L'autrice di questo blog, Maria D'Asaro, vive in un'isola ed è affascinata dal mare: mari da sognare, mari da scoprire, mari da solcare...
mercoledì 8 dicembre 2010
Let it be ...
Ecco una una sorta di preghiera laica, omaggio ai Beatles e al grandissimo John Lennon, che ci è stato sottratto proprio l'8 dicembre di tanti anni fa.
martedì 7 dicembre 2010
Giovanni Battista: la denunzia e l'annunzio....
Giovanni vive nel deserto. Guardiamo come veste, non da cittadino, ma come un monaco: il suo vestito è una pelle e una cintura ai fianchi. Su questa cintura, gli esegeti fanno notare che il profeta Elia, quando sarebbe venuto il Messia, si sarebbe presentato con questa cintura. Quindi Giovanni Battista è il profeta Elia redivivo… Ecco, questa cintura, questa cintura per muoversi… Cosa mangia: non cibi cittadini, ma le locuste e miele selvatico. Vive vicino a un fiume, anche perché qualche volta si lava, credo, ha ovviamente anche bisogno di bere.
Il linguaggio non verbale, quello del corpo, già ci parla, è già loquace: Giovanni prende le distanze dalla città, ci propone uno sguardo critico nei confronti della città. Dove, a un certo punto, potremmo anche confonderci, perché le cose avvengono, devono avvenire, si macinano a vicenda.… Invece Giovanni sta fuori per uno sguardo critico verso la vita della città, per ogni assetto della vita della città. E la gente è con lui.
Che cosa dice col suo parlare, Giovanni? Questa volta ci rivolgiamo al suo linguaggio verbale. E’ pesante, perché non usa parole dolci verso coloro che pure, visto che andavano da lui, erano ben disposti: il paragone che fa è “razza di vipere”, perché proprio vipere? Perché, nella sue esperienza di deserto, il pericolo sono le vipere, credo, no …. evidentemente non c’erano leoni, nel deserto. C’erano vipere, e le vipere sono velenose, e Giovanni evidentemente le temeva.
E poi: - Ma voi siete tutti a posto con la coscienza? - dice a costoro che a quanto pare sono persone per bene, per benino … Ma Giovanni dice loro: - Dove sono i frutti, i frutti del vs. agire, dove sono? Sta arrivando il momento del giudizio di Dio, senza mezzi termini. State attenti, perché adesso è arrivato il momento della verità.
Ecco che Giovanni lo sentiamo tutti come la persona capace di denunziare, in questo è veramente il più grande profeta dell’Antico Testamento e da lui dobbiamo imparare quest’arte della denunzia. Che non è tutto però. Perché Gesù, per certi aspetti, smentirà Giovanni. Gli dirà che la denunzia ci vuole, ma non è l’annunzio. Non basta denunziare, bisogna anche annunziare.
Non basta condannare: bisogna anche aprire la possibilità di qualcosa di nuovo. Come ci faceva sognare il profeta Isaia: il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera col capretto, il leone col bue… il sogno di una riconciliazione tra tutti, di una pace che è pienezza di bene.
In che cosa Giovanni coglie certamente nel segno? Nel percepire che è arrivato il momento della metanoia, cambiamento radicale di mentalità. Che significa questo? Che non siamo chiamati soltanto a cambiare qualche particolare, che non dobbiamo cambiare solo qualche dettaglio: siamo chiamati a una critica radicale. Che va alla radice. La ns. società cerca di mediare tra tante cose, ma il fine della società è quello di garantire la sopravvivenza, di aggiustare alcune cose.
Il Vangelo, invece, non punta al minimo, il Vangelo invece punta a un cambiamento radicale, dove a tutti viene offerto il massimo che è desiderabile e che deve essere coltivato in cima ai nostri desideri, in cima alle nostre azioni. Non ci basta, non ci basta davvero accontentarci. Il Vangelo ci propone un’altra cosa. Una qualità radicalmente nuova.
Ecco perché siamo invitati a una metanoia, un cambiamento di testa: perché la società in cui viviamo ci abitua ai cambiamenti necessari, ma spiccioli, materiali, che pure ci vogliono, senz’altro… meno male che c’è un livello di legislazione che tende sempre di più a garantire la qualità della vita. Ma il cambiamento di mentalità che il Vangelo ci propone ha a che fare con la qualità dei rapporti tra le persone, e tra Dio e noi, la qualità dei rapporti, non solo delle cose, che pure possono essere migliorate.
La metanoia, cioè la conversione, è un appello a ciò che siamo dentro di noi, al modo in cui ci relazioniamo tra di noi, al modo come ci guardiamo, al modo in cui ci riconosciamo. E quindi Giovanni coglie nel segno, direi ancora di più in quest’appello, che ci vuole fare scoprire che il mondo non è come lo vuole Dio.
Ecco perché torniamo a celebrare la stessa parola di Dio, della quale scopriamo sempre cose antiche e cose nuove. La parola di Dio ci invita a un cambiamento radicale, che non coincide necessariamente col cambiamento dei governi – certo il cambiamento dei governi ci può aiutare – ma la parola di Dio non coincide con questo. La qualità dei rapporti tra le persone, su questo, non c’è governo che tenga: questo ha a che fare con un appello che ci viene da Dio stesso. Da Dio stesso, attraverso la sua parola. Poi, dobbiamo tentare di tradurre nelle istituzioni, come possibile, il meglio che di tale appello riusciamo a tradurre.
Ma la metanoia è qualcosa di molto più profondo e impegnativo. E comincia da ciascuno di noi: da un modo diverso di guardarci, di riconoscerci, di accoglierci, di dare spazio gli uni agli altri, di volerci conoscere, di volere costruire insieme, di volere superare tutte le difficoltà, di ricominciare tutto da capo, cosa che potrebbe essere anche una vana pretesa, tra l’altro.
Eppure dobbiamo, ogni volta, ricominciare daccapo. L’avvento di Dio si caratterizza sempre come un novum, una novità, che è come se ci insegnasse a guardare di nuovo le cose, con occhi nuovi, con cuore nuovo. A toccare le cose con mani diverse. Mani non di possesso, non di accaparramento, ma di relazione, di espressione, di comunicazione autentica.
Allora, che ognuno di noi porti dentro di sé la metanoia, portiamocela dentro. E ripartiamo dal profondo del nostro cuore. Care sorelle e fratelli, questa è la bella notizia di oggi. Ciò a cui Dio ci chiama. Perché crede in noi, Perché crede che qualcosa può ripartire proprio da noi stessi.
lunedì 6 dicembre 2010
101 Storie: non nominare il nome di Aglieri invano...

La mia scuola è a Palermo, non troppo lontana dal quartiere Brancaccio, territorio di padre Puglisi, che ci era stato rubato già nel ‘93. Ancora ci penso e ne piango: don Pino, il parroco del mio amico Gregorio; Padre Pino Puglisi, abbreviato affettuosamente in trepi: guida spirituale, discreta e feconda, di tanti miei amici. Lui, che iniziava un incontro coi giovani facendo ascoltare Battiato…
L’anno prima, l’assassinio orrendo e ruggente di Paolo e Giovanni. Anche io avevo urlato per strada: “Ora basta… e “Palermo è nostra e non di cosa nostra”. Allora, la speranza e l’impegno di molti.
A scuola, oltre a geografia e a italiano, insegnavo la storia. Che in Sicilia s’intreccia con la storia di mafia: le sue origini storiche, la sua organizzazione nel territorio, i suoi interessi, le sue trasformazioni…. E capita allora, che un giorno parlo del controllo dei vari quartieri da parte delle “famiglie” mafiose. Faccio riferimenti precisi: dico ad esempio che, secondo gli inquirenti, il quartiere “Guadagna” è controllato da Pietro Aglieri, allora boss latitante. L’indomani N., un biondino di quella terza, si alza dal banco e con tono serio mi dice: “Mio padre non vuole che lei in classe parli di queste cose… e soprattutto Aglieri non lo deve mai nominare”.
Ho continuato a parlarne lo stesso. Anzi, in modo più approfondito. Ma non perché avessi la vocazione dell’eroina. Ho solo pensato a Falcone, che avevo incontrato, per caso, alla fine degli anni ’80. A un seminario. Nonostante i suoi mille impegni e la vita blindata, il giudice Falcone ci voleva incontrare. Per dire che contro la mafia, ognuno, a Palermo, la sua parte la deve fare. Esortava i docenti a combatterla anche loro, a scuola, la mafia: con le armi della cultura, della consapevolezza, della legalità, della trasparenza. Era nelle teste dei ragazzini che essere seminata, per prima, la pianta buona dell’antimafia.
La mia terza media, pian piano, ha accettato il confronto. Hanno cominciato a parlare. E a fare domande: - Me lo spiega, professorè, perché a mio padre, che è un piccolo imprenditore, non conviene che ci sia la mafia a Palermo? - Lo sa che C. ci dice che sa dove suo nonno faceva sciogliere i suoi nemici nell’acido? – Mio padre ha avuto un lavoro a Catania: è stato costretto ad assumere certe persone. – Non è vero che la mafia ci dà lavoro? -
Quell'aprile, mentre in giardino fiorivano le foglioline dei cercis, la mafia si spogliava della sua veste ambigua e perversa. Ha cominciato ad avere un volto, una storia. Abbiamo poi messo assieme, un pochino, la storia dei libri, il quartiere, il pulsare vivo delle nostre storie. E la mafia, con loro. La mafia, che non era più un mostro lontano.
E forse un giorno, come tutte le cose umane che guardiamo negli occhi e chiamiamo per nome, poteva persino morire.
domenica 5 dicembre 2010
LE PIANTE AND ME
Lei amava le piante. Le amava da sempre.
Provava tristezza, nel vedere una piantina impallidire e morire, nel balcone di vetro della sua adolescenza. Perché lei, con le piante parlava: si complimentava con loro per l’ultima nata: la fogliolina più tenera e verde; le consolava, quando l’urlo del vento le strapazzava; capiva se avevano fame di acqua o se sospiravano invece la carezza di un raggio di sole. O se avevano voglia di cambiar casa.
A volte volevano solo che lei le guardasse. Massaggiandole piano, come si fa coi bambini e coi vecchi. Si scusava, con basilico e menta, quando rubava loro le foglie. E si chiedeva che cosa provassero, se tagliava un rametto. E poi aveva un rispetto e un amore infinito per gli alberi, che chiamava per nome.
Minerale. Vegetale. Animale. In progressione ascendente. Così le era stato insegnato.
No, non era d’accordo.
Le creature verdi regalano ossigeno, frutti, ombra, legno, fiori, riparo: senza chiedere niente. I suoi simili afferrano, rubano, sporcano, inquinano, tagliano, bruciano, stuprano, uccidono.
Le si dica, una volta, chi è superiore. Davvero.
sabato 4 dicembre 2010
Il blasfemo, secondo Fabrizio
Perchè Dio, se c'è, non vuole burattini. E non è un burattinaio.
venerdì 3 dicembre 2010
Così vicini, così lontani...
Quello che so è che abita a cinque metri da lì. Tant’è che attacca il trapano, con una straordinaria prolunga, alla presa di casa sua: secondo piano di una palazzina di “case popolari”. So che ha due figli: una ragazza con gambe da fenicottero e tante lentiggini e un ragazzetto più piccolo: labbro leporino e lieve ritardo mentale. E una moglie: grassissima e sciatta, con occhi azzurri buoni e smarriti.
Penso al divario tra le nostre esistenze: la mia, garantita e sicura, la sua, precaria e sospesa. Però ci guardiamo, ogni mattina. E ci diciamo: buongiorno!
mercoledì 1 dicembre 2010
101 Storie: Non ho paura di niente...

Che fosse tosto, l’avevamo capito già in prima media. Che fosse sveglio e intelligente, lo aveva capito la sua docente di matematica e scienze, che non gli ha mai negato la sufficienza.
Ma questo non è bastato a evitargli la bocciatura in seconda. Ripete l’anno. A febbraio, si profila un altro insuccesso. Lo inserisco, come ultima spiaggia, in un laboratorio di riciclaggio creativo: si distingue per scioltezza espressiva, strafottenza intermittente, vena creativa. Costruisce un robottino speciale: ancora vivo e pulsante, nel mio studiolo di scuola. Nel video, allora allestito, si presenta dicendo che viene a scuola per non dare altri dispiaceri a sua madre. E che la sua paura più grande è quella di non sapere di che cosa avere paura…
Contribuisce a tenere alto il livello del laboratorio. E il livello di tensione a scuola. A giugno, docenti divisi: io, la prof. di Matematica e la magnifica prof. di Tecnologia, lo vogliamo in terza. Gli altri professori, che ne saggiano aspetti arroganti e sgradevoli, vorrebbero lasciarlo in seconda. Alla fine, forse per un miracolo alchemico, in terza ci va.
Il sette agosto una telefonata da scuola: sai, V. è in ospedale. Incidente serissimo, mentre volteggiava spavaldo e senza casco, in motore: una gamba rotta malamente in più punti, costole fratturate, trauma cranico. Chiamo la madre: - Professoressa, mio figlio voleva salutarla… Per fortuna ora è fuori pericolo. E’ sceso persino suo padre. –
Perché, a un certo punto, il padre era andato al Nord. Perché non c’è lavoro – aveva detto pubblicamente la madre. – Perché aveva problemi – aveva sussurrato piano V. in un colloquio. Poi sua madre era stata più esplicita: - Aveva firmato assegni che non doveva firmare. E ora aveva processi pendenti. – Meglio cambiare aria – aveva confidato, triste, ma non rassegnata.
Da quando non c’era suo padre, V. era sempre più tosto e ribelle. Anche a casa, diceva la madre: senza orari e senza regole. In compagnia di ragazzi più grandi. E forse più tosti di lui.
Però aveva due punti di forza: una famiglia unita alle spalle: il padre, affettuosissimo e attento, pur se lontano, due sorelle, una delle quali disabile grave, un paio di nonni tuttofare, tenaci e presenti. E aveva, soprattutto, una beautiful mind.
Sulla sua beautiful mind, appunto, scommettevamo, quando V. rientrò a scuola, in terza, a inizio novembre: alto, smagrito, col gesso alla gamba, una sedia ortopedica e due stampelle. E gli occhi verdi sempre più belli e sfrontati. Ma, sebbene ammaccato e dolente, V. non studiava, collezionava note nel registro, roteava la stampella per aria rischiando di far male ai compagni. E poi si assentava: per visite mediche, perché gli seccava, perché stava male la sorellina.
A marzo, pagella impossibile. Solo due sei: in matematica e scienze. Un giorno la madre ci avverte che prima di Pasqua andranno a…: operazione complessa per la piccolina – V. lo porto con me. Non posso lasciarlo qui solo. -
Summit in presidenza: la Preside, io, la madre, la coordinatrice. Ormai, tra insufficienze ed assenze, l’ammissione agli esami è impossibile. Proponiamo alla madre il ritiro, entro il 15 marzo. Così V. ha un’altra chance: presentarsi agli esami, da esterno. La signora è d’accordo. – Però a casa V. deve studiare – la esorto. Almeno qualcosa. Preparo i programmi delle varie materie. Gli presto i libri mancanti.
A fine aprile ritornano. La sorellina adesso è fuori pericolo. V. è fuori, e basta…
Io e la collega di matematica c’incontriamo, per strada: siamo ormai a inizio maggio: - V. non ha aperto un libro…. Ho deciso di parlare alla madre. Me lo manda a casa: a italiano, storia, geografia, arte, tecnica, musica e inglese ci penso io…. – le dico, certa che mi avrebbe appoggiata. La collega mi guarda: - Mari, non preoccuparti: quattro cose di matematica e scienze gliele imposto io…u carusu è sveglio… se viene tre o quattro volte ce la facciamo…- Imponiamo alla famiglia di V. e a noi stesse un riserbo assoluto: l’aiuto privato, seppure assolutamente gratuito, non è affatto previsto dall’Istituzione…
V. viene a casa, spesso di sera: prima guerra mondiale, l’arte futurista. E poi l’ermetismo e Ungaretti. La musica romantica. Il blues. Una presentazione in inglese. Chiedo aiuto alla collega di spagnolo, che non mi nega consigli e argomenti. Un giorno va a fare algebra dalla collega: la collega ha capogiri mostruosi, ma stringe i denti e lo fa studiare lo stesso.
V. si presenta agli esami. Lo ascolta un Consiglio di classe che non è il suo. Alla fine vorrebbero promuoverlo persino con sette. – Maria – mi dice una collega che lo ha esaminato – sai quel ragazzo presentatosi da esterno…. È stato più bravo di molti miei alunni….-
Io e la collega siamo felici. Nessuno, proprio nessuno sa che lo avevamo adottato.
Due anni fa, V. è venuto a scuola un istante. Così, a dare un saluto. Ormai sono tutti al Nord, con il padre. Finalmente vicini. Mi dice che è volontario alla protezione civile. – Senza la terza media, non mi avrebbero preso. – I suoi occhi verdi hanno il bagliore di sempre, ma sembrano un po’ più sereni.
Lo dico ad A., l’impareggiabile prof. di matematica: - Sai, è venuto V.: sta bene, mi sembra ben avviato. Glielo ripeto: - Senza di te, V. non ce l’avrebbe mai fatta.
Ogni tanto, ogni spesso, V. mi torna alla mente. Allora, gli mando mentalmente un saluto. E una benedizione. Come una madre ormai vecchia e lontana, alle cui mani rugose rimane solo la recita di un antico rosario.
martedì 30 novembre 2010
Buon compleanno!
quando sento il peso di essere sempre sola, mi chiudo in casa e scrivo, e scrivendo mi consolo.
I DOMENICA DI AVVENTO

Mentre c’è una differenza fondamentale tra futuro e avvento. La parola futuro deriva dal greco fusis, che significa natura. Futuro è quindi tutto quello che si può prevedere: quando sorge il sole, se deve piovere, etc. Nella previsione degli eventi naturali, per grazia di Dio, conosciamo sempre più cose. La storia invece non ha a che fare col futuro – se non per certi aspetti, direi, banali – la storia ha a che fare con l’avvento: qualcosa che non possiamo prevedere e a cui dobbiamo puntare perché non è ripetizione del passato, non deve essere ripetizione del passato: ci apriamo verso una possibilità sempre nuova che è affidata alla nostra libertà, alla nostra responsabilità, da un lato, e alla promessa di Dio.
Ecco perché durante l’Avvento leggeremo continuamente i testi più belli dei profeti. I profeti che ci rinnovano questa promessa di Dio, che ci vogliono svegli, che non ci vogliono fare addormentare, ci vogliono invece aprire a un sogno, che è il sogno di Dio nei confronti della nostra umanità: che è quella di pensare a un’umanità diversa da quella che è.
Ecco perché ricominciamo di nuovo da capo, con l’Avvento. E’ inevitabile, questo: perché non siamo contenti del mondo, così come è. E allora cominciamo di nuovo a farci chiamare dal Signore, attraverso l’appello dei profeti: un mondo di pace, un mondo dove dimenticheremo le arti della guerra, le arti marziali…
La nostra libertà è la cosa più bella che abbiamo o che siamo. Non può rinunziare a se stessa. Nonostante tutto quello che è avvenuto. Nonostante tutto quello che continua ad avvenire. La nostra libertà si trova di fronte a questa promessa di Dio: e questa promessa di Dio ci rende corresponsabili, tra noi e Dio. Perché Dio non rinunzia a interpellarci: fa appello alla nostra libertà. E non vuole portare a compimento la sua promessa senza di noi.
Allora, per quel frammento che può dipendere da noi, come singoli e come comunità, essere pronti, svegli, vigilanti, in piedi, attenti, risorti, perché il verbo gregoreo è vicino a un altro termine egeiro che significa resurrezione, sono due termini molto belli .
E Dio continua a rimetterci il mondo nelle mani, questa cosa grandiosa che tante volte ci trova impreparati, lo so. Ma non possiamo rinunziarci. E Dio ce lo promette un mondo autentico, ce lo continua a promettere: come possibilità che sia per davvero il regno della pace, dell’equità, della giustizia, della verità, della trasparenza, della partecipazione di tutti, della convivialità, di tutte le cose belle… il mondo di tutti i nostri sogni.

