lunedì 16 marzo 2009

VACANZA A LINOSA


Fondali trasparenti. Mare dalle mille sfumature di azzurro. Un paesino composto e ospitale: Linosa è un’oasi felice per il fortunato turista in vacanza. Poi, sulla nave che fa la spola tra Lampedusa e Linosa e ritorna a Porto Empedocle, ti accorgi dei carabinieri in uniforme che guardano a vista i clandestini: un mare di sguardi stanchi e spenti, in corpi scarni e senza speranza.
E la bella vacanza ti lascia un retrogusto di inquietudine: ormai sai che, oltre al sole e al mare pulito, ci vogliono nuovi pensieri, nuovi orizzonti, nuove condivisioni. Altrimenti la vacanza non regge.


("La Repubblica": 10.08.08)

sabato 14 marzo 2009

Piedi per terra

Non amo stare con la testa tra le nuvole.

Anzi, che i miei piu' autentici attacchi di panico li ho avuti proprio su un aereo. E che quindi la mia difesa di mezzi di trasporto alternativi potrebbe essere viziata da questa mia personale debolezza. Dico anche pero' che non rifiuto, a certe condizioni, di utilizzarlo, l'aeroplano. Ad esempio, tempo fa sono andata a Londra in aereo. Sorvolando la Francia, inghiottito il penultimo morso di paura, ho contemplato i cirri che riempivano il cielo e ho pensato che si', gli angioletti invisibili, se esistono, dovevano proprio essere li'.
Reso questo tributo alla verita', affermo di essere assolutamente d'accordo con chi si batte per una drastica riduzione del trasporto aereo. Infatti, se servirsi dell'aeroplano ha una "ratio" per recarsi, ad esempio, da Palermo a Londra, a mio avviso, non ne ha alcuna per andare da Palermo a Roma o a Milano. Tutte le volte che le distanze lo permettono, il treno, molto meno inquinante, dovrebbe essere preferito all'aereo, mezzo di trasporto energivoro, responsabile per svariate tonnellate di gas dell'effetto serra e concausa di danni alla salute delle popolazioni che vivono vicine agli aeroporti. Al comitato che si oppone alla realizzazione dell'aeroporto a Viterbo va la mia stima, il mio sostegno, la mia solidarieta'. Il tentativo di riduzione del traffico aereo andrebbe iscritto nella conversione del nostro immaginario dal motto olimpico "Piu' veloce, piu' alto, piu' forte", verso orizzonti e stili di vita "Piu' lenti, piu'profondi, piu' dolci", come ci suggeriva il caro Alex Langer.
Abbiamo tutti fatto esperienza di viaggi in treno - che pero' desideriamo in futuro piu' puliti - dove si puo' leggere, si puo' guardare il paesaggio, si ha contezza delle distanze tra i luoghi e si puo' meditare, dondolati dal vagone "Cara amica il tempo prende, il tempo da', noi corriamo sempre in unadirezione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa...", su spunti di gucciniana memoria.
Certo molti obietterebbero che il treno fa perdere tempo... Tempo per cosa, tempo per chi? Qual e' la nostra destinazione finale, per cui correre cosi' in fretta? Divagazioni esistenzial-filosofiche, che non hanno niente di pratico, di concreto, di economico... E' che mi piacerebbe tanto che in Italia si desse inizio a un nuovo umanesimo che abbia al suo centro le persone, con i loro veri bisogni, e la natura. Un nuovo umanesimo in cui economia e profitti stiano in periferia...
Sto irrimediabilmente volando, anche se con i piedi a terra. Allora, un'ultima affermazione, mutuata da Rudolph Steiner, filosofo e studioso di antroposofia: "Quando l'uomo corre oltre i 50 km. orari, perde il contatto con la propria anima...". Solo strane e improponibili suggestioni antroposofiche? Forse...
Maria D'Asaro (Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino", n. 96 del 21 agosto 2007)

venerdì 13 marzo 2009

Flags of our fathers


C’è un gioco che gli uomini continuano a fare da millenni: la guerra. Attraverso le immagini suggestivamente scolorite dello scontro tra americani e giapponesi nel Pacifico, Clint Eastwood sembra dirci che chi fa questo gioco perde sempre. Anche i vincitori. E infatti non vogliono essere promossi a eroi neppure coloro che hanno piantato la bandiera americana sul monte dell’isola giapponese di Iwo Jima: i tre soldati immortalati da un fortuito scatto cinematografico, rivelatosi di enorme impatto mediatico. Rimpatriati anche se la guerra non è ancora finita, i tre sono costretti a parodiare sino allo sfinimento psicologico la posa della bandiera, per commuovere gli americani e convincerli a continuare a finanziare lo sforzo bellico. Con un sottofondo musicale eccellente, il film mescola sapientemente le atrocità della guerra e le smargiassate della sua esaltazione retorica in patria: il fragore delle bombe si confonde con il rumore dei fuochi d’artificio della vittoria, le luci della festa si sovrappongono ai bagliori dei razzi esplosivi. Ma ci vuole una coscienza anestetizzata o asservita al successo e al potere per potere sopportare il costo del gioco e della sua assurda replicazione scenica: il soldato indiano non ce la fa a sopportarlo. “Maledetta quella terra che ha bisogno di eroi”, affermava Brecht. E il regista è d’accordo: se nel gioco della guerra ci sono degli eroi è solo per amore e pietà verso i compagni, come l’umile soldato/infermiere che tenta disperatamente e con infinita compassione di lenire le sofferenze e lo strazio dei soldati.

Il dubbio


“A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”, la massima, di andreottiana memoria, potrebbe essere scelta come quintessenza del film “Il dubbio”, ottimamente recitato da Meryl Streep e Philiph Hoffman. Ambientato nella New York degli anni ’60, il film ci racconta uno squarcio di vita in una parrocchia americana, con scuola annessa, gestita da una congregazione di suore cattoliche. La cui vita ovattata ha un sussulto quando la suora/preside è attraversata dal sospetto che le attenzioni del parroco per un allievo di colore siano interessate “a scopi non pertinenti all’educazione del ragazzo”.
Il film - ma spesso si dimentica di essere al cinema e sembra di assistere a una piece teatrale - si gioca tutto sul chiaroscuro tra l’arcigna superiora, che però sembra conoscere a fondo l’anima umana, e il simpatico parroco progressista, che forse cela tendenze che oggi non esiteremmo a chiamare pedofile. Sono i particolari che danno senso e sapore alla pellicola: le unghie troppo lunghe e ben curate del parroco, il clima esterno ostinatamente freddo e ventoso, quasi specchio del paesaggio interno dei religiosi, l’indugiare della macchina da presa sulle pareti scalcinate della canonica … Come a suggerire il rischio di un universo a rischio di frane.
Si esce dalla proiezione con uno strano retrogusto. Forse perché, nonostante i protagonisti siano religiosi, non c’è nessun afflato verticale che si respiri al suo interno. Forse perchè il film non riesce a coinvolgerti emotivamente. E comunque non se ne esce delusi o scontenti: il regista Shanley ha offerto un buon prodotto, che solletica al massimo la dimensione razional-raziocinante dello spettatore/spettatrice.

The Reader


Difficile dire, per la ricchezza poliedrica dei temi trattati e per la sua toccante intensità, cosa sia “The Reader”, splendido film di Stephen Daldry. Se un film sull’orrore di Auschwitz e sulle banali e inquietanti complicità che lo hanno reso tragicamente possibile (come non ricordare Hanna Arendt e il suo saggio “La banalità del male”?) e sulle assillanti domande che la Shoah pone al Tribunale della Storia, domande destinate a non avere risposte univoche e chiare - O semplicemente un film sull’iniziazione: al sesso e all’amore in primo luogo - Oppure un film sulla letteratura e il suo immenso potenziale catartico: un racconto sull’iniziazione al piacere di leggere (o farsi leggere) le storie narrate dai libri.
Libri che nel film sono un diaframma, un filtro, una barriera protettiva, un topos virtuale dove trovare protezione e rifugio, specie se la realtà è troppo dura e vuota. Ma “The Reader” è anche il film che racconta la difficoltà di uscire dalle proprie iniziazioni, siano esse l’ubbidienza incondizionata agli ordini nazisti o solo le dolci carezze di una sconosciuta bigliettaia di tram: iniziazioni che si trasformano, per Michael e Hanna, in prigioni esistenziali. Non del tutto redente e salvate dalle tante pagine lette, in mancanza di uno sguardo affettuoso, di una pietas superiore che avrebbero forse potuto riscattare la loro sconfinata solitudine.
La vicenda coinvolge pienamente lo spettatore e sembra suggerirgli uno sguardo, pur se non assolutorio, profondamente compassionevole e nonviolento: nel film infatti, vittime e carnefici non sono poi così lontani e diversi, ma mostrano simili pulsioni, paure, condizionamenti e sentimenti. Quasi a dirci che potrebbero essere l’uno il negativo del volto dell’altro.
Magnifica l’interpretazione di Kate Winslet, che, impeccabile anche nel ruolo di moglie infelice in “Revolutionary Road”, a questa prova deve la statuetta dell’Oscar.

Caos calmo: una panchina in stand-by


Arriva prima o poi nella vita di ogni uomo/donna un tempo in cui è necessario premere, come in un computer irrimediabilmente ingolfato, il tasto “reset”. Per Pietro Paladini, professionista di successo, questo momento arriva quando - proprio mentre si era gettato in mare a salvare una donna che stava annegando – muore all’improvviso sua moglie. E il protagonista viene catapultato nell’imbarazzante condizione di vedovo a fronteggiare la sua solitudine e la condizione di genitore unico della figlia ragazzina.
A questo punto Pietro sceglie come luogo fisico della sua “riformattazione” la panchina del giardinetto posto sotto la scuola della figlia. Da cui osservare insieme se stesso e il microcosmo che ha vicino: la belloccia a passeggio con il cane, i genitori che portano a scuola i figli - compresa la mamma di un ragazzino down per il quale Andrea si ritrova a compiere una sorta di quotidiano gioco rituale che riesce a farlo sorridere - il barista che, all’occorrenza, cucina un buon piatto di pasta con i broccoletti….
E accade che, dall’immobilità inusuale e un po’ folle della sua panchina, quasi suo malgrado, riesca a mettere pian piano in movimento tutti quelli che gli si avvicinano. E alla fine, a “riavviare” anche se stesso.
Film delicato e convincente: felice l’intuizione di mostrare il mondo interiore del protagonista attraverso la lettura ad alta voce dei suoi pensieri in libertà, buona la sceneggiatura, azzeccata la recitazione di Nanni Moretti, che ci offre una prova da attore quasi complementare a quella, magistrale, de “La stanza del figlio”. Dove il lutto e la sua quasi impossibile elaborazione erano elementi tragici, mentre nell’ossimorico “Caos calmo”, Nanni/Pietro riesce a raccontare e a dissolvere la sua solitudine nei toni lievi di una gradevole commedia.

Muse inquietanti


(...) Mentre ascoltava quella loro musica, si chiese quando era successo. Quando avesse cominciato a tradirla. Quando si fosse stufato della musica comune, di una sintonia e di una complicità vissute come logore, consunte, insufficienti. Se lo chiese in silenzio, senza rancore, con dolcezza. Come quando ci si rivolge amabilmente a un bambino che piange perchè gli è scoppiato il palloncino azzurro, dopo la festa. Si chiese che musica cercasse in V., J., F., S., D., L. .... Nel caleidoscopio di volti nei quali, ora, disperatamente anelava a nuovi rispecchiamenti. 

     E si disse che sicuramente c'era l'intervento di nuove Muse. Muse inquietanti, impenetrabili, che giocavano a escluderla. Eppure era certa di conoscerle, queste Muse. Di averle, una volta, incontrate. E pensò che poteva anche, domani, guardarle negli occhi. Senza averne paura. La musica, la loro musica, l'avrebbe protetta e cullata. (...)

giovedì 12 marzo 2009

Mimose? No, Grazie.

     "Uguali, ma non per fare le stesse scempiaggini e soperchierie!", ci ammoniva anni fa - con espressione piu' rozza - una vignetta del glorioso e rimpianto settimanale satirico "Cuore" .L'amara attualita' della vignetta e' confermata da tanti dati: a scuola si registra uno sconcertante aumento di bulli, ma anche di "bullette"; in politica, nel mondo del lavoro, nell'esercito le donne in carriera sono spesso belle copie del cinico, duro e rampante modello maschile. E intanto i canoni pubblicitari continuano a rimandarci un'immagine di donna che va in estasi se trova l'ammorbidente piu' profumato e permette che il suo corpo seducente venga accostato alla sagoma di un'inquinante automobile perche' il cliente maschio, confuso nei suoi molteplici desideri di possesso, sia invogliato a comprarla.Uguali, dunque. Ma - complice anche l'aria pesante di destra che tira -quando c'e', si tratta quasi sempre di un'uguaglianza al ribasso. Dopo la necessaria e radicale stagione delle rivendicazioni degli anni '60 e '70 e il nulla odierno popolato da "veline" e da un nugolo sempre crescente di aspiranti al palcoscenico di "Amici" o del "Grande fratello", noi donne abbiamo bisogno di un colpo d'ala. Di sognare un orizzonte in cui uomini e donne insieme inventino e sperimentino nuovi stili di vita: piu' dolci, piu 'lenti, piu' profondi, nonviolenti ed ecologicamente orientati.La mia speranza e' che, rifiutando mimose sciaguratamente scempiate,riusciamo a inventare insieme nuovi, piu' attraenti e colorati, paradigmi esistenziali, culturali, socio-economici. Con l'altra meta' del cielo protagonista di una inedita joint-venture tra uomini e donne ricchi d icreativita' e di buona volonta'. In cui le donne, grazie anche al loro maggiore bagaglio di sofferenza che ne ha accresciuto la sensibilita', facciano da avanguardia e da lievito. Evitando, se possibile, di ripetere laStoria coniugata al maschile: monotona, triste, violenta. Gia' vista.

(Supplemento giornale telematicode "La nonviolenza e' in cammino": n. 163 del 7 marzo 2009)

CREMA DI MAIS E TAPIOCA


A volte qualcuno mi rimprovera perché metto in ordine la stanza dell’oltre-cucciola 22enne. Oppure perché rispondo, sollecita, alle richieste serali – mi porti l’acqua? mi rimbocchi le coperte? mi accendi la lucina? - dell’ex-cucciolo 13enne e sorrido al fantasioso cazzeggio verbale dell’irrequieto grande-cucciolo 18enne.Non sa che c’è una vocina interna che me lo suggerisce. La sensazione che i grandi-cuccioli abbiano ancora il disgusto per quella pappina - insipida, inconsistente, insapore - con la quale sono stati svezzati, dopo lo scarso latte materno: la crema di riso. E più ancora la crema di mais e tapioca. Che ha lasciato in loro, insaziata, la voglia di cibo più appetitoso.Cucinare allettanti lasagne, rimboccare coperte, dispensare ascolto e sorrisi, far trionfare calzini puliti dal magma di notte e caos della stanza di I., mi pare cosa buona. Nutriente, opportuna. Sapendo che ormai sono altrove. Loro ovviamente. E anch’io… Capita però che escano dall’altrove e abbiano fame. E vogliano succo di arancia e cioccolata calda. E persino torte e timballi. Che prontamente cucino. Con sale e pepe e zucchero a velo, però. E con abbondanti sorrisi.

martedì 10 marzo 2009

ALTROVE


Altrove

spaventosamente libera,

curiosa, volteggio, stupita.

Affrancata da ogni amore.

Sola.