venerdì 17 dicembre 2010

101 STORIE:OCCHI DI GHIACCIO, CUORE DI CARNE


Quando, insegnante di Lettere con i jeans sbarazzini, ho messo piede alla “C.”, S. c’era già: col suo volto da angelo, i capelli dorati, il profilo perfetto, gli splendidi occhi celesti. In prima, ancora una volta: bocciato perché tormentava i compagni, non studiava per niente, faceva morire di spavento e di stress professori e bidelli.
Il suo problema era una famiglia ingombrante: il padre in carcere, in Continente, a regime di carcere duro. Il nonno materno, a capo di una nota famiglia mafiosa. Di questo S. poteva nutrirsi. Solo questo digeriva e mangiava. Non poteva che restituire comportamenti irrequieti e aggressivi.
S. aveva però una madre che gli stava dietro: bellissima, senza un’ombra di trucco, dimessa. Gli stessi suoi occhi: di un azzurro stupendo. E aveva anche un’insegnante di Lettere, una leonessa che combatteva per lui. Con gli artigli che aveva. Grazie a loro, quell’anno, fu promosso in seconda.


L’anno dopo, però, le cose si misero male. S. riprese il suo fare aggressivo e violento. Consigli di classe a getto continuo, colloqui con la signora, consultazioni con il gotha degli psicopedagogisti. Perché io avevo iniziato il mio lavoro solo quell’anno: tre anni almeno, la mia formazione. Studiavo, guardavo, qualcosa capivo e facevo. Molte, troppe altre non ero in grado di farle. E la presenza di S. mi aveva spiazzato. Per me era una lotta persa in partenza. E poi, lo confesso, volevo scappare da quel ragazzo col cognome pesante. E mi imbarazzava parlare a sua madre.
In sostanza, per S. non ho fatto granché. Qualche volta ho addirittura colluso con chi, genitori e docenti, voleva che S. se ne andasse. E alla fine, bocciato in seconda, S. se ne è andato davvero. La signora dolente con gli occhi celesti se lo è portato in un’altra scuola. Più inutile, più compiacente. La collega leonessa mi ha guardato con occhi di fuoco: - Ma allora, mi spieghi, che ci stiamo a fare?-

S. poi, l’ho rivisto più volte, nel mio quartiere: un uomo oramai, asciutto e nervoso. Coi suoi tratti, sempre perfetti. E gli occhi più azzurri che mai. Se mi vede, non mi nega un sorriso. Mi saluta persino. Con un fare gentile, con un garbo squisito. Nel frattempo, parlotta con un negoziante. Perché cosa, perché, solo lui può saperlo. Io lo penso, e ho una fitta, qui dentro.

Son passati degli anni. Ma continuo a portarmi la sua spina nel fianco. Forse, non lo avrei comunque salvato. Ma provarci, forse si. E combattere accanto alla collega leonessa.
Dal mio tribunale interiore, solo le attenuanti generiche: ero al mio primo anno, ero sola, ero giovane e troppo inesperta. Non avevo ancora fatto il lavoro importante di guardare i miei mostri allo specchio: e così non avere paura di vederli riflessi, nei volti degli altri.
Il verdetto: convivere con un tarlo continuo e segreto. Il pensiero di S., nella carne e nel cuore.
Perché, ora che nel mio volto son spuntate le rughe, possa almeno abbracciare i vari S. del mondo. Almeno quelli che entrano nella mia scuola.




4 commenti:

  1. Nella vita precedente credo tu sia stata un oggetto, apparentemente inanimato: un coltello, per la precisione, comunque una lama.
    Unendo le esperienze acquisite in questa esistenza a quell'essere stata precedente, hai raggiunto la capacità di infilarti come lama nel cuore, ritraendola in tempo per poterlo infilzare ancora.
    Non è un commento, è una presa d'atto.

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  2. @gattonero: ci può essere una lama che s'infila nel cuore e l'accarezza, anzichè fargli male?
    In questo caso, mi piacerebbe somigliarli un pochino...
    Sei veramente gentile. Alla prossima.

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  3. Per quanto tu potessi fare, non credo che la situazione di S. sarebbe cambiata di molto: capisco il senso di impotenza, ma penso che tu non debba fartene una colpa. Quando il Gran Burattinaio decide di mollare i fili, c'è poco da fare... Spero che abbia i suoi buoni motivi. Ciao.

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  4. @Peter: mi scrivi la stessa cosa che, qualche giorno fa, mi ha detto per telefono la mia preside: "Non fartene una colpa". Grazie a tutti e due per l'affettuosa consolazione. E' che io al peccato di omissione ci credo.
    Ciao.

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