mercoledì 24 giugno 2026

Carlo Ginzburg, lo storico che ci ha insegnato a vedere gli invisibili

       "La morte di Carlo Ginzburg ci ha lasciato tutti un po’ più soli, orfani di un grande intellettuale  capace come pochi di affascinare spaziando dalla storia all’antropologia, dall’arte alla letteratura; ma vorrei ricordarlo per ciò che il suo lavoro di storico ha significato per me, per noi, giovani studenti universitari appassionati di storia negli anni Settanta e Ottanta.
      Reduci dai manuali liceali di storia, quella con la S maiuscola, la storia dei grandi eventi, delle guerre e delle battaglie, la storia politica dei grandi protagonisti, oscillavamo infatti tra una visione marxista, il popolo, le masse, entità indistinte accomunate dal lavoro, dagli eventi, le rivoluzioni, le guerre… e quel poco che iniziava ad arrivare, in uno spazio accademico alquanto diffidente, della Nouvelle Histoire, della scuola storiografica francese Les Annales.
      Scoprire e leggere Ginzburg fu come trovare ciò che stavamo cercando finalmente, un metodo storico rigoroso in grado di restituirci, attraverso la lettura di documenti redatti dagli organi del potere, un dettaglio, qualcosa che normalmente sfugge tra le carte polverose degli archivi, una storia diversa, quella idea di “microstoria” attorno alla quale riuscì a catalizzare il lavoro, la passione e le ricerche di una generazione di storici italiani.
Con Il formaggio e i vermi (1976), forse il suo libro più conosciuto e famoso, Ginzburg ci trasporta quasi magicamente nel mondo di Menocchio, un mugnaio friulano finito sul rogo dell’Inquisizione alla fine del ‘500, e da quel microcosmo riesce ad affiorare una cultura subalterna viva e autonoma, un universo mentale che spaziava dall’economia alla vita quotidiana, dalla religione alla cosmogonia. Attraverso la vita di Menocchio scopriamo ciò che il potere tenta di nascondere, cancellare, una visione a tutto campo di un mondo altrimenti sconosciuto.
     Come ricostruire la storia degli ultimi, di chi non ha voce, soprattutto se ci allontaniamo dalla storia contemporanea per addentrarci ancora più indietro nel tempo? Come utilizzare le fonti, spesso redatte dalle classi dominanti come i tribunali dell’Inquisizione? Ginzburg ci ha insegnato ad affinare lo sguardo, cercare tracce tra i documenti ufficiali, tutto ciò che può accendere una luce su un mondo altrimenti sommerso; è un lavoro indiziario, un metodo quasi investigativo che permette allo storico di ricostruire concetti e dettagli nascosti tra i meandri della storia.
       Spie. Radici di un paradigma indiziario (1979), influenzò una intera generazione di storici e storiche aprendo le porte della storiografia italiana alla contaminazione tra discipline come l’antropologia o la sociologia, allo studio su fonti storiche diverse e ad una produzione di “microstorie” (da cui la collana “Microstorie” Einaudi nata dalle sue ricerche), a cui la rivista Quaderni Storici ha dato voce. Un metodo che lo porterà ad intraprendere gli studi sulla stregoneria (I benandanti del 1966 o la Storia notturna. Una decifrazione del sabba, del 1989), riti magici popolari che la Chiesa trasforma  in pratiche diaboliche e una passione nata da uno dei suoi testi preferiti, quel Mondo magico di De Martino che lui ricorderà sempre.
     La sua attività ha spaziato tra critica, impegno civile e rigore intellettuale, eredità, come lui sempre ha dichiarato, dei genitori Leone e Natalia Ginzburg, tanto che nel 1991 in un pamphlet, Il giudice e lo storico, smonta le tesi accusatorie del processo contro Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, militanti di Lotta Continua condannati  per l’uccisione del commissario di polizia Luigi Calabresi.
Sarebbe impossibile citare tutto ciò che Carlo Ginzburg ci ha lasciato: un’eredità immensa, la passione per le storie dei marginali, per la ricerca delle tracce che il tempo cancella, delle voci di uomini e donne che il potere ha voluto zittire, quel “mestiere di storico” che consente di vedere ciò che gli altri non vedono.
    La nascita della Società italiana delle storiche nel 1989 avvia un fecondo periodo di studi di storia delle donne e di genere, di rapporti di potere-sottomissione, di inferiorità e subalternità, che tanto attingerà dal metodo della microstoria.
   Anche la scuola, dagli anni ’90 in poi inizia a sperimentare metodologie di ricerca dal basso, grazie al lavoro di associazioni, come Clio ’92 e la sperimentazione dei laboratori storici sulle fonti, introducendo la didattica della storia anche nei programmi e nelle linee guida nazionali della disciplina.
    Di questa sua eredità avremo ancora bisogno, se pensiamo a come le riforme messe in atto da questo governo  stiano riportando la scuola italiana indietro di mezzo secolo, con un ritorno alla storia politica e militare nazionale e con la scomparsa della storia sociale o globale dai programmi. Oggi più che mai dobbiamo conservare gelosamente, e continuare ad utilizzare, la cassetta degli attrezzi che Carlo Ginzburg ci ha consegnato con il suo lavoro.
Perché nessuno riporti più Menocchio nei meandri bui della storia".

 Pina Catalanotto, da Pressenza 

(quando ho scritto la lettera postuma a Natalia Ginzburg, avrei voluto inviare al professore Ginzburg il testo che la comprendeva. Non l'ho più fatto perchè mi pareva eccessivo... Ora un pochino mi dispiace. Avrei voluto solo ringraziarlo... Lui e sua madre, prima di lui...

 

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