domenica 8 novembre 2020

America

         “America. Una parola carica di segno positivo, specie in Sicilia, dove ‘Trovasti l’America?’ vuol dire trovasti ricchezza, abbondanza, benessere. La mia generazione, di chi aveva 20 anni nel ’45, ama l’America. E non solo per i ricordi fisici e profondi come il profumo delle prime Camel, il primo pane bianco, le prime notti senza bombardamenti, ma per quell’orizzonte che ci si squarciò e di cui non sapevamo niente o ben poco, libertà di associazione, di stampa, di parola, Faulkner, il cinema, il jazz, insomma tutti i crismi di un grande amore che ha resistito al tempo e alle delusioni. Hanno massacrato gli indiani, sì, ma hanno scritto ben prima della rivoluzione francese la Dichiarazione d’indipendenza del 4 luglio 1776: hanno il Klu Klux Klan, la sedia elettrica, il Bronx-Zen, la corruzione e l’arroganza, certo, ma rimane pur sempre un grande paese libero, sede di tutto il male e di tutto il bene dei tempi moderni.”

Giuliana Saladino, Rivista Segno n.121/122, gennaio/febbraio 1991

venerdì 6 novembre 2020

Attraversare le paure

Egon Schiele: Autoritratto - 1915
     "Abbiamo paura. Siamo dentro la paura. Paura di essere contagiati o contagiosi. […] Temiamo la superficialità di chi ci sta accanto. Temiamo di essere atterrati dal virus, di perdere il lavoro […], di restare tagliati fuori dalle reti sociali e familiari. È una paura che confonde e che nei più fragili diventa terrore: «Non ne usciremo più!». Viviamo con l’incubo di doverci piegare chissà per quanto ancora alle gelide leggi della pandemia. 
    Conviviamo con l’angoscia di continuare a sottrarci senza tempo ad abbracci e ad incontri, a contatti e respiri. Il distanziamento mentre contrae i corpi dissecca le anime: ci rende lentamente ma quasi inesorabilmente più tristi. E la paura della solitudine? Negli ospedali si entra da soli e soli si rimane. […]
E poi il virus non puoi controllarlo. In una società come la nostra, in cui un quarto d’ora di visibilità rischia di essere più prezioso del paradiso, siamo stati atterrati da un virus invisibile. Non lo vedi né in te né nell’altro, ma è lì. […] 
     E poi la pandemia è segnata oggi da pesantezze ignote alla prima ondata. Non c’è più la chiarezza che veniva dallo stare a casa, dai provvedimenti univoci. Non si sa quanto proteggersi e quanto si esageri. Soprattutto, gli eroi della primavera – i medici e gli infermieri, gli operatori della sanità, i volontari – sono stanchi. Forse i loro sforzi non sono stati abbastanza riconosciuti ed ascoltati. La sanità non è pronta come speravamo. Paghiamo ritardi e disinvestimenti di decenni. Scontiamo un sistema che scarta i poveri, che non si cura degli anziani, che non pensa alla salute di tutti, che coltiva l’eccellenza e non custodisce la normalità. Siamo messi di fronte ad una responsabilità individuale e sociale che fatichiamo a reggere: la nostra estate lo ha dimostrato. 
     Ma allora che fare? Come fronteggiare la paura? Come ritrovare la fiducia? Siamo di fronte a compiti epocali: cambiare un mondo profondamente ingiusto, trovare un senso diverso ad una vita che pensavamo di dominare e che ora ci sfugge, che ci fa sentire gettati nel dubbio, nell’insicurezza, nella paura appunto. Nessuno ha ricette facili. Non ci sono scorciatoie. 
     Ricominciamo – direi – da un modo nuovo di raccontarci. Dobbiamo cambiare i nostri sogni. Abbiamo sognato a lungo sulla base della nostra immagine. Ora siamo chiamati ad altri sogni: sogni di cuori svegli e di relazioni nutrienti, di ciò che solo rende vera la vita. Perché quando passerà la tempesta dovremo ritrovarci più consapevoli e più pieni di umanità. Più distanti dal gioco delle immagini e delle apparenze, pronti a vedere quell’invisibile che solo il cuore vede.
     Siamo provati, ma il tempo è propizio. Guardiamo più a fondo. Guardiamo oltre. La paura è in origine un’emozione che salva la vita. Un delicatissimo dispositivo di protezione. Può essere solo adeguata o inadeguata. C’è la paura irrealistica, dove si percepisce come minaccioso ciò che non lo è; e c’è la mancanza assoluta della paura, che non è coraggio ma solo autodistruzione. Paura e coraggio non sono separabili. Un coraggio senza paura ci rende euforici e ci porta al fallimento: non vediamo il pericolo. Una paura senza coraggio ci paralizza: non vediamo la vita. Sia la paura che il coraggio sono attivati dall’interesse. È l’interesse a suscitarli. Restare interessati alla vita: questo dobbiamo fare di fronte alla paura. Restare vivi. Non lasciarci ossessionare dall’oggetto della paura, non lasciarci contrarre. Ecco la pienezza che ci è offerta: vivere la vita che abbiamo in questo momento tra le mani, vivere il presente. […] 
     Amico, ascolta il tuo corpo quando hai paura. Cerca di sentirlo tutto. Non solo il petto che tracima ansia. Respira largamente. Dalla testa ai piedi. Attraversa il tuo corpo. Senti la sua vitalità. Continua anche in quel momento ad amare la vita, a sentirti interessato a tutte le vite: la tua, quella di ognuno, quella del creato. 
      E porterai a compimento, a testa alta, il tuo essere nel mondo."

Giovanni Salonia: quotidiano “La Sicilia”, 1.11.2020; qui l’articolo integrale.

mercoledì 4 novembre 2020

4 novembre, non festa ma lutto

Dopo ogni guerra
c'e' chi deve ripulire.
In fondo un po' d'ordine
da solo non si fa.

C'e' chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.


C'e' chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C'e' chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c'e' chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non e' fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono gia' partite
per un'altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C'e' chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com'era.
C'e' chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto li' si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po' noioso.

C'e' chi talvolta
dissotterrera' da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasportera' sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull'erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c'e' chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.
 
Wislawa Szymborska, in La gioia di scrivere: La fine e l'inizio, pag.503
traduzione di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano 2009


Cosa canta il soldato, soldatino
Dondolando, dondolando gli scarponi,
seduto con le gambe ciondoloni
sulla tradotta che parte da Torino?
<<Macchinista del vapore,
metti l’olio agli stantuffi,
della guerra siamo stufi
e a casa nostra vogliamo andà>>.
Soldatino, canta canta:
cavalli otto, uomini quaranta.

Gianni Rodari, La tradotta, in Filastrocche in cielo e in terra

                                                                                        

Stralci dall'appello "Ogni vittima ha il volto di Abele" promosso dal Movimento Nonviolento, da Peacelink e da altre esperienze nonviolente.
4 novembre 2020: non festa ma lutto. Ogni vittima ha il volto di Abele

      Meno armi piu' salute, ridurre drasticamente le spese militari e devolvere i fondi a sanita', assistenza, ricerca e servizi pubblici. Proponiamo che il 4 novembre (nel rispetto delle norme per il contenimento della pandemia) si svolgano commemorazioni nonviolente delle vittime di tutte le guerre, commemorazioni che siano anche solenne impegno contro tutte le guerre e le violenze. Affinche' il 4 novembre, anniversario della fine dell'inutile strage della prima guerra mondiale, cessi di essere il giorno in cui i poteri assassini irridono gli assassinati, e diventi invece il giorno in cui nel ricordo degli esseri umani defunti vittime delle guerre gli esseri umani viventi esprimono l'impegno affinche' non ci siano mai piu' guerre, mai piu' uccisioni, mai piu' persecuzioni.
      Queste iniziative di commemorazione e di impegno morale e civile devono essere rigorosamente nonviolente. […] Contro tutte le guerre, contro tutte le uccisioni, contro tutte le persecuzioni. Per la vita, la dignita' e i diritti di tutti gli esseri umani.
Ogni vittima ha il volto di Abele. Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.
Per questo sosteniamo la richiesta che l'Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari del 7 luglio 2017 entrato in vigore dopo la cinquantesima ratifica nei giorni scorsi.
       Per questo chiediamo una drastica riduzione delle spese militari che gravano sul bilancio dello stato italiano per l'enorme importo di decine e decine di milioni di euro al giorno. 
      Riteniamo essenziale l'avvio di una politica di disarmo, poiche' le armi sempre e solo uccidono gli esseri umani. [...]. La pandemia ha dimostrato quanto sia importante, preziosa e vitale la sanita' pubblica, la tutela e la salubrita' dell'ambiente, la difesa e il sostegno dei piu' fragili e indifesi, dei piu' sfruttati e impoveriti, dei piu' emarginati ed oppressi della societa', ovvero il riconoscimento dell'eguaglianza di dignita' e diritti di tutti gli esseri umani. Abolire le guerre e garantire piu' salute e diritti per tutte e tutti. Meno armi – strumenti di morte – e piu' risorse per sanita' e assistenza, previdenza e protezione sociale, servizi pubblici per tutte e tutti. Siano drasticamente ridotte le spese militari, e i fondi pubblici cosi' risparmiati siano utilizzati per la sanita', l'assistenza, la ricerca scientifica orientata al bene comune dell'umanita', la difesa della vita, della dignita' e dei diritti di tutte e tutti, la condivisione del bene e dei beni. Per questo sosteniamo la Campagna "Un'altra difesa e' possibile", che prevede l'istituzione di un Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.Pace, disarmo, smilitarizzazione. Tutela della salute di tutte e tutti. Solo la pace salva le vite. Salvare le vite e' il primo dovere.

Movimento Nonviolento, contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel. e fax: 0458009803, e-mail: an@nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org e www.azionenonviolenta.it
PeaceLink, contatti: e-mail: info@peacelink.it, abruzzo@peacelink.it, sito: www.peacelink.it

lunedì 2 novembre 2020

“Il Trionfo della Morte”: capolavoro dell’arte macabra

     Palermo – Pare che la sua forza espressiva abbia ispirato persino Picasso per la celeberrima Guernica: si tratta de “Il Trionfo della Morte”, un affresco staccato maestoso e imponente (6 metri di altezza per 6,42 di larghezza), conservato a Palermo nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis.
      L’opera, di autore ignoto, risale al 1446 circa e proviene dal cortile di Palazzo Sclafani, sede nel quindicesimo secolo del primo grande ospedale pubblico del capoluogo siciliano. L’affresco rimase per cinque secoli a palazzo Sclafani, ma nel 1943 i bombardamenti della seconda guerra mondiale distrussero il tetto dell’edificio compromettendo l’integrità del dipinto che, dopo due restauri, fu collocato a Palazzo Abatellis. L’elevato livello artistico dell’affresco fa ipotizzare una committenza reale, che avrebbe chiamato un artista straniero a realizzarlo: regnava allora a Palermo Alfonso V d’Aragona, sovrano colto e illuminato, fautore di scambi artistici e culturali con altri Paesi. 
     Chiunque sia stato l’autore dell’opera – il francese Guillaume Spicre? il pittore spagnolo Peris Gonzalo? l’inglese Maestro di Barthélemy? addirittura il giovane Antonello da Messina? - il tema del trionfo della Morte, già diffuso nel Trecento, viene qui rappresentato con espressività significativa e potente, con una particolare insistenza ossessiva sul tema del macabro.
      La Morte, che irrompe in un giardino sul dorso di un enorme spettrale cavallo scheletrico, lanciando frecce che uccidono personaggi di tutte le fasce sociali, occupa la parte centrale dell'affresco. La Morte ha al suo fianco la falce e una faretra, suoi tipici attributi iconografici, ed è raffigurata nell'attimo in cui ha appena scoccato una freccia, che ha colpito il collo di un giovane, nell'angolo destro in basso. Lì si trova il gruppo degli aristocratici che, tranne quelli più vicini ai cadaveri, continuano imperterriti le loro attività. Tra essi ci sono musici, dame riccamente abbigliate e cavalieri, come quelli che chiacchierano ai bordi della fontana, simbolo di vita e di giovinezza. 
       Ecco, in una sintesi, cosa scrive del dipinto la professoressa Mariasole Garacci, anche sulla base di un testo del professore Michele Cometa: “Si tratta di una delle più impressionanti opere d’arte di tutta la cultura figurativa occidentale, scaturita dalla particolare congiuntura di un attardato medioevo siciliano al crocevia tra la Spagna, la Borgogna e Napoli. La visione di questo affresco è esattamente quella di una fotografia istantanea che coglie la varietà di espressioni e sentimenti di coloro che stanno per essere raggiunti dalla morte, o che ne sono stati appena colpiti. Su questo dipinto Michele Cometa, docente di Storia comparata delle culture e Cultura visuale all’Università degli Studi di Palermo, ha pubblicato un saggio, Il Trionfo della morte di Palermo. Un’allegoria della modernità, che ne propone una lettura originale e moderna. Il Trionfo della Morte è per Cometa un testo figurativo di straordinaria modernità che evade i limiti delle consuete rappresentazioni dello stesso soggetto e quelli delle danze macabre che, nel XV secolo, si diffondono in tutta l’Europa settentrionale: trionfi e danze macabre, il cui terribile monito o pauroso nichilismo sub specie mortis è ancora presente nel nostro immaginario, ma pur sempre espressione di una spiritualità pessimista e religiosa di stampo medievale.
      Non si tratta invece, nel Trionfo palermitano, della promessa di una giustizia divina che risarcisca gli squilibri sociali del mondo, o di predicare la folle vanità del tutto, bensì di una umana e laica riflessione, disincantata ma, come si vedrà, non pessimista, sulla sofferenza dell’uomo, sul suo rapporto con la morte, e sul silenzio di Dio. Cometa puntualizza infatti che: “Ad essere determinanti non sono le fonti dunque o le analogie iconografiche, né la vana ricerca dell’autore. Ciò che conta è il riconoscimento del segnale che da questa immagine si diparte, una luce che intercettiamo e comprendiamo perché ci parla di un’esperienza che s’irradia nel nostro mondo, nel nostro tempo, che determina ancora oggi i nostri sentimenti, le nostre azioni... Davanti alla morte siamo tutti uguali: questa la lezione che trionfi, danze e artes moriendi continuano a trasmetterci. Ma siamo soprattutto sempre gli stessi”.  
      E la studiosa conclude così la sua analisi: “Il retribuzionismo medievale e dantesco sembra però rovesciato, perché se la morte lascia dietro di sé, risparmiandoli, proprio i poveri, che esausti invocano la fine delle loro sofferenze, e colpisce inesorabile i ricchi e i potenti, sono i poveri in realtà a restare delusi e sconfitti. Nulla, in questa raffigurazione, suggerisce un risarcimento postumo, una vita eterna dopo la morte: tutto parla della morte come di un problema esistenziale, a prescindere da Dio. Restano la compassione, l’empatia e la cura nei confronti del prossimo - unica soluzione tutta terrena al vuoto di senso sperimentato dall’uomo - rappresentate da alcuni personaggi colti in un sospeso e silenzioso concatenarsi di sguardi e mani che si sfiorano. Infine, il personaggio del falconiere che si distrae dalla scena guardando oltre la siepe potrebbe essere una citazione da un passo finale del libro sapienziale di Giobbe, in cui si rivela una soluzione delle sofferenze umane nell’invito ad affrontarle in una prospettiva cosmica e non ego/antropocentrica. Non già ricorrendo, dunque, a una consolatoria promessa di vita eterna o rivolgendosi a Dio, ma esercitando qui, nella nostra vita terrena, la capacità di elevare lo sguardo poco più in là della nostra limitata persona.”

Maria D'Asaro, 1.11.2020, il Punto Quotidiano

venerdì 30 ottobre 2020

La luna bambina

E adesso a chi la diamo
questa luna bambina
che vola in un “amen”
dal Polo Nord alla Cina?

Se la diamo a un generale,
povera luna trottola,
la vorrà sparare
come una pallottola.

Se la diamo a un avaro
corre a metterla in banca:
non la vediamo più
nè rossa nè bianca.

Se la diamo a un calciatore,
la luna pallone,
vorrà una paga lunare:
ogni calcio un trilione.

Il meglio da fare
è di darla ai bambini,
che non si fanno pagare
a giocare coi palloncini:

se ci salgono a cavalcioni
chissà che festa;
se la luna va in fretta,
non gli gira la testa,

anzi la sproneranno
la bella luna a dondolo,
lanciando grida di gioia
dall’uno all’altro mondo.

Della luna ippogrifo
reggendo le briglie,
faranno il giro del cielo
a caccia di meraviglie.

La luna al guinzaglio



Con te la luna è buona,
mia savia bambina:
se cammini, cammina
e se ti fermi tu
si ferma anche la luna
ubbidiente lassù.

È un piccolo cane bianco
che tu tieni al guinzaglio,
è un docile palloncino
che tieni per il filo:
andando a dormire
lo leghi al cuscino,
la luna tutta notte
sta appesa sul tuo lettino.


Gianni Rodari: Filastrocche in cielo e in terra

mercoledì 28 ottobre 2020

Nel parco


– Ehi! – si stupisce il ragazzino –
– e chi è questa signora?

– È il monumento alla Misericordia,
o a qualcosa di simile –
gli risponde la mamma.

– Ma perché questa signora
è così ma... ma... ma... malridotta?

– Non lo so, da quando ricordo
è sempre stata così.
Il Comune dovrebbe decidersi a provvedere.
O disfarsene, o restaurarla.
Su, dai, andiamo.

 


Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere - Tutte le poesie,
traduzione di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano 2009, pag. 599

 


domenica 25 ottobre 2020

La fantasia in cattedra, grazie Gianni Rodari

       Palermo - “Signor maestro, che le salta in mente? Questo problema è un’astruseria, non ci si capisce niente: trovate il perimetro dell’allegria, la superficie della libertà, il volume della felicità. Quest’altro poi è un po’ troppo difficile per noi: quanto pesa una corsa in mezzo ai prati? Saremo certo bocciati”. Ma il maestro che ci vede sconsolati: “Son semplici problemi di stagione. Durante le vacanze troverete la soluzione”. In questa filastrocca si riconosce la firma inconfondibile di Gianni Rodari: scrittore, pedagogista, giornalista e poeta, ma innanzitutto maestro speciale, verso il quale milioni di scolari, genitori ed educatori hanno un perenne debito di gratitudine. 
       Gianni Rodari, oltre che autore di centinaia di pubblicazioni per bambini e ragazzi, è stato l’ideatore di quella “Grammatica della Fantasia” che ha reso le lezioni scolastiche più allegre e divertenti, ma non per questo meno fruttuose ed efficaci. Dalle parole di Rodari - nella prefazione della prima edizione dell’opera pubblicata nel 1973 - ecco la genesi di questa “grammatica” così creativa e originale: “Nell'inverno 1937-38 […], venni assunto per insegnare l'italiano ai bambini in casa di ebrei tedeschi […]. Fu un bel periodo, finché durò. Imparai un po' di tedesco e mi buttai sui libri di quella lingua con la passione, il disordine e la voluttà che fruttano a chi studia cento volte più che cento anni di scuola. Un giorno, nei "Frammenti" di Novalis (1772-1801), trovai quello che dice: «Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l'arte di inventare».  […] Pochi mesi dopo, avendo incontrato i surrealisti francesi, credetti di aver trovato nel loro modo di lavorare la «Fantastica» di cui andava in cerca Novalis. […] Io allora, ripartiti i miei ebrei in cerca di un'altra patria, insegnavo nelle scuole elementari. Dovevo essere un pessimo maestro, mal preparato al suo lavoro e avevo in mente di tutto […] fuorché la scuola. Forse, però, non sono stato un maestro noioso. Raccontavo ai bambini, un po' per simpatia un po' per la voglia di giocare, storie senza il minimo riferimento alla realtà né al buonsenso, che inventavo servendomi delle «tecniche» promosse e insieme deprecate da Breton. Fu in quel tempo che intitolai pomposamente un modesto scartafaccio "Quaderno di Fantastica"[…]. Il libretto che presento ora […] non rappresenta né il tentativo di fondare una «Fantastica» in tutta regola, pronta per essere insegnata e studiata nelle scuole come la geometria, né una teoria completa dell'immaginazione e dell'invenzione, per la quale ci vorrebbero ben altri muscoli e qualcuno meno ignorante di me. Non è nemmeno un «saggio». Non so bene che cosa sia, in effetti. Vi si parla di alcuni modi di inventare storie per bambini e di aiutare i bambini a inventarsi da soli le loro storie: ma chi sa quanti altri modi si potrebbero trovare e descrivere. […]. Io spero che il libretto possa essere ugualmente utile a chi crede nella necessità che l'immaginazione abbia il suo posto nell'educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola. […].”
     Oltre che maestro, studioso di pedagogia e scrittore, Rodari fu anche giornalista appassionato e fecondo: tra le sue collaborazioni, quella con “L’Unità”, dove curò la rubrica “La domenica dei piccoli”; con “Paese Sera”, come inviato speciale; quella con la RAI, come autore del programma televisivo per l'infanzia “Giocagiò”. Il Rodari giornalista e scrittore impegnato fondò anche periodici per ragazzi, come “Pioniere”, fu consulente della casa editrice Giulio Einaudi, direttore del “Giornale dei genitori” e diede origine, assieme all’ex partigiana a giornalista Marisa Musu, all’associazione “Coordinamento Genitori Democratici”, impegnata a promuovere i valori di una scuola antifascista, laica e democratica.
Molte sue poesie poi, già negli anni ’70, furono messe in musica da cantautori italiani: ricordiamo la celeberrima “Per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole l’albero … per fare il tavolo ci vuole un fiore…” cantata da Sergio Endrigo; le sue opere furono tradotte in varie lingue e apprezzate in molti paesi stranieri. Negli anni ’60 e ’70, periodo in cui infuriava la guerra fredda tra le due superpotenze USA e URSS, nelle sue composizioni Rodari sottolineò sempre l’assurdità della guerra: “Ci sono cose da fare ogni giorno: lavarsi, studiare, giocare, preparare la tavola, a mezzogiorno. Ci sono cose da far di notte: chiudere gli occhi, dormire, avere sogni da sognare, orecchie per sentire. Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra.”
      A conferma del suo talento pedagogico e letterario, nel 1970 gli è stato conferito in Danimarca il premio Hans Christian Andersen, considerato una sorta di Premio Nobel della narrativa per l'infanzia. Tale premio letterario internazionale, istituito nel 1956, viene conferito ogni due anni come riconoscimento a un «contributo duraturo alla letteratura per l'infanzia e la gioventù» all’autore che si è distinto per la qualità letteraria ed estetica delle sue opere, per la capacità di considerare la prospettiva del bambino e l’abilità di stimolarne la fantasia e l’immaginazione. Sino ad oggi, Gianni Rodari è stato l’unico autore italiano a ricevere tale premio.
     E allora, nel centenario della nascita – Rodari nacque ad Omegna il 23 ottobre 1920 e morì a Roma nell’aprile del 1980 – lo salutiamo da quaggiù con stima e affetto, ricordando una sua filastrocca che, in questi tempi difficili, vuole donarci una virtù rara, la speranza: “Se io avessi una botteguccia, fatta di una sola stanza, vorrei mettermi a vendere sai cosa? La speranza. “Speranza a buon mercato!” Per un soldo ne darei ad un solo cliente, quanto basta per sei. E alla povera gente, che non ha da campare, darei tutta la mia speranza, senza fargliela pagare.”

Maria D'Asaro, 25.10.2020, il Punto Quotidiano

sabato 24 ottobre 2020

La carica dei 101...

Cara zia Lillia, 
          ligi all’ultimo DPCM del 18 ottobre, oggi nipoti, pronipoti, pro-pronipotini e pro-pronipotine tutte - compresa la splendida Alma Rose, l’ultima sinora in ordine di arrivo – purtroppo non possiamo festeggiare insieme i tuoi 101 anni con la gioia e con l’affetto che meriti.
         Meno male che lo scorso anno il Covid 19 non c’era e abbiamo potuto organizzare in ogni dove – a casa tua, nella seconda ‘casa’: la parrocchia francescana di Sant’Antonino a Palermo, nel paese natio, Chiusa Sclafani - festeggiamenti adeguati al centesimo compleanno! Con tanto di benedizione del vescovo Lorefice e di papa Francesco! Il 24 ottobre dello scorso anno c’eravamo davvero tutti, comprese Anna Rita e Gabriella. E gli assenti erano presenti col cuore.
       Ci dispiace davvero non potere essere insieme ad abbracciarti. Ci consoliamo sperando di rifarci alla fine della pandemia… Pandemia che tu hai affrontato e affronti con la tua solita saggezza, con tanta pazienza e lungimiranza. Confinata a casa, come tutti, a marzo e aprile scorso, alla fine del lockdown primaverile, pur con la necessaria prudenza, la partecipazione alla messa è stata di nuovo quasi quotidiana. E non sono mancati i due mesi di villeggiatura a Chiusa Sclafani, in compagnia dell’impareggiabile zia Ninì, coccolata da Maria e Francesca
      Ora, mi raccomando, cara zia, tieniti forte: continua a sorridere, a leggere, a tenerti informata, ad ascoltare i TG (sebbene la zia Ninì brontoli per il volume elevato della televisione), a chiedere con premura notizie aggiornate dello stuolo di pronipotini/e, a curare le amate piantine, ad abbrustolire le mandorle nel tuo modo speciale, a dispensare insegnamenti e consigli (“attenzione alle correnti d’aria”… “copritevi che c’è freschetto”… “state attenti”…”forza: bisogna andare con coraggio”).
      E speriamo che tu possa ancora per tanto tempo continuare a darci lezioni di vita, all’insegna della tua fede incrollabile, della tua saggezza, del tuo perenne buonumore.
       Grazie di esserci, e un brindisi speciale ai 101 anni splendidamente portati.









mercoledì 21 ottobre 2020

I rapporti umani

        […] E adesso siamo veramente adulti, pensiamo, e ci sentiamo stupiti che essere adulti sia questo, non davvero tutto quello che da ragazzi avevamo creduto […]. Siamo adulti perché abbiamo alle spalle la presenza muta delle persone morte, a cui chiediamo un giudizio sul nostro comportamento attuale, a cui chiediamo perdono delle passate offese: vorremmo strappare dal nostro passato tante nostre parole crudeli, tanti gesti crudeli che abbiamo compiuto quando pure temevamo la morte ma non sapevamo, non avevamo capito com'era irreparabile, senza rimedio la morte: siamo adulti per tutte le mute risposte, per tutto il muto perdono dei morti che portiamo dentro di noi.
      Siamo adulti per quel breve momento che un giorno ci è toccato di vivere, quando abbiamo guardato come per l'ultima volta tutte le cose della terra, e abbiamo rinunciato a possederle, le abbiamo restituite alla volontà di Dio: e d'un tratto le cose della terra ci sono apparse al loro giusto posto sotto il cielo, e così anche gli esseri umani, e noi stessi sospesi a guardare dall'unico posto giusto che ci sia dato: esseri umani, cose e memorie, tutto ci è apparso al suo posto giusto sotto il cielo. In quel breve momento abbiamo trovato un equilibrio alla nostra vita oscillante: e ci sembra che potremo sempre ritrovare quel momento segreto, ricercare là le parole per il nostro mestiere, le nostre parole per il prossimo; guardare il prossimo con uno sguardo sempre giusto e libero, non lo sguardo timoroso o sprezzante di chi sempre si chiede, in presenza del prossimo, se sarà suo padrone o suo servo. Noi tutta la vita non abbiamo saputo essere che padroni o servi: ma in quel nostro momento segreto, in quel momento di pieno equilibrio, abbiamo saputo che non c'è vera padronanza né vera servitù sulla terra.
       Così adesso, tornando a quel nostro momento segreto, cercheremo negli altri se già è toccato loro di vivere un momento identico, o se ancora ne sono lontani: è questo che importa sapere. Nella vita d'un essere umano, è il momento più alto: ed è necessario che stiamo con gli altri tenendo gli occhi al momento più alto del loro destino.[…] 
      E la storia dei rapporti umani non è mai finita in noi: perché a poco a poco succede che ci diventano fin troppo facili, fin troppo naturali e spontanei i rapporti umani: così spontanei, così senza fatica che non sono più ricchezza, né scoperta, né scelta: sono solo abitudine e compiacimento, ubriacamento di naturalezza. Noi crediamo sempre di poter tornare a quel nostro momento segreto, di poter sempre attingerci giuste parole: ma non è vero che ci possiamo sempre tornare, tante volte i nostri sono falsi ritorni: accendiamo di falsa luce i nostri occhi, simuliamo sollecitudine e calore al prossimo e siamo in realtà di nuovo contratti, rannicchiati e gelati sul buio del nostro cuore. I rapporti umani si devono riscoprire e re-inventare ogni giorno. Ci dobbiamo sempre ricordare che ogni specie d'incontro col prossimo, è un'azione umana e dunque è sempre male o bene, verità o menzogna, carità o peccato.  
       Noi siamo ora così adulti, che i nostri figli adolescenti già prendono a guardarci con occhi di pietra: ne soffriamo, pur sapendo bene che cos'è quello sguardo: pur ricordando bene d'avere avuto un identico sguardo. Ne soffriamo e ci lamentiamo, bisbigliamo domande sospettose, pur sapendo ormai così bene come si svolge la lunga catena dei rapporti umani, la sua lunga parabola necessaria, tutta la lunga strada che ci tocca percorrere per arrivare ad avere un po’ di misericordia.

Natalia Ginzburg, dal libro “Le piccole virtù”: I rapporti umani 

domenica 18 ottobre 2020

"Cos'è la mafia?": come parlarne ai ragazzi

    Palermo – Oltre che su salute, socialità ed economia, la pandemia da Covid 19 sta causando effetti collaterali negativi, seppure meno visibili, in altri settori. A scuola, ad esempio, è necessario dare priorità a misure organizzative, di controllo igienico-sanitario e ai contenuti didattici ordinari, in sofferenza durante il lock-down. Così, nell’emergenza attuale, per molti docenti può risultare difficile occuparsi di educazione alla pace, alla nonviolenza, di educazione antimafia e alla legalità: temi cruciali per la formazione degli alunni e costitutivi per l’educazione civica, disciplina per fortuna quest’anno ‘resuscitata’. Nella speranza di poter tornare presto alla normale agenda educativa, per spiegare agli alunni dai dieci ai quattordici/quindici anni che cosa è la mafia e come è possibile contrastarla, ottimo ausilio è il libretto Cos’è la mafia? (Buk Buk Trapani, 2020, €12,90) di Adriana Saieva, che ha già dato prova del suo talento didattico-narrativo presentando in modo avvincente la figura di Peppino Impastato, nel testo “Tutti in campo”, insieme alla co-autrice Melania Federico.

    Cos’è la mafia? parla alla mente e al cuore dei ragazzi attraverso un linguaggio semplice e coinvolgente, ma non sciatto o banale. Adriana Saieva infatti - insegnante in una scuola primaria di Palermo e impegnata con competenza e passione civile nell’ambito del “No mafia Memorial” in progetti didattici per la scuola dell’infanzia e primaria - possiede una qualità non comune: sa coniugare il rigore e la chiarezza dei contenuti con un codice espressivo in grado di essere apprezzato da bambini e adolescenti. Il testo allora, oltre che per i docenti, costituisce un supporto prezioso da tenere nella ‘cassetta degli attrezzi’ per chi – genitore, formatore/responsabile di gruppi di adolescenti - si propone di veicolare, in modo ‘leggero’ ed efficace insieme, una proposta educativa antimafia.
       In questo libretto, alla larga da discorsi astrusi, complicati e noiosi, l’autrice riesce a far capire al suo giovane pubblico cosa è e come agisce “Cosa nostra” servendosi di un felice espediente narrativo. Racconta infatti uno scambio di e.mail tra due studentesse di terza media: Emma, torinese, ed Elena, palermitana, che alla fine della storia consolideranno l’amicizia on line con un affettuoso incontro in presenza a Palermo. Altro personaggio dell’intreccio è il fratello maggiore di Elena, Dino, che da grande vuole fare il magistrato. Dino è la voce narrante che risponde agli interrogativi e ai dubbi posti da Emma: Che cosa è la mafia e perché è così diffusa? Come si riconoscono i mafiosi? La mafia dà lavoro? Che cosa è il pizzo? Perché la mafia uccide?
      Elena sottolinea che “I mafiosi non si distinguono da tutti gli altri, non vestono in modo particolare e non ho idea se quelli che incontro lo siano oppure no”; mentre Dino scrive cosi ad Emma: “La mafia attecchisce dove c’è possibilità di fare soldi. L’organizzazione mafiosa è fatta da persone che hanno gli obiettivi di arricchirsi ed esercitare potere e per raggiungere questi scopi sono disposti a tutto: commettere reati, corrompere, usare la violenza, cercare complicità.” E aggiunge che “Nei decenni i mafiosi hanno fatto in modo da rendere credibili delle falsità bestiali: la mafia dà lavoro, protegge i deboli, garantisce protezione […] fandonie su fandonie!” A proposito del lavoro, se qualche volta il mafioso procura un lavoro a qualcuno è perché “I mafiosi hanno una rete di relazioni con individui corrotti e complici che, a loro volta, sono in debito con l’organizzazione criminale e devono restituire qualche favore ricevuto. […] Ma tutte le volte che viene dato un lavoro a qualcuno, attraverso strade illecite, lo si sta togliendo a qualche altra persona altrettanto bisognosa e meritevole […], ma talmente onesta da non scendere a compromessi, anche a costo di patire la fame”. 
      Dino continua poi a spiegare la realtà complessa di Cosa nostra parlando della corruzione, del pizzo, della violenza mafiosa che non ha esitato a uccidere barbaramente uomini come l’imprenditore Libero Grassi o il medico Paolo Giaccone, la cui unica colpa è stata quella di non piegarsi alle intimidazioni della criminalità. 
      Il testo propone anche ulteriori spunti educativi: fa riflettere sulla necessità di superare stereotipi sessisti (la torinese Emma è una calciatrice in erba), incoraggia a combattere la prepotenza e gli atteggiamenti da bullo dovunque si manifestino, invita ciascuno a sentirsi attore della propria vita, responsabile delle proprie azioni. Il libretto infine, oltre a essere colorato e impreziosito dalle belle illustrazioni di Roberta Santi, regala squarci sulle bellezze artistiche e paesaggistiche e sui sapori speciali di Palermo e della Sicilia tutta, a testimonianza di quanto l’autrice ami e apprezzi la terra in cui vive e lavora. E il lettore, teen-ager o meno che sia, si congeda dalla storia con il buon retrogusto della speranza di cui il libro è pervaso e con un nuovo appetito verso la responsabilità e l’impegno civile. 


Maria D'Asaro, 18.10.2020, il Punto Quotidiano