"Sabato ho visto, nel corteo, tante facce sorridenti… di ragazzi e ragazze che hanno abbassato di colpo l’età media delle manifestazioni degli ultimi anni. Erano italiani e italiane di molti colori, provenienze e lingue e vivevano con naturalezza una libertà già conquistata rispetto alla costrizione dell’identità nazionale. Non vivevano un’appartenenza unica: abitavano, piuttosto, una pluralità di appartenenze che risuonavano anche nelle piazze statunitensi e britanniche e prima di loro nelle piazze africane e asiatiche.
Nei cartelli, negli slogan, nei gesti, si sentivano uniti e unite a persone lontane, in ogni angolo della terra. Alle ragazze e ai ragazzi iraniani, colpiti dai missili di Trump e dalla repressione del regime; ai bambini palestinesi sepolti dalle macerie di Gaza o cacciati dalla Cisgiordania, ai venezuelani, ai libanesi, agli africani e alle africane in fuga dalla tante guerre per le risorse. C’erano cartelli che dicevano: “Non scegliamo tra chi ci uccide; no alla teocrazia e no alla guerra”. C’erano slogan contemporaneamente contro la Nato e contro Putin e sostegno ai disertori russi e ucraini, c’era un rifiuto della guerra esente dal tifo per questa o quest’altra élite in lotta per il potere. Ho visto ragazzi e ragazze essere felicemente queer, gay, lesbiche, trans, come un modo semplice, naturale e libero di stare al mondo. “Don’y be king, be queer”.
Una generazione che sembra essersi liberata dalla gabbia della nazione, dentro la quale interi popoli sono stati rinchiusi dall’orribile ideologia nazionalista dell’Ottocento e rilanciata dai tanti identitarismi riemergenti e forse per questo pronta a liberarsi anche della colonialità.
A questo non si è arrivati per caso. L’ondata di compassione e di indignazione suscitata dallo stillicidio quotidiano di violenze razziste di cui il genocidio palestinese si compone, ha rivelato a molti e molte la natura regressiva del nazionalismo. Allo stesso modo, un numero ancora minoritario ma crescente di giovani ebrei ed ebree della diaspora, ma non solo, non sa che farsene dell’epopea dello Stato Nazione ebraico e al nation building armato che non ha dato sicurezza. Le immagini dei rastrellamenti per strada compiuti dall’ICE negli Stati Uniti, l’aperto razzismo condensato nello slogan America First, i nazionalismi contrapposti che continuano ad alimentare il tritacarne ucraino, il razzismo europeo verso chi, provenendo dai paesi già colonizzati, cerca vita e futuro nelle terre dei colonizzatori: tutto questo parla alla stessa generazione e le sta mostrando il volto reale della Nazione come prigione dal confine armato, gerarchizzazione dell’umano, manipolazione dell’essere, spazio dominato naturalmente dai re.
Sono ragazze e ragazzi cresciuti nell’epoca della globalizzazione; si muovono in Europa senza avere l’impressione di andare “all’estero”; siedono nelle scuole insieme a bambini e bambine di molte provenienze; abitano sui social una quotidianità già meticcia. Che cosa può dire, allora, a questa generazione il sovranismo di destra o di “sinistra”, la retorica nazionalista del Made in Italy, traduzione meloniana del “Italy First” che il neofascismo di governo ripropone a ogni piè sospinto?
Questa generazione non ha Nazione. (continua qui)"
Fabio Alberti
(già presidente di Un Ponte Per, fa parte dell'Esecutivo della Rete Italiana Pace e Disarmo)

Bellissimo articolo, c'è da sperare che i ragazzi, che vedono, viaggiano, parlano, si confrontano e si vivono molto più di noi, riescano a costruire qualcosa di più bello del mondo rabbioso che stiamo lasciando loro.
RispondiElimina@Alberto: ho pensato la stessa cosa, leggendo il report pieno di speranza di Fabio Alberti... Grazie dell'attenzione.
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