domenica 30 marzo 2025

Single, sì alle adozioni ma solo all'estero

          D’ora in poi in Italia anche le persone singole potranno adottare bambini dall’estero. Lo ha deciso la Corte costituzionale, che, con la sentenza numero 33,  ha dichiarato incostituzionale l’articolo 29-bis, comma 1, della legge numero 184 del 1983, nella parte in cui non include tali cittadini fra coloro che possono adottare un minore straniero residente all’estero. In pratica, i single possono accedere all’adozione internazionale di bambini stranieri in stato di abbandono.
    Da anni Raffaella Brogi, 54 anni, single, magistrato, si batte per avere in adozione un bimbo straniero e non si è arresa neanche dopo il primo stop della Corte costituzionale. Così, per la seconda volta in pochi anni, il caso dell’aspirante mamma single fiorentina è finito sotto la lente dei giudici costituzionali che ora le hanno dato ragione. 
    È stato il Tribunale per i minorenni di Firenze, nel luglio scorso, a sollevare nuovamente davanti alla Consulta la questione delle adozioni internazionali da parte di persone single. E la Consulta ha dichiarato illegittima la norma che non li includeva fra coloro che possono adottare un minore straniero residente all’estero.(continua su il Punto Quotidiano)


(notizia importante che andava rilanciata: grazie, Nicola)

giovedì 27 marzo 2025

Genialità, progresso, tempo e infinito... grazie, Bruno.

      Se ne avessi il potere, a Bruno Vergani - amico nel mondo del web e, per speciali cointeressenze, anche nella vita reale - conferirei la laurea ad honorem in filosofia. Qui una delle sue acute riflessioni:

     “L’editing genomico che permette di correggere errori genetici c’è da pochissimo tempo, e lo smartphone uscito quest’anno funziona meglio di quello dell’anno scorso. Si sa, scienza e tecnologia vanno sempre avanti, progresso lineare e costante, cumulativo e irreversibile. Assuefatti da questo miglioramento ci può sembrare che tutte le cose progrediscano così, e invece per la politica, la filosofia, le arti, l’etica, insomma per tutto ciò che non è scienza e tecnologia in senso stretto, il discorso si complica.
     Anche se per tutte queste cose non è semplice individuare criteri di valutazione univoci, oggettivi e condivisi, per determinarne il miglioramento, possiamo comunque essere tutti d’accordo che è oggi infrequente incontrare in piazza un Socrate, uno Spinoza o un Kant, rari anche i Michelangelo e i Beethoven e passeggiando nei giardini pubblici non è facile incrociare un Seneca o un Confucio. Esperienza plastica che alcune intuizioni del passato possono risultare insuperabilmente più profonde di quelle contemporanee.
Studiando la storia vediamo sì un progresso scientifico costante, ma accompagnato da un miglioramento umano intermittente, fragile, tortuoso, sparpagliato, ciclico, con l’improvviso e raro apparire di pensatori che raggiungono vette di pensiero e di vita irraggiungibili, intercalati da lunghi periodi di mediocre e bassa levatura diffusa, e anche di stasi e di regressione, basti considerare l'Olocausto che segue all’Illuminismo. Scostamento pericoloso quello fra le anime e la tecnologia che potrebbe mettere nelle mani di un primitivo la bomba atomica.
     Si potrebbe forse azzardare che i rari individui capaci di picchi insuperabili di genio, vivano in una dimensione universale atemporale, capace di abitare l’immanente Sub specie aeternitatis. Italo Calvino scriveva: “Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell'universo, al pari degli antichi talismani”. Dopo tutto, la periodizzazione storica è un nostro arbitrio, una costruzione concettuale per ordinare il passato così da interpretarlo, una narrazione selettiva, un costrutto culturale, anche se di fatto non esiste una scansione del tempo insita nella realtà. Forse il genio è tale perché capace di abitare il continuo-infinito-presente.”

Bruno Vergani, dal suo blog qui.


martedì 25 marzo 2025

Canto notturno... di una maruzza vegliante

    C’è chi conta le pecore, c’è chi vede Netflix, c’è chi si dispera, c’è chi è impegnato in amorosi amplessi, c’è chi è stremato e si addormenta di botto… 
     Nostra signora, sul guanciale, da un po’ di mesi rievoca rime alternate, incatenate, libere e baciate, provando a rimembrare quelle che le solleticano il cuore e i sensi poetici.
      Per tutto l’inverno si è fatta cullare da una sorta di poesia/filastrocca del grande Giovanni, che ha recuperato rima per rima alla memoria:

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola pian piano,
un bimbo piange, il piccol dito in bocca;
canta una vecchia, il mento sulla mano.

La vecchia canta: intorno al tuo lettino
c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

Poi c’è stata la parentesi con l’amato Giuseppe:

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca
È il mio cuore
il paese più straziato

Ora è la volta della corrispondenza di amorosi sensi con il magnifico Giacomo:

Sempre caro mi fu quest'ermo colle, 
E questa siepe, che da tanta parte 
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.   

Già: E poi come continuare? Provo un po' a parafrasare:

Ma provando e ricordando, interminati
Versi di là da quelli, nei miei umani
Silenzi, in profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo… 

Dei versi esatti adesso ho sete: vado allor a trovarli in rete: 

                ...ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno, 
E le morte stagioni, e la presente 
E viva, e il suon di lei. 

Giacomino eri un genio.  
Lirica modernissima la tua, con un ritmo potente dettato dagli enjambement...

Così tra questa Immensità s'acquieta il pensier mio:
E il dormir m'è dolce in questo mare.



domenica 23 marzo 2025

Busto Arsizio, meno asfalto e più verde

          Palermo – Quasi tutti i centri urbani italiani, dagli anni ’50 in poi, sono stati riedificati e progettati a misura di automobile. Da alcuni anni, piene di cemento e di asfalto e povere di spazi verdi, le nostre città sono state però messe in crisi dai cambiamenti climatici che hanno causato, soprattutto a nord, un considerevole aumento di allagamenti, nubifragi e bombe d’acqua, mentre il sud ha sofferto per le ondate di calore estivo e per la siccità.
      Oggi uno degli obiettivi dell’ingegneria naturalistica è quello di rendere le città più resilienti e meglio attrezzate ad affrontare il cambiamento del clima, come le piogge sempre più violente e abbondanti. Già nel 2021 l’architetto Flora Vallone, vice presidente dell’AIPIN (Associazione Italiana Per l’Ingegneria Naturalistica) scriveva: “In pieno Antropocene, tra pandemie globali e cambiamento climatico, e in corsa verso la transizione ecologica, si moltiplicano idee e progetti green, spesso più mediatici che sostenibili. Certo non è facile mutare radicalmente i paradigmi culturali che per decenni hanno sostenuto una colonizzazione antropica indifferente ai luoghi, alle impronte ecologiche, ai costi-benefici che invece avremmo ben dovuto valutare. (…) Il paesaggio è sistema vivente che deve poter esprimere i servizi ecosistemici che gli sono propri e che sono fondamentali, oltre che gratuiti, anche per l’uomo.” 
    A Busto Arsizio - l’operosa cittadina lombarda di quasi 85.000 abitanti in provincia di Varese - è stato attuato un progetto di rigenerazione urbana finalizzato a togliere un po’ di asfalto per introdurre materiali drenanti e aree verdi: il centro storico è stato riqualificato attraverso il depaving, vale a dire la pratica della de-impermeabilizzazione del suolo che si effettua con la rimozione dello strato superficiale in asfalto o cemento che non consente all’acqua di infiltrarsi nel terreno.
    “È come se le città togliessero l’impermeabile per diventare delle città-spugna” – ha sottolineato Giorgio Giglioli, il giornalista del TG scientifico Leonardo, autore del servizio che ha illustrato il progetto di ingegneria naturalistica realizzato nella città lombarda.
La professoressa Flora Vallone, che ha coordinato il progetto, ha evidenziato come la creazione di superfici in grado di filtrare e assorbire le acque piovane ravvivi le falde acquifere e “ricrei quelle condizioni di umidità che sono proprie del sottosuolo, cosa che appunto l’asfalto nega. Si gestiscono così le acque che, anche quando sono copiose, possono infiltrarsi e quindi non allagare le strade e la città.”
    Una vasta area della città è diventata molto più verde, a prova di pioggia: infatti, sebbene ci siano stati tanti episodi di bombe d’acqua, l’acqua scompare immediatamente grazie ai materiali filtranti e all’utilizzo di tecniche di ingegneria naturalistica che hanno riportato un po’ di natura in città.
   Al giornalista Giglioli che ha chiesto quali tipi di piante siano più adatte per proteggere il suolo urbano, la professoressa Vallone ha risposto: “Devono essere piante non troppo esigenti dal punto di vista dell’acqua: che non soffrano quindi né le temperature troppo alte e né soprattutto i periodi di siccità, ma neppure l’eccesso di acqua. Vanno bene le piante che attirano gli insetti impollinatori, le farfalle: ad esempio paenisetum, imperata, allium. Piante che col tempo cresceranno e, oltre a catturare l’acqua, porteranno natura e colore a Busto Arsizio”.
     L’auspicio è che le città italiane prendano esempio da queste buone pratiche…

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 23.3.25

venerdì 21 marzo 2025

La follia della guerra rende folli: elogio della ragione e della diserzione

Pieter Bruegel, il vecchio: Il trionfo della morte (El Prado, Madrid)
      "Sono i governi a decidere le guerre, gli stati maggiori degli eserciti a pianificarle, i media a farne la propaganda, i produttori di armamenti a fornirne gli strumenti e guadagnarne, ma sono ancora - nonostante i droni killer, l'intelligenza artificiale, i killer robot - i soldati ad essere mandati sul terreno a fare il lavoro sporco. Sono ancora gli esseri umani, uomini e donne, coloro a cui è chiesto di sospendere ogni inibizione morale e trasformarsi repentinamente - ma, pro tempore, s'intende - in spietati assassini e criminali sui campi di battaglia. Lo spiegava già Erasmo da Rotterdam: "Se ti ripugna il brigantaggio, è la guerra che lo insegna; se aborrisci il fratricidio, è in guerra che lo si impara. (...) Se giudichi peggior condizione per uno stato quella in cui i peggiori prevalgono, la guerra è il regno dei più scellerati" (Il lamento della pace, SE, 2014).
Oltre le tante immagini euforiche di soldati israeliani impegnati nel genocidio di Gaza postate sui social – come quelle del soldato dell'IDF (Israel Defence Force)denunciato in Brasile, dove si trovava in vacanza, per crimini di guerra – molte donne e uomini che hanno partecipato alla mattanza dei palestinesi non sono sopravvissuti alla propria coscienza: migliaia di essi sono in cura per sindrome post traumatica da stress... (continua qui)

Pasquale Pugliese, 9.1.25 (dal suo blog, qui)

mercoledì 19 marzo 2025

Utopia?


Profumo

Di zagara

Gentilezza, amore, dolcezza…

Cieli e terra nuova…

Restiamo umani







“Misericordia e verità 
s'incontreranno,
giustizia e pace
si baceranno.
La verità germoglierà dalla terra
e la giustizia si affaccerà dal cielo”                                       (dal salmo 84)


(Difficile mantenere la speranza nell'umanità, dopo le macerie di Gaza...)

domenica 16 marzo 2025

Volontariato, Palermo capitale per il 2025

           Palermo – Dopo Bergamo, Cosenza e Trento, per il 2025 è Palermo Capitale italiana del Volontariato: infatti, a dicembre scorso, Lilia Doneddu, vicepresidente del Centro Servizi del Volontariato del Trentino, ha passato il testimone a Giuditta Petrillo, presidente del CeSVoP, Centro Servizi per il Volontariato di Palermo.
     Ma quanti sono oggi i volontari in Italia? L’ultimo censimento Istat (2021) registra poco più di 4,6 milioni di volontari attivi in Italia, presenti in circa 360.000 organizzazioni non profit, con un calo di circa 900.000 volontari rispetto alla rilevazione del 2015. Come evidenzia la ricercatrice Sabrina Stoppiello, per ragioni metodologiche l’indagine tiene fuori alcuni gruppi di volontari: “Questa rilevazione campionaria registra solo i volontari attivi nelle organizzazioni non profit. Fotografiamo quello che viene chiamato “volontariato organizzato”, che rappresenta una fetta molto significativa, ma non la totalità dei volontari in Italia”.  Non sono quindi considerate le persone che operano al di fuori di organizzazioni strutturate come, ad esempio, chi si impegna occasionalmente per rispondere a emergenze ambientali, o molti gruppi informali di giovani attivisti per il clima.
Dove si fa più volontariato? Il grosso delle organizzazioni non profit storicamente è concentrato al Nord: il Trentino-Alto Adige è la Regione col maggiore rapporto tra volontari e popolazione residente: qui più di 1 persona su 5 fa volontariato. Tuttavia al Sud, rapportando il numero di volontari alla popolazione residente, Sardegna e Basilicata registrano valori rispettivamente in linea e superiori alla media nazionale (7,8%). 
     Non è facile dire poi se il volontariato sia un’attività svolta più dalle donne o dagli uomini. I numeri del Censimento sembrerebbero dare il primato ai maschi, che rappresentano il 58,3% dei volontari nelle organizzazioni non profit. Una spiegazione per il divario di genere sarebbe fornita dalla distribuzione per settori di attività: la differenza è particolarmente marcata nei due settori con il più alto numero di volontari (attività ricreative e sportive), così come nel settore delle relazioni sindacali e dell’attività politica. Ma negli altri settori maschi e femmine si equivalgono; in alcuni addirittura -sanità, religione, istruzione, filantropia e cooperazione internazionale - le donne superano numericamente gli uomini. 
     Dall’osservatorio del CSVnet (associazione nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato) si fa notare che la struttura patriarcale del nostro Paese incide sulla presenza delle donne nel volontariato: “Le donne in genere hanno minore disponibilità di tempo per fare volontariato perché sono maggiormente assorbite dai carichi familiari sia nei confronti dei figli sia dei genitori”, sostiene Chiara Tommasini, presidente del CSVnet.  
      Riguardo all’età dei volontari, la presidente Tommasini afferma poi che si registra “una vitalità pronunciata nella partecipazione giovanile, anche se è meno assidua e costante che in passato. (...) però le forme di partecipazione sono più fluide… perché i giovani hanno traiettorie di vita e lavorative meno stabili e una maggiore difficoltà a dare un contributo costante e formalizzato”. 
     I dati statistici mostrano una realtà evidente: avere un’occupazione stabile facilita lo svolgimento del volontariato. È stato sottolineato che per i giovani, che vivono condizioni di vita e di lavoro più precarie rispetto alle generazioni precedenti, è sempre più difficile avere tempo disponibile per il volontariato. Tanto che, spesso, essere volontari è diventata quasi una dimensione di privilegio.  Forse la sfida per il futuro, in un’Italia che invecchia e si spopola, è un volontariato che possa continuare a essere una forza viva e portatrice di istanze di inclusione e giustizia.
       Nel contesto delle iniziative legate alla promozione di Palermo Capitale del Volontariato per il 2025, il 7 marzo scorso, ai Cantieri Culturali della Zisa, si è svolto un evento celebrativo con una doppia valenza; ripensare criticamente il ruolo del volontariato oggi e ricordare i 25 anni di esistenza dell’Associazione cittadina di Volontariato Penitenziario (AsVoPe). 
     Bruno Distefano, presidente dell’AsVoPe, ha sottolineato iltraguardo significativo dell’associazione, che in questi anni si è spesa con senso civico e con solidarietà nel complesso ambito del sistema penitenziario, rendendosi protagonista di un impegno costante per un dialogo costruttivo tra il mondo del carcere e la società esterna, con l'obiettivo di promuovere la dignità, il recupero e la reintegrazione delle persone detenute. Nell’incontro è stato presentato il libro Punizione (Il Mulino, Bologna) scritto da Giovanni Fiandaca, professore emerito di Diritto penale: a partire da questo testo, si è discusso sul senso educativo della detenzione in un'era di profondi cambiamenti sociali e giuridici.
     La prima parte dell’evento è stata dedicata a un’analisi sul senso dell’impegno oggi, a partire dal libretto Volontariato in crisi? Diagnosi e terapia, opera del professore Augusto Cavadi, che ha vestito i panni del volontario sin da quando dodicenne aveva i calzoni corti dell’AGESCI (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani). Il dibattito è stato moderato da Nunzio Bruno, coordinatore dell’area comunicazione del CeSVoP, e dalla scrivente. 
     Sono state innanzitutto ricordate le motivazioni etiche che muovono i volontari, credenti e non credenti: “Lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato”, auspicava Baden Powell, fondatore dello scoutismo; “Non essere sordi alle sofferenza dei nostri fratelli, figli dello stesso Padre”, e tenere alto il ‘principio responsabilità’, chiedono i credenti e  il filosofo Hans Jonas.
     Il volontario, ha sottolineato Cavadi, se vuole essere davvero incisivo nella società, deve avere ‘un cuore pensante’ e ha il dovere di attrezzarsi per acquisire le competenze necessarie: psicologiche (Come ci rapportiamo con gli altri? Quali motivazioni ci spingono a intraprendere il volontariato?); metodologiche (Che significa lavorare per progetti? Che significa lavorare in gruppo? Dove attingere i finanziamenti?); sociologiche e antropologico-culturali (Qual è il contesto sociale, storico e culturale del territorio dove operiamo? Quali sono le strutture amministrative con cui ci confrontiamo dialetticamente?).
       Del volontariato sono poi emersi i punti forti (le associazioni di volontariato rimangono luoghi di riflessioni critica ed esperimenti concreti di solidarietà: in una società sempre più liquida - per utilizzare un aggettivo caro al sociologo Bauman – in cui si esaltano spesso solo profitto e carrierismo, le associazioni di volontariato rappresentano dei laboratori di gratuità, occasioni preziose di relazioni umane significative, palestre di partecipazione democratica), ma anche i punti deboli (l’alto tasso di mortalità e, spesso, la scarsa incidenza nel tessuto sociale; il rischio concreto che il volontariato diventi sterilmente consolatorio, addormentando la percezione dei propri diritti da parte degli assistiti, o che svolga compiti di pertinenza del settore pubblico, finendo per fare opere di supplenza e diventando alibi per l’inefficienza delle Istituzioni).
     Sono state poi rimarcate le tre ineludibili direzioni di marcia del volontariato: culturale, etica e politica: a livello culturale, il volontario non può essere un analfabeta civico; in ambito etico, è stata ribadita la centralità di tre parole-chiave: solidarietà, servizio, comunione; in ambito politico (la politica con la P maiuscola, non quella partitica) si è sottolineato che “Il volontariato deve andare oltre la solidarietà ‘corta’ immediata, diretta: deve farsi lungimirante ed attivare iniziative che, nel lungo periodo, modifichino i meccanismi strutturali, permanenti, che producono e riproducono il disagio”..
      Sono state infine ricordate le parole del compianto Luciano Tavazza, giornalista cattolico che ha collaborato alla stesura della legge-quadro sul volontariato (l.266/1991): “La dimensione politica del volontariato si realizza cercando di individuare e superare le cause, i motivi che generano e rigenerano quotidianamente le ingiustizie, le sofferenze indebite, il disagio esistenziale, l’emarginazione, la povertà, il sopruso che rendono disumana la convivenza dei cittadini più deboli, oppressi nella loro dignità e libertà (…). Il volontario non è dunque un barelliere della Storia, non è una dama di carità, ma un cittadino solidale che coniuga la carità immediata con la giustizia strutturale”.
 
Maria D'Asaro, 16.3.25, il Punto Quotidiano




sabato 15 marzo 2025

L'Europa, la pace, la guerra: come la pensa(va) Aldo Capitini

           “Una prova della difficoltà o impossibilità da parte del riformismo e dell’autoritarismo di formare il ‘nuovo uomo’ è nel fatto che l’uno o l’altro sono disposti ad usare lo strumento guerra. Si sa che cosa significa, oggi specialmente, la guerra e la sua preparazione: la sottrazione di enormi mezzi allo sviluppo civile, la strage di innocenti e di estranei, l’involuzione dell’educazione democratica e aperta, la riduzione della libertà e il soffocamento di ogni proposta di miglioramento della società e delle abitudini civili, la sostituzione totale dell’efficienza distruttiva al controllo dal basso.
     Tanta è la forza spietata che la decisione bellica mette in moto, che essa viene ad assomigliare ad una delle terribili manifestazioni della ‘natura’, le più assurde e crudeli e spietate, e certamente ora la supera in numero di vittime. 
È difficile pensare che la natura possa distruggere in pochi minuti tante persone quante ne distrusse la bomba atomica a Hiroshima, riducendone alcune in una semplice traccia segnata sul muro. E quella bomba era di forza molto modesta rispetto alle bombe attuali…
     Il rifiuto della guerra è perciò la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso, e se vediamo l’antitesi tra la natura come forza e la compresenza come unità amore, è chiaro che la guerra aggrava la natura, la sorpassa nella sua distruttività, nella sua spietatezza rispetto ai singoli esseri, alla cui attenzione la compresenza richiama costantemente…
L’esercito si pone come sostegno dell’imperio o potere assoluto centrale, e perciò va rifiutato dalla radice, per un rinnovamento profondo.
    La trasformazione in nazione armata, a parte la sua inattualità, non toglie la mentalità militaristica, che può darsi suoi organi di pressione e di potere. Per una posizione di nonviolenza è da generalizzare l’insegnamento delle tecniche della nonviolenza, addestrando tutti a saperle usare e fornendo loro i mezzi necessari: tali tecniche possono valere per le trasformazioni, o rivoluzioni, interne o per l’eventuale lotta contro invasori. 
    Perciò il rifiuto assoluto della guerra e della guerriglia, e della tortura e del terrorismo (che accompagnano la guerra e la guerriglia), è il punto di partenza, la svolta, la condizione assoluta di una nuova impostazione del potere: l’onnicrazia (termine credo coniato da Capitini che significa: il potere di tutti)  autentica comincia da quel rifiuto, perché non elimina nessun avversario e dà vita permanente ai due preziosi strumenti che sono le assemblee e l’opinione pubblica.
La ragione del pacifismo integrale non è soltanto il fatto evidente che la guerra, una volta accettata, conduce a tali delitti e a tali stragi, specialmente oggi, che è assurdo presumere di farla e poterla contenere (…).
      È chiaro che bisogna arrivare a moltitudini che rifiutino la guerra, che blocchino con le tecniche nonviolente il potere che voglia imporre la guerra. L’Europa ha sofferto per non aver avuto queste moltitudini di dissidenza assoluta, es. riguardo al potere dei fascisti e dei nazisti. L’onnicrazia deve prender corpo anche in questo modo: nella capacità di impedire dal basso le oppressioni e gli sfruttamenti; ma questa capacità delle moltitudini ha il suo collaudo nel rifiuto della guerra, intimando un altro corso nella storia del mondo.”

Il potere di tutti, Firenze 1969, 
citato in Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Ed.Cultura della Pace, Fiesole, pp.174-175, 181

giovedì 13 marzo 2025

"Il nibbio", un film per ricordare Nicola Calipari

      Condivido il ricordo di Nicola Calipari, nel bel pezzo della collega Francesca Sammarco, che ha recensito il film "Il nibbio" ne il Punto Quotidiano.

    RIETI – A 20 anni dall’uccisione di Nicola Calipari, funzionario del Sismi, ucciso il 4 marzo 2005 all’aeroporto di Bagdad, è uscito in questi giorni nelle sale cinematografiche il film “Il nibbio” diretto da Alessandro Tonda, interpretato da Claudio Santamaria, che per l’occasione è dimagrito di 12 chili. Il nibbio, uccello rapace, si prende cura della sua compagna durante la cova delle uova, abbellisce il nido, in molte culture europee è sinonimo di nobiltà e libertà, simbolo di protezione e potere, grazie alla sua capacità di dominare i cieli con grazia e forza, per gli Egiziani si occupava della protezione del re: averlo come animale totem garantisce protezione durante il viaggio. Al Nibbio (che provò per la prima volta la compassione dopo aver rapito Lucia Mondella) l’Innominato nei Promessi Sposi affidava gli incarichi più delicati.
      Calipari, agente del Sismi, stava scortando la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, sequestrata il 4 febbraio da un’organizzazione della Jihad islamica, durante la guerra in Iraq. In quei 28 giorni si mobilitarono in Italia e in tutta Europa governi e società civile per la sua liberazione. Sonia Bergamasco interpreta la giornalista, Anna Ferzetti è la moglie Rosa Valleco. Calipari era riuscito grazie alla capacità di mediazione e la fiducia di cui godeva anche tra i sequestratori, aveva accettato quella che avrebbe dovuto essere la sua ultima missione, prima di rientrare nella polizia e tutto stava andando come previsto, ma a 700 metri dall’aereo, un posto di blocco di soldati americani, che non era previsto (Calipari era meticoloso e studiava tutto nel dettaglio), sparò una raffica di mitra sulla macchina e lui venne colpito in pieno, avendo fatto scudo con il suo corpo alla giornalista, che rimase ferita a una spalla. (continua qui) 
Francesca Sammarco

martedì 11 marzo 2025

Europa, Europa! Sì, ma quale?

        Sulla manifestazione indetta per il 15 marzo prossimo, condivido le considerazioni dell’amico Augusto Cavadi: 
“In questi giorni la proposta di Michele Serra di convocare una grande manifestazione di piazza a Roma, per urlare la necessità che l’Europa abbia un sussulto di dignità e si ponga come soggetto autonomo rispetto alle grandi potenze mondiali, sta dividendo l’Italia trasversalmente all’interno degli schieramenti partitici, delle organizzazioni sindacali, dei movimenti pacifisti.
Se non vedo male, sono in gioco due questioni distinte che vanno affrontate separatamente.
La prima nasce da una (suppongo intenzionale, data l’abilità comunicativa di Serra) ambiguità del suo appello: scendere in piazza per questa Europa (dalla fondazione dell’Unione Europea a oggi) o per un’Europa radicalmente rifondata secondo i suoi primi ideatori a Ventotene (dunque sui princìpi dell’Ottantanove – libertà, uguaglianza, fraternità - , sulla partecipazione democratica, sul perseguimento della giustizia sociale, sul ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti etc. etc.)? 
      La moltiplicazione delle esegesi del testo mi pare inutile: nessuno può stabilire a quale delle due Europe si riferisca Serra perché egli per primo si è voluto rivolgere indistintamente ai sostenitori di entrambe. Infatti, se avesse voluto dirimere l’equivoco, avrebbe potuto spendere una parola o di approvazione esplicita o di critica esplicita alla strategia adottata dalla Commissione europea in questi anni di guerra in Ucraina, di stragi a Gaza, di conflitti armati nel mondo. Ha preferito parlare a tutti in modo da convincere la maggior parte: e in effetti stanno aderendo realtà di ogni colore ideologico e di ogni schieramento politico. (continua qui)

Di questioni europee pregresse ho scritto qui,  qui e qui. 

E, saggiamente, Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana Pace e Disarmo, scrive: 

"Credo che sia profondamente sbagliato tutto questo peso che si sta dando al 15 marzo: è una manifestazione voluta da altri (sulla base di una prima piattaforma vuota) che alcuni stanno pensando di riempire con i contenuti giusti. Altri invece non ci vogliono andare per non far sorgere confusione. Va bene tutto, ma dopo un po' vorrei che si ritornasse ad occuparsi dei temi veri, dei percorsi concreti, delle scelte di politica... Questa continua "crociata" su dettagli di parole e presenza/assenza ad una manifestazione, come ho già scritto per me denota una certa sudditanza culturale (E l'errore ormai storico anche delle nostre parti di confondere strumenti con obiettivi) "