Non si tratta di una lettura facile. Anzi, posso dire che è proprio difficile da mandar giù. E non certamente perché il libro sia scritto male. Al contrario ha un respiro fresco e scattante. Alterna storie personali, riflessioni, documenti, interviste. Scorre liscio e scorrevole come un racconto.
Ciò che è indigesto in Se niente importa di Jonathan Safran Foer (ed. Guanda, Parma, 2010, € 18) è il contenuto. Che tratta di un tema fondamentale quale è il cibo. E, a noi consumatori occidentali saturi di bistecche, onnivori superficiali e contenti, suggerisce la possibilità di scelte alimentari diverse, più consapevoli ed etiche. Ma appunto, poiché: “Il cibo è cultura, abitudine e identità (pag.281) e, da sempre “Mangiare è anche un fatto sociale (pag.280), proporre di abolire il tacchino per la festa del Ringraziamento (o, analogamente, rinunciare alle nostre latitudini al capretto per Pasqua o al cappone a Natale) per abbinare cibo e scelte economiche più sagge, pranzi e ragioni morali e ambientali, è materia complessa e difficile.
Perchè, suggerisce l’autore “Un’etica del cibo è così complessa perché il cibo è legato alle papille gustative e al gusto, ma anche alle biografie individuali e alle storie sociali (pag.40).
E, nella nostra cultura, da millenni ci si ciba di animali: uccelli, pesci, pecore, mucche, maiali. Ma non di cani, ad esempio. Perché, ci chiede provocatoriamente Foer? Forse perché il cane abita con noi, mentre le altre bestie sono più distanti nella nostra visione della vita? Ma questo può giustificare l’orrore degli allevamenti intensivi nei quali facciamo vivere, se di vita si può parlare, pesci, galline, vitelli? E giustifica la loro uccisione in modo spesso barbaro e crudele dopo averli costretti a una vita orribile?
In pagine veramente toccanti, Foer ci mostra gli allevamenti intensivi di tacchini e di polli esistenti negli U.S.A., allevamenti/lager che hanno come unica finalità la crescita degli utili dei loro padroni. Lo scrittore, in verità, ci parla anche di quei pochi allevatori che tentano di mantenere gli animali in un habitat più naturale e di garantire loro una vita più degna, prima della macellazione; perché, se proprio non riusciamo a essere vegetariani, possiamo almeno scegliere di mangiare carne di animali a cui i loro padroni hanno regalato una vita e una morte meno bestiali, se ci è consentito l'utilizzo di quest'aggettivo...
Capiamo allora perché, per un lettore che si professa onnivoro incallito, il libro può risultare assai indigesto: perché lo costringe a perdere la sua innocenza, perché connota di colpevole indifferenza anche un’azione apparentemente naturale e quotidiana come quella di cibarsi di uova di gallina allevate intensivamente o della fettina pallida di vitello. “Quando alziamo la forchetta, diciamo da che parte stiamo (pag.280), afferma infatti l’autore. Perché decidere cosa mangiare, se essere onnivori accomodanti o vegetariani esigenti, è in qualche modo una scelta valoriale. E’, ripete l’autore, una scelta esistenziale e filosofica, economica e ambientale insieme. Perchè essere vegetariani o quantomeno scegliere di non mangiare pesce o carne proveniente da allevamenti intensivi: “aiuterà a prevenire la deforestazione, a contenere il riscaldamento globale, a ridurre l’inquinamento (…), a migliorare la salute pubblica e a contribuire a eliminare i maltrattamenti sugli animali. (pag.275,276).
E infine, Jonathan Foer suggerisce un legame implicito e forte tra le scelte alimentari da lui proposte e la crescita della nostra sensibilità personale e sociale, del nostro potenziale umano, volto alla costruzione di rapporti interpersonali costruttivi e nonviolenti: “La nostra reazione all’allevamento intensivo è in definitiva un test su come reagiamo all’inerme, al più remoto, al senza voce (pag.285.) La compassione è un muscolo che si rafforza con l’esercizio, e allenarsi a preferire la gentilezza alla crudeltà ci cambierebbe… Che mondo creeremmo se tre volte al giorno la nostra compassione e la nostra razionalità intervenissero mentre ci sediamo a tavola, se avessimo l’immaginazione morale e la volontà pratica di cambiare il nostro atto di consumo più essenziale? (pag.276.) Sicuramente migliore, parola di Jonathan Foer.
Maria D’Asaro, “Centonove”, n.44 del 19.11.2010