venerdì 20 giugno 2025

Dichiaro...











Dichiaro che non c’è altro Essere umano
All’infuori di Colui il cui cuore trema di amore
Per tutti i suoi fratelli in umanità
Colui che desidera ardentemente
Più per loro che per se stesso
Libertà, pace, dignità
Colui che considera la Vita
Più sacra ancora delle sue credenze e divinità
Dichiaro che non esiste altro Essere umano
all’infuori di Colui che combatte senza tregua l’Odio
In lui e intorno a lui
Colui che fin dal momento in cui apre gli occhi al mattino
Si pone la domanda:
cosa farò oggi per non perdere
la mia qualità e la mia fierezza
di essere uomo?

Abdellatif Laâbi

Vedi qui e qui 


mercoledì 18 giugno 2025

Rosella Prezzo: le guerre viste (solo) in TV

 Più che mai attuale lo studio condotto da Rosella Prezzo. Ecco l'annunciata recensione del suo libro:

Cantieri culturali della Zisa, 8.6.25: Rosella Prezzo, II da sinistra
           Palermo – “Le guerre non si dichiarano più e si eternizzano, così come non si sa più quale e dove sia quello che un tempo si chiamava ‘campo di battaglia’… nel mio caso le guerre le ho proprio soltanto viste, nella velocità istantanea dell’ubiquità mediatica”. Prende spunto proprio da “questa comune esperienza da spettatrice attraverso gli schermi” Guerre che ho (solo) visto (Moretti & Vitali Bergamo 2025), saggio di Rosella Prezzo, filosofa, saggista e traduttrice: centocinquanta pagine preziose e assai dense che analizzano acutamente la guerra di ieri, ma soprattutto quella di oggi. E invitano a ‘pensare l’impensato della pace’ alla luce, ad esempio, del pensiero di Simone Weil, Virginia Woolf e Maria Zambrano.
       Emblematici i titoli di due dei capitoli che compongono la prima parte del libro: Dal corpo eroico al corpo osceno del guerriero e alla guerra postumana e Reduci, sopravvissuti/e, profughe/i.
L’autrice sottolinea infatti che, nel passato “Il corpo del guerriero è stato a lungo al centro di una vasta strategia narrativa e simbolica… Attraverso la figura del guerriero, insieme alla retorica del discorso sui caduti in battaglia, si è espressa per secoli l’esemplare virtù civica e politica”. E poi “La rivoluzione francese è il momento in cui il soldato e il cittadino si fondono: il cittadino è tale perché imbraccia le armi per difendere le proprie conquiste rivoluzionarie”. Anche oggi purtroppo: “L’implicito nesso tra attestazione di piena cittadinanza e prova fornita in guerra rimane sottotraccia nel discorso politico pubblico”.
Rosella Prezzo
     Ma, negli ultimi decenni “Si è introdotto un nuovo orizzonte di senso insieme a un nuovo racconto, dove il fronte è diventato globale (privo di spazio e tempo definiti) e soprattutto asimmetrico e iper-tecnologizzato. Alla base sta quello che i teorici del Pentagono hanno battezzato come Information Warfare (IW) o Revolution in Military Affairs (RMA), animata da un vero e proprio millenarismo tecnologico e dalla filosofia della guerra a ‘zero morti’ (ovviamente nelle proprie file).” “Il conflitto armato ad alta tecnologia - annota ancora la studiosa – implica controllo e gestione a distanza del teatro bellico con il minor impegno possibile della variabile umana ma con un’aumentata potenza distruttiva”.
     Siamo nel pieno della ‘guerra post-umana, fatta con i droni e l’Intelligenza artificiale, guerra che aumenta a dismisura il fossato tra sé stessi e le vittime, rendendo sempre più aleatoria la responsabilità individuale.
     Di contro, con una progressione costante e numeri impressionanti, le vittime delle guerre sono sempre di più i civili (si pensi al massacro odierno di civili palestinesi) e, con loro, le crescenti ondate di profughi: così, evidenzia l’autrice “tornano inevitabilmente a mostrarsi i corpi: corpi non combattenti, sfiniti, violati, intrappolati, annichiliti, soprattutto di donne, insieme a bambini e a vecchi. (…) Corpi in fuga, senza luogo, spostati, braccati: ‘comparse’, ammutolite dalla paura e dal dolore, che vengono a occupare l’intera scena della tragedia bellica…”
      Da dove ripartire per ripensare e progettare la pace? 
Pensare e dire la pace significa anzitutto pensare l’impensato della pace… “Ci troviamo di fronte a un vuoto teorico e di visione. Basti pensare che non è mai stata sfiorata nemmeno l’idea di un Ministero della pace, come se fosse un ideale non politico”. 
Simone Weil
      Rosella Prezzo ripropone il pensiero di alcune donne del Novecento, che hanno avanzato un’idea diversa di Europa e della convivenza umana. A partire da Simone Weil, che ha sottolineato, tra l’altro, la necessità di una nuova etica verso i bisogni dell’anima: perché, ammoniva Weil, la lotta contro Hitler o il cattivo di turno non mette automaticamente dalla parte dei giusti, ma occorre uno sforzo collettivo «per ricominciare a pensare il destino del mondo», rifiutando «una concezione insufficiente della democrazia», «il male periodico della guerra totale», «la manipolazione più brutale della materia umana».
    Nel 1940, in un rifugio antiaereo, mentre gli aerei tedeschi gettavano bombe su Londra, Virginia Woolf scriveva Pensieri di pace durante un’incursione aerea, chiedendosi cosa potessero fare le donne in guerra e contro la guerra: Fight with the mind, combattere con la mente…Le donne non devono smettere di pensare e lottare attraverso la mente, fabbricando idee nuove.
Virginia Woolf
    Luminose poi le pagine della filosofa spagnola Maria Zambrano: “La pace, dice in sintesi la pensatrice «è un modo di vivere, di abitare il pianeta, di essere umani». «un’intima rivoluzione» che non mira ad occupare il potere per sé stessi, ma muove ciascuno/a a superare una soglia, quella che separa la «storia sacrificale», fatta di idoli e di vittime, per entrare in un processo di umanizzazione della storia. Un processo che non ha bisogno di armi, di parole d’ordine o «ornate di maiuscole» (per usare un’espressione di Simone Weil), ma di parole che fanno riflettere e insegnano a pensare, parole terrestri e alate” sottolinea Rosella Prezzo.  
     Il testo, presentato l’otto giugno a Palermo alla rassegna Una marina di libri, propone anche una ricca antologia di scritti riguardanti la guerra e la pace: pagine che spaziano da Tolstoj a Svetlana Aleksiević, da Bertrand Russell e Albert Einstein alle poetesse Ingeborg Bachmann e Wislawa Szymborska, da Cesare Pavese a Maria Zambrano. 
     Allora, ci esorta infine l’autrice: “Quando vaghiamo come persi in un labirinto di specchi, privi di orizzonte, in un mondo in cui gli eventi sembrano caderci addosso ineluttabili, il pensiero deve servire da guida’ affinché in quel labirinto e in quel buio non ci smarriamo, aprendoci un varco lì dove non sembra esserci alcun passaggio, alcuna via d’uscita. Proprio allora, come ci invita a fare Maria Zambrano, «occorre cambiare atteggiamento: invece di essere divorati in un processo metafisico di distruzione, levarsi a pensare. Non subire la metafisica, ma farla».

Maria D'Asaro, 15 giugno 2025, il Punto Quotidiano




lunedì 16 giugno 2025

E se il rifiuto della guerra fosse il cambiamento di paradigma oggi necessario?

         Oggi alle 17 – si c’è caldo è vero … - al No Mafia Memorial in via Vittorio Emanuele 353, si parlerà di obiezione di coscienza a tutti gli eserciti, a partire dal testo La coscienza dice NO alla guerra, curato da Enzo Sanfilippo e Annibale Raineri.

(Questo l'inizio del mio intervento: 

1. Ci serve la radicalità di un nuovo pensiero, ci serve una prassi culturale e politica diversa: è necessario rifondare un nuovo umanesimo: nuovo umanesimo considerato oggi u-topico e radicale, ma non per questo velleitario e irrazionale. Se c’è qualcosa di profondamente irrazionale e inumano è proprio la guerra. Dopo che per secoli ha partecipato alle guerre e benedetto le armi, anche grazie alle sollecitazioni di Lanza del Vasto e della moglie Chanterelle, persino la Chiesa cattolica con Giovanni XXIII, nella Pacem in Terris, ha affermato finalmente: Bellum alienum a ratione

2. Ma qui vogliamo dichiararlo laicamente e il testo curato da Annibale e da Enzo ha proprio questo scopo: la guerra è una istituzione storica assurda, inumana, violenta, inutile, dannosa, stupida, incompatibile con l’etica e con l‘ecosistema ambientale’. È il momento di fare l’obiezione alla guerra, partendo dalla coscienza e mutando paradigma antropologico-culturale.  Chi ha masticato un po’ di filosofia della scienza, ricorda l’introduzione dell'idea di paradigma scientifico, avanzata da Thomas Kuhn nel 1962: nel sapere scientifico possono esserci paradigmi conoscitivi, fondamenti che si tengono in piedi per secoli, ma che poi, se modificati, permettono di intravedere un'impostazione dei problemi differente e una loro differente soluzione. Perché non dovrebbe essere così anche nell’orizzonte culturale/antropologico/istituzionale? Sappiamo bene ormai che la nostra società è basata su un ordine simbolico/culturale (anche se a volte implicito): la violenza della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti va disvelato come paradigma vecchio e modificabile … 

(continua alle 17 al No Mafia...)

Se volete venire preparati/e: 















martedì 10 giugno 2025

Etna Comics, Topolino omaggia Franco Battiato

       Palermo – Topolino, storica rivista dei fumetti della Disney, ha reso omaggio a Franco Battiato, morto il 21 maggio 2021, dedicandogli il numero 3627 del settimanale, con una copertina speciale.
      La variant cover, in bianco e nero, mostra Pippo in primo piano, occhiali da sole inforcati per avere più carisma e sintomatico mistero, con le palme e un vulcano fumante come sfondo, in un’immagine che ricorda i luoghi in cui viveva il cantautore catanese, in particolare la sua Milo, in mezzo al parco dell’Etna. Senza snaturarne la grafica originale, la copertina richiama nettamente quella de ‘La Voce del Padrone’, il celeberrimo album del 1981 del cantautore siciliano.
    L’edizione celebrativa è stata disponibile in anteprima assoluta, in tiratura limitata, per il pubblico presente allo stand Panini Comics Italia, alla tredicesima edizione di Etna Comics 2025, che si è tenuta a Catania dal 30 maggio al 2 giugno. Dal 5 giugno, la rivista si può invece acquistare nei negozi specializzati e sul sito www.panini.it.
     Autore della copertina è il fumettista triestino Alessandro Pastrovicchio che, intervistato il 20 maggio dalla giornalista Letizia Vella al TG della Regione siciliana, ha espresso intanto il suo amore assoluto per Battiato: “Io Battiato lo adoro da una vita… Durante la realizzazione della copertina ascoltavo ripetutamente ‘La Voce del Padrone’… Pippo ha la testa sulle nuvole, è talmente strano e talmente onirico che doveva assolutamente reinterpretare il maestro Franco Battiato, innanzitutto, secondo me,  per una somiglianza proprio fisica, intanto l’altezza di Pippo e quella di Battiato… Nel disegnare la copertina ho giocato con le orecchie di Pippo, per formare il codino tipico di Battiato nella famosa foto dell’album.”
  Alessandro Pastrovicchio ha esordito come disegnatore alla Disney Italia nel 1998. Per Edizioni Piemme, nel 2007 ha curato la parte grafica di un libro di Geronimo Stilton; nel 2008 ha iniziato la collaborazione con la Star Comics; dal 2011 ha disegnato anche per Sergio Bonelli Editore. Nel 2023, in occasione dell'undicesima edizione di Etna Comics, è già stato autore della copertina variant  n.3523 di  Topolino. 
Il fumettista è stato presente il 30 maggio nello stand di Etna Comics per il firma copie e con una sua storia inedita. Ha poi dichiarato di essere pronto a far tornare la Sicilia nei suoi disegni: “Spero tanto di sì, perché amo il vostro territorio, sono innamorato della Sicilia, di Catania e ho un amore incondizionato verso Battiato.”
     Etna Comics, Festival internazionale del Fumetto, del Gioco e della Cultura Pop, è un festival internazionale dedicato al fumetto, al cinema d'animazione, ai giochi da tavolo e ai videogiochi. Inaugurato nel settembre 2011, si tiene annualmente a Catania, adesso a fine maggio, presso il centro fieristico le Ciminiere. Anche quest’anno ha avuto un enorme successo: secondo gli organizzatori si sono raggiunti circa 100.000 visitatori. La fiera è una delle più importanti rassegne del fumetto in Italia: con il  festival partenopeo Napoli Comicon è la principale manifestazione di tale settore nel Meridione. 


Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 8.6.25





domenica 8 giugno 2025

Pensare l'impensato della pace... ore 19, Cantieri Culturali

       "Vedo molti affannarsi a giustificare in vario modo la guerra (…) pochi a cercare di fermarla o evitarla.
Anche perché non si ha il coraggio né l’onestà di dire che siamo in una situazione di guerra non dichiarata, ma che opera comunque con i suoi effetti nefasti nelle nostre vite. (…) Di contro non si troverà nessuno che, in linea di principio, non si dichiari a ‘favore della pace’.
      Ma allora dovremmo forse domandarci: di cosa parliamo quando parliamo di pace? Il fatto è che se, da sempre, della guerra abbiamo racconti, discorsi e retoriche, descrizioni infernali ed azioni eroiche, immagini e fantasmi, e soprattutto strategie, a cominciare da quell’arte della guerra, a cui essa è stata nobilmente associata, niente di tutto ciò è accaduto per la pace.
       Come se qui ci trovassimo di fronte a un vuoto teorico e di visione. Basti pensare che non è mai stata sfiorata nemmeno l’idea di un Ministero della Pace, come se la Pace fosse un ideale non politico. (…) La Storia ha visto sempre solo Ministeri della Difesa che si tramutano prontamente, all’occasione, in Ministeri della Guerra. Forse, un tale Ministero della pace rientrerebbe in quelle istituzioni da inventare (perché sconosciute) che Simone Weil auspicava, al di là di quelle a tutela del diritto e delle libertà democratiche. Altre istituzioni, destinate, cioè, come affermava Simone Weil «a discernere e abolire tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto l’ingiustizia, la menzogna e la bruttezza». 
Per questo, pensare e dire la pace significa, anzitutto, pensare l’impensato della pace."

Rosella Prezzo Guerre che ho (solo) visto Moretti&Vitali Bergamo 2025, pp.75,76











giovedì 5 giugno 2025

La pace inquieta di Maria Zambrano: non subire la metafisica, ma farla...


        "Il pensiero della pace è ciò che congiunge i due estremi della vita di Maria Zambrano. (…) In una società dall’ordine musicale come lei la intende, dove la democrazia non può esaurirsi certo in una stanca liturgia elettorale ma riguarda la quotidianità in cui ciascuno/a contribuisce attivamente alla sua realizzazione, la pace non può essere pensata come semplice equivalenza dello stato di non-guerra. Perché ciò equivale a un equilibrio precario, fragile, basato principalmente sulla paura. 
     E una pace del genere, priva cioè di una propria ‘sostanza morale’, può rappresentare solo una tregua. Una pace che aspiri a essere duratura non può neanche tendere alla fine di ogni lotta o al quieto vivere.
      La pace, al contrario, è ‘inquieta’, non ammette l’immobilità, ma deve ridefinirsi di fronte a ogni nuova situazione e circostanza. Non può avere un’unica strategia che non guarda in faccia nessuno, ma ha bisogni di accordi continui, e di un coraggio ben più saldo di quello esaltato e furioso con cui ci si getta in guerra.
     Pace non significa società pacificata, come in quell’immagine della pace eterna promessa alla fine della vita. La pace sta dalla parte della vivacità. Dell’agonismo e del gioco, dell’inquietudine che impedisce il conformismo o ancor peggio la complicità verso un ordine dato solo nella misura in cui ci si adatta alla propria convenienza. La pace non è la fine di tutti i nostri affanni, ma è la vita di un incessante interrogare che ci spinge oltre, in cerca di relazioni rette dalla libertà e dalla giustizia e non dalla paura e dal dominio. La pace, dice in sintesi Maria Zambrano «è un modo di vivere, di abitare il pianeta, di essere umani».
     Per questo è «un’intima rivoluzione» che non mira ad occupare il potere per sé stessi, ma muove ciascuno/a a superare una soglia, quella che separa la «storia sacrificale», fatta di idoli e di vittime, per entrare in un processo di umanizzazione della storia. Un processo che non ha bisogno di armi, di parole d’ordine o «ornate di maiuscole» (per usare un’espressione di Simone Weil), ma di parole che fanno riflettere e insegnano a pensare, parole terrestri e alate.
     Similmente per Hannah Arendt la guerra si produce nell’impotenza della politica, che è per lei il luogo dell’agire politico dove l’atto e la parola non si separano. Sul mito del progresso tecnologico, sempre più invasivo, e del suo rapporto con la violenza, dovrebbero poi far riflettere le sue analisi Sulla violenza, scritto del 1968, dove ragiona su quella che definisce «l’impotenza della potenza». Il riferimento è all’America che, nella sua potenza tecnologica e militare sempre più dispiegata (…), nasconde un’impotenza pericolosa di un fare politico in cui non ha più dimora il pensiero tra l’impeto e l’atto, e che nega per ciò stesso la sfera pubblica in cui si incontrano e si confrontano l’azione e la parola.
       Per questo, a maggior ragione, quando vaghiamo come persi in un labirinto di specchi, privi di orizzonte, in un mondo in cui gli eventi sembrano caderci addosso ineluttabili, il pensiero deve servire da guida’ affinchè in quel labirinto e in quel buio non ci smarriamo, aprendoci un varco lì dove non sembra esserci alcun passaggio, alcuna via d’uscita.
    Proprio allora, come ci invita a fare Maria Zambrano, «occorre cambiare atteggiamento: invece di essere divorati in un processo metafisico di distruzione, levarsi a pensare. Non subire la metafisica, ma farla»."

Rosella Prezzo,  Guerre che ho (solo) visto Moretti &Vitali, Bergamo 2025, pagg. 91,92

Ne discuteremo con l'autrice domenica prossima, a Una marina di libri



lunedì 2 giugno 2025

"Una marina di libri" ai Cantieri culturali della Zisa

      Palermo – Saranno quest’anno i Cantieri Culturali alla Zisa, in via Paolo Gili, a ospitare “Una marina di libri”, il festival dell’Editoria indipendente in programma a Palermo da giovedì 5 a domenica 8 giugno. La manifestazione, arrivata alla sua sedicesima edizione, è denominata quest’anno Il giro di boa.
    Per il quinto anno consecutivo, direttore della rassegna sarà il giornalista e scrittore Gaetano Savatteri che ha spiegato così titolo e tema: “Il giro di boa perché si cambia mare, tornando alla tradizione itinerante e vagabonda di “Una marina di libri” che, in passato, è stata in alcune piazze del centro storico, poi all’Orto Botanico, quindi a Villa Filippina. Ora si compie il giro di boa ai Cantieri Culturali della Zisa. Ma il titolo di questa edizione è anche un omaggio ad Andrea Camilleri, per il centenario della sua nascita, ricordando che Camilleri è stato uno degli autori che, alla GAM (Galleria d’Arte Moderna), ha tenuto a battesimo le primissime edizioni della manifestazione di Palermo. Quindi un giro di boa per nuovi mari e una nuova marina di libri”.
      In una recente intervista a Savatteri, Simona Licandro, giornalista del TG regionale siciliano, ha sottolineato che alla manifestazione culturale ogni anno partecipano sempre più case editrici e che “Una marina di libri”, con un suo pubblico ormai numeroso e consolidato, non offre solo presentazioni di libri, l’evento classico di un festival letterario, ma anche spettacoli, giochi e anche laboratori per i più piccoli.
    “Quest’anno saranno ben 80 le case editrici presenti e, oltre quattrocento gli eventi in programma – ha poi precisato il direttore della rassegna – ci saranno musica, spettacoli, eventi teatrali, reading… E ospiti importanti come Elio Germano e Peppe Servillo. 
“Una marina di libri” ospiterà anche delle sezioni dedicate: ad esempio, I segni di Venere, che si occuperà del mondo femminile, dalla scrittura ai temi specifici legati alla sensibilità delle donne; organizzata dalla libreria Dudi, un’altra sezione sarà poi dedicata ai ragazzi e ai più piccoli, con giochi, cacce al tesoro, spettacoli e ovviamente uno spazio dedicato all’editoria per bambini e ragazzi.”
       Giovedì 5 giugno, alle ore 21.30, aprirà il festival lo spettacolo con Elio Germano e Teho Teardo Viaggio al termine della notte, liberamente ispirato all’opera di Céline, con una versione rinnovata nelle musiche e nei testi. Ad accompagnare Germano e Teardo ci saranno Laura Bisceglia (violoncello), Ambra Chiara Michelangeli (viola), Elena De Stabile (violino).
       I Cantieri Culturali alla Zisa (ex Officine Ducrot) sono un'ex area industriale di Palermo, realizzata tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 dall’imprenditore e designer di origine francese Vittorio Ducrot. I Cantieri culturali della Zisa e l'ex stabilimento chimico all'Arenella sono gli esempi principali di archeologia industriale presenti nel capoluogo siciliano.
In crisi come stabilimento industriale e produttivo, negli anni '70 parte dell'area dei Cantieri fu destinata a edilizia popolare e alcuni padiglioni furono demoliti. L'area rimanente fu acquisita nel 1995 dal comune di Palermo. Affidata in gestione a varie associazioni, è oggi utilizzata come spazio espositivo per eventi teatrali, musicali, cinematografici e iniziative culturali di ogni genere. 
Lo spazio dei Cantieri Culturali alla Zisa, con gallerie d’arte e fotografia, teatri, cinema, scuole di formazione, istituti di lingua straniera, biblioteche e luoghi di ristoro, è oggi a Palermo luogo di incontri e contaminazioni: ospita, tra l’altro, le sedi dell'Institut français de Palerme, del Centro culturale tedesco Goethe-Institut, dell'Istituto Gramsci Siciliano (con relativa biblioteca) e la sede palermitana della Scuola Nazionale di Cinema appartenente a Centro Sperimentale di Cinematografia. 
Amati e frequentati dai giovani (ma non solo), nel capoluogo siciliano i Cantieri culturali sono ormai una sorta di cittadella attrattiva, una ‘fabbrica’ feconda di rigenerazione urbana.

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 1.6.25







venerdì 30 maggio 2025

Guerre che ho (solo) visto

 
     "Le guerre non si dichiarano più e si eternizzano, così come non si sa più quale e dove sia quello che un tempo si chiamava ‘ campo di battaglia’  … guerre solo viste, nella velocità istantanea dell’ubiquità mediatica
      Si passa il tempo più a cercare di giustificare la guerra (le guerre) che a pensare e immaginare la pace.
È questa comune esperienza da spettatrice attraverso gli schermi che allora vorrei mettere a fuoco. 
      Incollata allo schermo, ho assistito all’inizio dello scatenarsi notturno della prima guerra del Golfo (gennaio 1991) che è stata anche la prima guerra in diretta globale. (…)
    Subito dopo, aveva infatti inizio lo spettacolo dei fuochi su Baghdad, un misto tra una riedizione tecnologica e disneyana delle Mille e una notte e un nuovo capitolo di Star wars. (…) Con la seconda guerra del Golfo, dopo la strage dell’11 settembre e il devastante crollo delle Torri gemelle causato dall’attentato terroristico suicida, eccomi di fronte alla ‘guerra pulita’ (ripulita dai corpi che sanguinano e muoiono) (…)
    Nel periodo intermedio, ho assistito anche alla guerra, o meglio alla serie di guerre (civili ed etno-nazionalistiche) della ex Juogoslavia con il nuovo diretto coinvolgimento degli Stati europei, seppur celato dall’equivoca formula di ‘operazione umanitaria’.
    Sempre con gli occhi fissi allo schermo (…) ho seguito nel cosiddetto ‘tempo reale’ le notizie che provenivano non dal fronte, perché ormai le guerre sembravano non avere più un fronte, piuttosto da un non-luogo: lo spazio aereo notturno e indefinito solcato da lampi, il correre zizzagando dei civili nel tentativo di evitare i proiettili dei cecchini, ma soprattutto le zone di nessuno dei campi profughi ammassati in una grande discarica umana a cielo aperto. (…)
    Protagoniste assolute le telecamere… lungo il confine tra Albania e Kossovo, a Kukes, pronte ad ‘accogliere’ le ondate successive di profughi. E con loro tornavano inevitabilmente a mostrarsi i corpi: corpi non combattenti, sfiniti, violati, intrappolati, annichiliti, soprattutto di donne, insieme a bambini e a vecchi. (…)
    Ed ecco, oggi li rivedo, sono gli stessi anche se parlano un’altra lingua. Corpi in fuga, senza luogo, spostati, braccati: ‘comparse’, ammutolite dalla paura e dal dolore, che vengono a occupare l’intera scena della tragedia bellica, ma destinate a passare in clandestinità, come vite spettrali, sul fondo e sui retroscena della ‘pace’ futura. (…)
    Ciò che torna a riaffacciarsi è il silenzio della lingua. Che cos’è infatti quello che stiamo vedendo? Come chiamarlo?  Perché non sembra bastare più la parola ‘guerra’ (per lo più non dichiarata e che assume le forme di un annichilimento totale o quelle ibride del killeraggio o dello stragismo bellico, di controffensiva seguita da un’altra ancora più letale, dove la guerra diventa fine a se stessa) cui contrapporre semplicemente la parola ‘pace’ innalzata come una lacerata bandiera bianca. (…)
      Nell’assistere a tutto ciò, come per il Lord Chandos di Hofmannsthal «Le parole astratte mi si sfacevano nella bocca come funghi ammuffiti».
Allora, forse, quello che non si può dire bisogna scriverlo. Così, tra la catastrofe e la speranza bisogna anche attraversare la crisi della parola."

Rosella Prezzo Guerre che ho (solo)  visto Moretti&Vitali, Bergamo 2025
dalla Premessa, pagg. 13-18

Alla presenza dell’autrice, Guerre che ho (solo) visto verrà presentato ai Cantieri culturali della Zisa, domenica 8 giugno prossimo, alle ore 19, in occasione della rassegna Una marina di libri

martedì 27 maggio 2025

Macerie


Wherever

Solo macerie

Schegge di pianto

Segnali di vita cercasi...

Disperatamente





domenica 25 maggio 2025

Addio a Pepe Mujica, la politica che serve...

        Palermo – Il 13 maggio a 89 anni è morto a Montevideo José Alberto Mujica Cordano, conosciuto come Pepe Mujica, presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015, uomo simbolo di una politica di servizio, prossima ai bisogni delle persone. Aveva detto tempo fa: "Ho dato un senso alla mia vita, morirò felice".
       Il suo impegno politico iniziò negli anni ’60 con l’adesione al movimento dei Tupamaros, organizzazione di ispirazione marxista-leninista, a difesa dei diritti dei lavoratori e vicina agli ideali della rivoluzione cubana.
      Dopo il colpo di stato del 1973, opera del dittatore Juan María Bordaberry, venne imprigionato in un carcere militare, dove rimase per circa 12 anni, quasi sempre in completo isolamento. Venne liberato solo nel 1985, quando tornò la democrazia.
    Allora, con altri dirigenti tupamaros e gruppi di sinistra, Mujica fondò il Movimento di Partecipazione Popolare (MPP), all'interno della coalizione del Fronte Ampio. Alle elezioni del 1994 fu eletto deputato nella circoscrizione di Montevideo, nel 1999 senatore. Alle elezioni del 2004 il suo movimento ottenne un’alta percentuale di voti e diventò la prima forza del Fronte Ampio. Il 1º marzo 2005 fu nominato Ministro.  
Nello stesso anno, dopo una lunga convivenza, si era sposato con la senatrice Lucía Topolansky, leader storica del MPP. Il 30 novembre 2009 Mujica vinse le elezioni presidenziali, battendo al ballottaggio Luis Alberto Lacalle.
    Continuò a vivere in modo essenziale, donando a organizzazioni non governative e persone bisognose a poveri il 90% dell’assegno mensile (circa 8.300 euro) che gli spettava come presidente dell’Uruguay. Così diventò il "Presidente più povero del mondo".
     In un’intervista del 2016, José Mujica ha affermato che la ricchezza complica la vita: «Viviamo in un mondo in cui si crede che colui che trionfa debba possedere tanto denaro, avere privilegi, una casa grande, maggiordomi, tanti servitori, vacanze extralusso. Mentre io penso che questo modello vincente sia solo un modo idiota di complicarsi la vita. Penso che chi passa la sua vita a accumulare ricchezza sia malato come un tossicodipendente, andrebbe curato.» 
    «Non sprecate la vita nel consumismo, trovate il tempo di vivere per essere felici.» «La mia idea di felicità è soprattutto anticonsumistica. Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono a cambiare ogni cosa il prima possibile. Sembra che siamo nati solo per consumare e, se non possiamo più farlo, soffriamo la povertà. Ma nella vita è più importante il tempo che possiamo dedicare a ciò che ci piace, ai nostri affetti e alla nostra libertà. E non quello in cui siamo costretti a guadagnare sempre di più per consumare sempre di più. Non faccio nessuna apologia della povertà, ma soltanto della sobrietà.» 
     Il 20 ottobre 2020, con le dimissioni dal Senato, si ritirò a vita privata.
Di lui ha scritto l’umanista argentino Javier Tolcachier: “Tra i principali risultati politici durante il suo mandato presidenziale, va ricordato il Piano di edilizia sociale Juntos, il cui obiettivo era quello di fornire alle famiglie bisognose una casa in cui vivere.  
   Un altro progetto importante è stata la promozione dell’Università Tecnologica dell’Uruguay, un’istituzione pubblica e autonoma che offre istruzione in sei dipartimenti del Paese, consentendo agli studenti dell’interno del Paese di accedere all’istruzione universitaria. 
Mujica è anche riuscito a promulgare, dopo un’accanita resistenza conservatrice, la legge sul matrimonio egualitario nel maggio 2013. Sempre sotto il suo mandato presidenziale, nel 2012 è stato depenalizzato l’aborto con la legge n. 18.987, che regola l’interruzione volontaria della gravidanza (IVE).  
Strenuo oppositore della guerra, nel suo discorso alle Nazioni Unite del settembre 2013 ha affermato che il primo compito dell’umanità è “salvare la vita”. 
Ha detto al presidente cileno Gabriel Boric, che era andato a trovarlo nella sua fattoria di Montevideo:  "Siamo diversi, ma sappiamo tutti che ci sono troppe persone che non hanno una possibilità nella vita. Per questo ci definiamo di sinistra, ma in realtà non siamo né di destra né di sinistra, siamo umanisti. Pensiamo a ciò che è meglio per il futuro dell’umanità. E moriremo sognando questo”.
Su Pepe Mujica si riporta  infine quanto scritto dal giornalista Lorenzo Tosa, che  tempo fa lo ha incontrato a Favale di Malvaro, in provincia di Genova, terra di provenienza di Lucy Cordano, madre del presidente Mujica: “Se n’è andata una delle persone più belle che il mondo abbia avuto e conosciuto. È morto José Pepe Mujica. 
Una vita intera spesa per gli ultimi, i poveri, gli emarginati, i diseredati, i dimenticati.
È stato combattente per la liberazione e, da combattente, ha visto il carcere, le torture, la persecuzione. E, una volta uscito, è diventato Presidente dell’Uruguay, come Pertini e come Mandela, trasformandolo profondamente con una serie di riforme civili e sociali di stampo socialista a cui il mondo ha guardato e che molti hanno osteggiato.
   Per anni ha vissuto in stato di quasi povertà, donando il 90% del suo stipendio a Ong e alle persone in stato di povertà, una sua ossessione. Perché così credeva che dovesse un leader prima di tutto: un esempio.
Quando l’ho incontrato anni fa a Favale di Malvaro, nella ‘sua’ Liguria, terra d’origine della famiglia materna, ho scoperto uno degli uomini più saggi e illuminati che abbia mai avuto la fortuna di incontrare in decenni di giornalismo, con quel suo spagnolo grattato con cui levigava concetti e parole come pietra dura. 
    Non mancherà solo all’Uruguay e all’America Latina. Mancherà al mondo che ha provato a cambiare e ispirare, lasciando un’impronta che resterà a lungo indelebile, anche se faranno di tutto per cancellarla. 
Pepe Mujica non faceva Politica, era Politica. Nel senso più alto e nobile del termine.
Mancherà maledettamente. Solo un giorno, con calma, ci renderemo forse conto quanto. 
Addio Pepe.”

Maria D'Asaro, 25.5.25, il Punto Quotidiano