domenica 16 gennaio 2022

Granita, dolcezza siciliana senza tempo


     Palermo – D’estate, in un baretto di fronte all’azzurra borgata marinara palermitana di Mondello, d’inverno in un accogliente bar catanese, di fronte alla maestà innevata dell’Etna: in Sicilia è sempre il tempo giusto per gustare una granita, fresco dessert che col freddo e la neve ha molto da spartire.
    La granita si distingue dal sorbetto per la consistenza più granulosa (ecco spiegato il suo nome) e i siciliani se ne intestano la creazione: le sue origini, infatti, pare risalgano al tempo della presenza araba in Sicilia. Sarebbero stati gli Arabi a introdurre nell’isola lo ‘sherbet’, bevanda ghiacciata aromatizzata con succhi di frutta o acqua di rose. Ingrediente di base - presa dall’Etna o dai monti Peloritani, Nebrodi, Madonie - era anticamente la neve, conservata nelle ‘neviere’, apposite costruzioni in pietra o grossi fossi all’interno di grotte naturali. Da questi depositi, in estate la neve veniva prelevata e confezionata in balle, ricoperte di felci e paglia, e poi trasportata a valle in sacchi di juta con carretti o muli. Le operazioni di conservazione e trasporto della neve ghiacciata erano svolte dai ‘nivaroli’, questo il nome dato agli antichi professionisti del freddo.
Nel corso del sedicesimo secolo, si scoprì che la neve, se mista a sale marino, si trasformava in miscela ‘eutettica’, abbassava cioè il suo punto di fusione. La neve ‘salata’ divenne così refrigerante della preziosa granita e venne conservata in tini di legno che contenevano al proprio interno dei secchielli di zinco. La miscela congelava il contenuto del pozzetto per sottrazione di calore; il composto veniva poi mescolato per impedire la formazione di cristalli di ghiaccio troppo grossi.
Nel corso del XX secolo, il pozzetto raffreddato da ghiaccio o neve e sale è stato poi sostituito dalla gelatiera e da macchine refrigeranti automatiche. 
    Secondo gli esperti, per fare un’ottima granita di limone - la granita per eccellenza! - ci vogliono un litro di acqua, 500 grammi di succo di limone e 250 di zucchero. Oltre a quella al limone, a seconda della frutta disponibile e delle stagioni, in Sicilia se ne possono gustare tanti altri tipi: alla mandorla, al pistacchio, al caffè, ai gelsi neri, per citare solo le più diffuse. 
    Nel catanese abbondano quelle al pistacchio, alla mandorla e alla frutta (gelsi neri, pesca, fragola); a Siracusa si gusta in particolare la granita alla mandorla, preparata con mandorla grezza tritata senza rimuovere la pelle marrone dopo la sgusciatura; mentre in provincia di Ragusa viene servita la granita di mandorla abbrustolita.
A Trapani e nei suoi dintorni, oltre a quella di gelsi neri, viene prodotta la granita al gelsomino, ottenuta dall'estrazione dell'essenza del fiore. Nel messinese e nel palermitano, specialmente alle granite al caffè e alla fragola si aggiunge spesso la panna.
   Dovunque, in Sicilia la granita si gusta quasi sempre con la brioche col ‘tuppo’, pane dolce semisferico sormontato da una pallina, ottenuto da pasta lievitata all’uovo, talvolta profumata ai fiori d’arancio. Granita e brioche è da sempre, specie d’estate, la colazione tipica dei siciliani. Spesso, nella calura estiva, diventa anche sostituto del pranzo. 
   Prodotto di punta della gastronomia dolce isolana e voce significativa per le entrate di bar e pasticcerie, purtroppo la granita  non ha ancora una denominazione di specialità tradizionale certificata, sebbene la Regione Siciliana abbia già inserito la granita di gelsi neri, quella di mandorla e di gelsomino tra i prodotti agroalimentari tradizionali del Ministero per le Politiche Agricole e Alimentari. Ad Acireale, cittadina vicino Catania, dove dal 2012 si svolge la ‘Nivarata’, festival internazionale estivo della granita siciliana, gli operatori del settore si stanno adoperando perché il meritato marchio di garanzia venga attribuito a tutte le versioni della fresca prelibatezza siciliana.

Maria D'Asaro, 16.1.22, il Punto Quotidiano





venerdì 14 gennaio 2022

Possibilità

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente, a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare che l’intelletto ha la colpa di tutto.

Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar d’altro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi, da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti che non promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere - Tutte le poesie (1945-2009),
Adelphi Edizioni, Milano 2009, pag. 479 (trad. Pietro Marchesani

martedì 11 gennaio 2022

Gent.mo David

 Gent.mo David,

    ora che purtroppo per lei si è squarciato il velo del tempo, le scrivo per ringraziarla del suo impegno da giornalista prima e in politica poi, impegno che le ha permesso nel 2009 di essere eletto deputato, nelle fila del PD, al Parlamento europeo, e nel 2019 addirittura a presiederlo.
    Come hanno detto Alberto Romagnoli e Roberto Cuillo, il suo volto ha rappresentato  “l’incarnazione convincente delle Istituzioni”. Lei auspicava che il Parlamento europeo fosse la casa di tutti, capace, ricorda Roberto “di mettere insieme le persone su quello che le univano, nel rispetto delle differenze, cercando di ricomporre strappi e lacerazioni…”
   Gent.mo Davide, lei ha lottato per ridare centralità e dignità al Parlamento europeo, facendo dell’impegno per una democrazia compiuta e per i diritti umani la missione centrale della tua visione politica. Si è impegnato personalmente perché Giulio Regeni ottenesse verità e giustizia e per la liberazione di Patrick Zaki. Era stato contento di consegnare il premio Sacharov 2021 a Daria Navalnaya, figlia di Alexei Navalny,  detenuto in Russia in una colonia di lavori forzati, per la sua lotta alla corruzione e alle violazioni dei diritti umani da parte del Cremlino…
     Da giornalista, iscritto all’ordine a trent’anni, il 3 luglio 1986 – per seguire la sua passione di cronista non ha ultimato neanche la facoltà di Scienze politiche – ha svolto con energia e passione la sua professione, lottando perché fosse garantito il diritto a un’informazione pluralista, condizione necessaria per la libertà di scegliere e di decidere.
    Ci mancherà tanto il suo volto pulito, che incarnava ideali e passioni radicate nello scoutismo e alla formazione di cattolico democratico, impegnato nell’Agesci e nella Rosa bianca. Definito “un innovatore gentile delle Istituzioni europee”, è significativo che, nel discorso di insediamento come Presidente del Parlamento europeo, lei abbia fatto riferimento al Manifesto di Ventotene, affermando che l’Europa non può essere solo moneta unica e finanze, deve essere ma anche orizzonte culturale e ideale comune degli europei…   
      Arrivederci David, che la sua anima possa volare lieta e libera nel vasto Cielo, vicina magari a quella di padre David Maria Turoldo, in onore al quale pare i suoi genitori avessero voluto chiamarla…
         E grazie ancora.

domenica 9 gennaio 2022

Ecco Sophie Blanchard: professione aeronauta

Verso le stelle: Simonetta Genova, Palermo
(Un grazie speciale a Simonetta Genova che, col suo dipinto assai bello, mi ha dato lo spunto per raccontarne la storia)
     Palermo - Quasi tutti conoscono i fratelli Wilbur e Orville Wright, i due ingegneri e inventori statunitensi entrati a pieno titolo nella Storia per essere riusciti, il 17 dicembre 1903, a far alzare dal suolo per alcuni secondi il loro Flyer, velivolo motorizzato con un pilota a bordo. 
    Pochi invece hanno sentito parlare di Sophie Blanchard, vissuta tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800: con ben 67 ascensioni in mongolfiera al suo attivo, è stata la prima donna aeronauta professionista. La sua storia avventurosa merita di essere raccontata.
Sophie, o meglio Marie Madeleine Sophie Armant, nacque il 24 marzo 1778 a Trois-Canons, vicino La Rochelle, nell’ovest della Francia. Divenne Madame Blanchard quando sposò Jean-Pierre Blanchard, pioniere del volo in pallone aerostatico (noto poi come ‘mongolfiera’ dal cognome dei suoi inventori, i francesi Joseph-Michel e Jacques-Étienne Montgolfier). 
Già nel 1785 Jean-Pierre aveva sorvolato in pallone il canale della Manica ed eseguito i primi voli in Belgio, Germania, Paesi Bassi e Polonia. Nel 1793 fu protagonista della prima ascensione in mongolfiera nel Nord America, dalla Pennsylvania al New Jersey.
    Le nozze tra Sophie e Jean-Pierre (di 25 anni più vecchio) sono circondate da un alone leggendario: pare che nel 1777, durante un viaggio, Jean-Pierre si sia ammalato e sia stato perciò costretto a fermarsi proprio a Trois-Canons, dove fu curato da una contadina incinta, madame Armant. Guarito anche grazie alle sue cure, Jean-Pierre le promise che, se avesse partorito una bambina, l’avrebbe un giorno sposata. 
Però, poco tempo dopo, Blanchard sposò una certa Victoire Lebrun. Ma, rimasto vedovo, tornò poi a Trois-Canons e convolò davvero a nozze con Sophie.
    Si narra che Sophie, molto schiva, fosse terrorizzata dai rumori forti e improvvisi e detestasse viaggiare in carrozza. A Jean-Pierre, a corto di entrate, venne l’idea di coinvolgerla nelle ascensioni in pallone: l’evento avrebbe attirato folle e guadagni, visto che una donna che volava in mongolfiera era un evento eccezionale poiché assai poche si erano cimentate nell’impresa, peraltro solo come ospiti passeggere. 
Così, il 27 dicembre 1804 Sophie Blanchard accompagnò per la prima volta il marito in un’ascensione volando con lui su Marsiglia. Scoprì di trovarsi benissimo tra le nuvole!
     Allenata dal marito, Sophie compì una seconda ascensione con lui nel 1805; il 18 agosto di quell’anno eseguì il suo primo volo in solitaria volando dal chiostro della chiesa dei Giacobini a Tolosa. Da allora, con Jean Pierre o da sola, fu protagonista anche di spettacoli pirotecnici aerei e lanci con il  paracadute. 
Purtroppo il fortunato sodalizio ‘aereo’ s’interruppe a causa di un incidente di Jean Pierre nel 1808 in Olanda. Nonostante le cure, Jean-Pierre morì a Parigi il 7 marzo 1809. Sophie rimase sola e senza denaro. Pare che il marito, poco prima di morire, le avesse sussurrato che non le restava che annegare o impiccarsi…
    Ma Sophie non si scoraggiò. Anzi, da vedova, la sua vita ebbe una virata imprevista e cominciò a splendere di luce propria. Continuò infatti i voli liberi da sola, specializzandosi nelle ascensioni notturne; per ascendere più velocemente, si fece allestire una cesta molto leggera, poco più grande di una sedia e adatta al suo fisico minuto.
   Avuto sentore della bravura di Sophie, Napoleone Bonaparte la volle al suo seguito e la insignì del titolo di Aeronauta delle celebrazioni ufficiali. Così, il 24 gennaio 1810, Madame Blanchard si esibì in un’ascensione sul Campo di Marte, in occasione del matrimonio dell’imperatore con Maria Luisa d’Austria. Nel marzo 1811, alla nascita del figlio di Napoleone, effettuò un volo sopra Parigi per lanciare le partecipazioni.
   Il 15 agosto 1811 venne programmata a Milano una sua ascensione per la ‘Festa del compleanno dell'Imperatore’. L’evento era stato così preannunciato nel Corriere Milanese: "Fra i pubblici divertimenti coi quali si festeggerà in Milano il giorno onomastico e natalizio di S.M. l'Imperatore e Re vi sarà un volo aerostatico che verrà eseguito da Madama Blanchard sulla gran piazza d'armi al Foro Bonaparte. Madama Blanchard s'innalzerà colla sua macchina, che si vedrà illuminata da fuochi artificiali, dall'anzidetta piazza sull'imbrunire del giorno, dopo che saranno terminate le corse nell'arena, e dopo che con un sufficiente intervallo di tempo gli spettatori saranno potuti uscire dall'anfiteatro".  Per Sophie sarebbe stata la quarantesima ascensione al cospetto della Corte e di una grande folla incuriosita.
    Ma in quell’occasione l’audace aeronauta fu protagonista di un’incredibile avventura, causata probabilmente dalle favorevoli correnti ascensionali che conferirono al pallone aerostatico una velocità e una traiettoria impreviste. Il pallone, infatti, s’innalzò rapidamente e sparì alla vista della folla. Pare che le forti correnti di vento l’abbiano condotto prima verso Torino e poi verso i monti della Liguria. 
Sophie arrivò addirittura a intravedere il mare e, temendo di esservi sospinta dal vento, decise di tentare subito una discesa, che si concluse con un atterraggio morbido in un bosco. Lì, tra le fronde degli alberi, la donna passò poi la notte.
   Quando il mattino successivo la scorsero alcuni pastori e contadini, pensarono di essere al cospetto di un’apparizione della Vergine Maria. Sophie era infatti atterrata nel boschetto vicino al paesino ligure di Montebruno, dove era viva la memoria di un’antica apparizione della Madonna. 
Quando fu chiaro che l’essere misterioso non era la Vergine divina, ma una creatura in carne e ossa, che parlava persino una lingua straniera, fu avvisato il Sindaco di Montebruno, che ospitò con ogni riguardo la donna. E lasciò ai posteri memoria dell’avvenimento in una lettera dispaccio conservata nell’Archivio di Stato di Genova e di Milano. 
   Dopo la felice conclusione dell’accaduto, Madame Blanchard tornò a Parigi e continuò le sue ascensioni.
Numerosi documenti storici attestano le sue esibizioni presso le corti europee; le stampe dell'epoca ci trasmettono anche le immagini dei suoi voli, a volte davvero pericolosi. Nel 1811, viaggiò in volo da Roma a Napoli, salendo a più di 3600 metri d'altezza. Nello stesso anno, svenne durante un'ascensione, rimanendo in aria più di 14 ore. Durante la sua cinquantatreesima ascensione a Nantes, il pallone aerostatico andò fuori controllo e cadde in una palude, ma Sophie si salvò.
Dopo la caduta e l’esilio di Napoleone, entrò subito nelle grazie di Luigi XVIII che la nominò ‘Aeronauta ufficiale della Restaurazione’.
   Purtroppo il suo coraggio e la sua grande abilità nel governo del pallone aerostatico non riuscirono a salvarla dall’incidente che le costò la vita durante la sua sessantasettesima ascensione, il 6 luglio del 1819, sopra i giardini di Tivoli, a Parigi. Sophie, nonostante il forte vento, aveva iniziato l’ascensione portando con sé tanti fuochi d’artificio che avrebbero illuminato a giorno i cieli della capitale. Purtroppo uno di essi, quasi sicuramente a causa del vento, incendiò il pallone. Non c’era modo di spegnere le fiamme, ma Sophie non si perse d’animo e iniziò immediatamente la discesa. L'aerostato non era del tutto incendiato e gli spettatori sperarono che l’intrepida donna avrebbe potuto salvarsi. Ma, mentre il pallone si adagiava su un tetto, un arpione di ferro lo agganciò e lo capovolse facendo cadere sul selciato Sophie, che morì immediatamente. Aveva 41 anni
   La sua tragica fine commosse i parigini che fecero una sottoscrizione per l’acquisto di una tomba nel più grande cimitero parigino, quello di Père-Lachaise, dove la donna fu seppellita con il seguente epitaffio: "Victime de son art e de son intrépidité". 
    Pare che, qualche decennio dopo, a proposito delle donne che si cimentavano nel volo in mongolfiera, lo scrittore Charles Dickens abbia detto: “Una donna nei cieli non è nel suo elemento, perché decisamente troppo in alto”. Dickens evidentemente non immaginava che nel XXI secolo le donne avrebbero pilotato anche gli aerei e, come Samantha Cristoforetti, sarebbero diventate anche astronaute assai stimate.
   Facciamo nostre, infine, le parole dedicate a Madame Blanchard dalla studiosa Valeria Meazza: “L’essere umano, oggi, ha “ali” molto più solide di allora e le donne hanno molta meno paura di volare, letteralmente e metaforicamente. Per aver mostrato già allora che era possibile, per quanto difficile e pericoloso, Sophie Blanchard è una figura che ancora oggi andrebbe ricordata. E ringraziata.

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 9.1.22

venerdì 7 gennaio 2022

Che cosa resterà di noi...

Domani
Che cosa
Resterà di me 
Lo ignoro: forse niente…

Di te,
caro Francuzzo,
resterà la musica:
unica, speciale, sicula, immensa.
Grazie.



domenica 2 gennaio 2022

Meno soldi per le armi: l’appello di 50 Nobel

       Palermo – “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”: questo il ritornello della canzone ‘Proposta’, cantata da ‘I Giganti’ al festival di Sanremo del 1967; ritornello che si concludeva con l’invito a non lanciare nel cielo “molecole malate, ma note musicali per una ballata di pace”.
     Non fiori nei cannoni, ma meno soldi per le armi: è l’appello molto più concreto presentato all’ONU qualche settimana fa da cinquanta scienziati di tutto il mondo ; tra essi gli italiani Giorgio Parisi e Carlo Rubbia, Nobel per la Fisica nel 2021 e nel 1984.
Nella richiesta, gli scienziati evidenziano che “La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari statunitensi all’anno. Inoltre, è in aumento in tutte le aree del mondo. I singoli governi sono sotto pressione e incrementano la spesa militare per stare al passo con gli altri Paesi. Il meccanismo della controreazione alimenta una corsa agli armamenti in crescita esponenziale, il che equivale a un colossale dispendio di risorse che potrebbero essere utilizzate a scopi migliori.” Nell’appello sottolineano poi come in passato la corsa agli armamenti sia stata la causa dello scoppio “di guerre sanguinose e devastanti.” 
    Ecco allora, nel suo immenso e sostanziale buonsenso, la “semplice proposta per l’umanità” delle eccellenze scientifiche mondiali: “Che i governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite si impegnino ad avviare trattative per una riduzione concordata della spesa militare del 2 per cento ogni anno, per cinque anni. La nostra proposta si basa su una logica elementare: le nazioni nemiche ridurranno la spesa militare, e così facendo rafforzeranno la sicurezza dei rispettivi Paesi, pur conservando l’equilibrio delle forze e dei deterrenti. L’accordo siglato servirà a contenere le ostilità, riducendo il rischio di futuri conflitti. Enormi risorse verranno liberate e rese disponibili, il cosiddetto «dividendo della pace», pari a mille miliardi di dollari statunitensi entro il 2030.”
    Gli scienziati fautori della proposta si preoccupano anche di indicare come impiegare le enormi risorse risparmiate: “La metà delle risorse sbloccate da questo accordo verrà convogliata in un fondo globale, sotto la vigilanza delle Nazioni Unite, per far fronte alle istanze più pressanti dell’umanità: pandemie, cambiamenti climatici e povertà estrema. L’altra metà resterà a disposizione dei singoli governi. Così facendo, tutti i Paesi potranno attingere a nuove e ingenti risorse”.
     L’appello si conclude così: “La storia dimostra che è possibile siglare accordi per limitare la proliferazione degli armamenti: grazie ai trattati Salt e Start, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno ridotto i loro arsenali nucleari del 90 percento dagli anni Ottanta ad oggi. I negoziati da noi proposti avranno una buona possibilità di successo, perché fondati su un ragionamento logico: ciascun attore sarà in grado di beneficiare dalla riduzione degli arsenali del nemico, e così pure l’intera umanità. 
In questo momento, il genere umano si ritrova ad affrontare pericoli e minacce che sarà possibile scongiurare solo tramite la collaborazione. Cerchiamo di collaborare tutti insieme, anziché combatterci.
      Niente da aggiungere a un appello così illuminato e profetico; appello lanciato, con accenti simili, da papa Francesco nella lettera ‘Fratelli tutti’ e ribadito nel suo messaggio in occasione della giornata della Pace del 1° gennaio.
Si spera che, per una volta nel mondo – ‘l’aiuola che ci fa tanto feroci’, per dirla con un verso del sommo Dante Alighieri - chi tiene le redini del potere ascolti la voce lungimirante e accorata dei cinquanta saggi e del papa. 
     E imbocchi l’unica via possibile di sviluppo: quella di una convivenza di pace tra i popoli.

Maria D'Asaro, 2.1.22, il Punto Quotidiano

Nel ‘mio’ giornale, ecco, tra gli altri, alcuni articoli a mio avviso assai belli e interessanti:

Qui, l'invito a dare il meglio di sé, sulla scia dei suggerimenti di Hanna Arendt e Vito Mancuso;

Qui, la storia e il fascino della musica gospel;

Qui, un ricordo personale di Sergio Rubini, uno degli interpreti del trio De Filippo;

Qui, i necessari cambiamenti dell’uso linguistico, in armonia con il riconoscimento delle varie soggettività;

Qui, l’urgenza di dire basta alla mattanza degli animali da pelliccia




venerdì 31 dicembre 2021

Futuro/a

mari@dasolcare



"Indovinami, Indovino,
tu che leggi nel destino:
l'anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?"





"Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un Carnevale e un Ferragosto
e il giorno dopo del lunedì
sarà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell'anno nuovo:
per il resto anche quest'anno
sarà come gli uomini lo faranno!"

Gianni Rodari,  Filastrocche in cielo e in terra (Torino, Einaudi 1960).


giovedì 30 dicembre 2021

Le sacre sinfonie del tempo

mari@dasolcare

Le sento più vicine
Le sacre sinfonie del tempo
Con una idea
Che siamo esseri immortali
Caduti nelle tenebre
Destinati a errare
Nei secoli dei secoli
Fino a completa guarigione



Guardando l'orizzonte
Un'aria di infinito mi commuove
Anche se a volte
Le insidie di energie lunari
Specialmente al buio
Mi fanno vivere
Nell'apparente inutilità
Nella totale confusione

Che siamo angeli caduti
In terra dall'eterno
Senza più memoria
Per secoli, per secoli
Fino a completa guarigione

(Fonte: Musixmatch, Compositori: Franco Battiato)


domenica 26 dicembre 2021

L'impegno di dare un senso al tempo

       Palermo – “E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito/Quanto tempo è ormai passato e passerà?/Le orchestre di motori ne accompagnano i sospiri/L'oggi dove è andato l'ieri se ne andrà…”             Questo l’incipit di una storica canzone di Francesco Guccini; poesia canora che conserva intatta la sua valenza suggestiva se a ‘giorno’ si sostituisce ‘anno’. Tra pochi giorni anche la musica di quest’anno svanirà e il ricordo del 2021 sarà conservato nell’archivio polveroso della Storia. 
       La tragedia accaduta qualche settimana in Sicilia, nel piccolo paese di Ravanusa, dove per una fuga di gas un’intera palazzina è crollata e nove persone sono decedute, l’ultimo terribile incidente sul lavoro a Torino, con tre vite spezzate, il riacutizzarsi dappertutto della pandemia… Questi accaduti inducono un velo nero di tristezza nel cuore e ci rendono poco inclini a festeggiare il transito tra il 2021 e il 2022. 
    Certo, per ciascuno il 2021 avrà avuto un sapore e un colore diverso a seconda delle esperienze vissute: chi ha trovato l’amore della sua vita, chi ha iniziato un bel lavoro, chi ha realizzato un suo sogno, dell’anno appena trascorso porterà dentro di sé una musica allegra; chi in quest’anno invece ha perso il lavoro, o si è gravemente ammalato oppure ha avuto il lutto di un proprio caro, conserverà del 2021 solo rintocchi tristi.
   Le strofe successive della canzone di Guccini - Giornate senza senso, come un mare senza vento/Come perle di collane di tristezza/Le porte dell'estate dall'inverno son bagnate/Fugge un cane come la tua giovinezza/Negli angoli di casa cerchi il mondo/Nei libri e nei poeti cerchi te/Ma il tuo poeta muore e l'alba non vedrà/E dove corra il tempo chi lo sa? - non ci aiutano a essere allegri, impregnate come sono di accenti esistenziali poco inclini a orizzonti ottimistici.
     Perché, in ultima analisi, la partita con la speranza si gioca tutta sulla nostra concezione del tempo: una concezione ciclica, per cui tutto si fa e si distrugge, in una sequenza eterna e infinita, ma non finalistica; o una concezione lineare, se si crede che il tempo scorra verso un fine ultimo buono, concezione propria delle principali religioni monoteistiche, dall’ebraica a quella cristiana.
   Forse, diversamente da Guccini che canta ancora: “La sfera di cristallo si è offuscata/E l'aquilone tuo non vola più/Nemmeno il dubbio resta nei pensieri tuoi/E il tempo passa e fermalo se puoi" la maggior parte di noi si pone invece dubbi e interrogativi su quale sia il fine ultimo del tempo e della vita; e oscilla tra l’idea più pessimista del tempo, quella ciclica, e quella più fiduciosa, la lineare.
    Quale che sia comunque la nostra idea e il nostro credo, potremo vivere al meglio i nostri anni, a partire dal 2022 ormai alle porte, se ascolteremo la sapienza di Antoine de Saint-Exupéry, del quale riportiamo un pezzetto del celeberrimo dialogo tra la volpe e il piccolo Principe: “É il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante … Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
    Se, qualunque sia la nostra opinione sull’universo, diveniamo consapevoli che abbiamo tutti, qui e ora, una ‘rosa’ da annaffiare, da coltivare, da amare, allora, anziché ‘Kronos’ vuoto e senza significato, il tempo disponibile si trasforma in ‘Kairos’: termine derivante dal greco, che significa tempo opportuno, tempo di qualità, tempo speciale. 
    L’invito è allora quello di non sciupare il tempo che ci è stato misteriosamente donato e trasformarlo in kairos, tempo di grazia: tempo speso per donare bellezza, bontà, generosità, cultura, intelligenza, cura: in famiglia, innanzitutto, e poi nelle relazioni che, in cerchi sempre più vasti, includono tutta la società.
     Forse questa è una ricetta credibile per onorare e dare senso al 2022.

Maria D'Asaro, 26.12.21, il Punto Quotidiano