giovedì 24 settembre 2026

Forse ci siamo perse Euridice...

       “Tra le tante versioni del mito di Orfeo ed Euridice collezionate nei secoli, non poteva mancare di sedurmi quella di Italo Calvino. Il quale, dopo averne pubblicata una prima versione nelle Cosmicomiche, forse insoddisfatto o forse irresistibilmente affascinato dalla storia, la riscrisse intitolandola, appunto, L’altra Euridice.
      Una delle caratteristiche di Calvino che amo di più è la sua sovrannaturale capacità di cambiare punto di vista, di sorprenderci raccontando una storia magari arcinota attraverso gli occhi di un altro personaggio, fino a quel momento secondario, o relegato a un altro ruolo, a un altro sguardo.
    E dunque ecco la versione di Ade: Gran colpo di teatro. E la versione di Ade è tutta diversa, racconta di un dio tutt’altro che algido e indifferente che, imprevedibilmente, si innamora di questa creatura aliena e danzante che improvvisamente irrompe nel suo regno, di questa donna inquieta e curiosa alla quale spalanca il suo mondo, e cioè la vera Terra. 
J.B.Corot: Euridice ferita 1894
     Non quella esile striscia di niente che noi extraterrestri, noi «uomini del fuori» ci ostiniamo a chiamare Terra, ma il cuore del pianeta, quel ‘dentro’ fatto di stalattiti millenarie e fiumi di lava e orizzonti di magma fluidi e continuamente cangianti, di camini, di vulcani antichissimi e quieti, di materia viva e solida, di protezione, di silenzio. Un silenzio assoluto che rassicura e lenisce.
E quando Euridice gli sfugge per inseguire un canto, una musica che la attira irresistibilmente verso l’effimera superficie terrestre, Ade non si dà pace, non si capacita che lei possa rinunciare alla cura e alla protezione che lui e il suo mondo possono offrirle per avventurarsi in quel vuoto terrificante e rumoroso, «prigioniera, esiliata nelle lande scoperchiate del fuori». Sola.

     Forse è ancora e sempre una questione di sguardi. Forse noi ancora fatichiamo a fidarci del nostro, addirittura dubitiamo di essere in grado di averne uno che sia davvero nostro – autonomo, libero, magari imperfetto, ma nostro. Forse abbiamo talmente interiorizzato lo sguardo maschile – non necessariamente doloso, non sempre nemico, però altro, estraneo – da non essere più capaci di prescinderne, da dubitare di essere in grado di farcela da sole.
Forse, divise tra Ade e Orfeo, perennemente in ansia per loro, per il loro sguardo. Per la loro approvazione, per il loro amore, ci siamo perse Euridice”.

Lella Costa Che bello essere noi (Piemme, Mi, 2014) pp.124,125

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