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domenica 9 febbraio 2020

Lady Florence Trevelyan, una vita da romanzo

        Palermo – “Ogni vita merita un romanzo” affermava, qualche decennio fa, lo psicoterapeuta americano Erving Polster. Ci sarebbe davvero da scrivere un romanzo su lady Florence Trevelyan, nata nel 1852 a Newcastle, nel nord est del Regno Unito. Cosa ebbe di così speciale la sua vita?
     Intanto Florence nacque da genitori blasonati: il padre, Edward Spencer Trevelyan, era un aristocratico, la madre, Catherine Ann Forster, era cugina e dama di corte della regina Vittoria. I suoi genitori escogitarono un espediente perché il suo cognome non venisse cancellato da un futuro matrimonio: al battesimo le fu dato Florence come primo nome e Trevelyan come secondo, per cui la sua firma completa risultava Florence Trevelyan Trevelyan.       Il primo colpo di scena della sua vita Florence lo subì a soli due anni, quando suo padre si suicidò. Dopo la tragica morte del marito, Catherine decise di trasferirsi ad Hallington Demesne, dove cominciò ad occuparsi, insieme alla figlia, di piante e giardini; passione questa che, insieme a quella per gli animali, caratterizzò poi tutta la vita di Florence.
    Nel 1877 la madre di Florence morì e lei intraprese dei viaggi in Europa con la cugina Louisa Harriet Perceval, visitando nel 1881 per la prima volta la Sicilia e Taormina. Tornata nel Regno Unito, fu molto vicina alla regina Vittoria, tanto da soggiornare con lei in Scozia nel Castello di Balmoral. Castello che, tra i suoi tanti segreti, forse custodisce anche questo: una presunta relazione tra Florence e l’allora principe di Galles, il futuro re Edoardo VII.
    Vera o inventata che sia questa storia, sta di fatto che Florence lasciò per sempre la sua patria – forse per espressa volontà della regina Vittoria – e nel 1884 si trasferì definitivamente a Taormina, dove per lei ebbe inizio una nuova vita. Qui incontrò infatti il sindaco di Taormina, nonché docente di anatomia-istologia patologica all’Università di Padova: il professor Salvatore Cacciola, che diventerà suo marito.       Davvero singolare il motivo del loro primo incontro: Miss Florence, disperata perché non c’era un veterinario che potesse curare il mastino Sole, uno dei suoi cinque cani che si era ammalato, chiese aiuto addirittura al sindaco della città e medico luminare, che curò e guarì il cane. E accese d’amore il cuore di miss Florence. 
     I due si sposarono il 7 luglio 1890. Purtroppo il loro unico figlio morì appena nato. Salvatore e Florence furono comunque una coppia assai unita, molto apprezzata per la generosità con cui si prodigarono per tante famiglie povere. Il sindaco e la sua consorte condivisero soprattutto la cura per la loro città, e la passione per la natura e gli animali. Già nell’anno delle nozze, lady Florence comprò l’isola Bella - l’isoletta di fronte a Taormina - che impreziosì con piante tipiche della macchia mediterranea, con specie non autoctone e arbusti rari. A Taormina creò invece uno splendido giardino in stile inglese, da lei soprannominato ’Hallington Siculo’ , dove furono piantate diverse specie di piante. Con materiali semplici come tegole, colonne e legno, in uno stile eclettico di grande fascino, nel giardino fece poi costruire dei padiglioni che lei chiamava “alveari”: punti di osservazione degli uccelli e luoghi di ristoro dove prendere il tè.
      Florence fu anche una pioniera della conservazione degli habitat per uccelli in Italia. Tutti i lasciti di beni immobili nel suo testamento contengono la condizione che i futuri possessori delle sue proprietà in Inghilterra o in Sicilia non debbano tagliare alberi, coltivare la terra o costruire case. A coloro che ereditarono ‘Hallington’ Siculo impose l’obbligo del giardinaggio, mentre per l’Isola Bella pretese la più assoluta protezione delle specie di uccelli che vi dimoravano; dispose anche che fossero accuditi tutti gli altri animali dei quali lei si era presa cura in vita: uccelli, cani, capre, pappagalli, pavoni, piccioni, colombe e canarini. Dopo la morte di Florence, avvenuta per una polmonite nel 1907, il suo giardino fu donato alla città. Adesso è parte di un parco comunale molto più grande e costituisce la seconda attrazione turistica di Taormina dopo il Teatro greco-romano e, insieme con l’Isola Bella, riceve migliaia di visitatori ogni anno.
    Chissà se, dal cimitero di Castelmola, paesino dal panorama mozzafiato sopra Taormina, dove ora riposa, lady Florence non possa ancora dare uno sguardo amorevole alle piante e alle creature animali di questo scorcio di Sicilia da lei tanto amato …
Maria D'Asaro, 09.02.2020, il Punto Quotidiano





Giardino comunale di Taormina (foto Mari@dasolcare)

domenica 7 maggio 2017

Cara Iole, la tua vita merita un romanzo

Cara zia Iole,
                         uno psicoterapeuta affermava: “Ogni vita merita un romanzo”.
La tua di romanzi ne meriterebbe più di uno. Vita iniziata col parto faticoso di tua madre, che rischiò di morire quando, il 6 giugno 1922, tu nascevi un mese prima del previsto: “Mi raccontarono che l’ostetrica mi gettò nel letto, sta cusuzza nica nica, mentre tutti soccorrevano mia madre …”  
Zia Iole, da piccina

Anche senza incubatrice e cure particolari, tu, cusuzza nica nica, nata dopo due sorelle e un fratello, sei sopravvissuta. E battezzata con i tre nomi di Iolanda, Mafalda, Letizia, come ti appellava affettuosamente Riccardino.
Poi ti è toccato crescere senza la mamma, portata letteralmente via da casa per la tubercolosi e trasferita, senza beneficio, da un sanatorio all’altro.
“Sai Mary, la mamma, quando andavamo a trovarla, non ci poteva abbracciare perché rischiavamo di essere contagiati; allora ci salutava mandandoci dei baci da lontano … E io non riuscivo a staccare gli occhi dalla sua mano che mi mandava ancora un bacio …”.  
Tua madre morì, quando tu avevi appena nove anni. 
Quando in seguito la vostra famigliola si andava riassestando anche con l’aiuto delle cinque zie, sorelle del mitico e bellissimo papà Ettore e con la presenza efficiente di Maria, una veneta di Ficarolo, in provincia di Rovigo, che è stata la seconda moglie, affettuosa e pragmatica, di tuo padre ...

                Zia Pina, zia Iole, zia Giulia, zia Elda, e il marito zio Alfredo, Tanino, madre di zio Alfredo

                           Zia Elda, Maria, zia Iole, zia Pina. In basso papà Ettore e Tanino

... ecco un’altra mazzata: hai dovuto interrompere gli amatissimi studi magistrali perché operata d’urgenza a un rene, che ti è stato asportato. Con un medico che disse crudamente (e stupidamente) a tuo padre: “Questa ragazza non avrà più di vent’anni di vita”. Diagnosi sonoramente smentita, visto che sei arrivata sino a quasi 95 anni!
Nel frattempo era scoppiata la II guerra mondiale, che vide papà e tua sorella Pina più volte rischiare la vita perché, da Direttore e impiegata delle Poste centrali, in via Roma, a Palermo, andavano a lavorare anche durante i bombardamenti. 
Nel luglio 1943 con i soldati americani arrivarono anche proposte di matrimonio, perché eri davvero una bellezza da schianto. 

Proposte rispedite al mittente perché non volevi allontanarti da papà, dalla tua famiglia e dalla tua amata Sicilia. Con gli americani arrivò anche la penicillina che fece rimarginare - finalmente dopo sei anni! - la tua ferita ancora aperta dopo l’asportazione del rene.

Un anno dopo arrivò anche l’amore della tua vita: il tuo meraviglioso Filippo, tenente dei carabinieri in servizio a Partinico, che veniva dal Molise. Ma il fidanzamento durò solo tre mesi: il bel Filippo, al quale sei rimasta sempre fedele, fu ucciso in un’imboscata, tra Montelepre e Partinico, il 17 settembre 1944: uno dei tanti, troppi italiani morti senza una ragione, per i quali non c'è stata verità e giustizia.





E le tragedie non finirono qui: il 13 dicembre 1948 morì con una subdola infezione di tetano anche la tua amatissima Elda, la sorella alla quale eri più legata.
Nonostante la durezza e i pesanti lutti che hanno intessuto la tua vita,  sei stata una delle persone più solari, gioiose e allegre che io abbia sinora conosciuto.

Jan, Ivynne, zia Iole, Maria, Franco




Quando è morta Elda, che ha lasciato due orfani – Maria Grazia e Franco di soli 4 anni – hai cominciato anche a vestire l’abito di mamma/zia: Francuzzo, così lo chiamavate in famiglia, così hai continuato ad appellarlo sino a qualche giorno prima di morire, lo accoglieste in casa e tu e gli altri gli donaste l’affetto e il sostegno che gli mancava con la morte di sua madre.

Come, dal 1960 in poi, assieme a tuo padre, a Maria e a tua sorella Pina, faceste da tutoring, così si direbbe oggi, ai tre nipoti arrivati dal Sudafrica con tuo fratello Tanino che, partito per Londra a cercare fortuna, tornò alcuni anni dopo da Pretoria con tre figli e una moglie un po’ fuori le righe.
Intanto, nel 1950  sei stata assunta al Banco di Sicilia dove - come ha detto il dott. Saverio La Francesca nel giorno del tuo pensionamento, nel 1983 - ti sei distinta per impegno, serietà umana e professionale e ... grazia femminile.

Ti ho conosciuta nel giugno del 1979, in treno. Tornavamo entrambe da Agrigento: tu eri andata a trovare tuo nipote, mio collega al Banco di Sicilia, io tornavo a Palermo per dare un esame all’Università: Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea. Studiavo Pirandello. Il viaggio in treno durava circa tre ore e avevo programmato la lettura di una cinquantina di pagine. Non ne ho potuto leggere neppure una. Hai parlato di continuo per tre ore! E dire che eravamo due sconosciute … Ma tu attaccavi bottone con chiunque, con la tua parlantina frizzante e leggera!

Da allora non hai più smesso di parlarmi, anche perché poi, dopo il trasferimento a Palermo, sono stata tua collega al Banco di Sicilia, nel più prestigioso degli uffici, la Segreteria del Consiglio di Amministrazione, dove sfornavamo delibere che finanziavano le imprese catanesi dei Costanzo e di Graci, quelle che puntualmente mettevano in congedo il direttore centrale Salvo Lima e quella storica che sancì l’apertura dell’Ufficio di Rappresentanza ad Abu Dhabi ...
Lì mi hai insegnato a fare gli Estratti legali e, soprattutto, mi hai insegnato a sorridere. A prendere tutto con nonchalance e con fine ironia. Intanto ero diventata ufficialmente tua nipote, avendo sposato il figlio più piccolo di tuo fratello Tanino.
Sei stata contenta quando ho lasciato la Banca per la Scuola: dicevi che a Scuola sarei stata più utile alla società …
Per i magnifici cinque pronipoti che adoravi e i due pro-pronipotini che hai fatto in tempo ad abbracciare, sei stata una zia impareggiabile.
Per me non sei stata solo una zia: sei stata sorella maggiore, amica, confidente, allegra comare, madre putativa. La vice-madre affettuosa che ha compensato la mancanza di mamma, morta da tempo. 
Poco tempo prima di morire, ripetevi ogni domenica a casa mia: “Che bello che è stare con voi … Non mi manca niente. Ho una famiglia. Che bello che è …” Ed eri già quasi cieca e parecchio malandata. Ma non ti lamentavi mai. Ti sei spenta in silenzio, dopo il calvario dell’ultimo mese di vita.

Qualche tempo prima di morire, mi chiedevi: “Ti mancherò Mary?”.
Mi manchi tantissimo. Mi manca la tua affettuosissima telefonata quotidiana. Mi manca la tua voce. Mi manca il tuo affetto senza se e senza ma. Mi manca il tuo sorriso. Mi manca la tua forza.
Ma, nello stesso tempo, so che ci sei. Vivi dentro di me.  Mi hai insegnato a essere resiliente. Mi hai insegnato la leggerezza, mi hai insegnato a vivere con gioia. Mi hai insegnato a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Mi hai insegnato a canticchiare. Sono circondata dalle centinaia di cose belle che mi hai regalato, segni del tuo gusto raffinato, signorile, speciale.
Abbiamo condiviso i bagnetti dei bambini, le galline in campagna, le risate, le ansie per la mia assegnazione d’ufficio a Ustica, il gioco della sig.a Mingalli con Irenuccia. Se uno dei miei cuccioli stava male, ti precipitavi con la tua poderosa 850 e riuscivi a far sorridere Irene col mal di pancia e Riccardo con 39° di febbre. Fino a quando hai avuto salute e memoria, non c’era compleanno o onomastico senza fiori, regali, e la tua benedicente telefonata.

Un 12 settembre, tornando da scuola ho avvistato sul marciapiede uno splendido ficus semovente, dietro cui si nascondevano Luciano e Irene. Tuo l’ordine perentorio ai nipoti: “Comprate una pianta per mamma!” 





Però hai cominciato un poco a morire nel 2006, quando ci è stato strappato Ettore, il fratello di Jan, uno dei tuoi “veri” cinque nipoti. Dicevi che Dio o il destino era ingiusto: “Perché non sono morta io che sono vecchia e invece è morto Ettoruccio che lascia due figli e una moglie?”
Chissà se ora hai trovato risposta a questa e alle altre domande che in vita continuavi a farti, senza perdere comunque sorriso e speranza.



Sorridimi ancora da dove sei, zia Iole bella bella. Abbracciami, illuminami, col il tuo affetto infinito e speciale.
Ne ho davvero bisogno.

(Zia Iole è morta un mese fa, il 7 aprile.  Ma è viva nel ricordo e nel cuore di noi nipoti per cui è teneramente vissuta).

mercoledì 5 novembre 2014

Mille di questi ... post

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           
    Stasera Nostra Signora è emozionata, perché nei mari da solcare questo è il post n.1000!
Ne è passata di acqua da quando, per passione e per scommessa, nel novembre del 2008 il blog nasceva con questo post, segno della passione di Maruzza per gli alberi e “pezzo” iniziale della sua collaborazione con il settimanale siciliano “Centonove”, che da allora ospita una sua rubrica dal titolo “150 parole da Palermo”, rubrica riportata in un’etichetta del blog.
     Per tenere a bada ricordi ed emozioni, nostra Signora – rubando per un istante il mestiere alla prof.ssa Ornella Giambalvo (da lei intervistata quiprova a snocciolare qualche dato.

Queste le recensioni più lette:
Queste alcune pagine del quaderno blu di Nostra Signora, che parlano tanto di lei:

Questo, grazie alla fama imperitura del Piccolo Principe, il post più cliccato! Post che si trova nella sezione dedicata alla scuola: Per chi suona la campana. Tante visite qui per una mia recensione di un libro del prof.Cavadi.

Nella sezione: E vissero tutti sobri e nonviolenti sono stati onorati con tante visite i post ...  antidisoccupazione e anti-inquinamento!
 Tra le tante donne che popolano il Genere femminile, numero plurale, un omaggio, anche di visite, a Samia.
E tra le lettere a persone, pubbliche e private, che hanno lasciato un segno nella sua vita, la più letta: quella alla giornalista palermitana Giuliana Saladino.

E allora un abbraccio virtuale a tutte le amiche e gli amici del web, perché davvero, come scriveva in occasione del 5° compleanno del blog, a nostra signora il blog ha cambiato in meglio la vita.

venerdì 15 marzo 2013

David Grossman canta l'assenza

David Grossman

    Si può cantare l’assenza? Si può dar voce al dolore indicibile di chi ha perso un figlio? Si, se si è David Grossman. Che col suo ultimo libro ci ha regalato una superba opera letteraria. Caduto fuori dal tempo (Mondadori, Milano, 2012, € 18.50) non è un romanzo e neppure un poema in senso stretto. E’ l’uno e l’altro insieme. E’ una storia poetica a più voci,  narrata da una levatrice, un ciabattino, un insegnante di matematica che scrive le sue formule sui muri, un duca, una riparatrice di reti, un uomo, uno scriba: personaggi insieme terreni e surreali, accomunati dalla stessa terribile perdita. Sappiamo bene che quest’opera di Grossman, alla pari del ponderoso romanzo A un cerbiatto somiglia il mio amore,  è purtroppo drammaticamente autobiografica: Uri, il figlio minore dello scrittore, è morto nell’estate del 2006, durante il conflitto tra Israele e le forze di Hezbollah, nel sud del Libano. 
    In pagine dalla straordinaria tensione emotiva, Grossman riesce a dare espressione unitaria al polifonico coro di voci dell’umanità sofferente che ha vissuto la perdita straziante di un figlio: “Due fiocchi umani eravamo, un bimbo e sua madre, nello spazio del mondo abbiamo volato per sei anni”(…) “Qualcuno calpesta incessantemente le foglie nella mia testa, girando in tondo. Le schiaccia giorno e notte con lo stesso ritmo immutabile, da quindici anni, da allora. (…) Negli occhi di chi guarderemo per vederlo raggomitolato nel nero della pupilla? Nella mano di chi intrecceremo le dita per tesserlo un istante nella nostra carne?”.
    E “se chi perde un figlio è immancabilmente donna”, lo scrittore è capace di declinare il dolore al femminile e al maschile, di far brillare il suo dramma in uno poliedrico caleidoscopio di accenti, quasi con un ritmo da tragedia greca, grazie a un registro stilistico che fa danzare in modo felice e armonico prosa e poesia. Perché, fa dire Grossman a uno dei suoi personaggi alter ego, la scrittura ha un prezioso valore maieutico: “Non riesco a capire qualcosa finchè non la scrivo (…) Solo così posso avvicinarmi a quella cosa maledetta senza morire …” “Quella cosa che è successa (…) devo amalgamarla in un racconto, devo. Con una trama e immaginazione! E visioni e libertà e sogni!”.
    Allora il cammino dei genitori, orfani dei propri figli, verso un’oscura terra di confine alla spasmodica ricerca di un contatto con i loro cari, diviene metafora della ricerca di senso a cui è condannato chi ha tanto sofferto: “Prima che mi accadesse non sapevo nemmeno che ci fossero così tanti pensieri”. E, poiché “la morte di un figlio è molto irrequieta”, con dolce imperio, il lettore viene preso per mano in questo vagabondare del pensiero, in questo multiforme zigzagare di forme espressive.
    Caduto fuori dal tempo è un libro doppiamente necessario: necessario per chi ha perduto un figlio o una persona cara e cerca senso e parole per il suo urlo silenzioso, perché “vorrebbe imparare a separare i ricordi dal dolore”, ma, se il figlio è morto ad Agosto “non riesce più a pensare a Settembre”. Necessario per chi non ha vissuto quest’esperienza, perché impari, comunque, “a raccogliere ogni istante di bellezza e di grazia (…), a guardare ogni cosa bella due volte”, a vivere la vita in pienezza, consapevole dell’estrema fragilità del confine tra l’essere e il non essere più."
“L’arbitrio di una forza esterna che irrompe con violenza nella vita di un uomo, di un’anima, è il tema ricorrente in quasi ogni mio libro” dichiarò molto tempo fa David Grossman in un’intervista, dopo aver scritto Vedi alla voce amore, il cui protagonista era il piccolo Shlomo,  alla ricerca della bestia che aveva marchiato il braccio della zia. Shlomo poi capirà che quella bestia era immateriale e si chiamava nazismo, e, assieme agli altri protagonisti del libro, si sarebbe interrogato sul senso di quella forza brutale e crudele.
    Con quest’ultima prova letteraria, Grossman si conferma vetta espressiva di una letteratura alla ricerca di senso, che non ci offre certezze, ma continua a porre domande esistenziali, storiche e filosofiche insieme. Lo scrittore merita, a mio avviso, di essere al più presto inserito nella rosa dei possibili destinatari al Nobel per la letteratura. Anche se neppure l’eventuale prossimo riconoscimento dell’Accademia di Stoccolma riuscirà a far mutare allo scrittore la chiusa toccante di questo suo libro: "Il cuore mi si spezza, tesoro mio, al pensiero che io (...) abbia potuto (...)trovare per tutto questo parole”.                                                                                  
  Maria D’Asaro (pubblicato su "Centonove" il 15.3.2013, pag.32)

sabato 7 luglio 2012

Ogni vita merita un romanzo


Ogni vita merita un romanzo  (Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1988, € 14),  scritto dallo psichiatra americano Erving Polster, vuole essere intanto un saggio/studio per  psicoterapeuti. In realtà, come dice bene Margherita Spagnuolo Lobb nell’introduzione, il testo è molto di più e può essere gustato da qualsiasi lettore perché spalanca orizzonti sul “fascino che è proprio della vita di ogni persona e su come la scoperta, la percezione di tale qualità sia di per sé terapeutica”. Infatti “Ognuno di noi reagisce in modo significativo quando l’esperienza attuale risponde al bisogno di ritrovare l’interesse per la propria vita”.
Lo psicoterapeuta, come un bravo scrittore, deve aiutare chi va in terapia a trovare nella storia della sua vita quegli elementi di opportunità, novità, significatività, coinvolgimento emotivo che rendano vivibile e bella la sua esistenza. Il terapeuta stesso si configura come un cercatore di storie: come il redattore di una casa editrice, egli cerca nel racconto della persona che ha di fronte tre elementi importanti perché la storia abbia successo e abbia luogo il cambiamento sperato: 1) la coerenza 2) la direzione 3) la tollerabilità. 
Relativamente alla coerenza infatti, il terapeuta deve aiutare la persona a sentirsi intera, a ricomporre le contraddizioni laceranti dentro di sé: “Deve guidare il paziente a identificare le sue parti, a lasciare che esprimano le proprie esigenze. E infine a trovare un posto per ciascuna di esse nella comunità del sé. Sentirsi intero nonostante questa diversificazione interiore è una delle sfide più importanti nella vita di ciascuno.” In secondo luogo, entrambi hanno bisogno di una direzione, devono essere provvisti della capacità di cogliere “il prodigioso intrattenimento della vista”, di conferire direzionalità e capacità di emozionare a ciò che prima restava nell’ombra: come lo scrittore e il lettore non sopportano di tirare avanti a lungo senza che accada qualcosa di significativo e di nuovo, così terapeuta e paziente hanno bisogno di avvertire che procedono verso una trama direzionale provvista di senso esistenziale. Per quanto concerne poi la tollerabilità, sia in un romanzo che nella vita quotidiana, bisogna mantenere un equilibrio accettabile tra la sofferenza e le altre dimensioni della vita: “Sia il romanziere che il terapeuta debbono ridurre la sofferenza a un livello accettabile, così che il lettore o il paziente possano sentirsi a proprio agio”. Anche perché Polster ci ricorda che chi rimane imprigionato nella sofferenza non riesce a provare senso dell’umorismo, ironia, diversità di interessi, senso dell’avventura, mistero, amore: ingredienti fondamentali per un approccio positivo all’esistenza.         
Il testo è cosparso di analogie tra il terapeuta e il narratore di storie: sia l’uno che l’altro devono condire vite e racconti con la giusta dose di suspense, sanno che una buona narrazione, come la vita, è condizionata dal bisogno di completare le situazioni lasciate in sospeso e sono come degli artisti che, attingendo alla loro creatività interiore, danno nuova veste e nuovo slancio vitale ai singoli pezzi di una composizione. Infine, entrambi riconoscono la centralità della fascinazione, che ha sulla persona oggetto di terapia e sul lettore di romanzi un effetto coinvolgente e corroborante: il fascino infatti “incanala l’attenzione, stimola l’inventiva, riconosce i fatti e organizza le tattiche”. Polster  ci regala persino una citazione dall’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, che intende la follia come ciò che ci permette di andare oltre un sapere immobile per cogliere il fascino insito nell’esperienza del vivere. 
Questi elementi contribuiscono allora al cambiamento di prospettiva con cui vivere la nostra vita: ci aiutano a trovare una nuova “gestalt”, una nuova forma organizzatrice delle nostre esperienze, che renda più funzionali le immagini guida alle quali ognuno di noi si ispira  e che, grazie a una ritrovata comunicazione tra le nostre diverse parti, faciliti il ritorno all’armonia interiore.   (Maria D'Asaro)