martedì 12 agosto 2025

Figlio di madre...

Pablo Picasso: Madre e figlio (1902)
      Da psicopedagogista, su richiesta della collega di Lettere, andavo spesso nella sua classe, specialmente durante i laboratori pomeridiani, anche perché, oltre alla sua, c’erano altre situazioni complicate. 
      Non so se mi riconosce quando ci incrociamo per strada. Forse sì, ma fa finta di niente.  La sua storia particolare però non la dimentico: sua madre, già sposata e con due ragazzine, lo aveva avuto da un altro, che poi era morto… E lei, senza soldi e sostegno, già ammalata e con il figlio piccolino, era tornata nella vecchia famiglia. Il bambino era cresciuto anche con l’affetto e la cura delle sorelle. 
    A scuola era taciturno, disegnava sempre soggetti inquietanti (soprattutto armi e persone trucidate). Forse la passione per il disegno era un lascito del papà che, mi diceva la mamma durante uno dei tanti accorati colloqui, si dilettava a dipingere. Era raro che il ragazzino aprisse un libro. Portarlo in terza media è stato un miracolo, compiuto soprattutto dalla sua docente di lettere. 
     Sua madre è morta quando ha finito la scuola media. Ho poi incontrato le sorelle che continuano cordialmente a sorridermi e che, credo, si prendano ancora cura di lui, una in particolare.
    Il suo onomastico, proprio due giorni fa…  Anche ora non è molto alto, ma ha spalle poderose e capelli castano-rossicci raccolti in un codino. Quando l’ho incontrato, una settimana fa, camminava con falcate lunghe e decise, ascoltando musica con gli auricolari e canticchiando tra sé, fuori dal mondo.
      Gli ho augurato di cuore, in silenzio, una sinfonia di note che doni armonia nella sua vita…

domenica 10 agosto 2025

Selinunte, parco archeologico super

Tempio di Hera
     Palermo – Con sessantuno siti, l’Italia detiene il primato mondiale di luoghi riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità e precede la Cina e Germania che ne contano rispettivamente sessanta e cinquantacinque. 
    La Sicilia, insieme alla Campania, con sette siti Unesco è la quarta regione italiana, dopo la Lombardia che ne ha dieci, il Veneto nove e la Toscana otto. Questi i siti Unesco siciliani: Valle dei Templi di Agrigento; Siracusa e la Necropoli rupestre di Pantalica; Villa Romana del Casale, di Piazza Armerina; Isole Eolie; Etna; Città tardo barocche della Val di Noto; Arte araba-normanna di Palermo e cattedrali di Cefalù e Monreale.
      Non è (ancora) bene patrimonio dell’umanità, ma Selinunte, sulla costa sud-occidentale della Sicilia, in provincia di Trapani, con il suo parco archeologico di circa 270 ettari (che diventano 377 con i siti dipendenti di Cave di Cusa e Pantelleria) è meta turistica suggestiva, di grande interesse storico e paesaggistico-naturalistico. Istituito dalla Regione Siciliana nel 2013, il parco archeologico di Selinunte è il più esteso di tutta l’Europa ed è uno dei maggiori dell’area mediterranea.
Interno tempio di Hera
      Il nome greco Selinùs deriva da σέλινον (sélinon), il sedano selvatico che vi cresce ancora rigoglioso, già raffigurato nelle antiche monete della città. Selinunte, colonia greca più occidentale della Sicilia, fu fondata nel 650 a.C. ed ebbe il momento di massima vitalità nel VI e V secolo a.C. Nel 409 a.C. fu conquistata dai Cartaginesi; poi, intorno al 250 a.C., assorbita nel territorio romano. 
Il colpo di grazia alla città, già quasi disabitata alla fine del I secolo a.C., fu inferto da un forte terremoto che, in epoca bizantina (VI-IX secolo), ridusse i suoi monumenti a un cumulo di rovine. 
Selinunte fu ‘ritrovata’ solo a metà del XVI secolo, grazie alla passione e agli studi accurati del teologo e archeologo Tommaso Fazello che, dopo una prima ricognizione a Mazara del Vallo nel 1549, nell'ottobre del 1551, individuò con certezza le rovine dell’antica città. 
Resti tempio A e O
       Ma l’importante opera di riconoscimento di Tommaso Fazello non mise al riparo dai saccheggi i resti archeologici. Infatti, nonostante un decreto del 1779 di re Ferdinando III vietasse lo smantellamento delle rovine, gli abitanti della zona continuarono a utilizzarle come cave di pietra fino a quando il governo non vi pose una custodia permanente. 
     I primi scavi tra i reperti furono eseguiti nel 1809; nel 1823, due architetti inglesi, Samuel Angell e William Harris si imbatterono in diversi frammenti di metope dal tempio arcaico oggi denominato “Tempio C.” e cercarono di spedire i loro reperti in Inghilterra, per il British Museum. Ma il governo borbonico riuscì a bloccare le loro spedizioni e a dirottarle a Palermo dove, nell’attuale museo archeologico, oggi è possibile ammirarli. È esposto invece nel museo civico di Castelvetrano l’Efebo di Selinunte, l’opera scultorea più famosa. 
    Il Parco archeologico di Selinunte è diviso in varie aree: a ovest la collina Gàggera, con il santuario della Malophòros; al centro l’acropoli, con templi e fortificazioni; a nord la collina Manuzza, con l’antico abitato; a est la collina orientale, con il tempio di Hera; e infine le necropoli. 
Gli ingressi al parco sono due: uno, a est, dalla frazione di Marinella di Selinunte (collina orientale), e uno dal lato ovest, dalla frazione di Triscina di Selinunte (santuario della Malophòros).
Tempio C
   Dall’ingresso di Marinella di Selinunte, si accede alla collina orientale, caratterizzata dalla presenza di tre templi monumentali (E, F, G). 
Il Tempio E, chiamato anche Tempio di Hera  è il più recente dei tre e risale al 460/450 a.C. Il suo attuale aspetto suggestivo e imponente lo si deve all'anastilosi (ricomposizione e re-innalzamento di alcune sue colonne) effettuata tra il 1956 ed il 1959.  
Il tempio F, il più antico ma anche il più piccolo dei tre (dedicato ad Atena secondo alcuni studiosi, a Dioniso secondo altri), fu costruito fra il 550 e il 540 a.C. Tra i templi è quello che ha subito più spoliazioni. Dalla facciata est si conservano due metope rinvenute durante gli scavi nel 1823, che rappresentano Atena e Dioniso in atto di colpire a morte due giganti, oggi conservate nel Museo Archeologico Regionale di Palermo. 
Il Tempio G è il più grande di Selinunte (lunghezza m 113,34; larghezza m 54,05; altezza m 30 circa) e uno dei maggiori del mondo greco. La sua costruzione, pur protraendosi dal 530 al 409 a.C., rimase tuttavia incompiuta, come risulta dall'assenza di scanalature in alcune colonne, e dall'esistenza di rocchi di colonne delle stesse dimensioni a 10 Km. di distanza, in fase di estrazione, nelle Cave di Cusa. Gli studiosi sono incerti se attribuirlo ad Apollo o a Zeus.
Il resto del parco si può visitare grazie ai comodi bus navetta disponibili nel parco, a cominciare dall’acropoli, cinta da imponenti mura di fortificazione, di epoca ellenistico-punica, con le tracce dell’abitato suddiviso in isolati larghi circa 32 metri, con strade principali (Plateiai) e strade secondarie (Stenopoi).  
   Sulla collina dell'acropoli sono stati rinvenuti i resti di numerosi templi di ordine dorico:  il Tempio A e il Tempio O, costruiti tra il 490 ed il 460 a.C., hanno una struttura pressoché identica tra loro, simile a quella del Tempio E sulla collina orientale. 
   Il tempio C è il più antico dell'area, e risale al 550 a.C. Nel 1925/27 sono state ricomposte e rialzate sul lato N numerose colonne (14 su 17) con parte della trabeazione. Dedicato ad Apollo, a est l'ingresso è preceduto da una scalinata di 8 gradini; il tempio ha la stessa planimetria del Tempio F sulla collina orientale.
Strada sull'Acropoli
   Il Tempio D risale circa al 540 a.C.: presenta un peristilio di 6 x 13 colonne ed era dedicato ad Atena.
A est del Tempio D vi è il basamento di un tempietto arcaico, il Tempio Y, testimonianza della più antica architettura dorica, detto anche ‘Tempio delle piccole metope’, preceduto da un altare quadrato. Le metope rinvenutevi (altezza cm. 84), databili nel 570 a.C. sono tutte conservate al Museo Archeologico di Palermo. 
    Rimane incerta la localizzazione dell’agorà, centro politico e sociale della città, che comunque alcuni studiosi collocherebbero a nord dell’Acropoli, sulla collina di Manuzza. Nell'area non sono stati fatti ancora degli scavi sistematici, ma è comunque confermato che il luogo era abitato fin dalla fondazione di Selinunte. Dopo la distruzione della città, quest'area rimase disabitata.
   Infine, nella parte collinare occidentale, ci sono i resti del più antico santuario selinuntino, dedicato alla dea della fertilità, il Santuario di Dèmetra Malophòros, eretto nel VI secolo a.C. e tornato alla luce fra il 1874 ed il 1915. 
Subito oltre il canale vi è il vero e proprio Tempio di Demetra a forma di mègaron, (lunghezza m 20,40; larghezza m 9,52), privo di basamento e di colonne. Numerosi reperti provenienti dal santuario della Malophòros sono anch’essi conservati al Museo archeologico di Palermo.
Museo Archeologico Palermo: Metopa tempio Y, Europa sul toro
   A nord, oltre l'abitato, si trovano due necropoli: quella di Manuzza e quella più antica (VII-VI secolo a.C.) in località Galera-Bagliazzo. Ad ovest del santuario della Malophòros vi è la necropoli più vasta di Selinunte, in località Pipio, Manicalunga e Timpone Nero. Nelle numerose tombe a cassa con copertura a lastre di tufo, si sono rinvenuti soprattutto vasi attici del VI e V secolo a.C. Le necropoli di Selinunte sono per l'85% a inumazione, e non presentano corredi particolarmente ricchi.
   Il Parco ospita oggi diverse missioni italiane e straniere che svolgono una sistematica attività di ricerca scientifica. Al suo interno, esposti all’interno del Baglio Florio, vi sono conservati numerosi reperti archeologici. 
   Dal 19 luglio i visitatori possono accedere alla spiaggia sottostante l’Acropoli grazie ad alcuni sentieri tracciati in un’area alberata. La sistemazione di quest’arenile, sovrastato dall’acropoli, rientra nel più ampio progetto di valorizzazione del Parco. Benvenuti quindi a Selinunte, che offre in un pacchetto unico e prezioso natura, sole, mare, e soprattutto, tanta cultura e bellezza.

Maria D'Asaro, 10 agosto 2025, il Punto Quotidiano

mercoledì 6 agosto 2025

Gertrude Anscombe, niente laurea a Truman

  
     Palermo – Le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki furono rase al suolo da due bombe atomiche lanciate dagli Stati Uniti d’America il 6 e il 9 agosto 1945. I morti furono 140.000 a Hiroshima e 70.000 a Nagasaki, se si contano sia le vittime immediate che quelle decedute nel corso del 1945 per le radiazioni e le ferite riportate. 
     Ad autorizzare le atomiche fu l’allora presidente degli USA Harry Truman.
    Il 20 giugno del 1956 l’Università di Oxford, nel Regno Unito, conferì una laurea ad honorem all’ex Presidente degli Stati Uniti, in riconoscimento del suo servizio agli USA. 

    Tale decisione suscitò proteste da parte di alcuni studiosi: l’opposizione più eclatante fu quella della professoressa Gertrude Elizabeth Margaret Anscombe, docente di filosofia.
     Gertrude Anscombe (nata nel 1919 a Limerick, in Irlanda, morta a Cambridge nel 2001) fu allieva ed amica di Ludwig Wittgenstein, di cui aveva studiato, tradotto e pubblicato gran parte delle opere, in particolare le Ricerche filosofiche. È stata poi una studiosa di filosofia della mente, filosofia dell'azione, logica filosofica, filosofia del linguaggio ed etica. Il suo testo principale è Intenzione, e si occupa dei concetti di intenzione, azione e ragionamento pratico.
  Dal testo di Rosella Prezzo Guerre che ho solo visto (Moretti&Vitali, Bergamo, 2025) ecco uno stralcio del discorso pronunciato dalla studiosa per motivare il suo dissenso al conferimento dell’onorificenza a Truman: 
“Nel 1939, allo scoppio della guerra, il Presidente degli Stati Uniti chiese garanzie alle nazioni belligeranti che non sarebbero state prese di mira le popolazioni civili. Nel 1945, quando sapeva che il nemico giapponese aveva fatto due tentativi per ottenere una pace negoziata, il Presidente degli Stati Uniti diede l’ordine di sganciare una bomba atomica su una città giapponese. Tre giorni dopo, una seconda bomba fu sganciata su un’altra città. Prima della seconda bomba, non ci fu alcun ultimatum. Considerati insieme, questi due eventi contrastano a tal punto da richiedere un esame accurato.”
   La filosofa analizza quindi il concetto della cosiddetta “responsabilità collettiva” nel corso di una guerra: “Per un certo periodo, prima della guerra, e con più intensità dopo, nel nostro paese ci fu una propaganda sul tema della ‘indivisibilità’ della guerra moderna. La popolazione civile, ci veniva detto, è in realtà belligerante quanto le forze armate. La forza militare di una nazione comprende la sua intera forza economica e sociale.”  
   Per molti, scrive ancora la Anscombe, infatti: “La distinzione tra le persone impegnate direttamente nella conduzione della guerra e la popolazione in generale non è realistica”. “La conclusione era che non era possibile tracciare una linea di demarcazione tra obiettivi di attacco legittimi e illegittimi.”
   Ma, obietta a questo punto la studiosa: “Non so bene come entrassero in questa storia i bambini e gli anziani: probabilmente applaudivano i soldati e i lavoratori delle fabbriche di munizioni...”
Poi argomenta così: “Ora chi sono gli ‘innocenti’ in una guerra? Sono tutti coloro che non combattono e che non sono impegnati a fornire mezzi a coloro che combattono. Un contadino che coltiva il grano che le truppe mangeranno non sta ‘fornendo loro i mezzi per combattere’. Certo, anche in questo caso, può essere difficile tracciare un confine preciso. Ciò non significa, però, che non se ne debba tracciare uno o che, pur avendo dei dubbi su dove tracciarlo precisamente, non sia chiaro che una determinata cosa vada ben al di là della linea di confine”.
Il presidente Truman
   La filosofa mette poi sul piatto della discussione gli argomenti utilizzati per giustificare l’uso dell’atomica: “Se quelle bombe non fossero state sganciate, gli Alleati avrebbero dovuto invadere il Giappone per raggiungere il loro scopo, e lo avrebbero fatto. Moltissimi soldati da entrambe le parti sarebbero stati uccisi; si è detto – e potrebbe essere vero – che i giapponesi avrebbero trucidato i prigionieri di guerra; e un gran numero di civili sarebbe morto sotto ‘normali’ bombardamenti”.
   Ma, sottolinea la Anscombe, ci sono però da considerare anche altri dati: alla conferenza di Postdam, nel luglio 1945, Stalin informò i componenti del governo americano e britannico di aver ricevuto due richieste dai giapponesi perché facesse da mediatore per porre fine alla guerra. Inoltre, nella formula della Dichiarazione di Potsdam era stata chiesta la resa incondizionata del Giappone, che i giapponesi, sebbene disperati, rifiutarono solo per la fedeltà al loro Imperatore. D’altra parte - aggiunge ancora la studiosa - pare che gli americani “non vedessero l’ora di usare le nuove armi di cui erano in possesso”.
   Allora, continua la docente: “Io ho deciso di oppormi alla proposta di conferire al sig. Truman una laurea ad honorem, qui, ad Oxford”. Perché: “Per gli uomini scegliere di uccidere un innocente come mezzo per raggiungere i propri fini è sempre omicidio e l’omicidio è una delle peggiori azioni umane… Quando dico che scegliere di uccidere un innocente come mezzo per aggiungere i proprio fini è omicidio, sto dicendo una cosa generalmente riconosciuta come giusta… Con Hiroshima e Nagasaki non ci troviamo di fronte a un caso limite. Nel bombardare queste città si è infatti deciso di uccidere degli innocenti come mezzo per i propri fini. Moltissimi innocenti e tutti in una volta, senza vie di fuga o possibilità di rifugi”.
   Quando la docente informò il Procuratore Senior dell’Università della sua intenzione di opporsi all’onorificenza a Truman, le fu chiesto se avesse fondato un partito. “Certo che no…” rispose. 
   E concluse così il suo intervento: “Le proteste di persone che non hanno potere sono una perdita di tempo. Non ho cercato quindi di cogliere l’occasione per fare ‘un’azione di protesta’ contro le bombe atomiche; io mi oppongo con forza alla nostra azione di conferire un’onorificenza al Sig. Truman, perché si può condividere la colpa di una cattiva azione sia con lodi e adulazioni sia difendendola”.
   E la professoressa Anscombe, sebbene unica voce all’interno del Senato accademico di Oxford, dalla cattiva azione di sganciare l’atomica su degli innocenti ha voluto per sempre prendere la giusta distanza.

 Maria D'Asaro, 3 agosto 2025, il Punto Quotidiano





lunedì 4 agosto 2025

Il partito della cura ...

J.Sorolla: Cosiendo la vela (1910)
         Nostra signora era cresciuta a pane e politica. Suo padre, nel dopoguerra, aveva amministrato con competenza e onestà un paesino dell’entroterra siciliano. Lei a quattro anni sapeva di guerra fredda, guardava comizi e TG, e la passione politica cresceva con lei. Ma oggi era triste e disorientata: alle elezioni, non sapeva che fare... Le ideologie possono essere gabbie inutili e sterili, lo sapeva… 
      Ma se la destra continuava a far sentire il suo peso, qual era oggi il progetto e il senso della sinistra?  In testa le frullavano tante riflessioni e nostra signora sognava nuove prospettive, in un rinnovato orizzonte di senso: e se fondassimo il partito della cura? Un’unione di persone che, anziché distruggere, arraffare, dividere, si propone di curare: il pianeta, i rapporti sociali e internazionali… che alimenti fraternità, gentilezza, nonviolenza, equità sociale, giustizia. Il partito della cura, anziché quello della distruzione. Forse solo di questo abbiamo bisogno.  

sabato 2 agosto 2025

Lisistrata: tessere fili di pace...

Lisistrata: teatro di Siracusa, 06.25 (regia di Serena Senigaglia)
      “Non è casuale che, in epoca remota (siamo nel 411 a.C.), un uomo non certo femminista come Aristofane abbia messo in bocca alla protagonista dell’unica opera del teatro greco nel quale una donna non è vittima (o destinata a diventarlo) parole potenti e autorevoli di divertita superiorità femminile verso l’incapacità maschile di trarre dal quotidiano le lezioni utili anche nei conflitti più sanguinosi.
         Si tratta di Lisistrata, il cui nome significa ‘colei che scioglie gli eserciti’: scioglie, non distrugge. Ecco cosa afferma la sagace e ironica ateniese di fronte ai nerboruti (e armati sino ai denti) concittadini, in lotta contro i fratelli spartani:

Se aveste cervello trattereste i conflitti come si fa con la lana. Come quando la matassa è ingarbugliata, la prendiamo e la dipaniamo sui fusi, tendendola da una parte e dall’altra così, se ci lasciate fare, sbroglieremo la guerra, lavorando da una parte e l’altra con le ambascerie.
Prima di tutto, come si fa con la lana, togliendo via con un bagno il sudiciume dalla città. 
Poi, stendendola su un letto, toglieremo di mezzo con un bastone spine e malanni. Poi, carderemo quelli che tramano in società per le cariche, e gli speleremo bene la testa. 
Poi, in un paniere, mescoleremo la concordia comune e la pettineremo, mettendo insieme i meteci, gli stranieri che ci sono amici e i debitori dello stato. E le città dove abitano coloni ateniesi dovete considerarle come i bioccoli caduti per terra, lontani gli uni dagli altri. Bisogna prenderli e raccoglierli insieme e farne un solo grande gomitolo, da cui tessere un’unica tunica per il popolo.”

Monica Lanfranco Donne che disarmano VandA Edizioni, Milano, 2024, pag.21

Lisistrata: teatro di Siracusa, 06.25 (regia di Serena Senigaglia (foto Ballarino)


mercoledì 30 luglio 2025

Figli dell'epoca

Pino Manzella: Wislawa Szymborska (15.1.2020)
Siamo figli dell'epoca,
l'epoca è politica.

Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.

Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.

Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell'altro politica.

Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.

Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.

Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.

O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.

Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano e i campi inselvatichivano
come nelle epoche remote
e meno politiche.


 Wislawa Szymborska  La gioia di scrivere - Tutte le poesie (1945-2009),
Adelphi Edizioni, Milano 2009, pag. 453,454 (trad. Pietro Marchesani

domenica 27 luglio 2025

Palermo, a Palazzo Reale le foto iconiche di Elliott Erwitt

         Palermo – Dal 29 maggio, le sale duca di Montalto del Palazzo Reale di Palermo ospitano una mostra di scatti di Elliott Erwitt, uno dei maggiori fotografi del nostro tempo. Si tratta di una rassegna assai significativa, una selezione inedita delle foto più iconiche e significative dell’artista, con le serie ICONS, Kolor, Family, Self-Portrait. La mostra è imponente anche sotto il profilo quantitativo, con 190 opere visibili: 110 foto in bianco e nero o a colori, di cui 40 di grandi dimensioni tutte con passe-partout e cornici museali, e oltre 80 in video proiezione in HD. 
      C’è anche California Kiss, fotografia che sembra costruita ma che non lo è: come ha raccontato lo stesso Erwitt in una biografia, il caso ha avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione dei suoi scatti più famosi. Ci sono poi foto più intime e private, come quella della sua primogenita appena nata, osservata sul letto dalla mamma, una collezione di autoritratti dove Erwitt sembra prendersi gioco anche di sé stesso e uno spazio dedicato a omaggi all'universo femminile. 
    Presenti poi le foto di personaggi famosi, entrate nella storia delle immagini del XX secolo: Marilyn Monroe, John F. Kennedy nello studio ovale e Jacqueline affranta al suo funerale, Che Guevara, Muhammad Ali sul ring contro Frazier, gli sguardi tesi tra Nixon e Kruscev… ritratti che svelano gli aspetti interiori più profondi dei personaggi fotografati. C’è la celebre foto di Marilyn Monroe con il vestito che si solleva, immagine che è diventata parte dell’iconografia del XX secolo. 
Tra i suoi soggetti ci sono spesso cani, magari in atteggiamenti e modi antropomorfi.  Gli scatti ‘canini’ sono stati raccolti in quattro libri, ormai un riferimento per gli amanti della fotografia e degli animali.
      Come sottolineato nel pannello di presentazione della mostra “La fotografia di Elliott Erwitt è insieme documento storico, espressione artistica e riflessione sulla natura umana. Erwitt intreccia emozioni e intelligenza, ci fa ridere e ci commuove, immortala l’assurdo, il divertente, il surreale”.
    Nato a Parigi nel 1928 da genitori ebrei di origine russa, Erwitt visse in Italia sino al 1938, quando la sua famiglia fu costretta a emigrare negli Stati Uniti d’America a causa delle leggi razziali fasciste. Dopo gli studi di fotografia al Los Angeles City College (1942-44) e di cinema alla New School for Social Research (1948-50), il suo talento fu presto apprezzato: Robert Capa lo invitò a unirsi alla Magnum Photo. 
Ebbe così inizio la sua carriera, con reportage e progetti fotografici in tutto il mondo. Emulo dello stile di Henri Cartier-Bresson, Erwitt è stato osservatore profondo dell’umanità e ha saputo cogliere con scatti magistrali la magia dell’attimo fuggente. Dal 1970 si è dedicato anche a lungometraggi, documentari, film, spot televisivi e pubblicità. L’artista è morto a New York nel 2023. 
      Sino alla fine, ha guardato il mondo con occhi curiosi e ironici ed è riuscito a cogliere sfumature di significato e di bellezza in immagini e situazioni apparentemente semplici e ordinarie. Ha immortalato con tocco ironico e leggero vari aspetti dell’umanità e ha creato foto che fanno sorridere e riflettere allo stesso tempo. Il suo lavoro è una testimonianza della potenza della fotografia come strumento di comunicazione, capace di superare barriere linguistiche e culturali e parlare direttamente al cuore delle persone.
        "Elliott Erwitt - ha detto in un’intervista Biba Giacchetti, una delle massime conoscitrici di Erwitt a livello internazionale e co-curatrice della mostra - non è stato solo un fotografo, ma un narratore visivo senza eguali, capace di trasformare l'istante in storia, il quotidiano in arte, l'ironia in poesia. Le sue immagini evocano in chi le osserva emozioni che si muovono su registri diversi, dalla commozione al sorriso, fino al divertimento più spontaneo. Scomparso nel novembre del 2023 all'età di 95 anni, ci ha lasciato un’eredità immensa: un archivio di fotografie che attraversano epoche, culture e sentimenti con un linguaggio universale, invitandoci a guardare il mondo con più indulgenza e meraviglia, mettendosi sempre al nostro fianco in quella leggerezza profonda che lui stesso definiva The art of observation".
    "Elliott Erwitt - ha poi commentato Gabriele Accornero, secondo curatore della mostra - è, come le sue fotografie: ironico, enigmatico, sfuggente, aereo. Dietro a tutto questo si percepiscono una grande personalità e un’acuta intelligenza, quasi spiazzanti. Il valore artistico dell’opera di Erwitt pare raggiungersi quasi incidentalmente, non è mai perseguito e forse per questo è così spesso centrato. Non si addicono a Erwitt sterili schemi di lettura mutuati dalla storia dell’arte, lui si preoccupa solo di fare buone fotografie; le fotografie di Erwitt sono generalmente leggere, spensierate, luminose. Ma ciò non toglie che alcune immagini assurgano a manifesti".
    Le musiche del concerto in Central Park di New York dei mitici Simon & Garfunkel aggiungono un ulteriore tocco di magia alla mostra che sarà aperta fino al 30 novembre prossimo, con i seguenti orari: dal lunedì al sabato, dalle 8.30 alle 16.30 (ultimo ingresso); domenica e festivi dalle ore 8.30 alle ore 12.30 (ultimo ingresso). Davvero un peccato la chiusura pomeridiana della mostra le domeniche e i giorni festivi e, nei giorni feriali, l’orario dell’ultimo ingresso alle ore 16.30 del pomeriggio: limitazioni orarie che, a parere di chi scrive, rischiano di precludere a molti turisti la fruizione di questa eccellenza artistica.


Maria D'Asaro, 27.7.25, il Punto Quotidiano







sabato 26 luglio 2025

Che fare per Gaza?

      Riporto le riflessioni dell'amico Augusto Cavadi:

 "Le notizie da Gaza ci straziano il cuore. Dopo decenni di aver condannato lo sterminio nazista degli ebrei non avrei immaginato che un governo israeliano sarebbe diventato il più efficace seminatore di odio anti-semita della storia: talmente efficace da togliere dalle mani di noi difensori del popolo ebraico ogni strumento.
Ho firmato decine di appelli, ho partecipato a decine di cortei, ma ormai non posso mettere a tacere una domanda insinuante che proviene dalla mia stessa coscienza: davvero sono convinto che con questi segni di protesta raggiunga altro obiettivo che addormentare – provvisoriamente – il mio senso d’impotenza?
Come mi capita nei momenti più bui della vita, provo a farmi consulente filosofico di me stesso: a guardare il problema in sé, a cercarne eventuali soluzioni, senza lasciarmi coinvolgere del tutto dagli inevitabili blocchi emotivi.
L’obiettivo principale, e più urgente, è la cessazione di questo genocidio in Medio Oriente.
Chi ha il potere d’intervenire a tale scopo?
In probabile ordine: il governo di Netanyahu; i dirigenti di Hamas; Trump; l’Unione Europea; il governo italiano (nella modesta misura in cui può condizionare le istituzioni elencate).
Moltiplicare le iniziative di protesta, di condanna, di sdegno verso una o alcune o tutte queste istituzioni ci avvicina o ci allontana dall’obiettivo principale? Se scendiamo in piazza in 10 cittadini/e o in un milione di essi/e, con slogan o senza slogan, bruciando questa o quella bandiera, ci avviciniamo di un centimetro alla méta?
La storia delle idee e delle pratiche nonviolente mi suggerisce altro.
Se vedo due energumeni che se le danno di santa ragione, il mio primo compito è ricostruire le origini della lite (stabilendo chi  ha più torto dell’altro) o interromperla?
Se avessi la forza per farlo, bloccherei con forza i due contendenti (e, in caso di pericolo esiziale del più debole dei due, ricorrendo a qualsiasi arma).
Ma se non ho questa forza, che posso fare?
Per prima cosa – probabilmente – spegnere le tifoserie che, alle spalle dei due contendenti, si sgolano per incitare alla lotta e supportare con ogni mezzo il proprio combattente.
Approfittando del privilegio (immeritato) di non essere un congiunto di israeliani assassinati il 7 ottobre del 2023 né di palestinesi sterminati da quella data a oggi, potrei proporre (personalmente o come associazione, rivista, centro studi, sindacato, partito, chiesa etc.)  un movimento planetario e trasversale di superamento del tradizionale paradigma bellicista.
Penso a un movimento essenzialmente culturale, basato su alcuni pochi principi etici condivisibili da (quasi) tutte le ideologie religiose e politiche, imperniato sulla convinzione che ormai l’umanità sia a un bivio: o un mutamento antropologico o il suicidio.
E’ un po’ come se, dopo millenni in cui l’umanità avesse parlato in latino, dovesse transitare in un universo mentale, valoriale, linguistico inedito: l’inglese o il cinese.
Provo a spiegarmi meno rozzamente a partire dalla tragedia odierna di Gaza.
Ci sono possibilità che i governanti attuali trovino un accordo, una tregua che non sia di poche ore ?
Pare che lo farebbero solo se temessero di essere sommersi da un’ondata di rivolta popolare. Un movimento di opinione inedito, innovativo, che coinvolgesse (la maggioranza de):
-       gli elettori del governo di Netanyahu
-       gli elettori del governo di Hamas
-       gli elettori di Trump
-       gli elettori del Parlamento europeo e (indirettamente) della Commissione  europea
-       gli elettori del governo italiano.
A meno di soluzioni insurrezionali violente (talmente improbabili che non è il caso di esaminarne vantaggi e svantaggi) non vedo altre vie per disarmare i contendenti in Palestina (in Russia, nelle altre decine di fronti in guerre armate disseminate sul pianeta): un... (continua qui)

Augusto Cavadi, blog

martedì 22 luglio 2025

Noi, che...

Noi,
che conserviamo gli scampoli delle pezzuole 
perché un rammendo, non si sa mai…
noi,
che ci ostiniamo a spolverare anche i Topolini 
acquistati vent’anni fa dai nostri figli…
noi,
che mangiamo yogurt scaduti e scaglie di formaggio ammuffito
perché è grazia di Dio…

noi,
che resistiamo a 33 gradi senza condizionatore
perché sposteremmo il caldo da dentro a fuori…
noi,
che tentiamo di resistere a 37 gradi senza condizionatore
perché mischine le signore e i signori in carcere al caldo cocente…
noi,
che siamo felici perché abbiamo l’acqua e un frigorifero
mentre c’è chi fa i turni per la doccia e beve acqua calda…
noi,
che nonostante i sondaggi e il vento contrario
sappiamo che la guerra nuoce gravemente alla salute (di tutti, pianeta compreso) ...
noi,
nonostante il caldo e l’età che avanza
(ma cosa è il caldo a paragone delle bombe su Gaza?)
andremo a piazza Massimo, a Palermo, il 24 luglio, dalle 18.30 alle 20 
a implorare “Fuori la guerra dalla Storia”…