giovedì 8 agosto 2024

La congiura degli ignoranti...

Giorgio De Chirico: L'enigma dell'arrivo e del pomeriggio (1911)
       "Con la fine della formazione culturale decente come possibilità normale per l’individuo finisce anche la possibilità di comprendere il mondo. Rimane perlopiù, a far da segnaposto, una mozione di minoranza: la perplessità degli individui che non hanno un sistema o una convinzione da contrapporre a quello vigente, ma egualmente non riescono a farsi convinti della bontà di ciò che vedono e che vivono.
     Dalla ‘esitazione’, lo stato che Hans Blumemberg particolarmente ispirato definiva ‘pensosità’ e metteva in relazione con la nascita della filosofia, si può cogliere lo stato di malattia del nostro pensiero collettivo. Lo si rileva dalla incapacità del perplesso di mettere in dubbio i principi e la razionalità generale del sistema. Oggi chi contesta, contesta su questioni di dettaglio, tecniche, logistiche. È qui che vedi che non gli è più visibile con chiarezza neppure il modello entro cui si trova e verso cui prova fastidio. Decenni di addestramento al rifiuto di ogni teoresi stanno mostrando la loro efficacia.

     Il mondo perfetto in cui cogliere questo slittamento è ovviamente la scuola. La scuola di oggi: emergenziale, gonfia di retorica, che continua senza contraddittorio a digitalizzarsi, ma adesso pretende una preghiera del mattino di ringraziamento alla tecnologia informatica. Una scuola che ha ormai saldato un’anima tecnocratica (…) con un’anima emotivista e retorica, perbenista e parahuxleyana. (…)
    Qualche tempo fa una ragazza vicina al diploma di maturità mi parlava delle sue difficoltà a rispondere alla richiesta di uno studio prevalentemente mnemonico della filosofia e della sua necessità di capire per poter imparare. Ciò che colpiva era il parlarne come di una sua esigenza, quasi scusandosi, senza alcun risentimento e senza alcun giudizio nei confronti della richiesta di implicita incomprensione delle cose che il docente e la scuola immoralmente le ponevano. 
       Era dalla parte giusta, ma non era più convinta di esserlo".


Davide Miccione La congiura degli ignoranti Valore italiano editore, Roma, 2024 pp.121,122


(Si tratta di un libretto spiazzante, provocatoriamente necessario. Conto di recensirlo a breve. 
Segue le riflessioni avviate dall'autore nel testo Lumpen Italia: il trionfo del sottoproletariato cognitivo)

martedì 6 agosto 2024

Mia madre...

      Mia madre Maria Teresa era sempre preoccupata per le inchieste di Report: “Mi raccomando non fare nomi” mi esortava. L’ho sempre rassicurata, ma poi i nomi li ho sempre fatti, anche quello c’è alla base delle querele. Era una donna di un’altra generazione, timida e coraggiosa. (…)
      È stata un’insegnante, fino ai novant’anni totalmente autonoma e capace di coltivare la propria indipendenza di pensiero grazie alla lettura di libri, a cui si dedicava ogni mattina.
   Amava così tanto insegnare che ha voluto farlo in ogni momento della sua vita, anche come madre. Mi insegnò l’importanza di imparare a memoria le poesie. Quando ero febbricitante, si sedeva sul letto accanto a me, ripeteva le strofe con quella sua voce limpida e io finivo per memorizzarle. Se oggi posso concedermi il lusso di non utilizzare il gobbo mentre sono in onda lo devo a lei.
   Negli ultimi anni, quando il suo enorme cuore ha cominciato a tirarle brutti scherzi, ci rassicurava: “Ho vissuto in mezzo a tanto amore che non vi dovete preoccupare della mia morte.” 
La sintesi della sua esistenza: averci amato ogni giorno e averci insegnato come è facile donare anche quando si ha poco.
    Non passava giorno senza che ricordasse a me e ai miei fratelli quanto fosse fiera di noi. Anche quando ci sentivamo incerti e dubbiosi, trovava la forza per sostenerci, forse perché sapeva di averci messo tra le mani gli strumenti giusti per superare i momenti difficili e anche quelli apparentemente impossibili da superare. Ci ha insegnato ad amare, ad ascoltare, a cercare il bene in ogni persona. A giustificare e a proteggere, a perdonare e a riconoscere il male per allontanarlo.
   Quando è morto papà, ci ha mostrato come è semplice amare anche chi non c’è più. Entrando in casa sua la mattina la trovavo che pregava, tra le mani stringeva un’immagine della Vergine, di un santo e le foto delle persone a lei più care. La vedevo accarezzare furtivamente la felpa di papà conservata sulla sedia dove l’aveva posata l’ultima volta. Ogni tanto l’ascoltavamo leggere senza pudore, fingendo di averle dimenticate, alcune frasi delle lettere d’amore che si erano scritti quando erano fidanzati. Il suo era un modo per dirci “Io lo amo ancora". (…)
    Da lei ho imparato ad accogliere in casa chiunque come fosse un re. Dedizione, costanza e perseveranza sono semplici da mettere in pratica, basta seguire la regola che sta alla loro base: saper amare e avere passione.
   Una mattina di primavera si è svegliata, forse con più dolori del solito, si è girata sul fianco e si è addormentata. Per sempre.
    Avrei voluto stare con lei più tempo e invece sono stato costretto a salutarla, come faceva lei ogni volta che mi accompagnava sulla porta e mi diceva: “Fatti il segno della croce, e che Dio ti accompagni!”
“Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima di ogni altro amore”, scriveva Pier Paolo Pasolini. E aveva ragione.

Sigfrido Ranucci La scelta Bompiani Milano 2024, pp.276/278

(Un libro spiazzante La scelta, a mio avviso con luci e ombre... non so se lo recensirò. La parole che Sigrido Ranucci dedica a sua madre comunque mi hanno assai toccata)

domenica 4 agosto 2024

Le api, speranza per donne in difficoltà

        Palermo – Nel quartiere Cruillas di Palermo, in un’area verde confiscata alla criminalità mafiosa e assegnata nel 2019 all’associazione H.R.Y.O. (Human Rights Youth Organization), grazie alla cura e al lavoro con le api un gruppo di donne in difficoltà, molte delle quali straniere, sta ritrovando la speranza di un futuro indipendente e dignitoso.
       È andato a intervistarle Giorgio Ruta, giornalista del TG regionale siciliano: “Abbiamo imparato il comportamento delle api: come nascono, cosa fanno, le piante di cui si nutrono, la sciamatura… insomma sappiamo abbastanza della loro vita” – ha detto una di loro. Un’altra ha confessato “Mi piacerebbe molto lavorare con le api, ormai sto bene vicino a loro. Il mio sogno è diventare una bee-woman, che è anche il nome di questo progetto.”
     Il giornalista ha poi sottolineato che “Le api in questo bene confiscato alla mafia significano futuro. Dentro le tute e le visiere di protezione ci sono donne ‘vulnerabili’ che insieme hanno imparato come gestire un apiario e hanno trovato nella gestione delle api una particolare opportunità lavorativa.”
    Marco Farina, uno dei volontari dell’associazione H.R.Y.O., ha evidenziato che “Molto spesso, all’interno del terzo settore, donne beneficiarie in condizione di vulnerabilità vengono sì supportate, ma non sempre, anzi quasi mai, c’è anche una risposta, una soluzione lavorativa per loro. Spesso purtroppo, finito il progetto nel quale sono state inserite, manca la continuità perché possano conseguire la propria reale emancipazione e indipendenza.”
  Il progetto “Bee woman” è nato proprio per dare a queste donne (soprattutto migranti di origine nigeriana che sono uscite dai circuiti dello sfruttamento sessuale) prima una formazione adeguata, poi la prospettiva di un lavoro. Nello spazio di ‘riscatto verde’ non a caso denominato ‘Terra franca’, ormai da alcune di loro vissuto quasi come una seconda casa, le donne infatti svolgono lezioni teoriche e soprattutto pratiche, con l’obiettivo di diventare esperte apicultrici e anche di aprire, si spera a breve, un negozio in centro a Palermo.
   Certo non è stato facile l’approccio con le api: “La prima volta avevano paura di avvicinarsi agli alveari e vedere le api. Poi la voglia di conoscere è stata maggiore: hanno cominciato ad avvicinarsi e a fare tante domande” – ha dichiarato Florencia Peresantoso, altra volontaria dell’associazione promotrice del progetto, avviato grazie ai fondi dell’8 per mille dell’Unione buddista italiana.
   L’associazione che gestisce il progetto di accoglienza e recupero delle donne in difficoltà, l’Human Rights Youth Organization, è presente a Palermo da quindici anni. Per tale associazione, l’educazione e la formazione sono aspetti essenziali per creare realtà che promuovano e tutelino la dignità umana, l’uguaglianza e la sostenibilità. In quest’ottica, l’H.R.Y.O. sostiene l’azione locale e lo sviluppo delle potenzialità di ogni singolo essere umano, perché, si legge, nel sito dell’organizzazione “sono i piccoli cambiamenti il motore del grande processo di trasformazione della società”.

Maria D'Asaro, 4.8.24, il Punto Quotidiano





sabato 3 agosto 2024

Sud Tirolo/Alto Adige: lo amo perché...

Cascate di Riva


1. Per i fiumi maestosi e le splendide cascate: cascate di Riva e fiume Isarco a Sterzing/Vipiteno


3. Per i suggestivi e tenebrosi castelli
    (Tures - Rodengo)
...












Fiume Isarco, Sterzing/Vipiteno



giovedì 1 agosto 2024

La voce plurale di Natalia Ginzburg

Pier Paolo Pasolini, Natalia Ginzburg, Giorgio Bassani
    “Ci sono – sostiene Vittorini – due specie di scrittori: «Quelli che, leggendoli, mi fanno pensare “ecco, è proprio vero”, e che cioè mi danno la conferma di “come” so che in genere sia la vita. E quelli che mi fanno pensare “perdio, non avevo mai supposto che potesse essere così”, e cioè mi rivelano un nuovo, particolare
“come” sia nella vita». 
  Senza attribuire a questa affermazione un giudizio di valore, ma assumendola a livello puramente fenomenologico, si può dire che Natalia Ginzburg appartenga alla prima categoria. Ogni sua pagina, narrativa o saggistica e perfino teatrale, ci mette di fronte a idee e intuizioni che ci sembra sempre di avere avuto (non è detto poi che sia davvero così), ci fa incontrare figure e personaggi che ci pare di conoscere già da tempo, ci fa riscoprire il possesso di salde convinzioni che non si era sicuri di avere prima della lettura. 
      E questo (…) deriva soprattutto da quel suo modo di parlare a nome di molti (se non di tutti) e di creare con i suoi lettori e le sue lettrici un legame di solidarietà e di compassione, che sono il riflesso di una intelligenza e di un’attenzione posata costantemente sulla condizione umana.
      Ginzburg ha avuto l’estremo privilegio di crescere in casa Levi: con il padre, illustre biologo e maestro di Rita Levi Montalcini; la madre, sorella di Drusilla Tanzi (“la mosca” di Montale) e amica di Filippo Turati e Anna Kuliscioff; i fratelli Gino, Mario e Alberto che sono stati parte del nucleo più forte della resistenza antifascista torinese; la sorella Paola, moglie di Adriano Olivetti e amante di Carlo Levi. La casa torinese, dove abitavano i Levi, vive in un rapporto osmotico con  quanto di meglio potesse nascere e passare per la città, ed è aperta alle visite dei  più importanti rappresentanti della cultura e della politica italiana degli anni Trenta e Quaranta. 
    Dopo il matrimonio con Leone Ginzburg, conosciuto grazie ai fratelli, collabora alla “costruzione” di altre due “case”, anch’esse frequentate dalle personalità più importanti per la cultura del nostro paese. L’Einaudi, dove  lavora per lungo tempo dopo la guerra e la morte del marito, insieme a Pavese, Balbo e Calvino, e la propria casa, con i figli Carlo, Andrea e Alessandra.  
     Nell’abitazione romana vicino al Pantheon, in cui si trasferisce con il secondo marito, l’anglista Gabriele Baldini, e dove resterà fino alla morte, continua a vivere accanto alle più grandi personalità del secolo scorso, eppure nelle sue pagine, che a volte si possono sfogliare anche come l’album di fotografie di tutta una generazione di scrittori, scrittrici e intellettuali, il suo sguardo rimane con discrezione a una certa distanza, quasi conservasse le tracce di quella visione prospettica della bambina che osserva il mondo degli adulti che è alla base del dispositivo narrativo di Lessico famigliare (1963).
      Vissuta sempre negli ambienti più fecondi dell’elaborazione culturale, Ginzburg ha gettato su quel mondo uno sguardo marginale, proveniente da un luogo appartato e fuori fuoco. Tale capacità di guardare il centro come se stesse ai margini, pur essendovi in realtà immersa, è il primo dei tratti distintivi del suo “stile” ed è il primo dei segni di trasgressione al canone dominante, che connota «l’uso irritante di un’intelligenza “diversa”», cioè la caratteristica – per Garboli – della scrittura saggistica di Natalia Ginzburg.
   La conseguenza immediata di questo destino d’elezione è, dunque, l’acquisizione di una strana forma di scrittura dell’io, in cui l’io è assente, nascosto, dislocato,  immerso e reinventato nel noi; un noi che, nelle memorie dell’infanzia e della  giovinezza, è carico dell’esaltante privilegio dell’appartenenza alla famiglia Levi prima e alla “famiglia Einaudi” dopo, mentre nei ricordi della guerra assume i toni dolenti dell’eccezionalità della Resistenza – esperienza fondante che sfugge di continuo a ogni possibile esposizione alla retorica del dolore. 
   È un noi, infine, che nelle pagine dei saggi scritti negli anni Settanta e Ottanta finisce per caricarsi dei toni della consapevole disappartenenza al presente: anche in questo caso in una sostanziale sintonia con gli amici e i compagni di strada della sua generazione. Si tratta sempre di una “voce plurale”, che non rinuncia alla responsabilità individuale, ma riesce ancora a sentirsi parte di un’esperienza collettiva.”

Maria Rizzarelli (da qui)

martedì 30 luglio 2024

Chiedo scusa agli alberi abbattuti...

Pini romani al Gianicolo (foto mari@dasolcare, 02.24)
           Sarà il caldo, sarà che ad agosto non le sarebbe stato possibile vedere persone a lei care… Sarà che, dopo tanto soffrire, se ne era andato il professore Germano Federici, una bella persona conosciuta tramite le cenette filosofiche (due suoi scritti qui e qui)… 
     Sarà che il suo quartiere pareva condannato a perenne degrado… Sarà che percepiva un veloce, irreversibile, incupito imbarbarimento dell’umanità…  Così a nostra signora difettava il buonumore. 
      In più, l’altra mattina, quella che sembrava la potatura di due splendidi pini di fronte casa, si rivelava una sentenza di morte: l’indomani, i pini che regalavano ombra da decenni, erano stati abbattuti. Certo, per qualche ragione: magari le radici danneggiavano l’asfalto… Ma a lei la decapitazione era sembrata ingiusta: possibile che non ci fosse stato a Palermo/Berlino un giudice che assumesse la loro pietosa difesa? Qualcuno si sarebbe poi occupato di piantare nuovi alberi al posto di quelli giustiziati?

Maria D'Asaro

Qui due magnifiche poesie di Wislawa Szymborska

domenica 28 luglio 2024

“Narrazioni diversive”: perché il complottismo?

         Palermo – In Narrazioni diversive (Diogene Multimedia, Bologna, 2023) Tobia Savoca, studioso di Storia che si divide tra Palermo e l’insegnamento all’estero, analizza la tendenza al complottismo, riemersa con forza durante la pandemia, e ne indica con chiarezza cause, radicamento e rischi sociali. 
    L’autore sa bene che le macchinazioni segrete per modificare gli eventi fanno parte della Storia. Ma, se i complotti sono sempre esistiti, secondo lo studioso, l’odierno aumento esponenziale della tendenza patologica a vederli ovunque “è il risultato della situazione culturale, politica e ideologica dei nostri tempi”. 
       Perché questo boom del complottismo? Perché “gli scandali, la corruzione e le mezze verità (…) hanno accompagnato l’allontanamento dei cittadini dalla politica, lasciandoli soli nell’elaborare la propria personale visione del mondo”. Quindi il complottismo è una rivendicazione politica monca e zoppa: “un tentativo maldestro di scardinare l’immobilismo politico”; un fenomeno sociale legato, in qualche modo, ai “limiti della democrazia rappresentativa: deleghiamo chi votiamo, ma temiamo poi che i giochi si facciano altrove”. 
Presentazione del testo c/o libreria Kalòs - PA
     Ancora, secondo l’analisi dell’autore, supportata da una ricca bibliografia e sitografia, il complottismo potrebbe essere considerato “la deriva (sbagliata) di uno sforzo da parte di individui ordinari che tentano di riappropriarsi delle loro vite. Il complottismo sembra infatti avere a che fare con il potere più che con la verità.”  Si sottolinea poi il ruolo cruciale di Internet nella promozione di comunità on line diverse e polarizzate: terreno ideale per la diffusione di verità alternative fai-da-te e per amplificare fake-news e disinformazione. Inoltre “Il complottismo, con la sua risentita intuizione di aver capito come funziona il mondo senza poterlo cambiare, fornisce una narrazione che restituisce un senso, che compensa la consapevolezza dello smarrimento del proprio esserci”.
   L’autore, citando il filosofo Karl Popper, che definiva il complottismo una forma moderna di superstizione, sottolinea infatti che “il sentimento complottista è qualcosa di assimilabile a uno ‘slancio religioso’: l’impressione nelle persone che “non può essere tutto lì quello che c’è”. Infatti, nonostante l’apparente declino delle ‘grandi Narrazioni (religioni e ideologie), rimane forte il bisogno di dare un senso alla vita, individuale e sociale.
   Il complottismo si presenta così come “la nuova letteratura dell’uomo contemporaneo, una realtà aumentata, un ‘metaverso’ diversivo di narrazioni”.  “Una spiegazione a cose che ci sfuggono e, anziché approfondire, semplifichiamo. Le teorie del complotto sono scorciatoie del pensiero, narrazioni che spiegano facilmente realtà complesse”.
    Anche perché, sottolinea ancora Savoca, purtroppo “i sistemi educativi che, negli ultimi decenni hanno sacrificato la costruzione del cittadino e della persona sull’altare del primato della performance… hanno creato le macerie intellettuali sulle quali le teorie del complotto proliferano. (…) Se le teorie del complotto sono scorciatoie del pensiero, semplificazioni per comprendere gli eventi, l’educazione familiare e scolastica dovrebbe avere l’arduo compito di educare alla complessità e di fornire strumenti adatti a comprendere il mondo.”
     Lo studioso introduce quindi una distinzione tra complottismo-fenomeno, il complottismo vero e proprio, e il complottismo-dispositivo (l’anti-complottismo) cioè l’uso, e talvolta l’abuso, della definizione di ‘complottista’ da parte dei media, funzionale spesso a screditare ogni contestazione. 
Presentazione testo c/o Radici - Palermo
     Per sconfiggere davvero le paranoie complottiste, afferma Savoca, non basta stracciarsi le vesti e tacciare di oscurantismo ogni critica alle verità ufficiali: il complottismo va infatti analizzato e compreso con lenti sociologiche e politiche adeguate. Invece, negli ultimi anni, c’è stata una polarizzazione binaria tra rigidi osservanti delle verità governative o dei media e complottisti di ogni fazione: urge invece una comunità pensante che eserciti un controllo razionale e intelligente sia sulle affermazioni dei media sia sulla diffusione di improbabili verità alternative.
    Infatti, afferma ancora l’autore, “I complotti indicherebbero temi-chiave importanti, ma perseguono obiettivi sballati e giustificazioni fantasiose. Le energie virtuali e fisiche indirizzate verso obiettivi fantastici, sono energie rubate alla risoluzione dei problemi reali sottesi.” 
    A tal proposito, Savoca riporta la teoria delle scie chimiche, secondo cui gli aerei produrrebbero sostanze nocive per compiere mutazioni genetiche o controllarci. Il dibattito si polarizza purtroppo sulla fantasiosità della teoria, anziché affrontare problemi reali come l’incidenza del traffico aereo sul cambiamento climatico e, soprattutto, l’utilizzo spesso nefasto di risorse e territorio (vedi l’ILVA di Taranto, il petrolchimico di Augusta, l’uso dei diserbanti inquinanti in agricoltura).
   A chi giova, alla fine il complottismo? Paradossalmente, proprio allo status quo. 
Infatti, argomenta lo studioso: “Le teorie del complotto deresponsabilizzano, diminuendo l’impegno politico e, alla fine, hanno una portata sovversiva”. “Tanto l’anti-complottismo quanto il complottismo hanno la funzione di schermare e deviare la rabbia sociale contro il potere costituito”.
   Se poi, continua Savoca, si collega la convergenza tra spiritualità alternative e storytelling cospirazionista, brodo di coltura di teorie estremiste, destrorse e manichee, si spiega anche l’assalto a Capitol Hill, negli USA, del 6 gennaio 2021, con il ruolo inquietante dello ‘sciamano’ Jacob Chansley, noto come Jake Angeli. 
    A questo proposito, l’autore sottolinea la frequente capacità dell’estrema destra cospirazionista di assorbire temi della cultura new age e progressista e canalizzarli in direzione reazionaria.
La pericolosa funzione diversiva dei complottisti è evidente anche riguardo alla questione ambientale: “La teoria del complotto che accompagna il negazionismo climatico afferma che dietro gli eco-ansiosi, i ‘gretini’ e la transizione ecologica vi siano delle lobbies ecologiste che vogliono approfittare dell’emergenza inventata per vendere le loro soluzioni più green. L’effetto diversivo è tragicamente devastante (…): siccome qualcuno trarrà vantaggio dalla conversione ecologica, allora la scienza è venduta alle lobbies, quindi la comunità scientifica dice falsità e il cambiamento climatico non esiste. Risultato: non dobbiamo fare nulla per salvarci (…), non dobbiamo mettere in discussione il nostro modo di produrre”.
   Invece “La realtà storica, non tanto nascosta, è un’altra. Il modo di vivere capitalista, secondo cui la crescita economica è l’unica priorità, sta distruggendo il pianeta: tutti stiamo vivendo al di sopra delle proprie possibilità, ma gli unici a cui si impone di fermarsi, fare la differenziata, non tenere il rubinetto aperto sono i cittadini più poveri. Intanto Bernard Arnauld, uno degli uomini più ricchi del mondo, può spostarsi in jet provocando un’emissione di CO2 in un mese equivalente a quella di un cittadino francese in 17 anni … Né la cittadinanza né la politica sembrano coscienti delle responsabilità dell’apocalisse verso cui ci stiamo dirigendo.”
    Infine, conclude amaramente lo studioso, “Preferiamo elaborare teorie complottiste e non rivendicazioni politiche perché le prime ci assolvono, mentre le seconde sembrano inutili, non crediamo al cambiamento.” “Se invece si interpretano correttamente le teorie del complotto, si apre uno spazio politico…” 
Allora, è proprio la Politica con la P maiuscola quella che Tobia Savoca vuole evocare: una dimensione fatta di responsabilità e partecipazione, in vista di progetti concreti e di un orizzonte che guardi al bene comune dell’umanità.

Maria D'Asaro, 28.7.24 il Punto Quotidiano






venerdì 26 luglio 2024

Il governo che vorrei...secondo Natalia Ginzburg

      "(…) Forse i governi non sono mai né belli né dolci. Qualcuno è comunque sopraffatto. Il governo che io chiederei per la mia persona, sarebbe un governo del tutto incolore, inconsistente, invisibile, un governo così aereo e invisibile che potessimo non pensarci mai e non accorgerci nemmeno che esiste. In un simile governo, tutti starebbero bene, ci sarebbe un giusto spazio e una giusta dimora e una giusta misura di beni e di libertà per ognuno. 
    È però vero che un governo di questa sorta non esiste in natura, non se ne vedono segni né parvenze in nessun luogo. In ogni governo che vediamo intorno a noi c’è rumore, sopraffazioni, giornali con titoli esuberanti e bugiardi, menzogne di ogni specie nella vita pubblica. (…)
    La verità è che quello a cui penso, un governo aereo, leggero, inconsistente e invisibile, sarebbe forse un governo debole, e sembra che in politica la debolezza non abbia nessuna possibilità di sopravvivenza. Sarebbe un governo debole, perché in politica la forza è rumorosa, invadente, enorme e sanguinaria.
   Sarebbe un governo senza denaro né armi, fondato unicamente su alcuni beni che sono cari allo spirito, come la giustizia, la verità e la libertà. 
     Ma in politica, la parola ‘verità’ raramente viene usata, e a giustificazione di non poterla usare vengono evocati quei congegni così delicati, fragili e sensibili, che stanno nel cuore della vita politica e che esigono speciali cautele e sottilissime precauzioni. Quanto alla verità e alla giustizia, ti dicono che è necessario difenderle per un poco di tempo con le armi, con le autorità di polizia e con le carceri, ti dicono che è indispensabile difenderle con la forza e noi abbiamo invece un insopprimibile desiderio di debolezza.
    Ti dicono che in un futuro lontano, dopo aver usato armi e carceri magari per secoli, finalmente poi si potrà star bene, ci sarà spazio e libertà per ognuno e si potrà pensare non più alle nazioni, alle masse e ai governi, ma unicamente alla condizione individuale e solitaria dell’uomo.
    Però nessuno riesce più a credere nel futuro. Anni fa, ancora ci si riusciva, la musica del domani suonava alle nostre orecchie inebriante e vera. 
Ma ad un tratto i secoli futuri ci sono crollati davanti ai piedi. Desiderando noi un mondo migliore, non riusciamo più a contemplarlo proiettato nei secoli. Davanti a noi non ci sono più i secoli, e se anche ci fossero, non abbiamo più né voglia né fantasia di sapere come si configurano.
      Oggi noi amiamo tutti tenacemente il presente, e ci rendiamo conto di essere strettamente legati con l’amore a un tempo che non dà nessun segno di volerci amare”.

Natalia Ginzburg Vita immaginaria (a cura di Domenico Scarpa) Einaudi, Torino, 2021, p.125,126



lunedì 22 luglio 2024

Natalia Ginzburg e la politica...

       (…) "Esistono alcune persone che non capiscono nulla di politica. Fra queste sono io (…) Oltre alla politica, vi sono infinite altre cose che io non so e non capisco per nulla, come l’economia, o la chimica, o le scienze naturali. Però il non capirle mi è indifferente. Vivo bene lo stesso. (…) Non capire niente di politica mi sembra invece una grave menomazione. (…)
   Pur non comprendendo io nulla di politica, mi accade a volte di accendermi di odio o di sdegno, o di consenso e passione per fatti politici. Simili fatti però non mi appaiono in un quadro coerente, lucido e armonioso, mi appaiono sempre come lembi o tronconi o schegge, ai quali mi aggrappo come un naufrago nella piena di un fiume. 
    Una delle pochissime idee politiche da me custodite, e forse l’unica, mi è stata somministrata quando avevo sette anni. Mi fu spiegato cos’era il socialismo, cioè mi fu detto che era uguaglianza di beni e uguaglianza di diritti per tutti. Mi parve una cosa che era indispensabile fare subito. Trovai strano che ciò non fosse ancora stato attuato. Ricordo con precisione l’ora e la stanza in cui mi venne offerta questa frase, che mi sembrò lampante e indispensabile. Ancora oggi essa ha il potere di svegliare in me una sorta di fuoco. Ancora oggi dura in me la meraviglia che questa cosa, cioè l’uguaglianza dei diritti e dei beni, non sia stata attuata e che sembri così complesso e così difficile attuarla. (…)"
 
Natalia Ginzburg Vita immaginaria (a cura di Domenico Scarpa) Einaudi, Torino, 2021, p.122,123,124