venerdì 13 agosto 2010

Dopo un po'...

Dopo un po' impari la sottile differenza tra tenere una mano e incatenare un'anima,
e impari che amore non significa piegarsi e compagnia non significa sicurezza,
e cominci a imparare che i baci non sono dei contratti e i regali non sono delle promesse,
e cominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta e con gli occhi aperti, con la grazia di un adulto, non con il dolore di un bambino,
e impari a costruire tutte le tue strade sull'oggi perché il terreno del domani è troppo incerto per fare progetti.
Dopo un po' impari che perfino il sole ustiona se ne prendi troppo.
Allora pianta il tuo giardino e decora la tua anima, invece di aspettare che qualcuno ti porti fiori.
E impari che davvero puoi resistere...
Che davvero sei forte.
Che davvero hai valore.

Autore ignoto
(citato nel libro di Jack Canfield e Mark Victor Hansen: Brodo caldo per l'anima, Armenia)

giovedì 12 agosto 2010

VIAGGIO




Viaggio
nel web:
labirinto di parole,
intreccio furtivo di sguardi.
Blogger.

martedì 10 agosto 2010

Sacred spirit - Yeha Noha

Note suggestive per evocare gli indiani d'America ...

Tramp & Tom Waits / Jesus' Blood Never Failed Me Yet

Picasso: il Poeta (particolare) 1911 
    
   Una nenia di un barbone londinese -un brano religioso ripetuto in modo circolare- con cui è stato realizzato un bellissimo brano musicale e poi uno splendido video.
       Ecco la traduzione in italiano, regalatami dall'amico dalle tante consonanti (che spesso commenta affettuosamente i miei post):
     "Il sangue di Gesù non mi ha tradito mai finora; io so che esistono delle
cose che egli ama così come sono"






Jacek Yerka - Dreaming Surrealism

Jacek Yerka, rispetto al più noto Vladimir Kush, è meno rassicurante e patinato. Qui la bellezza passa anche per un po' di inquietudine, c'è molto più Buzzati e Bosh; e poi, con i paesaggi di borghi impossibili, ricorda piacevolmente "Le città invisibili" di Calvino.

domenica 8 agosto 2010

Tutela dell'ambiente in Russia, spingendo una carrozzina

    Maria G. Di Rienzo (per contatti: mailto:sheela59@libero.it) ci ha messo a disposizione nella sua traduzione e adattamento il seguente articolo tratto da un piu' ampio servizio apparso nel sito di "Peace Women".www.peacewomen.org e' un progetto della "Women's International League for Peace and Freedom, United Nations Office"]

     Durante una delle loro passeggiate giornaliere nella foresta di Khimki, nel 2007, Yevgenia Chirikova e suo marito Mikhail notarono qualcosa di insolito. Quasi tutti gli alberi erano marchiati con delle piccole “x” rosse. Dopo alcune ricerche su internet la coppia apprese che, all’insaputa della maggioranza dei residenti nelle vicinanze, la foresta era stata venduta ed una ditta di costruzioni aveva in programma l’abbattimento di larghe porzioni di foresta per far spazio ad una nuova autostrada.
    Chirikova dice che aveva sempre creduto la foresta fosse terra federale, e come tale protetta dalla legge. Allora capi' che doveva agire, ed agire velocemente, se voleva salvare la foresta, che e' contigua al sobborgo urbano nel nordovest di Mosca dove lei vive con la sua famiglia. “Sapevo che non poteva essere legale”, ricorda, “La foresta e' parte della cintura verde di Mosca”. Negli ultimi tempi questa minuta trentatreenne, ex donna d’affari e madre di due figli, e' diventata il volto pubblico di un crescente movimento di base che ha come scopo la salvezza della foresta di Khimki. Il suo attivismo l’ha costretta a confrontarsi con potenti interessi commerciali e politici, le ha guadagnato ammirazione fra gli ambientalisti, e l’ha messa sotto i riflettori dei media.
    L’impegno triennale di Chirikova e' arrivato ad un punto di svolta qualche settimana fa, quando assieme a dozzine di altri attivisti si e' accampata nella foresta in un tentativo da ultima barriera per preservarla dalla distruzione. Gli attivisti sono riusciti, per il momento, ad impedire ulteriori abbattimenti di alberi, ma per questo hanno pagato il prezzo dell’essere assaliti da un gruppo non identificato di uomini mascherati e di essere ripetutamente arrestati dalla polizia. L’episodio piu' recente ha visto la polizia portare via Chirikova, suo marito ed altri quattordici dimostranti dopo una protesta di massa nella foresta il 28 luglio 2010.
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Chirikova e' l’emblema di una nuova ondata di attivismo della societa' civile in Russia: persone comuni, senz’altra motivazione nelle vite quotidiane che il tirare avanti, che sempre di piu' diventano cittadini impegnati (e spesso oltraggiati). “Questi 'nuovi' russi sono persone che non si limitano a vivere in Russia, si sentono reali cittadini, non sono concentrati solo sul proprio personale benessere”, dice Olga Blatova, un’avvocata di Greenpeace che ha lavorato a stretto contatto di Yevgenia Chirikova, “In primo luogo sono persone attive, in secondo luogo sono persone che guardano alle cose criticamente”.
Chirikova ha due lauree, in finanza e ingegneria, ed ha lavorato come vicedirettrice di una compagnia finanziaria. Nel 1998, lei ed il marito decisero di scambiare la vita urbana della capitale con la relativa calma di Khimki. Chirikova, incinta della prima figlia, amava l’aria fresca e le passeggiate rilassanti nella foresta. Parte della decrescente cintura verde di Mosca, i 150 ettari della foresta di Khimki dovevano servire come protezione della fauna selvatica e come scudo contro l’inquinamento irradiato dalla capitale.
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Ma, nel 2004, il Ministro dei trasporti annuncio' il piano di costruzione di una nuova autostrada fra Mosca e San Pietroburgo, come rimedio alla congestione del traffico fra le due metropoli. Il tracciato logico, dicono gli ambientalisti, doveva seguire la linea ferroviaria che ha collegato le due citta' sin dal XX secolo. Invece, il tracciato approvato nel 2006 dal sindaco di Khimki, Viktor Shelchenko, compie un’ampia diversione attraverso la foresta per avvicinarsi all’aeroporto moscovita di Sheremetyevo.
Chirikova ride, definendo il tracciato illogico: “Come ingegnere, avendo lavorato nel campo, so che si tratta di una decisione del tutto bizzarra: nella nostra era moderna si vuol costruire un’autostrada che va serpeggiando nella foresta, con strane curve e rampe d’ingresso che non permetterebbero alle automobili di guadagnare velocita'. Percio' e' del tutto ovvio che si tratta di un passo compiuto per dare inizio allo sviluppo di proprieta' nella nostra foresta di querce”.
Nei suoi sforzi per salvare la foresta, Chirikova tento' inizialmente di indurre Greenpeace a farsi carico della causa. Ma la sezione moscovita del gruppo ambientalista le disse che a causa di mancanza d’organico poteva offrirle solo sostegno morale e consigli legali. A questo punto Chirikova decise di prendere la faccenda nelle proprie mani. Nel 2007 percorse le strade di Khimki, spingendo la carrozzina con una mano e portando un fascio di manifesti fatti in casa nell’altra. Riempi' la citta' di avvisi su cio' che stava per accadere alla foresta, dando il suo numero di telefono per chi volesse chiamarla.
I residenti di Khimki risposero in numero inaspettatamente alto. In breve, racconta Chirikova, furono abbastanza per formare un gruppo ambientalista chiamato “Ecodefense”. Il salotto di Chirikova divenne il quartier generale del gruppo. Da allora i membri hanno fatto di tutto per attrarre attenzione sulla loro campagna: hanno organizzato manifestazioni di protesta, organizzato tavole rotonde, scritto al presidente Dmitry Medvedev, e si sono appellati ai tribunali. La scorsa primavera, Ecodefense ha scritto lettere ad organizzazioni internazionali spiegando le ripercussioni sull’ambiente della costruzione dell’autostrada. Non ci e' voluto molto tempo perche' il loro sforzo desse qualche frutto: BankWatch, per esempio, ha chiesto alla Banca Europea di non investire in un progetto che: “e' dannoso sia a livello sociale che a livello ecologico”.
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Nel luglio 2010, tuttavia, la situazione e' diventata piu' urgente perche' i membri di Ecodefense hanno scoperto che il disboscamento e' gia' iniziato. Gli attivisti si sono accampati attorno agli alberi per prevenire altri tagli. Dopo circa una settimana, la polizia di Mosca ha arrestato e detenuto per breve tempo gli attivisti, dopo aver distrutto il loro campo. Da allora, la polizia piantona la foresta 24 ore al giorno. La compagnia francese “Vinci Concession”, pero', che aveva un contratto per la messa in opera dei primi 43 chilometri dell’autostrada, ha rimosso il suo equipaggiamento dalla foresta.
Mikhail Beketov, direttore del quotidiano locale “Khiminskaya Pravda”, che regolarmente scriveva articoli denunciando l’approvazione del progetto, e' stato assalito nella sua stessa casa nel 2008 ed ha sofferto di gravi danni cerebrali. Un motociclista non identificato ha cercato di investire Chirikova, che e' pero' riuscita a sfuggirgli senza subire danni. Nonostante tutto cio', Chirikova ha mantenuto il suo impegno e mostra scarsi segni di fatica o paura. “Se sono particolarmente giu' di corda rileggo Arcipelago Gulag di Solzhenitsyn. Leggo, e penso che al confronto il nostro lavoro e' facile. Questa persona era detenuta, era malata, a volte era troppo debole persino per scrivere, eppure ha prodotto un libro che ha fatto il giro del mondo. Ha trovato in se stesso la forza di farlo. Oggi noi abbiamo un sacco di opportunita' in piu' per essere attivi politicamente: abbiamo internet, i telefoni cellulari, credo che siamo fortunati”.
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Chirikova sostiene che la sua generazione, sempre piu' disillusa e frustrata, provvedera' l’impegno civile a cambiare la Russia, un’istanza alla volta. “Penso che questo tipo di attivismo crescera'. Sto osservando il processo con cui attivisti per cause diverse si alleano e si sostengono a vicenda. Ormai il cittadino comune si vergogna persino di guardare “Canale Uno” (di proprieta' dello stato) perche' e' roba da idioti, non sono notizie. E i gruppi della societa' civile crescono e si uniscono. Forse dovrei ringraziare l’insaziabile appetito dei nostri burocrati per questa crescita dell’attivismo sociale!”.

(Vorrei avere un grammo della determinazione e del coraggio di Yevgenia...)

venerdì 6 agosto 2010

FRESCHI DENTRO, BOLLENTI FUORI



Mio figlio me l’ha spiegato: i condizionatori fanno violenza al principio della termodinamica, secondo cui, se c’è differenza termica tra due corpi, il calore passa dal più caldo al più freddo, in vista del livellamento termico. I nostri condizionatori invece, con un lavoro fornito dall’energia elettrica, azionano una ventola che rende l’interno delle case più freddo, trasportando il calore all’esterno. Che è poi la nostra atmosfera. Che sino a un certo punto è stata capace di rinnovarsi, nonostante le nostre continue e forsennate immissioni di anidride carbonica. Ora, ci dicono gli esperti, è satura e stanca. E non riesce più a raffreddarsi. Allora forse dovremmo smetterla con questo sistema, stupido e dannoso, di procurarci refrigerio d’estate. E inventare sistemi più salubri: ad esempio, costruire le case in modo che respirino naturalmente, assorbendo calore d’inverno e respingendolo in estate. Perché anche la nostra atmosfera ha diritto di starsene al fresco …
Maria D’Asaro
( pubblicato su “Centonove” il 6-08-2010)

giovedì 5 agosto 2010

AMSTERDAM


Nuvole,
soffici coltri,
avvolgono con cura
il mio cuore silenzioso.
Amsterdam.

mercoledì 4 agosto 2010

Afghanistan, la guerra delle donne Fuggono per andare a scuola


(articolo di Cristiana Cella - 31 luglio 2010 . L’Unità)


Farida fa l'insegnante. Ha circa 40 anni, il viso generosamente truccato, con molta cura, un piccolo foulard sulla chioma corvina. Rimane vedova quando i talebani sono al potere. I 4 figli sono piccoli e non ha più niente, tranne il suo tesoro, un diploma. Lascia la provincia e si trasferisce a Kabul. Va dritta al ministero della Cultura e Informazione. «Sono una donna istruita. Devo mantenere i miei figli, dovete darmi un lavoro e un salario». La sua audacia è premiata, il lavoro arriva. Sarà insegnante di religione islamica nelle carceri femminili di Kabul. Per due anni. Quando perde il lavoro, insegna nelle scuole clandestine per ragazze, come le sue attuali colleghe. Le carcerate sono le sue prime allieve, dagli 11 ai 18 anni. Non le ha dimenticate. Maryam, ad esempio. Viene data in sposa a due diversi cugini dal padre e dalla madre e la questione finisce in una guerra tra famiglie. La ragazza scappa di casa e finisce in prigione. Ma la legge vuole che, in questi casi, si debba trovare un terzo marito. Il secondino è disponibile, un brav'uomo. Adesso Maryam sta bene, ha molti figli. Non tutte le storie finiscono bene. Sahar è di Herat. I genitori muoiono in un bombardamento. Va a vivere con un cugino che la violenta regolarmente. Quando rimane incinta gli chiede di sposarla e lui invece la caccia di casa. Sahar sta cucinando e lui non smette di gridare. Il coltello, grande e affilato, le trema tra le mani. Un attimo e lo pianta nella gola del cugino. Poi si traveste da uomo e raggiunge Kabul. Non sa dove andare e si costituisce ai talebani. Probabilmente è ancora in prigione. Ogni casa, in Afghanistan, può trasformarsi in prigione. La follia e l'ignoranza dei talebani non se ne sono andate. No, le donne non stanno affatto meglio. Rabia è bellissima, la sua condanna. Il padre è morto, vive con lo zio. La dà in moglie a un uomo che paga bene, per la sua bellezza. Farida le insegnava a leggere e a scrivere. Era molto brava. Dopo il matrimonio non ne sa più niente. La vede di nuovo, 15 giorni fa, quando il cadavere viene restituito alla famiglia, mutilato, offeso, torturato. Le lacrime le sciolgono il trucco sulle guance. È stato il marito a ucciderla in quel modo, ora è in prigione. Continua a dire che la ragazza si è suicidata. Gli hanno dato 15 anni. Ma la pena non è mai certa. La libertà si può comprare. È difficile sopportare il peso del dolore che le sta intorno, rimane addosso, insieme alla polvere della città. Alla sera è distrutta, a volte non ce la fa più. Ma Farida sa che ha una responsabilità verso le donne che non hanno avuto la sua fortuna: quella di nascere in una famiglia aperta che l'ha fatta studiare. Oggi lavora nella scuola di Opawc. Non insegna più nascosta nelle cantine ma i pericoli non sono finiti. Il quartiere è povero, degradato e insicuro, come la maggior parte dei quartieri di Kabul. Polvere e fango. Fantasmi di case sforacchiate dai proiettili, dove la gente abita, fogne aperte, discariche, frequentate da capre, cani, e da persone che vanno a fare "spesa" con il sacchetto di plastica. L'elettricità va e viene, l'acqua potabile è un lusso per chi può permettersi di scavare un pozzo. Per chi non può, ci sono i camion del governo con le cisterne di plastica. Si fa la fila col secchio. Acqua cattiva che fa ammalare. Si beve anche nelle scuole pubbliche. Accanto e sopra le macerie, le surreali ville di chi ha soldi, nello stile di moda: colonne dorate, specchi, bowindow, colori improbabili, terrazze, stucchi rococò. La ricostruzione. Nei quartieri migliori, le ragazze delle famiglie più aperte, a scuola ci vanno. Con la divisa nera e il velo bianco, sciamano a gruppi per le strade. Ma qui non c'è nessuna scuola e la mentalità delle famiglie è un muro compatto, studiare è una provocazione. Le attiviste di Opawc l'hanno scelto per questo. È qui che c'è più bisogno di loro. Samia dice di avere nove anni. Le scappa un sorrisetto, lo copre con il velo rosa, più grande di lei. Si vede che è più piccola ma tanto nessuno può controllare. Gli ispettori del governo hanno detto che questa scuola non si può frequentare prima dei nove anni. Ma non è certo l'età a fermarla. Il padre non vuole che frequenti, le insegnanti hanno provato a convincerlo, senza risultato. È analfabeta, sarebbe una vergogna che sua figlia fosse più istruita di lui. Così viene di nascosto, con la complicità della madre. E se il padre lo venisse a sapere? Samia alza le spalle, abbassa lo sguardo. Non ci vuole pensare. Cerca con gli occhi le compagne, molte di loro sono nella stessa situazione. Abitano lontano, vengono a piedi, nascoste dietro i veli color caramelle, le più grandi col burka. Il tragitto è un rischio, lo sanno. Vanno veloci, saltando i buchi della strada, come fanno i bambini. Potrebbero essere rapite, aggredite, vendute. I libri si nascondono. Ma nemmeno la paura è riuscita a portarsi via quella fierezza gioiosa per la conquista, un seme forte di dignità. Compare nei sorrisi, quando si insiste a guardarle negli occhi. Il cognato di Shirin è mullah nella moschea del quartiere. Tuona ogni giorno contro l'istruzione delle donne e contro quella scuola, l'unica della zona. Se le donne della famiglia studiassero sarebbe un affronto al suo onore. Così il marito ha minacciato le insegnanti. Ma Shirin viene a scuola lo stesso, ha sei figlie, tutte analfabete. Quando avrà imparato potrà insegnare anche a loro. Per fortuna il marito lavora al mercato, esce presto. Shirin infila il burka e scappa a scuola. Solo per questo lei si sente viva. «Per mio marito io e le mie figlie siamo solo dei muli. Che senso ha una vita passata così, nella paura, senza capire niente?». Weeda non deve chiedere il permesso a nessuno. Il marito è stato ucciso nella guerra civile, ha perso tutto quello che aveva. Ha tre figlie, sono tutte lì, con lei. Le mani in grembo, i veli candidi, i vestiti pastello. Ha la pensione governativa del marito, 300 afghani, 50 dollari. Vive in una cantina, senza luce né acqua. Ma si sente fortunata ad essere lì. Sta costruendo il futuro delle sue figlie. Diverso. Hanam Gul si alza, ha voglia di parlare. Una bella faccia combattiva, la voce potente, la parlantina inarrestabile. Le altre ridono, le lanciano battute, si toccano la fronte. È matta, dicono, vuole presentarsi alle elezioni. È per questo che studia. All'ufficio elettorale le hanno chiesto il diploma, lei ha mostrato il certificato di frequenza di questa scuola. Non basta, hanno detto, sei ancora analfabeta. «Proprio per questo voglio andare in Parlamento, per rappresentare tutte le donne analfabete come me!». Hanno cercato di cacciarla via, ma non è facile liberarsi di Hanam Gul. «Cosa credi? Anche i nostri parlamentari sono analfabeti, solo che si sono comprati un diploma!», ha gridato prima di andarsene, più convinta di prima. È sicura, ci riuscirà. Il banco dove siede, per lei, è già quello del Parlamento. Fa pratica.

KIOTO AL MERCATO


Quando acquisto qualcosa, rifiuto gentilmente la busta di plastica che mi viene offerta, perché uso quella che ho in borsa.
So di essere guardata come un’aliena. E invece questa volta non succede: il signore del mercatino rionale, da cui ho acquistato uno zerbino, mi sorride e commenta: “Ci vorrebbero tanti gesti così per rispettare il protocollo di Kioto …” Ho un sussulto di gioia: questo signore sa di che si è discusso in Giappone anni fa e condivide il mio piccolo gesto in difesa dell’ambiente…
Riaffiora allora il mio sogno: quello di essere tutti cittadini istruiti, informati e consapevoli, ognuno con il suo mestiere. Che bello se medici, commessi, avvocati, parrucchieri, panettieri, periti informatici, muratori, professori e salumieri si impegnassero insieme a fare qualcosa per una faccenda che li interessa tutti: guarire la nostra terra malata. Spalancando le finestre e cambiando aria per farle passare la febbre da troppa Co2.
Maria D’Asaro
( pubblicato su “Centonove” il 30-07-2010)