sabato 20 novembre 2010

INSULTI


“Crastu…‘a ghittari sangu ‘du cori”: questo l’augurio che un automobilista mi ha urlato, mentre mi sorpassava. Forse perché avevo rallentato troppo, sul ponte dell’Oreto, davanti a una pericolosa pozza d’acqua. Il finestrino appannato per la pioggia torrenziale ha celato all’automobilista la mia identità femminile e non gli ha consentito di formulare l’invettiva secondo un’appropriata modulazione di genere. Passata la meraviglia per l’espressione nefasta e colorita, mi domando il perché di tanta ira. Quel signore aveva una tale fretta da non poter pazientare qualche secondo dietro il mio andamento prudente? Stava forse accorrendo al capezzale della madre morente? Mi chiedo cosa frulli nella mente di noi palermitani quando siamo al volante. Mi ritorna il ricordo del litigio furioso tra due automobilisti, avvenuto qualche anno fa, vicino la Stazione Centrale: litigio degenerato in omicidio. Solo per un graffio su un’automobile metallizzata. Morire per niente. Ecco cosa abbiamo nel cuore: un vuoto assoluto.
Maria D’Asaro
(pubblicato su “Centonove” il 17-11-2010)

giovedì 18 novembre 2010

La bella e la bestia

Da romantica inguaribile, chiedo comprensione ...

(In fondo si tratta di una resurrezione suscitata dall'amore. Quando guardiamo qualcuno con amore lo facciamo vivere...)

mercoledì 17 novembre 2010

Quindici anni e tre mesi

     Bastava un bambino che vociava più forte del solito, nel parco giochi del palazzo. O un’amica che non smetteva di commentare la pagella della figlia. E quel tarlo silenzioso si riaffacciava all’improvviso, nel balcone disordinato dei pensieri. Quasi obbligandola, ogni volta, a un conteggio. 
Che faceva piano, calcolando ogni volta anni e mesi con la punta delle dita, come una bambina lenta coi numeri. Per ricordarsi quanto sarebbe stato grande, ora, quel lui o quella lei che non era mai nato.
     Era successo tutto troppo in fretta. Prima l’agonia del suo matrimonio. Franato senza un motivo preciso, per il groviglio di non detti, per la distanza che nessuno dei due era riuscito più a ricomporre. Da una parte l’immobilismo di Andrea, i suoi ingombranti silenzi e i suoi troppi pensieri, la sua incapacità di scherzare. Dall’altra, la sua insofferenza per la cappa ammorbante dei suoceri, il fastidio quasi fisico per l’irresolutezza di fondo del marito. E l’indifferenza crescente, la voglia di mollare e andar via. Con Roberta, l’unica figlia, ormai sullo sfondo. Sempre più grande e lontana. Con Fabrizio era iniziata per caso: affascinata dalla sua cinica spensieratezza, dalle migliaia di foto, dal suo catturare ogni scorcio e ogni sguardo, senza mai rubare l’anima a niente e nessuno. E lei, così attenta, aveva dimenticato qualche volta la pillola. Positivo, il risultato del test, fatto solo per scrupolo. Ma la ferita della separazione non si era del tutto richiusa. E poi questo compagno, così provvisorio… 
    Di certo c’erano invece il concorso all’università, inseguito da quasi vent’anni, e la collaborazione al giornale, finalmente con contratto firmato. E i suoi quarant’anni, che l’aspettavano al varco. Quest’altro figlio, adesso, no, non se lo poteva permettere.
Solo che ogni tanto tornava. Qualche anno fa, con Fabrizio che non voleva parlarne e lo stress del libro in cantiere, il ricordo era diventato ferita infetta. Che pulsava così forte da non farla dormire. Tant’è che le occhiaie e il tremore erano divenuti evidenti. Se n’era accorto persino Saverio, il compagno di università da decenni missionario in Brasile, quando un giorno l’aveva incontrata in stazione. “Ti offro un caffè – Volentieri.” “Che succede, Francesca…” – le aveva chiesto, discreto. Le aveva detto di Andrea, del matrimonio finito. Del nuovo compagno. E poi, guardandolo dritto negli occhi, aveva accennato a quella possibilità rifiutata, agli anni e ai mesi che continuava a contare. Lui le aveva sorriso, con uno sguardo dolce e un po’ triste. Le aveva sfiorato appena appena i capelli. Aveva poi sussurrato il nome di un medico, un ex compagno: “Hai bisogno di dormire. Perché non vai a trovare Luigi? A volte un farmaco è miracoloso…”. E poi, salutandola, le aveva lasciato l’indirizzo della casa-missione, a Recife: “Caso mai hai voglia di adottare uno dei miei bambini di strada…”.
      Con le pillole era andata un po’ meglio. Adesso dormiva, la notte. Le adozioni a distanza erano state poi due. Un bambino e una bambina. Il legame con Fabrizio si era ormai assestato sulle tranquille rotaie di una sopportabile diversità. Chissà, forse sarebbero persino invecchiati insieme.
Anche oggi però si era ritrovata a contare: quindici anni e tre mesi.
Poi, lo squillo del cellulare. La redazione: il pezzo su Voltaire. Subito, per favore. Domani sarebbe andato in cinquantottesima pagina. Francesca richiude le dita e ripone delicatamente il ricordo nel suo ripostiglio segreto. Adesso l’aspetta il suo fragile, provvisorio figlio di carta.

Maria D'Asaro

sabato 13 novembre 2010

Muovesi l'amante

Leonardo da Vinci: La vergine delle rocce


        Quelli/e che sono nati qualche tempo fa, forse ricordano la vita di Leonardo, andata in onda su Rai 1. La sigla finale, cantata dalla Vanoni, era una canzone composta da Leonardo stesso.

"Quando l'amante è giunto all'amato, là si riposa...
  (La qualità del suono è scadente, ma non sono riuscita a trovare di meglio)

Nantes

"E' da tempo che non ti vedevo sorridere" ...

venerdì 12 novembre 2010

Neri di Sicilia

       Periferia est di Palermo. Vicino al mio palazzo ci sono vasti campi coltivati. Chine sulla terra, schiene curve tolgono erbacce, dissodano la terra, spandono (ahimè) un diserbante. Le schiene conducono ai volti: chiusi, sofferti. Spesso neri. Non abbronzati, come, con discutibile goliardia, li definirebbe il potente di turno. Anche all’interno del panificio scorgo visi più scuri del mio: a impastare il pane, preparare le pizze, farcire le torte. Questo a tutte le ore del giorno: senza tregua, senza riposo festivo. Temo con scarso salario e pochi diritti. Da noi gli extracomunitari sono sommersi, silenziosi, invisibili. Ci accorgiamo di loro al distributore automatico. Dove c’è sempre un lui di colore pronto a mettere dieci euro di benzina nella tua macchina. Anche se c’è vento. Anche se è notte fonda. E piove. E fa molto freddo. In faccia, non lo guardiamo neanche. E qualcuno, magari, gli nega persino la mancia: 50 centesimi…

Maria D’Asaro (“Centonove”, 12-11-2010)

giovedì 11 novembre 2010

101 STORIE: DUE OCCHI AZZURRI INCREDIBILMENTE PULITI


Non sono nata psicopedagogista. Sono stata, innanzitutto, una “normale” insegnante di Lettere alle scuole medie. Ma ho anche insegnato ai corsi serali per lavoratori: a Bagheria e a Palermo, a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Esperienza esaltante e complessa, essere la prof. di panettieri, fruttivendoli, disoccupati, casalinghe. Persone costrette a tornare a scuola da adulti per ottenere quella licenza media che non erano stati capaci di conseguire da ragazzini: perché la famiglia li aveva mandati a lavorare troppo presto, perché i professori non li avevano aiutati abbastanza, perché “professorè, ero troppo tosto, e proprio di scuola non ne volevo”, perchè un padre o un fidanzato geloso le aveva costrette a stare a casa, quando, come la Maria di De Andrè “la loro verginità si tingeva di rosso”.
La scommessa, per noi docenti, era fornire a quegli uomini e a quelle donne le competenze di base perché sapessero scrivere una domanda di lavoro e un curriculum vitae, perché conoscessero un minimo di scienze, matematica, storia e geografia per essere ammessi agli esami; ma l’obiettivo più grande era prenderli per mano e condurli nel sentiero, tutto in salita, che portava alla consapevolezza umana e civile dell’essere cittadini adulti, consapevoli di giocare un ruolo attivo in una città e in uno stato, qui e ora.
Quasi tutti, col passare delle settimane, cominciavano ad abbandonare la diffidenza verso i professori e la paura di non farcela. E accadevano cose strane e bellissime: si leggeva e commentava la Costituzione italiana con chi era avvezzo a leggere la “Gazzetta dello Sport” o tutt’al più, sfogliava distrattamente il quotidiano locale insieme alla più allettante “Cronaca vera”… Dopo la lettura dei primi articoli, eliminato l’ostacolo delle parole difficili, ci si appassionava insieme a quella strana e inusuale lettura. Dalla lettura della Costituzione, si parlava poi di sfruttamento o intimidazioni, di elementari diritti violati, di raccomandazioni, di voti comprati per fame e bisogno. Di chi, al di là della legge, comandava veramente, in Comune, nel proprio quartiere… I più onesti e coraggiosi elencavano ingiustizie e vessazioni note o subite, altri si limitavano ad annuire in silenzio, stringendosi alle spalle. Ma alla fine qualcuno affermava con tristezza: “Lei dice cose belle, professoressa, ma tanto in Sicilia non cambierà mai niente…”

A Bagheria, alla fine degli anni ‘80, a frequentare la scuola serale c’era anche F.: solo la terza elementare al suo attivo e una vita randagia su una barca che era insieme casa e lavoro. Non aveva una famiglia vera e propria su cui contare: i suoi erano separati, la madre se n’era andata, costruendosi un’altra famiglia. Si entusiasmava solo per il mare e la pesca. A un’esperta che venne a parlarci di inquinamento marino, ribatté che “le schifezze sono sulla terra e non nel mare”, quasi a voler preservare con ostinazione la sua azzurra e ovattata realtà sottomarina da ogni possibile contaminazione terrestre.
Una volta, dopo una lezione che gli era sembrata forse troppo difficile, F. aveva detto di “volersi ritirare”. L’avevamo convinto a non mollare. Dopo Natale, ci era sembrato più sereno e a suo agio; accanto a lui c’era sempre qualche compagna più brava che gli dava una mano. Alla collega di Lettere aveva confidato che il suo sogno era di riadattare un vecchio rustico in campagna dal quale potere vedere il mare riaprendo gli occhi al mattino.
Da metà febbraio, a scuola non venne più. “Che fine ha fatto F.?” – chiedevamo ogni giorno facendo l’appello. Il primo marzo lo hanno trovato. In un pozzo, immerso nella calce. Con un proiettile in testa.
Ci siamo chiesti mille volte che cosa avremmo potuto fare per lui. In che modo, a scuola, avremmo potuto aiutarlo. Una volta, sempre alla docente di Italiano, aveva detto di essere amico di Mario Prestifilippo, uno dei presunti killers del generale Dalla Chiesa. La collega non ha avuto il tempo di chiedergli qualcosa in più su quella frase, smozzicata e inquietante.
Ci è rimasto il dolore e la rabbia per la sua orribile morte: per questo nostro ragazzo fragile rubato alla vita, al suo sogno di normalità, testimoniato dal ritorno a scuola. Sapevamo che nessuno avrebbe chiesto per lui “verità e giustizia”. E un’esile consolazione: che le serate passate alla scuola serale siano stati tra i pochi momenti sereni e di accoglienza affettuosa che F. abbia avuto, nei suoi unici ventitre anni di vita. Poi solo un mazzo di fiori, al terzo banco a sinistra, a ricordo dei suoi occhi splendidi azzurri.


[1] La storia di F. è già stata magistralmente raccontata dalla collega Mari D’Agostino, ora docente all’Università degli Studi di Palermo, nello scritto (da cui riprendo il titolo): “Due occhi azzurri incredibilmente puliti” pubblicato nel n.100 della rivista palermitana “Segno”, dicembre 1988.



domenica 7 novembre 2010

Se niente importa


     Non si tratta di una lettura facile. Anzi, posso dire che è proprio difficile da mandar giù. E non certamente perché il libro sia scritto male. Al contrario ha un respiro fresco e scattante. Alterna storie personali, riflessioni, documenti, interviste. Scorre liscio e scorrevole come un racconto. 
      Ciò che è indigesto in Se niente importa di Jonathan Safran Foer (ed. Guanda, Parma,  2010, € 18) è il contenuto. Che tratta di un tema fondamentale quale è il cibo. E, a noi consumatori occidentali saturi di bistecche, onnivori superficiali e contenti, suggerisce la possibilità di scelte alimentari diverse, più consapevoli ed etiche. Ma appunto, poiché: “Il cibo è cultura, abitudine e identità (pag.281) e, da sempre “Mangiare è anche un fatto sociale (pag.280), proporre di abolire il tacchino per la festa del Ringraziamento (o, analogamente, rinunciare alle nostre latitudini al capretto per Pasqua o al cappone a Natale) per abbinare cibo e scelte economiche più sagge, pranzi e ragioni morali e ambientali, è materia complessa e difficile. 
     Perchè, suggerisce l’autore “Un’etica del cibo è così complessa perché il cibo è legato alle papille gustative e al gusto, ma anche alle biografie individuali e alle storie sociali (pag.40).
E, nella nostra cultura, da millenni ci si ciba di animali: uccelli, pesci, pecore, mucche, maiali. Ma non di cani, ad esempio. Perché, ci chiede provocatoriamente Foer? Forse perché il cane abita con noi, mentre le altre bestie sono più distanti nella nostra visione della vita? Ma questo può giustificare l’orrore degli allevamenti intensivi nei quali facciamo vivere, se di vita si può parlare, pesci, galline, vitelli? E giustifica la loro uccisione in modo spesso barbaro e crudele dopo averli costretti a una vita orribile? 
     In pagine veramente toccanti, Foer ci mostra gli allevamenti intensivi di tacchini e di polli esistenti negli U.S.A., allevamenti/lager che hanno come unica finalità la crescita degli utili dei loro padroni. Lo scrittore, in verità, ci parla anche di quei pochi allevatori che tentano di mantenere gli animali in un habitat più naturale e di garantire loro una vita più degna, prima della macellazione; perché, se proprio non riusciamo a essere vegetariani, possiamo almeno scegliere di mangiare carne di animali a cui i loro padroni hanno regalato una vita e una morte meno bestiali, se ci è consentito l'utilizzo di quest'aggettivo...
     Capiamo allora perché, per un lettore che si professa onnivoro incallito, il libro può risultare assai indigesto: perché lo costringe a perdere la sua innocenza, perché connota di colpevole indifferenza anche un’azione apparentemente naturale e quotidiana come quella di cibarsi di uova di gallina allevate intensivamente o della fettina pallida di vitello. “Quando alziamo la forchetta, diciamo da che parte stiamo (pag.280), afferma infatti l’autore. Perché decidere cosa mangiare, se essere onnivori accomodanti o vegetariani esigenti, è in qualche modo una scelta valoriale. E’, ripete l’autore, una scelta esistenziale e filosofica, economica e ambientale insieme. Perchè essere vegetariani o quantomeno scegliere di non mangiare pesce o carne proveniente da allevamenti intensivi: “aiuterà a prevenire la deforestazione, a contenere il riscaldamento globale, a ridurre l’inquinamento (…), a migliorare la salute pubblica e a contribuire a eliminare i maltrattamenti sugli animali. (pag.275,276).
       E infine, Jonathan Foer suggerisce un legame implicito e forte tra le scelte alimentari da lui proposte e la crescita della nostra sensibilità personale e sociale, del nostro potenziale umano, volto alla costruzione di rapporti interpersonali costruttivi e nonviolenti: “La nostra reazione all’allevamento intensivo è in definitiva un test su come reagiamo all’inerme, al più remoto, al senza voce (pag.285.) La compassione è un muscolo che si rafforza con l’esercizio, e allenarsi a preferire la gentilezza alla crudeltà ci cambierebbe… Che mondo creeremmo se tre volte al giorno la nostra compassione e la nostra razionalità intervenissero mentre ci sediamo a tavola, se avessimo l’immaginazione morale e la volontà pratica di cambiare il nostro atto di consumo più essenziale? (pag.276.) Sicuramente migliore, parola di Jonathan Foer.
                                          Maria D’Asaro, “Centonove”, n.44 del 19.11.2010

sabato 6 novembre 2010

STERILI



Sterili
gusci vuoti
le tue parole:
senza carne, senza respiro.
Spente.
(A un blog - ormai senza vita da quasi due anni -che ospitava gli scritti speciali di un'amica, fragile e sconosciuta, a cui mi ero affezionata)

venerdì 5 novembre 2010

DECRESCIAMO FELICI E CONTENTI


Oltre Napoli, anche Palermo è ciclicamente sommersa dall’immondizia E’ vero, la città non eccelle per buon governo. Ma è anche vero che un’economia basata sulla crescita infinita non può che avere come epilogo un pianeta ridotto a immondezzaio, come ci mostra Wall-E, eccellente film d’animazione. Più che inceneritori o nuove discariche, serve un cambiamento di prospettiva, che ci induca a “non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; a distinguere la qualità dalla quantità; a valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; a collaborare invece di competere.” Sono riflessioni di Maurizio Pallante, appassionato sostenitore del movimento della decrescita: “elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune, in modo che i suoi inquilini possano viverci al meglio.” Decrescentisti di tutt’Italia, unitevi!
Maria D’Asaro
( pubblicato su “Centonove” il 5-11-2010)