domenica 3 ottobre 2010

sabato 2 ottobre 2010

2 OTTOBRE: GIORNATA INTER.LE DELLA NONVIOLENZA


Attingo a “Conflittualità nonviolenta”, ottimo testo del prof. Andrea Cozzo, per offrire qualche riflessione in occasione del 2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi e Giornata internazionale della nonviolenza.
Il prof. Cozzo ci ricorda che “cosa è ciò a cui si applica la violenza (…) Nella prospettiva culturale l’abitudine a considerare le persone e i viventi come cose può essere combattuta da un esercizio in senso contrario, che … ci abitui a considerare le cose come persone” (p.149). “Una pietra, una cosa, qualsiasi materia inerte è completamente alla nostra mercè; nel trattarla noi, in ascolto, è meglio attribuirle, in certo qual modo, una volontà: perciò possiamo chiederci se vuole questa pietra essere mossa o distrattamente calciata nel corso della nostra passeggiata o questo filo d’erba o ramo d’albero essere spezzato da noi solo per gioco” (p.153).
E infatti Aldo Capitini, citato dal prof. Cozzo nelle pagine seguenti, ci ricorda che “la nonviolenza è una presa di contatto col mondo circostante nella sua varietà di cose, di essere subumani, e di esseri umani, è un destarsi di attenzione alle singole individualità di tutti questi oggetti circostanti (…) E’ la sospensione dell’attivismo che consideri tutto come mezzo … Sospensione di attivismo che è attivissima moltiplicazione d’attenzione, d’interesse, d’affetto, potenziamento della vita interiore proprio mediante questo collegamento in atto di tutto il reale nelle sue innumerevoli individuazioni con l’intimo nostro (…) Ecco allora che apertura significa vedere in un essere singolo qualsiasi, umano o subumano, qualcosa di più di quello che si vede ordinariamente: una interiorità, una capacità di dare e di fare, una possibilità per oggi e per il futuro, una forza di miglioramento e di rinnovamento, di integrazione di ciò che già è, di partecipazione con gli altri… Esistere e curarsi degli altri e delle cose è rendere grazie”.
Anche un altro profeta nonviolento, Danilo Dolci, sottolinea l’importanza di una relazione significativa “con qualsiasi creatura e materia … pur se mute”. Mentre Capitini prosegue: “Si fa violenza al tempo quando lo si usa male, si fa violenza alla luce quando ci debba servire per facilitare una cattiva azione. E così l’acqua, così i prodotti della terra”. Sulla base di queste considerazioni, Andrea Cozzo sottolinea che “la civiltà industriale e della massima velocità possibile trova la sua condanna totale, e sulla base di essa una pietra ci insegna la nonviolenza” (p.153).
Mi piace che il 2 ottobre coincida anche con la festa cristiana degli Angeli Custodi. Che ognuno di noi possa, nell’orizzonte nonviolento, divenire messaggero di pace e di luce per l’umanità, gli animali, le piante e per l’universo intero.

(Foglio telematico: Nonviolenza in cammino, n.325 del 26.9.2010)

Maria D’Asaro

venerdì 1 ottobre 2010

BOTTIGLIETTA KILLER


Sembrerebbe l’oggetto più innocuo del mondo: una semplice bottiglietta di plastica. Che tanti comprano ogni giorno, con treccina o pizzetta. Senza pensare che, solo in Italia, ogni anno se ne producono circa dodici miliardi. Di cui si ricicla appena il trenta per cento. Il resto inquina discariche, mari, campagne. Ecco allora il mio sogno: abolire le bottigliette di plastica. O, almeno, trovare un modo sicuro per riciclarle. Augusto Cavadi, ne “I Siciliani spiegati ai turisti”, ci dice che in Croazia ogni supermercato dà mezza cuna (15 centesimi) per ogni bottiglia restituita. E auspica che anche in Italia “si possa ricavare qualche vantaggio economico da una politica ecologicamente favorevole”.
Il sogno continua immaginando Palermo pulita, con noi cittadini che ricicliamo le bottigliette. O che, ancora meglio, utilizziamo una borraccia di zinco. Come gli scout. Facendo una buona azione per la nostra Terra, la cara vecchietta che dovremmo aiutare a star meglio.
Maria D’Asaro
(pubblicato su “Centonove” l’1-10-2010)

mercoledì 29 settembre 2010

FUORI TARGET


“Non capisci che i fiori non sono perfetti… e poi ti pare che la coccinella si metta sul nastro?! E non vedi come è arruffata l’erbetta?” Così sentenziava, sbuffando, la Figlia laureata, denigrando i suoi tentativi alla buona di confezionare i confetti. Già, proprio l’erbetta… Quell’erbetta che la faceva soffrire.
Non solo perché le sue dita inesperte stentavano nell’allineamento perfetto con i fiorellini. Non solo perché il nastrino risultava quasi sempre più lungo da un lato. Ma anche perchè il suo pensiero volava all’impatto ambientale. Cento pacchi di confetti per trecento fiorellini di plastica per cento mucchietti di verdi fili sintetici… Scartati i confetti con golosità frettolosa, il contorno di plastica, che tanto stava a cuore alla Figlia, sarebbe finito in discarica.
Una goccia nell’oceano di immondizia che circondava Palermo, d’accordo. Ma lei ci soffriva. Era fatta così. Era fissata. Di ogni suo gesto, ormai si chiedeva che cosa restasse alla Terra. Magari rinunciava ad uscire, per non gravare il pianeta di un po’ di CO2. Si sentiva in colpa se comprava un nuovo vestito, perché, a suo parere, ne aveva sin troppi.
E però continuava a confezionare confetti. Cercando di fare il più bel fiocco possibile. E di incollare la coccinella nella posizione migliore. Perché la Bellezza trionfasse. Per fare felice l’incontentabile Figlia laureata, alla quale voleva un gran bene.
I suoi pensieri fuori target, per carità, li teneva per sé.

domenica 26 settembre 2010

C’è un’altra vita dove sei amata

C’è un’altra vita - dove sei amata.
Hai qualcuno vicino, che ti dà il buongiorno.
Fa la colazione, poi porta giù il cane -
la sera sei stanca e ti massaggia i piedi.

Ha rughe sottili, spalle un po’ curve
è alto, ha i capelli macchiati di nebbia -
occhiali pesanti su occhi pensosi
e gesti bizzarri, da direttore d’orchestra.

Gli piace cantare, parlare a gran voce
ma sa sussurrare all’orecchio i segreti.
Scrive un po’ storto, si macchia le dita
con penne che perdono sempre l’inchiostro.

Passate le notti a raccontarvi le storie,
scambiate ricordi d’infanzie diverse.
Fare l’amore con lui è ritornare
in case perdute con odore di zuppa.

Camminate in montagna, svegliandovi presto.
In città pedalate, fermandovi al bar.
Tu prendi un tè, lui un latte macchiato,
leggete il giornale diviso a metà.

Se uscite la sera e c'è molto freddo
tu tieni una mano nella sua tasca sinistra
e lui te la stringe e ti carezza le dita
in mezzo a monete, fiammiferi e pillole.

I pomeriggi d’inverno declamate poesie
e cucinate pietanze che in parte bruciate,
siete molto distratti, la casa va a rotoli -
i figli ormai grandi vi prendono in giro.

A volte per gioco vi scambiate i maglioni,
vi piace vestirvi con l’odore dell’altro.
Ha già cinquant’anni, tu qualcuno di meno -
invecchiate insieme, ritornando ragazzi.

Quando ti guarda ti senti al caldo
e fuori la pioggia batte sui vetri.
Lo senti più tuo di un braccio o d'un piede.
C’è un’altra vita - dove sei amata.
(25 settembre 2010) Leonora Cupane

(La mia amica Leonora, rendendo pubblica questa poesia, ha aggiunto:
"Da tempo non credo nella convivenza e nella coppia "canonica", anzi credo sinceramente che la convivenza spesso conduca alla degenerazione dei rapporti d'amore, ma questa poesia è l'espressione di una mia voce"minoritaria" che evidentemente esiste, ha dei rimpianti e ancora perfino - forse- dei sogni, e oggi voleva essere ascoltata: dunque eccola.
Preciso che questa poesia non è però strettamente autobiografica. L'uomo in questione infatti non esiste, o meglio è un mix di diversi personaggi, uno dei quali proviene da un libro di Natalia Ginzburg, un altro è un mio ex fidanzato olandese, un altro ancora è un caro collega più grande di me, e poi ci sono pezzetti di molti altri uomini, incluso mio padre. Anche il rapporto di cui parlo non ha alcun riferimento a storie mie o di altri. Molte delle cose che descrivo non fanno neppure parte del mio immaginario relativo all'amore (altre sì, ovviamente). Sono proprio come arrivate da lontano: mi hanno abitata oggi per la prima volta. Mi ha fatto molto piacere questa esperienza nuova: scrivere di me eppure non di me, raccontare in poesia una relazione che non è mai esistita, dando vita a un personaggio immaginario, del tutto nuovo eppure così concreto e dotato di particolari. Man mano che scrivevo ha preso forma e voce, odore e consistenza. E' diventato vivo e tenero e amato. E' qualcosa di insolito, che soddisfa, come se qualcuno, un estraneo,fosse venuto a farmi visita, e io gli avessi preparato un buon pranzo, e ci fossimo fermati a parlare accorgendoci di conoscerci da sempre."

LA PEDAGOGIA DELLA LUMACA


Quello della lentezza non è un discorso che riguarda i bambini, ma prima di tutto è rivolto a noi adulti, genitori, educatori, insegnanti. Mi viene in aiuto il maestro catalano Joan Domènech con il suo «Elogio dell’educazione lenta» quando afferma: «Gli educatori devono aver il tempo per la lettura e l’ozio, per vivere la sessualità e le relazioni personali ed emozionali e di coppia, il riposo per viaggiare e conoscere altre realtà, per la famiglia, i conoscenti, gli amici… Una parte importante la si deve dedicare a poter disimparare, per poter tornare ad imparare, per poter creare. Devono riservare tempo per la riflessione e la meditazione, per l’osservazione della natura e la conoscenza della società. È troppo importante questa professione per non insistere su questi aspetti. Gli educatori devono aver tempo per sognare un’educazione migliore». Troppo spesso, invece, noi che ci interessiamo di scuola e di educazione, siamo preoccupati di fare, di proporre, di realizzare. E tutto questo ci porta poi all’ansia e all’insoddisfazione.
Decalogo per una educazione lenta
Come fare a diminuire, a rallentare, quando è la scuola stessa che chiede «risultati tangibili»? Sempre Joan Domènech snocciola 10 suggerimenti, un decalogo che traduco, faccio mio e sintetizzo:
1) Decidere dove vogliamo andare, senza guardare sempre l’orologio. Poiché vogliamo educare, chiediamoci a cosa miriamo… e condividiamolo con gli alunni e con i colleghi.
2) Coinvolgersi tutti, insegnanti, ragazzi e famiglie. È un aspetto basilare nella costruzione di un progetto educativo.
3) Dare priorità ad aspetti importanti e urgenti, tralasciando gli aspetti del curriculum, della vita di classe e della scuola che non sono urgenti né importanti.
4) Perdere tempo anche con attività non organizzate, impreviste e imprevedibili.
5) Dare ad ogni alunno il tempo necessario per esprimere la propria creatività nelle attività.
6) Coltivare la pazienza e la perseveranza, dando un senso alle attività che si fanno coi ragazzi.
7) Saper vivere in maniera positiva, testimoniando esempi di vita e valorizzando lo humor nell’educazione.
8) Sfruttare il momento, le attività che hanno un senso, senza essere condizionati dal programma da svolgere.
9) Semplificare i programmi scolastici, limitare gli obiettivi e mirare ad approfondire i temi.
10) Basare il cambiamento sulle potenzialità e le capacità dei ragazzi e di tutti i settori della comunità educativa. Saper ascoltare i ragazzi.

Gianfranco Zavalloni - ©Cem Mondialità Giugno/Luglio 2010

L'importanza di dire di no


         Quanti sono i «no» che hanno fatto la Storia? Molti, moltissimi. Mai troppi, comunque. Spesso il «no» è il primo passo verso l’affermazione di un diritto, di un rispetto, di una parità troppo a lungo negati. È il modo più immediato per dire «basta!» ad una sopraffazione umiliante e insopportabile. Allora il «no» diventa liberatorio, catartico, ci fa toccare con mano la possibilità di un mondo diverso e più giusto.
              Questo il senso del «no» pronunciato, oltre mezzo secolo fa, da una giovane donna americana. Era il 1° ottobre 1955: Rosa Parks, rifiutandosi di cedere il suo posto a un bianco sull’autobus, apriva una nuova stagione per i neri americani, quella che avrebbe portato all’abolizione della segregazione razziale nel sud degli Stati Uniti.           La sua storia è ora narrata a beneficio dei giovani lettori (e di tutti noi) da Paola Capriolo nel suo recente libro No (EL, 2010, pp. 91, 10,50 euro, da 12 anni). Una storia intensa dal ritmo incalzante, narrata con una scrittura essenziale e precisa.
Nel 1941 Rosa ottiene un lavoro in una base militare vicino alla città di Montgomery: un’esperienza molto strana per una donna abituata alle continue discriminazioni che il «Jim Crow» imponeva in tutti gli stati del Sud. Il presidente F.D. Roosevelt aveva proibito qualsiasi forma di segregazione razziale nelle strutture dell’esercito americano: dunque Rosa poteva sedere tranquillamente accanto ai bianchi sui mezzi di trasporto che circolavano all’interno della base militare; ma uscita di lì, per fare ritorno in città, doveva prendere un autobus «segregato», nel quale vigevano le regole seguenti: 1) Tutti i passeggeri dovevano salire sull’autobus dalla porta anteriore per acquistare il biglietto; poi però le persone di colore, invece di attraversare il corridoio, dovevano scendere e risalire dalla porta posteriore per raggiungere i loro posti; 2) I passeggeri di colore potevano sedere solo nelle ultime file, a loro riservate, mentre le prime erano a uso esclusivo dei bianchi; 3) Nelle file intermedie, i bianchi avevano il diritto di precedenza, mentre i neri potevano sedervisi solo se libere; 4) Una volta seduto, il nero doveva comunque tenersi pronto, all’occorrenza, a cedere il posto a un bianco, persino se il nero fosse stato un vecchio di 80 anni o una donna incinta e il bianco un aitante giovanotto pieno di energia; 5) Nel caso che un bianco si fosse seduto in una di queste file intermedie, tutte le persone di colore che si trovavano in quella fila avrebbero dovuto alzarsi e cercare posto altrove, o rimanere in piedi, per evitare che un membro della «razza superiore» fosse stato costretto a viaggiare fianco a fianco con loro.
        Rosa non ce la fa più a sottostare a questa assurda umiliazione. Un giorno, alla richiesta dell’autista di alzarsi, risponde: «No! Sono stanca di essere considerata una cittadina di seconda classe». Questa disobbedienza le costerà l’arresto, ma il suo gesto diventerà il motore di un movimento che porterà al riconoscimento dei diritti civili. La notizia del suo arresto determinò scontri violenti nella città di Montgomery, ma fu anche un’importante occasione di riflessione dei leader della comunità afroamericana su una nuova forma di ribellione: la resistenza passiva, la non violenza e il boicottaggio. Dalla lettura dell’agile libricino della Capriolo resta impressa la forza morale della protagonista, il coraggio e la voglia di reagire all’ingiustizia che riescono a cambiare la Storia.
Rosa Parks muore nel suo appartamento di Detroit il 24 ottobre 2005. Tre anni dopo, un uomo dalla pelle nera, Barak Hussein Obama, sarà eletto presidente degli Stati Uniti d’America.


Lorenzo Luatti © Cem Mondialità - Agosto/Settembre 2010

sabato 25 settembre 2010

SETTE FIORIERE E UN TABACCAIO


Due anni fa ho ripulito dai rifiuti sette fioriere poste davanti a un negozio, vicino casa mia, a metà strada tra piazza Guadagna e Brancaccio. Con un po’ d’acqua in estate e la periodica asportazione di cicche e cartacce, le piantine sono oggi vive e vegete. Purtroppo, assieme all’aloe rigogliosa, è cresciuta anche la stizza del tabaccaio. Che non accetta che io mi sia occupata delle fioriere abbandonate a se stesse. Adesso poi il verde delle fioriere smentisce la sua vecchia profezia “Che pulisce a fare? Tanto tra un mese saranno di nuove schifiate…” . “Gli intermittenti cicli di resurrezione di Palermo hanno portato a una forma di narcotizzazione della coscienza cittadina (…) e a rafforzare il già ipertrofico cinismo dei suoi abitanti” scrive Alajmo ne “L’arte di annacarsi”. Così mi spiego lo sguardo duro del tabaccaio, quando annaffio le piante. E, con esse, la speranza di una Palermo migliore.
Maria D’Asaro

( pubblicato su “Centonove” il 24-09-2010)

mercoledì 22 settembre 2010

martedì 21 settembre 2010

UN RICORDO DI PIPPO


(Un collega: così vicino, così lontano.
Scomparso troppo presto nelle nebbie dell'Ade. Mi mancheranno le sue fragorose risate.)


Chi

mi dirà

"occhi di cerbiatto",

con un aperto sorriso?

Addio.