Maria riceve una strana annunciazione: un angelo le dice che è incinta. Ma lei non ha ancora fatto l'amore con l'uomo che i sacerdoti le avevano dato in sposo...
Accetta però questo stranissimo annunzio. E accoglie il bambino che vive e nasce, intanto, dentro di lei.
Che ciascuno di noi, maschio o femmina, possa conoscere che cosa gli annuncia la vita e diventare pieno, ricco, incinto (pregnant, in inglese; inkuon, in greco significano appunto pieno). Senza paura. Accettando anche i rischi di "strane" pienezze.
Anche in questo senso, buona vigilia di Natale a tutti/e.
L'autrice di questo blog, Maria D'Asaro, vive in un'isola ed è affascinata dal mare: mari da sognare, mari da scoprire, mari da solcare...
giovedì 23 dicembre 2010
AVE MARIA
In questa straordinaria vigilia, la voce calda di Fabrizio che saluta una Madonna più viva e carnale di quelle che ci presentano spesso.
mercoledì 22 dicembre 2010
L'AMACA

(Grande Michele, come sempre. Questa volta mio figlio maggiore è rimasto a Palermo. Anche a Palermo, comunque, pare che oggi la polizia abbia fatto una carica.)
Domani tutti i nostri sguardi saranno puntati sulla manifestazione romana degli studenti, dei precari, dei ricercatori, in una sola parole dei giovani. Che sono compressi nella condizione dura, e innaturale, di non potere crescere economicamente e socialmente, con la prospettiva di campare da ragazzi, e di contare da ragazzi, anche quando saranno grandi.
Piuttosto che dare consigli ("si sa che la gente dà buoni conigli quando non può più dare cattivi esempi", De André), meglio fare gli auguri. Non sono auguri sereni, ma sono auguri sinceri. Non sono sereni perché l´ansia è grande, ansia per i giovani manifestanti e per i giovani poliziotti, due eserciti di sfruttati, di sottopagati, di senza potere messi uno contro l´altro dall´inettitudine vergognosa delle classi dirigenti.
Ma sono auguri sinceri perché nessuna notizia è più attesa di un ritorno in massa alla politica dei ragazzi italiani, i soli che possano ridare l´abbrivio al treno fermo sul quale siamo tutti seduti, in attesa di non si sa che cosa. Dicono alcuni capi del movimento che in piazza sarà la fantasia, non la violenza, a tenere la scena e a vincere, in barba ai fanatici, ai provocatori, ai ministri. Fosse vero, accadesse davvero, domani sera ci sarebbe da ringraziare Dio.
Ma sono auguri sinceri perché nessuna notizia è più attesa di un ritorno in massa alla politica dei ragazzi italiani, i soli che possano ridare l´abbrivio al treno fermo sul quale siamo tutti seduti, in attesa di non si sa che cosa. Dicono alcuni capi del movimento che in piazza sarà la fantasia, non la violenza, a tenere la scena e a vincere, in barba ai fanatici, ai provocatori, ai ministri. Fosse vero, accadesse davvero, domani sera ci sarebbe da ringraziare Dio.
Per chi non ci crede, ringraziare la vita che ancora guizza e ragiona sopra la melma e sotto il cielo. Forza figli.
M. Serra (La Repubblica, 21.12.2010)
M. Serra (La Repubblica, 21.12.2010)
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Ritagli di giornali
martedì 21 dicembre 2010
101 STORIE: LA STORIA SIAMO NOI

Anche per le amiche e gli amici sconosciuti e lontani che seguono un poco il mio blog, non è più un mistero: dietro mari da solcare, c’è una donna che, almeno per ora, in una scuola media palermitana, fa la psicopedagogista. E che nel suo blog ha deciso di raccontare le centouno storie di ragazzi sperduti che si è trovata a incontrare, negli ultimi anni.
Oggi voglio però raccontarvi una storia diversa.
Immaginatemi, in genere, in una stanzetta: con le pareti coperte da disegni di ragazzi sperduti, da belle frasi e dall’intonaco un poco scrostato. Qui è un viavai di ragazzi, genitori, colleghi. Che, in genere, osservo e ascolto. Ai quali rispondo. A cui molto spesso sorrido. Una cosa ben diversa dall’insegnare. Che, lo confesso, un poco mi manca.
Quest’anno, anche a causa dei tagli pesanti e sconsiderati, sono anche un pochino un insegnante part-time: infatti insegno in due laboratori pomeridiani.
Uno di questi l’ho pomposamente chiamato: "La Storia siamo noi". Sono partita dalla toponomastica del quartiere: la traversa accanto alla mia scuola è intitolata ad Accursio Miraglia, il segretario della Camera del Lavoro ucciso a Sciacca il 4 gennaio del 1947, l'altra ad Anna Nicolosi Grasso. Poi, vicinissima, c'è una scuola elementare che ricorda Nicolò Alongi.
Ho spiegato ai ragazzi che la storia non sono solo le guerre, ma anche i gesti sconosciuti di persone che hanno avuto coraggio e hanno cambiato qualcosa. Come Rosa Parks, che si è rifiutata di cedere il suo posto a un bianco, sull’autobus. E così è iniziata, negli USA, la lotta contro la segregazione razziale. Con Marthin Luther King che ci ha poi regalato il suo splendido “I have a dream”....
Poi ho presentato Anna Frank. Una quattordicenne olandese sensibile e delicata. Che si era innamorata di un ragazzo che si chiamava Peter. Ma Anna era nata in un tempo sbagliato. Quando i nazisti gli ebrei li uccidevano. E così Anna muore di tifo in un lager, senza realizzare il suo sogno d’amore e senza poter diventare una brava scrittrice…
“E che c’entriamo noi con Anna Frank?” Mi ha chiesto un ragazzo, insieme commosso e perplesso. Ho detto che è importante capire per chi si vota, perché i governi decidono se fare la guerra o vivere in pace, se rispettare tutti gli uomini e tutte le donne o essere razzisti e antisemiti. Credo che tutti se ne siano convinti un pochino.
A inizio dicembre ho presentanto Peppino Impastato
Giovedì scorso ho portato a scuola una copia dell'agenda antimafia realizzata dal Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”: dedicata a tutti coloro che hanno lottato contro la mafia. Ogni giorno ricorda un uomo, una donna, un bambino, un giudice, un poliziotto caduti per mano mafiosa. L'ho sorteggiata. E’ toccata a un ragazzino con i ricciolini. E un paio di vispi occhi buoni, dietro gli occhialini rotondi.
Una ragazza l'aveva già prima avidamente sfogliata ed è rimasta delusa di non essere stata lei la fortunata.
Non potevo lasciarla così. Ho preso da casa la mia. L’indomani gliel’ho portata. - "Prof.... le dò 10 euro". – No, S.: è un regalo per te: per la tua voglia di sapere, per il desiderio di verità e di giustizia che leggo nei tuoi occhi".
E, tanto per esagerare, le ho scritto due paroline di dedica. La ragazzina aveva gli occhi lucidi per la contentezza.
Lo dico: anche se talvolta sono stanca, pagherei per fare questo lavoro.
Per regalare speranze di cambiamento. Per spargere un seme. Anche se navigo a volte nel buio più buio, vorrei poter dare una luce. Che illumini il viaggio dei miei ragazzi.
[1] A Peppino ho dedicato una lettera:
Bagliori

Bagliori
Di luce
Solare e lunare.
E l’anima luccica...
Accesa.
Di luce
Solare e lunare.
E l’anima luccica...
Accesa.
(L'immagine è stata gentilmente concessa da un blog amico)
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Mari di poesia
lunedì 20 dicembre 2010
101 STORIE: MI AMMAZZO DOMANI…
Carissimi che state leggendo,
Mi sono voluta ammazzare per non crearvi più problemi e così voi non dovrete più vedermi.
Eredito[1] tutto a M.: anche il mio pesciolino lo eredito a lei e le raccomando di dargli da mangiare una volta al giorno e cambiarle l’acqua ogni mattina, le ricordo che il nome del pesciolino è Trilly. Mi mancherete tutti, ma io vi sorveglierò tutti i giorni da lassù…. Non piangete, tanto vi ero d’intralcio, no? Mi raccomando, non litigate e amatevi sempre.
Addio e Buon Natale e Buon Anno 2001.
P.
Palermo, 20 dicembre 2000
Questa la letterina scritta alla compagna di banco da una ragazzina di prima media, alla vigilia di Natale del 2000. Esattamente dieci anni fa. L’ho ritrovata in una delle mie diecimila carpette di lavoro (Appena morirai, getterò tutto – tuona mia figlia maggiore!): foglietto formato quindici per ventuno, penna blu, grafia ancora da bimba.
La letterina, con l’esplicitazione Testamento scritta due volte nel lato esterno del foglio, mi fu portata da un’allarmata collega di matematica, alla quale era stata consegnata da M., la beneficiaria dei beni materiali e del pesciolino di P. A lei P. aveva confidato che si sarebbe ammazzata due giorni dopo.
Mi sono voluta ammazzare per non crearvi più problemi e così voi non dovrete più vedermi.
Eredito[1] tutto a M.: anche il mio pesciolino lo eredito a lei e le raccomando di dargli da mangiare una volta al giorno e cambiarle l’acqua ogni mattina, le ricordo che il nome del pesciolino è Trilly. Mi mancherete tutti, ma io vi sorveglierò tutti i giorni da lassù…. Non piangete, tanto vi ero d’intralcio, no? Mi raccomando, non litigate e amatevi sempre.
Addio e Buon Natale e Buon Anno 2001.
P.
Palermo, 20 dicembre 2000
Questa la letterina scritta alla compagna di banco da una ragazzina di prima media, alla vigilia di Natale del 2000. Esattamente dieci anni fa. L’ho ritrovata in una delle mie diecimila carpette di lavoro (Appena morirai, getterò tutto – tuona mia figlia maggiore!): foglietto formato quindici per ventuno, penna blu, grafia ancora da bimba.
La letterina, con l’esplicitazione Testamento scritta due volte nel lato esterno del foglio, mi fu portata da un’allarmata collega di matematica, alla quale era stata consegnata da M., la beneficiaria dei beni materiali e del pesciolino di P. A lei P. aveva confidato che si sarebbe ammazzata due giorni dopo.
Che fare? Allertare subito la famiglia? Chiamare la ragazzina? Informare la Preside?
Nel 2000 stavo completando il mio primo triennio formativo. Qualcosa avevo iniziato a impararla. Ad esempio, che dovevo evitare due eccessi: dare troppa importanza o, al contrario, trascurare certi segnali. Necessità imposta anche dal numero degli alunni della scuola: circa ottocento. Ottocento alunni, una psicopedagogista. Ovviamente solo un centinaio di questi richiedono, talvolta, la mia attenzione. Ma se ci mettiamo i genitori, i colleghi, il test MT Cornoldi, il controllo della frequenza, i gruppi misti … si capisce la mia urgenza di capire, in tempi rapidi, di cosa devo occuparmi subito e cosa mi tocca, per mancanza di tempo, accantonare.
Ho chiesto alla collega qualche ora di tempo. Sono andata in sala professori a trovare l’insegnante di Lettere. Perchè, come diciamo in scuolese, secondo me, lei aveva già il polso della situazione. Non le ho detto del biglietto. – Che pensi di P.? – Ha una mania di protagonismo esagerata… Vuole stare sempre al centro dell’attenzione… Da qualche mese le è nata una sorellina, forse è convinta che i genitori la trascurino…- A questo punto le mostro il biglietto di commiato. La collega non si scompone troppo: - Mah, forse è un bluff. –
Informo la Preside della faccenda: - Chiamiamo i genitori ? - Ma così si allarmano e rischiamo di innescare un circolo vizioso. – obietto. - Il suicidio vero si programma ma non si sbandiera, diceva il mio formatore. – La Preside mi guarda un po’ perplessa. – Fai tu – poi mi dice.
Dico alla collega di Lettere che andrò nella sua classe a ricreazione, così potrò osservare P., in modo informale.
Perché io P. non la conoscevo per niente: non era una mia “cliente”. Frequenza regolare, profitto più che sufficiente, famiglia senza troppi problemi. Né la ragazzina, né i suoi genitori avevano mai chiesto di incontrarmi. Il mio massimo desiderio è essere inutile, a scuola. Inutile, invisibile. Cosi volevo essere: per P. e la sua famiglia.
In classe, fingendo di controllare le assenze, la osservo: una brunetta minuta, con grandi occhi nocciola. La guardo, per qualche minuto: chiacchiera allegramente con un’amica, sgranocchia con gusto un panino.
Ho deciso: derubrico l’allarme suicidio a codice verde. Dico ai colleghi di avere fiducia: di essere attenti, affettuosi e avvolgenti con la ragazza. In queste quarantottore. E sempre, ovviamente. Di continuare ad avere un discreto filo diretto con l’amica del cuore, l’erede del pesciolino…
Il ventitre dicembre è l’ultimo giorno di scuola: ci si bacia con tutti, persino con la collega meno simpatica. P. è a scuola: ride, scherza, mangia anche lei il panettone.
P. non l’ho mai più incontrata. Né allora, e neppure nei due anni seguenti.
Le colleghe, discrete, hanno poi accennato qualcosa ai genitori perché l’abbracciassero stretta, anche se non era più piccolina.
Alla vigilia di questo Natale, per P. un vago pensiero affettuoso. Che la sua vita sia piena e serena. Ricolma di bene e di soddisfazioni.
domenica 19 dicembre 2010
L' Amaca: i vescovi e Berlusconi
Ancora una volta, Serra rappresenta perfettamente il mio pensiero.
"La soddisfazione dei vescovi per la tenuta del governo Berlusconi sarebbe stata, in altri tempi, appena l´ennesima conferma di una collocazione politica: con il centrodestra purchessia, e pazienza se milioni di fedeli non si sentono rappresentati. Ma in questo clima deteriorato, non solo socialmente, l´ostinata affezione della Cei per un leader che ha assestato, alla famosa "morale tradizionale", colpi ben più micidiali del temutissimo "laicismo", fa pensare a una specie di stordito masochismo. I santuomini in abito talare che fronteggiano la secolarizzazione di serie B dell´ultimo ventennio, così bene incarnata dalla triste crapula del premier, non possono non sapere che l´imitazione di massa di quei consumi, di quei costumi, di quella visione delle cose, non è parente nemmeno alla lontana della morale cattolico-romana, e neppure della più generica delle morali correnti.
Compresa quella dei cosiddetti "relativisti etici", che nella loro onesta confusione hanno comunque ben chiaro che non ci si rivolge, per avere chiarimenti, a Lele Mora. L´idea che le elemosine governative alle scuole cattoliche e alle proprietà immobiliari della Chiesa siano davvero la moneta che basta a comperarne l´amicizia, è così avvilente che non ci si riesce a credere. Meglio pensare a una carente, molto carente conoscenza della realtà italiana: che anche la Chiesa, come l´ultimo dei partiti tradizionali, abbia perduto i suoi contatti col famoso "territorio"?
Compresa quella dei cosiddetti "relativisti etici", che nella loro onesta confusione hanno comunque ben chiaro che non ci si rivolge, per avere chiarimenti, a Lele Mora. L´idea che le elemosine governative alle scuole cattoliche e alle proprietà immobiliari della Chiesa siano davvero la moneta che basta a comperarne l´amicizia, è così avvilente che non ci si riesce a credere. Meglio pensare a una carente, molto carente conoscenza della realtà italiana: che anche la Chiesa, come l´ultimo dei partiti tradizionali, abbia perduto i suoi contatti col famoso "territorio"?
M. Serra - La Repubblica, 19.12.2010
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Ritagli di giornali
Fischietto e fisarmonica

Si sa, a Palermo è una tollerata consuetudine: il posteggiatore abusivo che pretende qualche spicciolo in cambio della “guardianìa” dell’automobile. Non hai scampo neppure se posteggi sulle strisce blu con la scheda che segna giorno e ora oppure se scovi un cantuccio in un angolino nascosto: all’uscita il signore, munito di un prepotente fischietto d’ordinanza, ti bracca finché non elargisci l’obolo richiesto.
E se 50 centesimi gli sembrano pochi, ti fissa e non se ne va se non aggiungi altre monete. Riuscire a dribblarlo senza pagare l’illegale pedaggio, non è tanto una questione di tirchieria quanto il tentativo di sottrarsi a una forma minuta, ma sotterranea e molesta, di controllo para-mafioso del territorio.
Magari poi incontri un signore dall’età incerta, dagli abiti logori e dagli occhi acquosi e rassegnati: suona la fisarmonica. Non stende neppure la mano. A lui, hai voglia di dare 2 euro. Questa è tutta un’altra musica.
Magari poi incontri un signore dall’età incerta, dagli abiti logori e dagli occhi acquosi e rassegnati: suona la fisarmonica. Non stende neppure la mano. A lui, hai voglia di dare 2 euro. Questa è tutta un’altra musica.
Maria D’Asaro (pubblicato su “Centonove” il 17-12-2010)
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Palermo in 150 parole
sabato 18 dicembre 2010
Il bambino che ride

Preso a prestito dal blog di Errebi , che ringrazio.
Non invecchierà mai
chi nutre un cuore giovane.
Non ci sono limiti
che non abbiano crepe sufficienti
a poterle seppellire con un colpo poderoso di spalla.
L'illusione mi sta stretta
vive l'armonia e raggiunge vette
che nemmeno il mio ardore
di giovane uomo riuscirebbe a scalare.
Chi si nutre di pensieri e di poesia
non conoscerà mai le pene
dell'età tarda;
sarà un bambino che ride
anche quando gli si spalancherà
davanti agli occhi
l'oltraggio necessario della tomba.
Non muore mai davvero
chi ha speso tutta una vita
perché gli sopravviva l'arte:
sarà la sua dorata risata
a donargli l'eternità
e la corona d'alloro.
La vittoria postuma
è una stretta al cuore
Non invecchierà mai
chi nutre un cuore giovane.
Non ci sono limiti
che non abbiano crepe sufficienti
a poterle seppellire con un colpo poderoso di spalla.
L'illusione mi sta stretta
vive l'armonia e raggiunge vette
che nemmeno il mio ardore
di giovane uomo riuscirebbe a scalare.
Chi si nutre di pensieri e di poesia
non conoscerà mai le pene
dell'età tarda;
sarà un bambino che ride
anche quando gli si spalancherà
davanti agli occhi
l'oltraggio necessario della tomba.
Non muore mai davvero
chi ha speso tutta una vita
perché gli sopravviva l'arte:
sarà la sua dorata risata
a donargli l'eternità
e la corona d'alloro.
La vittoria postuma
è una stretta al cuore
ma sarà l'orgoglio di chi rimane
a far fiorire l'amore
nella coscienza dei testardi
e dei poveri sbandati.
Tornerà finalmente la Poesia
a guidare i popoli verso la fede
Non vedrà mai la fine
chi sa sedurre il mondo con le parole
sarà il re di queste pagine
e l'angelo custode dell'Altrove.
Salvatore Ferranti
a far fiorire l'amore
nella coscienza dei testardi
e dei poveri sbandati.
Tornerà finalmente la Poesia
a guidare i popoli verso la fede
Non vedrà mai la fine
chi sa sedurre il mondo con le parole
sarà il re di queste pagine
e l'angelo custode dell'Altrove.
Salvatore Ferranti
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Mari di poesia
venerdì 17 dicembre 2010
101 STORIE:OCCHI DI GHIACCIO, CUORE DI CARNE

Quando, insegnante di Lettere con i jeans sbarazzini, ho messo piede alla “C.”, S. c’era già: col suo volto da angelo, i capelli dorati, il profilo perfetto, gli splendidi occhi celesti. In prima, ancora una volta: bocciato perché tormentava i compagni, non studiava per niente, faceva morire di spavento e di stress professori e bidelli.
Il suo problema era una famiglia ingombrante: il padre in carcere, in Continente, a regime di carcere duro. Il nonno materno, a capo di una nota famiglia mafiosa. Di questo S. poteva nutrirsi. Solo questo digeriva e mangiava. Non poteva che restituire comportamenti irrequieti e aggressivi.
S. aveva però una madre che gli stava dietro: bellissima, senza un’ombra di trucco, dimessa. Gli stessi suoi occhi: di un azzurro stupendo. E aveva anche un’insegnante di Lettere, una leonessa che combatteva per lui. Con gli artigli che aveva. Grazie a loro, quell’anno, fu promosso in seconda.
Il suo problema era una famiglia ingombrante: il padre in carcere, in Continente, a regime di carcere duro. Il nonno materno, a capo di una nota famiglia mafiosa. Di questo S. poteva nutrirsi. Solo questo digeriva e mangiava. Non poteva che restituire comportamenti irrequieti e aggressivi.
S. aveva però una madre che gli stava dietro: bellissima, senza un’ombra di trucco, dimessa. Gli stessi suoi occhi: di un azzurro stupendo. E aveva anche un’insegnante di Lettere, una leonessa che combatteva per lui. Con gli artigli che aveva. Grazie a loro, quell’anno, fu promosso in seconda.
L’anno dopo, però, le cose si misero male. S. riprese il suo fare aggressivo e violento. Consigli di classe a getto continuo, colloqui con la signora, consultazioni con il gotha degli psicopedagogisti. Perché io avevo iniziato il mio lavoro solo quell’anno: tre anni almeno, la mia formazione. Studiavo, guardavo, qualcosa capivo e facevo. Molte, troppe altre non ero in grado di farle. E la presenza di S. mi aveva spiazzato. Per me era una lotta persa in partenza. E poi, lo confesso, volevo scappare da quel ragazzo col cognome pesante. E mi imbarazzava parlare a sua madre.
In sostanza, per S. non ho fatto granché. Qualche volta ho addirittura colluso con chi, genitori e docenti, voleva che S. se ne andasse. E alla fine, bocciato in seconda, S. se ne è andato davvero. La signora dolente con gli occhi celesti se lo è portato in un’altra scuola. Più inutile, più compiacente. La collega leonessa mi ha guardato con occhi di fuoco: - Ma allora, mi spieghi, che ci stiamo a fare?-
S. poi, l’ho rivisto più volte, nel mio quartiere: un uomo oramai, asciutto e nervoso. Coi suoi tratti, sempre perfetti. E gli occhi più azzurri che mai. Se mi vede, non mi nega un sorriso. Mi saluta persino. Con un fare gentile, con un garbo squisito. Nel frattempo, parlotta con un negoziante. Perché cosa, perché, solo lui può saperlo. Io lo penso, e ho una fitta, qui dentro.
Son passati degli anni. Ma continuo a portarmi la sua spina nel fianco. Forse, non lo avrei comunque salvato. Ma provarci, forse si. E combattere accanto alla collega leonessa.
Dal mio tribunale interiore, solo le attenuanti generiche: ero al mio primo anno, ero sola, ero giovane e troppo inesperta. Non avevo ancora fatto il lavoro importante di guardare i miei mostri allo specchio: e così non avere paura di vederli riflessi, nei volti degli altri.
Il verdetto: convivere con un tarlo continuo e segreto. Il pensiero di S., nella carne e nel cuore.
Perché, ora che nel mio volto son spuntate le rughe, possa almeno abbracciare i vari S. del mondo. Almeno quelli che entrano nella mia scuola.
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