Pediatria (SIP) che, in occasione della Giornata Mondiale del Bambino e dell’Adolescente, il 19 novembre scorso ha presentato in Senato i dati aggiornati e le raccomandazioni basilari riguardo al tema “Il bambino digitale”.
      L’iniziativa, promossa dal senatore Marco Meloni, ha riunito istituzioni, pediatri, psicologi, rappresentanti dei media e delle piattaforme digitali per riflettere su opportunità e rischi per i minori nell’era del digitale e dell’intelligenza artificiale.
      Dopo le precedenti raccomandazioni del 2018 e del 2019, la Società italiana di Pediatria ha condotto una nuova revisione sistematica della letteratura internazionale, analizzando oltre 6.800 studi, di cui 78 inclusi nell’analisi finale. Il lavoro ha aggiornato le evidenze sugli effetti di smartphone, tablet, videogiochi, social media sulla salute fisica, cognitiva, mentale e relazionale dei minori. 
     Il tempo passato dai minori davanti a uno schermo digitale è raddoppiato rispetto ai livelli pandemici, con conseguenze enormi sulla salute fisica e mentale dei ragazzi: “L’esperienza della pandemia da COVID-19 ha aumentato in modo significativo l’esposizione dei minori agli schermi – ha spiegato il dottor Rino Agostiniani, presidente della SIP – con un tempo medio giornaliero cresciuto di 4 o 6 ore, raddoppiato rispetto ai livelli pre-pandemici. Questo cambiamento ha reso ancora più necessario un aggiornamento delle precedenti raccomandazioni. Le modalità con la quale i bambini si rapportano con il mondo digitale è forse una delle prime domande che porrei nei bilanci di salute…”
     Infatti il rapporto sempre maggiore e sempre più in anticipo tra bambini e digitale non riguarda solo l’aspetto educativo: “Il rischio di  (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 4.1.26, il Punto Quotidiano

sabato 3 gennaio 2026

Come sono belli sui monti i piedi di chi annuncia la Pace...

       Giuliana Martirani (meridionalista, già docente universitaria di geografia politica ed economica e di politica dell’ambiente, componente del direttivo dell’International Peace Research Association (Ipra), membro di Pax Christi e del MIR, collaboratrice anche di numerose esperienze pacifiste, ecologiste, della solidarietà, nonviolente) ha attualizzato il passo di Isaia 52, 7-15 così:

(Valga come auspicio per il 2026, in un mondo martoriato dalla violenza, in cui chi ha in mano le leve del potere (politico e, purtroppo, militare) non manda segnali di speranza).


7      Come sono belli i furgoni dei pacifisti 
che portano buone notizie a chi è in guerra e che annunziano la pace, 
che annunziano la salvezza da questa insensatezza e follia 
che è ogni guerra, nessuna esclusa, perché ogni guerra è ingiusta 
ed è un peccato mortale 
contro il singolo uomo ucciso e contro la specie umana. 


8      Le sentite? Le guardie di confine, loro per prime insieme gridano di gioia, 
poiché finalmente, anche loro, 
costretti e militarmente coscritti nell’assurdità dei confini e delle guerre, 
attraverso voi, la vostra presenza 
e il vostro vero aiuto, non quello mortalmente armato, 
ma quello disarmato del materiale sanitario, di alimenti e generatori… 
vedranno con i loro occhi il ritorno del Signore 
e la speranza concreta della sua pace.  (continua qui)

Giuliana Martirani in La coscienza dice no alla guerra (a cura di Enzo Sanfilippo e di Annibale Raineri)
Centro Gandhi edizioni, Pisa, 2025 pp.113-116